sabato, maggio 30, 2009

Da Draghi un allarme e un invito al governo

di Fausto Carioti

Al governo, ieri Mario Draghi ha lanciato un allarme e un invito. Il primo riguarda molto da vicino quaranta milioni di contribuenti: è l’allarme tasse. All’uscita dalla crisi, ha detto il governatore della Banca d’Italia, «vi è il rischio che sull’economia gravi a lungo una pressione fiscale molto elevata». Va da sé che si tratta di un rischio da evitare, visto che le tasse in Italia sono già a livelli troppo alti. L’invito è più sommesso, ma altrettanto importante: il governo può e deve osare di più per aiutare le categorie colpite dalla crisi. In altre parole, se oggi gli ammortizzatori sociali puntano soprattutto a difendere il perimetro degli occupati, mantenendoli legati alle imprese tramite la cassa integrazione, presto dovranno estendersi pure a chi è senza lavoro. Anche perché il tasso di disoccupazione, da qui al termine della crisi, tornerà ad essere superiore al 10%.
Chiedere al governo di evitare l’aumento delle imposte e allo stesso tempo di ricorrere alla spesa pubblica per estendere la protezione a chi non ce l’ha sembra una contraddizione. Ma non lo è. A tenere insieme le due cose c’è la vera riforma chiesta da Draghi a Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti: il varo immediato di un percorso certo e credibile di riduzione della spesa corrente, anche se capace di produrre effetti solo nel medio e lungo periodo.

L’analisi di Draghi prende per buono il presupposto del governo secondo il quale gli interventi varati sinora per proteggere famiglie e imprese non aumentano granché il debito pubblico e il deficit, perché consistono soprattutto nel riallocare la spesa pubblica già prevista. Resta il fatto che l’Italia, ha avvertito il numero uno di via Nazionale, al termine della crisi si troverà con un rapporto tra debito e Pil «ai livelli dei primi anni Novanta», ovvero superiore al 120% (per quest’anno il Tesoro ha previsto un debito pari al 114% del Pil). Tutti gli sforzi di risanamento compiuti negli ultimi lustri saranno così stati vanificati. Questo peggioramento, secondo Bankitalia, è dovuto in grandissima parte a fattori “endogeni” legati alla crisi. Primo tra tutti il calo del gettito tributario: «Nei primi quattro mesi del 2009», ha detto Draghi, «l’Iva riscossa è stata inferiore del 10 per cento rispetto al corrispondente periodo dell’anno precedente. L’imposta sui redditi delle imprese, scesa di oltre il 9 per cento nel 2008, potrebbe flettere in misura ancora maggiore nell’anno in corso». Solo il gettito dell’Irpef, al momento, tiene. Anche se il governo non allenterà i cordoni della borsa, in assenza di interventi l’incidenza della spesa pubblica sul Pil aumenterà comunque, a causa della riduzione di quest’ultimo.

Non basta. Bankitalia dà per scontato che il governo nei prossimi mesi sia chiamato ad allargare la platea dei tutelati dagli ammortizzatori sociali. Come ha detto Draghi, via Nazionale «stima che 1,6 milioni di lavoratori dipendenti e parasubordinati non abbiano diritto ad alcun sostegno in caso di licenziamento». Mentre «tra i lavoratori a tempo pieno del settore privato oltre 800mila, l’8 per cento dei potenziali beneficiari, hanno diritto a un’indennità inferiore a 500 euro al mese». Insomma, serve un sistema di protezione più ampio. Che ovviamente costa.
La quadra può essere raggiunta in un solo modo. Il governo - è la sostanza della relazione di Draghi - può spendere di più per gli interventi sociali necessari ad affrontare la crisi, persino aumentando debito pubblico e disavanzo, purché vari «subito» una riduzione della spesa corrente, «anche se con effetti differiti, senza rinvii a ulteriori atti normativi e a decisioni amministrative». In parole povere, si può iniziare a tagliare la spesa dopo che la crisi è passata, ma bisogna metterlo nero su bianco adesso, se non si vuole essere costretti ad aumentare la pressione fiscale nel momento in cui usciremo dal tunnel. Il che significherebbe compromettere la ripresa italiana prima ancora che possa partire.

Questa riforma della spesa pubblica potrà avvenire di pari passo con il federalismo fiscale, a patto che esso costringa gli enti locali più spendaccioni ad adeguarsi ai parametri dei migliori. Per mettere l’Italia in condizione di ripartire quando la crisi sarà finita, il resto dovrà arrivare dalla riforma della pubblica amministrazione (dalla quale Draghi si attende molto), dalla semplificazione delle leggi, dal miglioramento dell’istruzione e dal potenziamento delle grandi infrastrutture.

© Libero. Pubblicato il 30 maggio 2009.

Qui il testo integrale delle Considerazioni finali del governatore Mario Draghi.

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venerdì, maggio 29, 2009

L'asse Berlusconi-Eni-Putin nel mirino di Obama

di Fausto Carioti

L’ipotesi del “complotto” internazionale ai danni del presidente del Consiglio inizia a farsi largo anche tra chi non ha grandi simpatie per Silvio Berlusconi. Tipo Lucia Annunziata, che ieri sulla Stampa ha parlato del possibile “complotto Bilderberg”: un club dei potenti della terra che si riunisce ogni anno sotto la guida spirituale di Henry Kissinger e traccia l’indirizzo che dovrà prendere il mondo nei dodici mesi seguenti. Inutile dire che l’impronta del circolo è spiccatamente anglosassone. Tanto più lo è stata quest’anno (l’incontro è avvenuto a cavallo della metà di maggio), grazie alla presenza di numerosi plenipotenziari della diplomazia statunitense. E dato che il governo italiano è visto a Washington come la testa di ponte mediterranea della Russia di Vladimir Putin e Dmitry Medvedev, la quale oggi è ai ferri corti con gli Stati Uniti tanto quanto lo era ai tempi di George W. Bush, la voglia di tirare le somme e dire che per la Casa Bianca (e per il “circolo Bilderberg”) Berlusconi è un ostacolo da rimuovere è forte.

I fedelissimi del premier, che pure sentono l’aria farsi pesante attorno al capo, per ora preferiscono puntare l’indice altrove. Tipo Niccolò Ghedini, che dice di vedere in atto «una forma di strategia di isolamento dell’Italia» e la imputa alla voglia di certi “poteri economici” di bloccare la Fiat nel momento in cui sta cercando di diventare una multinazionale dell’automobile. Ma è una lettura che rischia di peccare di ingenuità. Ciò che sta creando problemi agli Stati Uniti, infatti, non è la Fiat, ma la politica estera ed energetica italiana. In particolare, l’asse tra Berlusconi e Putin, cementato dalle intese tra Eni e Gazprom.

Questo quotidiano per primo aveva scritto, sei mesi fa, che Berlusconi era riuscito a «portare l’Italia nella sfera d’influenza del Cremlino e allontanarla dall’orbita americana». Oggi lo stesso concetto appare tra le righe dei commentatori di sinistra. La situazione, da allora, si è persino fatta più complicata. Perché all’epoca alla scrivania dello studio ovale della Casa Bianca sedeva Bush, un amico del nostro presidente del consiglio. Con il quale i rapporti politici erano stati molto meno idilliaci di quanto destra e sinistra volessero far credere (lo scorso settembre il vicepresidente americano Dick Cheney era venuto a Roma per criticare l’appoggio dato da Berlusconi all’operazione militare russa in Georgia), ma il feeling personale era sempre rimasto solido. Con l’arrivo di Barack Obama alla Casa Bianca il governo italiano ha dovuto ricominciare da zero, e non è impresa facile. Anche perché Obama è personaggio freddo, calcolatore, che alla politica dei rapporti personali preferisce di gran lunga la realpolitik degli interessi. Così l’Italia, che più di tanto non ha da dare agli Stati Uniti, è stata messa nella “seconda fascia” degli alleati europei, quelli meno importanti. Stessa sorte toccata alla Spagna di José Luis Zapatero, a dimostrazione del fatto che con Obama non conta essere di destra o di sinistra, ma solo quello che puoi dare alla causa statunitense.

E l’Italia, in questo momento, sta dando soprattutto rogne. L’ultima è di pochi giorni fa. Al dipartimento di Stato americano, dove le mosse dell’Eni sono seguite con attenzione - e non certo da oggi - non è passato inosservato l’accordo siglato il 15 maggio (proprio mentre in un hotel di Atene era in corso il summit del “club Bilderberg”) tra Eni e Gazprom, ultima grande intesa strategica tra le due aziende che fanno capo al governo italiano e quello russo. L’accordo prevede che la portata del gasdotto South Stream, attraverso il quale nel 2015 il gas russo arriverà copioso in Europa e soprattutto in Italia, aumenti da 31 miliardi di metri cubi l’anno a 63 miliardi. Quanto basta, in teoria, per fornire all’Italia i quattro quinti del suo fabbisogno di metano. L’enorme infrastruttura minaccia di uccidere il gasdotto rivale, Nabucco, quando questo è ancora in fase di progettazione. E Nabucco è fortemente voluto dall’amministrazione statunitense, perché farebbe arrivare in Europa il gas di Turkmenistan, Kazakistan e Paesi vicini, sottraendolo al controllo russo. La Ue sarebbe meno dipendente dal gas del Cremlino, la Russia perderebbe potere politico nei confronti dell’Europa (oltre a una quantità di soldi difficile da quantificare) e gli Stati Uniti incasserebbero una bella vittoria nello scacchiere della geopolitica.

Il problema, appunto, è costituito da governo italiano ed Eni. Che a parole appoggiano ambedue i progetti, ma in realtà hanno a cuore soprattutto quello che li lega alla Russia e a Gazprom. Paolo Scaroni, amministratore delegato del cane a sei zampe, ormai dice apertamente di non credere più al progetto sponsorizzato dagli Stati Uniti. «Nabucco decollerà solo quando avrà il gas di Turkmenistan, Kazakistan e forse dell’Iran. Da quanto ho letto, questo non accadrà», ha detto Scaroni dopo l’accordo con Gazprom. Lui stesso, pochi giorni prima, siglando la maxi-intesa con i russi, aveva detto che dietro all’ampliamento della capacità di trasporto del gasdotto c’è «un grande significato politico, perché tutto questo gas arriverà in Europa senza dover più passare dal territorio dell’Ucraina». Troppo dipendenti dal gas russo? Affatto: in quelle stesse ore, Berlusconi commentava che «dovremmo essere felici che un paese amico ci dia la possibilità di avere l’energia di cui abbiamo bisogno». L’Unione europea (e gli Stati Uniti) avrebbero preferito invece mantenere in gioco l’Ucraina. A marzo, proprio per questo motivo, la Ue aveva siglato un’intesa con il governo di Kiev per ammodernare i gasdotti ucraini. «Una perdita di tempo e di mezzi finanziari», aveva commentato Scaroni, perché quell’intesa escludeva «chi il gas lo produce, cioè la Russia».

Insomma, le certezze sono che il patto tra Roma e Mosca è davvero d’acciaio, e che l’intesa non è solo economica, ma - per ammissione dei protagonisti - politica. Questo per Washington è un problema. Fino a che punto l’amministrazione Obama intenda spingersi e fin dove possa arrivare, è tutto da vedere. Ma alla Casa Bianca non sono mai andati troppo per il sottile quando si tratta di avere il controllo degli idrocarburi. E credere che certe abitudini siano tramontate solo perché adesso comanda un afroamericano democratico rischia di rivelarsi un errore fatale.

© Libero. Pubblicato il 29 maggio 2009.

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giovedì, maggio 28, 2009

I morti della Saras e quelli della Thyssen

di Fausto Carioti

Che i padroni non fossero tutti uguali è roba nota. Alcuni sono «a prescindere» più buoni degli altri, anche se il loro stomaco può contare su una voluminosa matassa di pelo. Ma ieri si è scoperto che pure i morti sul lavoro non sono tutti uguali. Certi - come quelli che nel dicembre del 2007 morirono nel rogo torinese della Thyssen - chiedono giustizia immediata, cioè vendetta: sangue chiama sangue. Altre vittime ispirano invece ragionamenti più pacati, decisioni a freddo e procedure molto più garantiste. È il caso dei tre lavoratori della cooperativa di manutenzione Comesa morti martedì nell’impianto sardo della Saras, che fa capo alla famiglia Moratti. Allora, un anno e mezzo fa, giornali, politici, sindacalisti e investigatori dopo poche ore avevano già emesso la sentenza, che era quella di omicidio volontario. «L’azienda sapeva che il pericolo c’era e non ha fatto nulla», era la frase sulla bocca di tutti. Stavolta, leggendo le cronache, l’aria che si respira è invece quella della «maledetta fatalità», come l’ha definita ieri il felpatissimo Corriere della Sera. Stesso quotidiano che nel dicembre del 2007 parlava di «morti annunciate» alla Thyssen.

Bene: è giusto evitare condanne affrettate e non cedere all’impulso. Che però è una regola che dovrebbe valere sempre, almeno dinanzi a situazioni simili. E, a giudicare dalle informazioni disponibili, le analogie tra i due casi abbondano. Ad esempio, in tutte e due le circostanze le procedure di emergenza non hanno nemmeno fatto in tempo a entrare in funzione, e gli operai coinvolti sono stati costretti in quei drammatici secondi ad aiutarsi l’un l’altro, con esiti tragici. Segno che nell’organizzazione del lavoro e nella preparazione ad affrontare gli incidenti ci sono state grosse lacune. Non solo: anche l’impianto della Saras, al pari di quello della Thyssen, era stato oggetto di denunce da parte di chi lo conosceva. Il regista indipendente Massimilano Mazzotta ha girato un film, “Oil”, già da tempo acquisito dalla magistratura, in cui documenta l’inquinamento causato dalla raffineria di Sarroch e soprattutto lancia l’allarme per le «gare d’appalto a bassi costi» che assegnano lavori delicati a imprese esterne che impongono «turni massacranti» e zero sicurezza. E l’incidente è avvenuto proprio durante le operazioni di manutenzione compiute da una cooperativa i cui operai, secondo le prime ricostruzioni, erano entrati nella cisterna senza mascherina. Insomma, anche per la Saras è difficile parlare di incidente imprevedibile. Eppure, fosse stato per i suoi dirigenti, la pellicola di Mazzotta sarebbe stata sequestrata mesi fa.

Certo, le differenze non mancano. Ad esempio l’impianto della Thyssen, destinato alla chiusura, secondo le denunce degli operai non aveva più squadre anti-incendio - perché erano state smantellate - e disponeva di attrezzature per l’emergenza fatiscenti. Mentre la Saras ha aderito a un protocollo con cui si sottopone a regole di sicurezza più severe di quelle fissate dalla legge. Ciò nonostante, è probabile che anche nel caso della raffineria sarda le attenzioni degli inquirenti si concentrino sugli effetti dei tagli alle spese per la manutenzione. Di certo, da quanto si è capito sinora, non c’è alcun motivo per trattare con regole opposte il rogo della Thyssen e quanto accaduto alla Saras. Quale che sia il metodo usato per discutere dell’uno, calza bene anche all’altro.

Un pensierino va fatto infine alla filiera del petrolio. La cui tecnologia oggi è più pericolosa, inquinante e obsoleta di quella nucleare, e ne abbiamo appena avuto l’ennesima conferma. Ma i tre morti nell’impianto della Saras, per qualche strano motivo, non sono addebitati all’uso che facciamo del petrolio. E invece, fossimo razionali, parlando dei costi e dei benefici del nucleare e delle energie concorrenti, metteremmo sul piatto della bilancia anche il prezzo - vite umane incluse - che paghiamo per esserci legati mani e piedi agli idrocarburi.

© Libero. Pubblicato il 28 maggio 2009.

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domenica, maggio 17, 2009

Il profeta della linea dura ha trovato chi è più duro di lui

di Fausto Carioti

L’immagine del povero Gianni Rinaldini aggredito e gettato già dal palco da quegli stessi operai che voleva arringare merita di passare alla storia. Come il manifestante milanese che nel 1977, gambe piantate a terra, puntava con due mani la pistola contro la polizia, o come Bettino Craxi bersagliato dalle monetine davanti all’hotel Raphael: è un fotogramma che racchiude la metafora di un’epoca, o almeno di un periodo della nostra storia. La morale dell’istantanea scattata ieri appare chiara: per il sindacato che pretende di essere tutto, partito politico e parte negoziale, di difendere i lavoratori italiani e i profughi palestinesi, di scendere in piazza contro la Fiat, contro palazzo Chigi e contro la missione militare americana in Iraq, di colmare il vuoto lasciato dalla scomparsa del Pci e dei partiti che gli sono succeduti, di aizzare la lotta di classe nella speranza di gestirla e farla pesare sul tavolo delle trattative, non c’è più posto. Con la loro intolleranza, i Cobas che ieri hanno fatto volare già dal palco davanti al Lingotto il segretario generale della Fiom gli hanno ricordato quella che un tempo si chiamava «la centralità della questione operaia». Il profeta della linea dura ha trovato qualcuno più duro di lui. E molto più cattivo. 

Nemmeno dopo la strage alle acciaierie Thyssen-Krupp erano volati i pugni. Era il 10 dicembre del 2007, sempre a Torino, in piazza Castello. Allora i 30mila operai incavolati scesi in piazza si erano limitati agli insulti verso Rinaldini e gli altri leader del sindacato: «Buffoni», «Venduti», «Parassiti», «Andate a lavorare». Ieri ci si è spinti laddove neanche gli animi esasperati di allora erano arrivati. Al pari degli altri sindacati, sostengono gli aggressori, la Fiom ha fallito. Si è calata le brache dinanzi alla Fiat. Non da oggi, ma almeno dal 2007, quando avallò il trasferimento (la «deportazione», la chiamano i Cobas) di 316 tute blu da Pomigliano d’Arco a Nola. Prima di Rinaldini ieri se la sono presa con il leader della Fim-Cisl, Giuseppe Farina, al quale hanno dato del «venduto». Dopo hanno attaccato il segretario della Uilm piemontese, Maurizio Peverati, colpito in testa dalla  fibbia di una cintura. Gesti ugualmente vergognosi, ma è inutile negare che le botte e gli insulti riservati a Rinaldini hanno un peso politico maggiore.

Perché l’emiliano Rinaldini è il leader di un sindacato, quello dei metalmeccanici della Cgil, che conta 360mila iscritti e presidia fortezze della mitologia operaia come le presse di Mirafiori. E di lui stesso tutto si può dire tranne che sia uno accomodante, un “riformista”. Al contrario: Rinaldini è un fossile vivente, uno che va ancora in giro a parlare del «salario come variabile indipendente». Uno che ha vinto più di un braccio di ferro con il leader della sua confederazione, Guglielmo Epifani, riuscendo anche a spostare a sinistra l’asse dell’intera Cgil. Aveva promesso «nuove iniziative di lotta» il giorno stesso della sua elezione a segretario della Fiom, il 19 aprile del 2002, ed è stato di parola. Anzi, ha fatto di più: convinto che il Pd e il PdL vogliano «tagliare la sinistra», si è messo in testa lui stesso di dare al suo sindacato «un proprio progetto politico e una propria proposta per la società». Con una “piattaforma programmatica”, come si dice dalle sue parti, che ha spaziato ovunque: dalla questione mediorientale alle proteste pacifiste sino ai temi dell’immigrazione. Sembrava che la politica di Rinaldini fosse quella del “nessun nemico a sinistra”, e invece ieri si è capito che non è così. 

I rischi, per chi parte animato da simili intenzioni, sono sempre gli stessi: perdersi nell’infinitamente grande tanto da smarrire il punto di partenza (è stato Rinaldini, pochi giorni fa, a scrivere con la sua prosa proto-marxiana che compito del sindacato è «rielaborare proposte, obiettivi e necessari conflitti sociali che abbiano sempre un riferimento di carattere globale ed universale») e trovare qualcuno che ha imparato la tua lezione così bene che smania per applicarla sulla tua pelle. Proprio quello che è accaduto a Rinaldini, vittima di una strategia «conflittuale» che sperava di cavalcare, ma che ha finito per travolgerlo.

© Libero. Pubblicato il 17 maggio 2009.

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sabato, maggio 16, 2009

A proposito di Angeli e Demoni

La vita è breve e quindi mi risparmierò la visione dell'ultimo film di Ron Howard. Anche perché ho già dato: anni fa sprecai qualche ora del mio tempo per leggere il libro di Dan Brown (che non è il seguito del "Codice Da Vinci", ma il libro che l'ha preceduto, per giunta scritto assai peggio. La qualità era tale che nessun editore italiano lo aveva tradotto. Solo dopo il successo internazionale del "Codice Da Vinci" fu portato nelle librerie italiane). 

Ne scrissi una recensione di ritorno da Cannes, dove avevo assistito all'anteprima del "Codice Da Vinci" (articolo 1 e articolo 2). La ripubblico qui. Fosse mai che a qualcuno interessa sapere cosa pensa il sottoscritto del libro da cui è tratto il film.
Se pensate che il "Codice" sia anticattolico, aspettate il prossimo film

di Fausto Carioti

Chi pensa che il “Codice Da Vinci” contenga una quantità ineguagliabile di bufale anticristiane aspetti di vedere il prossimo film tratto da un libro di Dan Brown. Visti gli incassi realizzati nel primo week end di programmazione dal “Codice Da Vinci”, la Sony infatti si è detta pronta a tradurre in celluloide anche “Angeli e demoni”, che oltre all’autore condivide con il “Codice” il protagonista Robert Langdon, lo studioso di simbologia liberal e politicamente corretto interpretato da Tom Hanks. “Angeli e Demoni” in realtà è stato scritto tre anni prima del libro più noto di Dan Brown, ma arriverà sul grande schermo - così come è arrivato nelle librerie italiane - solo dopo il successo del “Codice Da Vinci”. Si tratta, in sostanza, di un libro assai più acerbo e mediocre, che ha sfruttato il traino del più fortunato fratello maggiore.

Le due storie, però, hanno in comune gli stessi temi, primo tra tutti il forte pregiudizio anticattolico di chi le ha scritte. Anche nel caso di “Angeli e Demoni” Dan Brown ha puntellato le sue teorie con un numero elevatissimo di inesattezze, funzionali a convincere il lettore che la religione cattolica è un’enorme mistificazione e che la Chiesa romana è qualcosa di molto simile a un’associazione a delinquere. Premesso che c’è solo l’imbarazzo della scelta, la panzana più grossa è quella che l’autore mette in bocca a Langdon durante uno dei tanti concioni relativisti che il professore tiene ai suoi studenti. Nell’intento di dimostrare che l’iconografia e i rituali cristiani furono copiati dai culti precedenti, l’eminente studioso spiega che «la pratica di “mangiare dio”, ovvero la Comunione, fu presa in prestito dagli Aztechi». Chiunque abbia una cultura di livello elementare (non pare essere il caso di Dan Brown) si rende conto che un tale “prestito” sarebbe stato impossibile, dal momento che le Americhe furono scoperte un millennio e mezzo dopo che i cristiani avevano iniziato a consacrare l’ostia. Ma i poveri allievi di Langdon non battono ciglio, e continuano a prendere appunti.

Errori a ripetizione, poi, nel meccanismo con il quale Dan Brown fa eleggere il papa, attorno al quale ruota l’intera storia. Non è vero, infatti, che il pontefice può essere eletto solo tra i cardinali, né è vero che l’elezione se la giocano quattro di loro, i “prescelti”. Si commenta da sola, poi, la “notizia” per cui Giovanni Paolo I fu ucciso dalla loggia massonica P2. Non è invece un errore, ma un riflesso dell’atteggiamento dell’autore verso la Chiesa, il fatto che nel libro Dan Brown attribuisca al papa appena defunto un figlio, ottenuto con l’inseminazione artificiale. Come nel “Codice Da Vinci”, poi, anche qui non mancano sacerdoti preoccupati più di ammazzare il prossimo che di salvargli l’anima.

Bocciata in religione, l’accoppiata Dan Brown-Robert Langdon esce con le ossa rotte pure dall’esame di scienza. La controversia tra Galileo Galilei e la Chiesa Langdon la ricorda così: «I guai giudiziari di Galileo iniziarono quando disse che l’orbita dei pianeti era ellittica. Il Vaticano esaltava la perfezione del cerchio e insisteva che il moto degli astri poteva essere solo circolare». Tutto sbagliato: Galileo fu processato per aver sostenuto che era la Terra a girare attorno al Sole, e non viceversa. La questione della eccentricità delle orbite farà parte, semmai, della teoria di Keplero. Sbagliate pure le nozioni sull’antimateria contenute nel libro: Dan Brown scrive che il protone è l’antiparticella dell’elettrone, che invece si chiama positrone.

Infine (si fa per dire: ci vorrebbe un altro libro per elencare tutti gli strafalcioni), le traduzioni. Nella versione originale di “Angeli e Demoni”, ovviamente in inglese, sacerdoti e guardie vaticane bofonchiano una lingua che dovrebbe essere italiano, ma che con lo Zingarelli non ha nulla a che vedere. Col risultato che la fronte del lettore si aggrotta non per venire a capo degli enigmi della trama, ma per dare un senso a frasi il cui significato è avvolto nel mistero, come «Spazzare di cappella» e «Probasti il museo?».

© Libero. Pubblicato il 24 maggio 2006.
Gli interessati agli aspetti culturali (si fa per dire) del film possono leggere anche Is Ron Howard Afraid of Offending Muslims?, su Pajamas Media.

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venerdì, maggio 15, 2009

Negli Usa di Obama i "pro life" sono la maggioranza


A conferma del fatto che l'elezione di Barack Obama non significa che gli elettori americani sono diventati improvvisamente liberal, arriva l'ultimo sondaggio Gallup. Per la prima volta dal 1995, ovvero da quando il più famoso istituto demoscopico americano ha iniziato a porre la domanda su qual è l'atteggiamento dell'intervistato nei confronti dell'aborto, gli americani che si identificano come "pro life" superano i "pro choice" e diventano la maggioranza assoluta: il 51%. Mentre quelli che si identificano come "pro choice" sono il 42%: rispetto a un anno fa, le percentuali si sono praticamente ribaltate. Fosse accaduto ai tempi di George W. Bush, ci avrebbero detto che era il risultato degli influssi oscurantisti emanati dalla Casa Bianca e dalla Spectre Teocon.

L'intero sondaggio è consultabile qui.

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Il proseguimento del discorso di Ratisbona

Puntuale, il teologo Samir Khalil Samir spiega il significato del pellegrinaggio di Benedetto XVI in Terra Santa con termini chiari e senza giaculatorie. In particolare si sofferma sul discorso tenuto dal papa nell'occasione della benedizione della prima pietra dell'università di Madaba, in Giordania.
Alcuni anni fa studiosi arabi hanno fatto un’analisi della situazione della conoscenza scientifica nel mondo arabo e hanno scritto un rapporto catastrofico: dalla scuola elementare all’università, tutti si chiedono quale sia il contributo del mondo arabo alla conoscenza universale e ci accorgiamo che esso è inesistente. Più recentemente, il 3 marzo scorso, il giornalista algerino Anwar Malek, sulla tv Al-Jazeera, ha fustigato gli Arabi per non aver contribuito in nessun modo al progresso in questo secolo.

Siamo davvero regrediti dal punto di vista scientifico. E nel campo religioso, siamo soffocati da una religione formalista, sempre più comandata dall’esterno, attenta all’apparenza (portare il velo, la barba, il burqa, o il Niqab), a tutte le infinite regole che gli imam danno con le loro fatwa. Ormai su tutti i più piccoli aspetti della vita sociale e privata si emettono delle fatwa: è vietato usare il rossetto; depilarsi le sopracciglia; mangiare con un cristiano; vivere insieme fra sciiti e sunniti… Decine e decine di fatwa sono emesse sul vestire, sul modo di fare l’amore fra marito e moglie, sui rapporti economici… Tutto questo sta soffocando la libertà e si manifesta con l’assenza di scienza, democrazia e libertà.

Il discorso semplice, umile e coraggioso del papa, dà il benvenuto alla scienza, allo spirito critico, alla libertà, domandando a tutti di cercare quello che è bello, nobile e giusto. Allo stesso tempo, egli proclama il diritto di manifestare la fede, spingendo il mondo non religioso a trovare dei fondamenti etici. Per me questo messaggio di Benedetto XVI è un prolungamento del discorso di Regensburg sul rapporto fra fede e ragione. Lì, egli aveva sviluppato il tema in ambiente cristiano e occidentale; qui lo ha ampliato in un ambiente musulmano.
Il testo integrale dell'articolo lo si può leggere su Asianews.

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giovedì, maggio 14, 2009

Scontro tra Brunetta e Tremonti

di Fausto Carioti

Renato Brunetta è pronto a dimettersi. «Ho messo a disposizione il mio mandato, in questo momento non so se sono ancora ministro», dice il responsabile della Pubblica amministrazione. Non fa nomi, ma la polemica è con il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. Anche se il vero destinatario dello sfogo, ovviamente, è Silvio Berlusconi. Il motivo del contendere è politico: ci sono «resistenze» al decreto legislativo che dovrà attuare la riforma della pubblica amministrazione, il provvedimento al quale Brunetta tiene di più. E queste «resistenze», ha detto ieri Brunetta a Fiuggi, al congresso dei dipendenti pubblici della Cisl, «non arrivano dal sindacato, ma dall’interno del mio governo». Due, in particolare, le novità su cui Tremonti si è messo di traverso. La prima, più importante, è l’autorità che dovrà valutare l’efficienza dei dipendenti statali. La seconda è l’introduzione della “class action” nella pubblica amministrazione.

Un passo indietro. Il 15 marzo il Parlamento ha approvato la legge che dà al governo la delega per introdurre «efficienza e trasparenza» nella pubblica amministrazione. Ora questa legge, per diventare operativa, ha bisogno dell’approvazione del decreto legislativo. Il testo è stato approvato in via preliminare dal consiglio dei ministri l’8 maggio e dovrà fare il giro delle sette chiese (Conferenza unificata per la valutazione da parte di Regioni ed enti locali, Cnel, commissioni parlamentari) prima di tornare a palazzo Chigi per l’approvazione definitiva. Brunetta, nei giorni scorsi, ha posto un ultimatum: «O si chiude entro sessanta giorni o io me ne vado». Con chi ce l’aveva, lo ha fatto capire ieri.

Già esaminando il decreto una settimana fa, infatti, Tremonti si era detto perplesso. E in questi giorni ha fatto sapere che non intende dare la sua approvazione al provvedimento. Almeno non così come lo ha scritto Brunetta. Al momento, il controllo economico sull’amministrazione pubblica e la gestione del personale ricade sotto il ministero di Tremonti (quello di Brunetta è un dicastero senza portafoglio, collocato sotto l’ombrello di palazzo Chigi). Ma nel momento in cui dovesse diventare operativa l’«Autorità indipendente per la valutazione dell’efficienza delle procedure» voluta da Brunetta (composta da cinque esperti proposti dal ministero per la Pubblica amministrazione e da quello per l’Attuazione del programma), le leve che comandano la burocrazia si sposterebbero verso Palazzo Chigi. Anche perché la nuova authority dovrà dettare i criteri per stilare l’elenco dei “buoni” (il 25% dei dipendenti pubblici che avranno il massimo del premio di produttività), dei “discreti” (il 50% dei travet con meriti inferiori, che riceveranno metà del premio) e dei “cattivi” (quelli che resteranno a bocca asciutta). Insomma, il potere vero sarà lì.

Gianni Letta concorda sull’esigenza di riportare sotto la presidenza del consiglio il controllo della pubblica amministrazione. Del resto, quando il ministro Claudio Scajola si è scontrato con Tremonti sulla gestione del fondo da 9 miliardi per l’economia reale, Letta ne ha approfittato per portare quei soldi sotto la gestione di palazzo Chigi. E sempre Letta, in vista del G8, ha creato uno staff di giovani economisti, posto alle dipendenze dirette della presidenza del consiglio, il cui compito non ufficiale è proprio quello di ripassare le bucce al ministero dell’Economia.

Il resto delle perplessità di Tremonti sono legate alla “class action” disegnata da Brunetta, che prevede non il risarcimento del danno causato dai disservizi degli uffici pubblici, ma il ripristino di un servizio efficiente. Il rischio politico, qui, è che la “class action” del settore statale faccia da battistrada per qualcosa di analogo, e magari più rigoroso, nel privato. E si sa che il governo intende andare molto cauto sull’argomento. La questione, però, non sembra essere decisiva, e con ogni probabilità è usata da Tremonti per allargare il fronte con Brunetta. Le stesse aziende private, del resto, avevano fatto una forte azione di lobbying nei confronti del ministro, ma alla fine avevano accettato il testo.

Per Tremonti inizia così un nuovo braccio di ferro, dopo quello con lo stesso Berlusconi, poco entusiasta per la risicata copertura economica messa a disposizione dal ministro per la ricostruzione dell’Abruzzo. E tutto questo negli stessi giorni in cui Giuseppe Vegas, fedelissimo del Cavaliere, è diventato, quasi a sorpresa, viceministro dell’Economia. Le spalle di Tremonti sono larghe, ma Brunetta non è tipo da cedere sulla sua riforma più importante. Molto dipenderà dalla voglia di mediazione del Cavaliere. Il fatto che ieri Berlusconi abbia detto che tra lui e Tremonti c’è «totale sintonia» può tranquillizzare il superministro, ma - visti i precedenti - fino a un certo punto.

© Libero. Pubblicato il 14 maggio 2009.

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mercoledì, maggio 13, 2009

Tappetini rossi

Tra la blogger cubana maltrattata dal regime dei fratelli Castro e i dittatori cubani, indovinate un po' con chi si schiera, e chi ricopre di accuse, il noto giornalista.

PS. Indizio: il noto giornalista è Gianni Minà.

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Indovina chi ha firmato l'accordo con la Libia

di Fausto Carioti

Gianfranco Fini chiede al governo di «garantire il diritto d’asilo» agli immigrati provenienti dalla Libia. Avvalorato in qualche modo dal presidente della Camera, il ritratto di un’Italia berlusconiana percorsa da egoismi e pulsioni xenofobe torna comodo alle esigenze di una sinistra che, per usare le parole dell’ex ministro Giovanna Melandri, si professa «multietnica, pluralista e libera», cioè intenzionata a far convivere in gioiosa armonia le diverse culture degli immigrati di mezzo mondo. Eppure l’Italia, anche in questo inizio di legislatura, si è confermata uno dei Paesi europei più generosi nella concessione dello status di rifugiato e nel garantire protezione agli immigrati. Nel 2008 hanno ottenuto la tutela dello Stato italiano 10.849 nuovi stranieri. In questo scorcio del 2009 è toccato ad altri 3.579. Il risultato è che oggi l’Italia ospita oltre 52mila rifugiati: pur essendo un paese di recente immigrazione, occupa già la sesta posizione tra i ventisette Paesi dell’Unione europea.

Il governo Berlusconi, sino ad oggi, ha confermato l’andazzo degli ultimi anni. Nel 2008 le commissioni territoriali del Viminale hanno esaminato 21.933 domande d’asilo presentate da altrettanti immigrati. Lo status di rifugiato è stato concesso a 1.695 persone, mentre altri 9.154 hanno ottenuto la protezione sussidiaria o quella umanitaria. Queste prevedono l’assegnazione di un permesso di soggiorno rinnovabile e sono garantite a individui originari di Paesi in guerra e a chi proviene da zone colpite da catastrofi naturali. Una domanda su due, insomma, è stata in qualche modo accolta. Numeri simili a quelli che si registrarono nel 2007 e che si osservano nei primi quattro mesi del 2009, quando hanno ottenuto protezione il 37,3% dei richiedenti. La percentuale delle domande accolte è da primi posti in Europa: lo scorso anno hanno avuto lo status di rifugiato vero e proprio l’8% di coloro che l’hanno richiesto. Una quota che pone l’Italia in cima alla classifica assieme alla Francia, e che si distanzia di molto da quella di altri Paesi affacciati sul Mediterraneo: la Grecia, ad esempio, accoglie meno dell’1% delle domande di asilo.

La novità di questi giorni è che inizia ad essere applicato l’accordo che prevede il pattugliamento delle acque tra Italia e Libia, con conseguente respingimento dei barconi carichi di immigrati. Un accordo infame raggiunto sulla pelle dei disperati dal ministro leghista Roberto Maroni, come vuole far credere l’opposizione? Al contrario: un’intesa firmata nel dicembre del 2007 da uno dei fondatori del Pd, Giuliano Amato. Il cui scopo, assicurò l’allora ministro dell’Interno, era quello di «salvare molte vite umane sgominando le bande criminali che gestiscono simili traffici». Questo, per inciso, giustifica in parte gli imbarazzi all’interno del Partito democratico, dove il segretario Dario Franceschini chiede al centrodestra di accogliere i barconi, mentre Francesco Rutelli, membro di quel governo che siglò l’accordo con Tripoli, condivide il trattamento riservato ai clandestini.

Se le critiche di Fini si spiegano con la ricerca di uno spazio politico nel PdL al di fuori dell’ingombrantissima presenza berlusconiana (piaccia o meno, è un’operazione che a Fini sta riuscendo bene) e se le accuse di Franceschini sono motivate dalla disperata ricerca di un qualunque appiglio elettorale, l’atteggiamento degli organismi internazionali trova spiegazione solo nella loro inutilità. L’intesa del 2007 prevedeva che l’Unione europea collaborasse al controllo delle frontiere marittime libiche. Ma l’Italia, come si è visto, è stata lasciata sola. Quanto alle Nazioni Unite, hanno un gruppo di funzionari in Libia, incaricati di “osservare” come viene gestito il fenomeno dell’immigrazione. Ennesimo lavoro inutile pagato dai contribuenti internazionali. Eppure, se volessero, gli “osservatori” riuscirebbero con facilità ad aiutare gli immigrati e i Paesi che finanziano l’Onu: ad esempio istituendo in terra libica un primo controllo delle richieste di chi chiede all’Italia e agli altri Paesi europei di essere accolto come rifugiato. Questo, oltre a facilitare il compito di chi deve pattugliare le acque internazionali, garantirebbe maggiori possibilità di accoglienza a chi la merita davvero.

Ma le Nazioni Unite non hanno alcuna voglia di prendersi una simile rogna. Molto più facile accusare le democrazie come l’Italia che impelagarsi nelle vicende dei dittatori e dei signori della guerra africani. Molti dei quali, peraltro, hanno piazzato i loro rappresentanti all’interno degli organismi Onu incaricati di vigilare sul rispetto dei diritti umani. Prendere sul serio un simile pulpito è un lusso che può permettersi solo Franceschini.

© Libero. Pubblicato il 13 maggio 2009.

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giovedì, maggio 07, 2009

Obama bombarda come e più di Bush. Ma stavolta la sinistra sta zitta

di Fausto Carioti

Se la sinistra italiana è regredita all’età infantile e l’unico argomento di cui riesce a parlare è «papi», la colpa non è solo di Silvio Berlusconi. Il premier ha fatto tutto quello che ha potuto per rimbecillire i suoi avversari, ma è arrivato sino a un certo punto. Il resto lo ha realizzato - senza fare nulla: basta la sua presenza - il presidente statunitense Barack Obama. Dopo otto anni passati a sbraitare contro la “sporca guerra” di George W. Bush, a contare una per una le vittime militari e civili delle campagne belliche americane, a chiedere il ritiro dei soldati italiani da tutte le missioni volute dalla Casa Bianca, i compagni con la bandiera arcobaleno adesso assistono con l’elettroencefalogramma piatto alle stragi compiute da quegli stessi soldati. Mentre i tantissimi parlamentari del Pd che, pur senza accodarsi a Gino Strada, giudicavano «scellerate» le scelte militari di Bush, ora che alla Casa Bianca comanda un presidente democratico fanno a gara a chi imita meglio le tre scimmiette. E i cadaveri rimasti sul terreno, all’improvviso, non puzzano più di guerra di civiltà, né meritano di diventare pretesto per una polemica politica.

Ieri, ad esempio, la Croce Rossa internazionale ha comunicato che un raid aereo americano nell’ovest dell’Afghanistan, nella provincia di Farah, ha fatto oltre un centinaio di morti, la maggior parte dei quali donne e bambini, a quanto pare usati come scudi umani dai valorosi mujaheddin talebani. Un intero villaggio è stato così trasformato in un cimitero. Il segretario di Stato americano, Hillary Clinton, si è detto «profondamente rammaricato» per la strage. Niente di nuovo: cose simili succedevano con la passata amministrazione repubblicana e continuano ad accadere oggi. Ma se fosse accaduto qualche mese fa, il bombardamento sarebbe stato chiamato «omicidio di massa» e il presidente americano sarebbe stato accusato di incompetenza dai più gentili e paragonato a Hitler da tutti gli altri. Ieri, invece, silenzio. Per il Pd ha mandato il suo comunicatino stampa Piero Fassino, responsabile esteri del partito, chiedendo una «verifica sulle modalità della presenza internazionale in Afghanistan». Una interrogazione di due senatori chiede poi di «intervenire con iniziative nel quadro delle alleanze». Tutta roba che non vuol dire niente, e infatti al dipartimento di Stato americano va benissimo così. Gli altri, tutti zitti. Dal suo punto di vista è difficile dare torto all’extraparlamentare Cesare Salvi, di Sinistra democratica, che definisce «singolare e preoccupante che i partiti rappresentati in parlamento mostrino assoluta indifferenza per la drammatica situazione dell’Afghanistan».

A sinistra, questa indifferenza si spiega col fatto che l’attuale offensiva in Afghanistan porta la firma del loro nuovo idolo. È stato Obama, poche settimane fa, ad annunciare che il suo principale obiettivo militare è «smantellare e sconfiggere Al Qaeda in Afghanistan e in Pakistan», poiché Osama Bin Laden «sta pianificando nuovi attentati terroristici da quelle parti» (sembra Bush, nevvero?). Lui ha chiesto agli alleati cinquemila uomini in più per fronteggiare i talebani. Lui ha deciso di intensificare gli attacchi aerei e di rafforzare i posti di blocco: procedure che comportano inevitabili “danni collaterali”, come l’uccisione della ragazzina afghana ad Herat per mano dei soldati italiani e i bombardamenti di civili. La responsabilità politica, insomma, è chiara.

È lo stesso Obama che ha garantito l’impunità agli agenti della Cia accusati di aver torturato i loro prigionieri e ha confermato la pratica delle «extraordinary renditions», ovvero i rapimenti, in paesi stranieri, di nemici degli Stati Uniti, che vengono poi interrogati in carceri segrete dagli agenti dell’antiterrorismo. Ed è sempre Obama che - proprio come aveva fatto Bush - nega il diritto all’habeas corpus ai detenuti nella base aerea di Bagram, in Afghanistan, confronto alla quale il carcere di Guantanamo è una casa di vetro. Proprio Guantanamo, del resto, per decisione del presidente resterà aperta almeno per tutto l’anno in corso, e i suoi detenuti saranno processati lì, lontani dalle garanzie concesse dal sistema giudiziario americano. Tutte pratiche che sino a pochi mesi fa facevano ribollire la coscienza civile della sinistra italiana, e che oggi, chissà perché, passano sotto silenzio, degradate al rango di non-notizie. Eventi imbarazzanti dei quali è meglio non parlare, per concentrarsi su temi politicamente più pregnanti. Tipo l’uso di Photoshop sulle foto della festa di Noemi o lo smalto sulle unghie di Jessica.

© Libero. Pubblicato il 7 maggio 2009.

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domenica, maggio 03, 2009

Il piano di Berlusconi per fare fuori la Lega

di Fausto Carioti

«Se non ora, quando?». È il ragionamento in voga in questi giorni a palazzo Grazioli. Se non ora, quando si andrà allo scontro finale con la Lega? Quando si ripresenterà un’occasione simile per regolare i conti con l’ultimo alleato-avversario rimasto al PdL? Forse mai, di sicuro non con un Cavaliere così forte nei sondaggi (la rilevazione Ipsos per il Sole-24 Ore diffusa ieri dà il PdL al 40%) e con il principale partito d’opposizione che, invece di remargli contro, pare persino intenzionato ad aiutarlo. Tutta colpa (o merito) del referendum voluto da Mario Segni e Giovanni Guzzetta. Silvio Berlusconi sinora ha fatto poco o nulla per sostenerlo. Si è limitato a mandare in avanscoperta alcuni dei suoi, che due anni furono tra i primi a firmare la richiesta per chiedere di modificare la legge elettorale, assegnando la maggioranza dei seggi non più alla coalizione vincente, ma al singolo partito che ottiene più voti. Il risultato è che, se vincessero i referendari, al PdL basterebbe confermarsi primo partito per controllare il Parlamento. La Lega, che pure viaggia con il vento in poppa (il sondaggio Ipsos la dà al 10,3%), diventerebbe marginale. Berlusconi ci sta pensando su. E in lui cresce la tentazione di battersi per il referendum, vincerlo e mettersi così in condizione di avere la maggioranza assoluta dei seggi di Camera e Senato. Per poi, nella prossima legislatura (magari raggiunta attraverso elezioni anticipate) puntare sul Quirinale, se possibile dopo aver dato una ritoccatina alla Costituzione. Il Carroccio, che vede il referendum come una minaccia alla sua esistenza, ha buoni motivi per preoccuparsi.

Un primo passo Berlusconi l’ha già fatto. Ha annunciato che il 21 giugno andrà al seggio per votare «sì», proprio perché «il referendum dà un premio di maggioranza al partito più forte» e lui sarebbe masochista a non approfittarne. Non siamo ancora, però, ai preparativi di guerra veri e propri. Una battaglia per il referendum prevede rischi politici ingenti: se il premier e i suoi ci mettono la faccia sul serio e poi il quorum non viene raggiunto (il vero nemico è quello), l’immagine del Berlusconi che vince ogni sfida sarebbe rovinata e la Lega alzerebbe le sue pretese per le candidature alle regionali del 2010.

Si fosse votato il referendum il 7 giugno, giorno delle elezioni europee, il problema non si sarebbe posto, perché la maggioranza degli elettori sarebbe di sicuro andata ai seggi. Ma la Lega, con il ministro dell’Interno Roberto Maroni, è riuscita a impedirlo. Il 21 giugno è una data difficile, ma non impossibile. Quel giorno si voterà il secondo turno delle elezioni amministrative. In tutto andranno alle urne 63 province, incluse quelle di grandi città come Milano, Torino, Bologna, Venezia, Napoli e Bari, oltre a circa quattromila comuni. Prevedendo che la metà delle sfide provinciali finisca al ballottaggio, il referendum partirebbe con un minimo di elettori garantiti pari a circa il 20-25%. Qualcun altro potrebbe votarlo perché convinto da Franceschini, ma nel PdL non prevedono che il suo appello abbia grandi effetti. Il resto, quindi, dovrebbe portarlo alle urne il premier.

Un compito proibitivo? Per chiunque altro sì, ma non per lui. Osvaldo Napoli, vicecapogruppo del PdL e uomo abituato a tastare il polso al territorio, non ha dubbi: «Berlusconi oggi ha un consenso al di là di ogni previsione e, se le elezioni europee dovessero andare come si presume, è possibile che il giorno dopo voglia mettere il piede sull’acceleratore e puntare dritto verso il referendum. In questo caso il quorum sarebbe raggiunto di sicuro». Sul nesso tra risultato delle europee e impegno referendario concordano un po’ tutti. Lucio Malan, segretario di presidenza del Senato e responsabile per anni della propaganda berlusconiana, spiega che, «anche per non creare confusione, l’informazione vera sul referendum partirà dopo il 7 giugno. Berlusconi ha avuto governi stabili con due leggi elettorali diverse. Stavolta potrebbe essere il risultato delle europee a creare le condizioni per un’ulteriore semplificazione del quadro elettorale». Insomma, se il PdL dovesse davvero stravincere le europee, il Cavaliere sarebbe quasi obbligato a tentare il blitz due settimane dopo.

A quel punto il conflitto con la Lega diventerebbe insanabile. Gli uomini di Umberto Bossi hanno già annunciato ripercussioni sul governo. Anche per questo Fabrizio Cicchitto, capogruppo del PdL alla Camera, e Gaetano Quagliariello, vicecapogruppo al Senato, stanno consigliando al Cavaliere di non tirare troppo la corda. I due, per inciso, debbono pure fare i conti con i loro parlamentari, che intravedono i primi segnali di possibili elezioni anticipate e non ne vogliono sentire parlare, poiché temono che molti di loro non sarebbero ricandidati.

Il partito dei falchi, però, è convinto che le armi del Carroccio siano spuntate. Se anche i leghisti facessero cadere l’esecutivo, infatti, una volta vinto il referendum il PdL potrebbe tornare al voto senza alleati avendo altissime probabilità di ottenere la maggioranza assoluta dei parlamentari. Certo, la rottura dell’alleanza tra PdL e Lega potrebbe ripercuotersi sulle giunte locali. Ma per il Carroccio sarebbe un’arma a doppio taglio, capace di far fuori anche molti dei suoi amministratori. Del resto, è anche per risolvere i problemi locali che nel PdL si sta pensando alla prova di forza. Come spiega uno degli uomini vicini al Cavaliere, «la partita per le regionali del 2010 è già iniziata. La Lega ci chiederà molto, più di quanto potremo dare. E il momento in cui si decidono i rapporti di potere tra noi e loro è questo».

In questo contesto, le parole dello spin doctor e deputato berlusconiano Giorgio Stracquadanio hanno il sapore di un aut-aut: «Sta anche a Bossi decidere quale può essere lo sviluppo dei rapporti con il PdL. Se comincia a ragionare sull’ipotesi di un legame simile a quello che unisce la Csu bavarese alla Cdu tedesca non è detto che il voto del referendum debba essere una resa dei conti tra noi e loro. Ma se la Lega continua a non considerare strategica la sua collocazione nel centrodestra e insiste con il suo atteggiamento opportunistico, allora saranno stati loro a cercare lo scontro».

© Libero. Pubblicato il 3 maggio 2009.

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venerdì, maggio 01, 2009

Il leader giusto per il Pd


di Fausto Carioti

Masticassero politica, invece di masticare sempre e solo bile, quelli del Pd si recherebbero davvero in delegazione alla villa di Macherio per offrire a Veronica Lario la leadership del loro partito. E «la signora», come la chiama il marito, farebbe bene ad accettare, visto che si tratterebbe di una semplice ufficializzazione del ruolo che già ricopre. La qualifica di leader morale dell’opposizione lei se l’è guadagnata sul campo. Un po’ per bravura e personalità (è l’unico essere umano in grado di imporsi su Silvio Berlusconi, come dimostra lo sbianchettamento notturno delle candidature per le europee). Un po’ per mancanza di alternative, causa morte politica - e in certi casi pure cerebrale - di ogni altro possibile leader della sinistra. Fu proprio Walter Veltroni a lanciarla per primo. «È “open minded”, è curiosa e ha una grande autonomia intellettuale. Ha una personalità di primissimo piano» disse di lei, invitandola a dare «un suo contributo» al Paese. E questa candidatura, ovviamente, bastò a stroncare ogni possibile ambizione politica della Lario. Ora che la testa di Veltroni è appesa nel salone dei trofei del marito, il discorso può ricominciare. E, per quanto possano cercare nomi migliori del suo, Massimo D’Alema e compagni non ne troveranno.

Intanto puntare su una donna, per una sinistra che tiene alle pari opportunità, alle quote rosa e a robe simili, ha un valore in sé. Scegliendola come leader e candidandola a premier, dimostrerebbero a se stessi e al mondo di aver accantonato sul serio ogni pregiudizio sessista. È anche una donna di una bellezza rassicurante, il che in politica non guasta, nemmeno a sinistra.

Certo, per fare il leader di un grande partito non basta l’aspetto. Ci vogliono le idee, che a sinistra dovrebbero essere laiche e progressiste. Ma è proprio qui che la signora dà il meglio di sé. Lo si è visto anche di recente, con il caso di Beppino Englaro, il padre di Eluana: «È stato linciato. Non doveva essere permessa una cosa del genere», ha detto la moglie del premier. Una posizione molto più chiara e virile, per dire, di quella assunta da Dario Franceschini e da tre quarti dello stato maggiore del Pd. Niente di nuovo: di recente si era espressa in favore del testamento biologico e nel giugno del 2005, quando si erano svolti i referendum per abrogare parte della legge 40 sulla fecondazione assistita, lei aveva respinto la richiesta del Vaticano di non andare a votare e si era presentata alle urne per mettere la croce sul “sì”. «Se da noi certe tecniche fossero proibite si andrebbe all’estero», aveva spiegato.

Due anni prima, quando no-global e pacifisti erano scesi in piazza contro la guerra americana in Iraq, lei li aveva difesi a spada tratta in un articolo apparso su Micromega, la bibbia dell’antiberlusconismo viscerale: «Non si possono criminalizzare i pacifisti. In un momento come questo la sola cosa che non possiamo permetterci è l’inconsapevolezza, il sonno». Nella stessa occasione si schierò in favore del fisco e dello stato sociale: «La gente paga volentieri le tasse se il sacrificio le consente di avere un’assistenza sanitaria garantita». Capito? Altro che giustificare l’evasione fiscale, come fa quel birbante del marito.

E la questione settentrionale, il grande nervo scoperto della sinistra italiana? Anche qui, Veronica ha le idee chiare: «C’è un Nord che vuole rompere gli argini e bisogna gestire le richieste della Lega senza guardare con folclore ai suoi rappresentanti», ha detto alla Stampa. Certo, il suo non sarà ancora un programma politico completo, ma se paragonato a quello di Franceschini sembra comunque scritto da François Mitterrand.

Veronica Lario è anche adatta a rappresentare una sinistra moderna, capace di un rapporto evoluto con il capitalismo. Durante il suo matrimonio con il Cavaliere, infatti, non solo ha dimostrato di non demonizzare il profitto e il denaro, ma si è rivelata capace di conviverci benissimo, riuscendo persino ad apprezzarne i vantaggi. E poi per un partito in perenne crisi finanziaria poter contare su un leader simile, magari reduce da un favoloso divorzio, sarebbe una manna (per non parlare del gusto che avrebbero quelli del Pd nel ripianare i loro debiti con i soldi del Berlusca). Sarebbe un leader moderno, dunque, ma anche antiberlusconiano, visto che nessuno come lei è incavolato con lui: ciò che ha detto delle ultime gesta del premier non lo si è sentito pronunciare manco dalla bocca di Antonio Di Pietro. E in un confronto televisivo non ci sarebbe storia, dal momento che lei è l’ultima persona con cui Berlusconi vorrebbe discutere in pubblico.

Infine la signora è la degna rappresentante della sinistra italiana perché, al pari di essa, è piena di snobismo antropologico verso i nuovi famosi creati dalla televisione. Per lei, sincera democratica, veline, troniste e soubrette sono «ciarpame» indegno di fare politica. Gli intellettuali della rive gauche de noantri non avrebbero saputo dirlo meglio (anche perché la nostra sembra avere appreso dal marito l’uso efficace delle parole, altra qualità che la distanzia dai loffi leader della sinistra).

Niente di strano che i giornali dell’opposizione adesso sbavino per lei più di quanto fece il marito, ventinove anni fa, vedendola a seno nudo sul palco del teatro Manzoni. «I sogni di Silvio finiscono sul ciarpame di Veronica», titolava ieri trionfante Europa, quotidiano della Margherita, che dipinge un «Berlusconi nei guai», tre parole che non venivano scritte in quest’ordine da qualche anno. Mentre Repubblica, che ha abbandonato da tempo ogni speranza di resuscitare il Pd, l’ha eletta emblema dell’ultima resistenza possibile: «Alla vigilia di un regime conclamato, qualcuno ci ricorda ancora che esiste la dignità. La sua, di donna, moglie e madre. La nostra di cittadini». Allons enfants de la Patrie, allora. Del resto, anche la Libertà che guida il popolo impugnando la bandiera della rivoluzione fu ritratta da Eugène Delacroix con le sue belle tette al vento.

© Libero. Pubblicato il 1 maggio 2009.

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