sabato, giugno 20, 2009

Piuttosto che lasciare il tavolo, Berlusconi lo fa saltare

di Fausto Carioti

«Ma che male c’è?». La risposta che Silvio Berlusconi riserva a chi gli elenca i rischi legati all’andirivieni di ragazze, accompagnatori e gente più o meno raccomandabile nella sua casa di Roma e nella sua villa in Sardegna la dice lunga. Sia sulla buona fede del Cavaliere, convinto di non aver commesso nulla di male e arroccato sul principio che nessuno può essere giudicato perché ama circondarsi di bella gioventù. Sia sulla sua ingenuità. Ed è questa a preoccupare davvero chi gli sta vicino. Perché nessuno può garantire sulle intenzioni di ognuno delle migliaia di personaggi che si sono presentati nelle sue dimore (Cosa c’era dentro quelle borsette? Quanti avevano un registratore o una macchina fotografica, magari incorporata in un cellulare? E se qualcuno, magari da una villa vicina, avesse portato con sé della droga? E se droga e macchina fotografica fossero stati fatti entrare apposta per incastrare il premier? Sono solo alcune delle domande che in queste ore girano nelle teste dei Berlusconi Boys). E poi perché di mezzo non c’è solo il profilo penale, ma anche quella immagine di statista che il premier nei mesi scorsi si era faticosamente conquistato e che adesso sembra un ricordo.

Normale che in questi momenti chi non ha l’incoscienza guascona di Berlusconi né i nervi gelidi di Gianni Letta si faccia prendere dal dubbio. I cuori di leone nella scena politica italiana si sono sempre contati sulla punta delle dita e il giro dei consiglieri del premier non fa eccezione. A microfoni spenti è facile incontrare il fedelissimo che azzarda paragoni nefasti evocando il crollo politico di Bettino Craxi e le disavventure di Giovanni Leone, costretto a dimettersi in seguito a una campagna diffamatoria poi rivelatasi infondata. Insomma, il morale è basso e le prime defezioni non contribuiscono ad alzarlo. Le perplessità di Giuliano Ferrara sul Foglio di giovedì hanno lasciato il segno. L’Elefantino non è tipo da tirarsi indietro quando il gioco si fa duro, e se scrive che il premier «non può comportarsi come un deputato di provincia preso con le mani nel vaso della marmellata» non è per timore della pugna, ma perché si è accorto che stavolta qualcosa potrebbe finire male sul serio. Stessa sensazione che si ha dalla lettura di Avvenire, il quotidiano della conferenza episcopale, che ieri ha recapitato a palazzo Chigi un messaggio chiaro: «L’efficienza dell’azione di governo» non può «fare premio, sempre e comunque, sui comportamenti privati».

Anche con i finiani qualcosa sta cambiando. Sino a qualche giorno fa spiegavano che avrebbero difeso Berlusconi sino alla fine. Se non altro perché farlo arrivare al termine della legislatura in sella, ma malridotto, a tanti di loro non dispiacerebbe, visto che a guadagnarci sarebbe proprio Fini. Il quale un bel po’ è cresciuto di suo, un po’ acquista ulteriore peso istituzionale grazie all’inevitabile confronto col Cavaliere invischiato nelle cronache rosa. Adesso, però, tra gli uomini del presidente della Camera qualcuno inizia a porre condizioni. Come il politologo Alessandro Campi, che invita Berlusconi a «chiedere scusa per aprire una pagina nuova». Cosa che non potrà accadere, perché Berlusconi è convinto di non avere nulla di cui scusarsi. Il gruppo dei parlamentari finiani, comunque, pur senza sprecarsi nella difesa del premier, non abbandona la trincea. «Capisco il disagio», dice il deputato Marcello De Angelis, «ma non mi sembra politicamente saggio, in questo momento, complicare ulteriormente la vita a Berlusconi».

Quelli del Pd, intanto, provano ad arrangiarsi come possono. Il polverone alzato dalle vicende che riguardano il presidente del Consiglio è servito a far passare in secondo piano i guai giudiziari del centrosinistra in terra di Puglia, ma si tratta di un vantaggio destinato a durare poco. Massimo D’Alema cerca di aprire un dialogo con Fini. Il tentativo di aprire una breccia nel PdL è smaccato, ma destinato a non avere successo. Fini ha tutto l’interesse a fare con l’opposizione un dialogo “alto”, limitato alle riforme istituzionali. E le sirene che da sinistra promettono ricchi premi e cotillons a chi lascia il governo al suo destino sinora non hanno trovato orecchie interessate.

Anche perché Berlusconi ha mostrato di avere mille vite, e collocarlo anzitempo sul viale del tramonto rischia di essere un errore fatale. Di sicuro, non è tipo da alzarsi dal tavolo per lasciare il gioco agli altri. Lo ha ringhiato ieri: le accuse contro di lui sono «spazzatura» destinata a fare la fine di quella che ha rimosso dalle strade di Napoli. Anche perché ha ancora una carta da giocare: tornare quanto prima alle elezioni, vincerle (per quanto lui sia messo male, la sinistra sta senza dubbio peggio) e cogliere l’occasione anche per regolare i conti all’interno del PdL. A modo suo, iniziando dalla formazione delle liste. Berlusconi ne ha già parlato in privato e la voce sta iniziando a spargersi. Resta da capire se lo ha fatto perché ci crede davvero o solo perché vuole far serpeggiare il timore tra i parlamentari, costringendoli a serrare i ranghi attorno a lui.

© Libero. Pubblicato il 20 giugno 2009.

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