lunedì, giugno 29, 2009

La richiesta tardiva di Veronica Berlusconi

di Fausto Carioti

Il desiderio di Veronica Berlusconi è comprensibile. La quasi ex moglie del premier ha scritto, in una lettera pubblicata ieri dal Corriere della Sera e firmata col suo nome da sposata, di non volere «consigli né richiesti né graditi». Chiede che suo figlio Luigi sia «lasciato in pace». «Come me e le mie figlie. E possibilmente anche le mie amiche», ha chiarito. Lo spunto gliel’ha dato Angelo Rizzoli, il quale aveva messo bocca nelle altrui vicende familiari, dando alla signora pubblici suggerimenti, anche su come educare i figli in certi momenti così delicati, da lei poco apprezzati. Nell’entourage del marito, peraltro, quest’ultima lettera è stata accolta con favore, perché il desiderio di minimizzare la risonanza della vicenda appartiene pure al presidente del Consiglio. Anche se umanamente comprensibile, però, la richiesta della signora Lario appare tardiva e controversa. È stata proprio lei, infatti, ad aprire il vaso di Pandora. Essendo persona intelligente e niente affatto sprovveduta, quando ha accettato che lei e i suoi figli fossero usati dalla stampa nemica del premier come arma contro di lui, di sicuro conosceva i rischi che correva la sua famiglia.

I figli - perché è ovvio che il nervo scoperto è lì, nella parte più vulnerabile della sua casa, verso la quale è scattato il naturale istinto di protezione - è stata lei per prima a tirarli in ballo. Lo fece il 28 aprile, nella dichiarazione all’Ansa con cui diede fuoco alle polveri: «Voglio che sia chiaro», furono le sue parole, «che io e i miei figli siamo vittime e non complici di questa situazione». In quella stessa occasione, riferendosi all’apparizione del premier alla festa di compleanno di Noemi Letizia, disse che la cosa aveva «sorpreso molto» anche lei, perché il marito «non è mai venuto a nessun diciottesimo dei suoi figli, pur essendo stato invitato». Così facendo, Veronica tracciava una linea: da una parte lei, con tutto il resto della loro famiglia; dall’altra il marito, padre snaturato e malato («non sta bene», «frequenta minorenni»).

Infatti Repubblica ci è andata a nozze. Forte di quelle parole, ogni volta che ha potuto ha scagliato i figli del premier contro il loro stesso padre. Era il giornalista Dario Cresto-Dina, molto vicino a Veronica, a inzuppare la penna nelle lacrime di lei per scrivere che «quell’imperatore è ancora suo marito ed è il padre dei suoi figli, un padre che, seppure invitato, non ha mai partecipato alla festa dei loro diciott’anni» (Repubblica, 3 maggio 2009). Proprio l’essere Veronica la «madre dei suoi figli», scriveva Curzio Maltese tre giorni dopo, rende quanto più grave l’accusa al premier di «frequentare le minorenni». Ci provava anche il povero Dario Franceschini, chiedendo sciaguratamente agli italiani: «Fareste educare i vostri figli a un uomo come Silvio Berlusconi?» e beccandosi in risposta una raffica di calci da parte della prole unita del Cavaliere. Ma il segretario del Pd poteva permettersi di fare quell’attacco solo perché prima di lui Veronica Lario aveva detto certe cose. E la signora, in tutti questi casi, non sentì il bisogno di intervenire.

Forse (pare di capire leggendo la sua prosa attuale, assai più stringata ed essenziale di quella di poche settimane fa) Veronica Lario si è pentita di quello che ha fatto. Pentita non di voler divorziare dal marito, ma di averlo annunciato sulla pubblica piazza, fornendo armi e pretesti a valanga al giornale-partito che ha nella distruzione di Silvio Berlusconi la sua unica ragione di vita. E di averlo fatto coinvolgendo, lei per prima, i suoi figli. Forse ritiene di essere stata mal consigliata. Oppure i suoi legali, dopo l’attacco a testa bassa, adesso le suggeriscono una linea di basso profilo, necessaria al buon andamento delle trattative di separazione, che vedono in ballo miliardi di euro.

Quali che siano le ragioni della signora, il meccanismo è in moto ormai da settimane ed è stata proprio lei ad avviarlo. Lei ha deciso il “dove”, il “quando” e soprattutto il “come”. Pretendere di modulare il livello dell’esposizione pubblica dei fatti privati a seconda delle proprie convenienze non è solo molto comodo, ma anche irrealizzabile. Chiedere al signor Silvio per conferma. E il segno non è stato certo Rizzoli a passarlo.

Quanto alla lettera apparsa ieri sul Corriere, sarebbe stata senza dubbio più credibile ed efficace se fosse stata spedita a Repubblica qualche settimana fa, quando a Largo Fochetti, sulla scia dell’attacco di Veronica, iniziarono a usare il rapporto del premier con i figli come randello contro il loro nemico. Allora sì che un altolà secco, il ringhio della leonessa in difesa della famiglia, avrebbe potuto tenere alla larga chiunque fosse interessato a strumentalizzare Barbara, Eleonora e Luigi. Ma non accadde nulla. Forse perché il momento giusto non era quello.

© Libero. Pubblicato il 28 giugno 2009.

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