lunedì, marzo 31, 2008

Perché Fitna deve essere visibile online

I vertici delle istituzioni europee e di quella vergogna chiamata Organizzazione delle Nazioni Unite hanno fatto a gara nel condannare la pubblicazione online di Fitna, il film sull'islam del leader politico olandese Geert Wilders. Solita reazione spaventata dei dhimmi, che in nome dell'appeasement ogni giorno sono pronti a rinunciare a una nuova fetta delle loro libertà. Una scelta vergognosa sotto molti aspetti, che vanno oltre la ragione principale e più ovvia, ovvero la difesa della libertà d'espressione. Sono gli stessi motivi che mi hanno fatto pubblicare Fitna su questo blog. Ne cito due.

Primo. Nel film non vi è nulla di falso. Fitna è un documentario girato con materiale di archivio, intervallato con citazioni originali del corano. Tutto materiale la cui veridicità nessuno può contestare. Roba risaputa, che gli interessati all'argomento (e non solo) conoscono benissimo: gli attentati in Europa e negli Stati Uniti, l'indottrinamento antisemita dei piccoli palestinesi, gli imam che invitano i fedeli a conquistare l'Europa, il trend demografico che nel giro di qualche generazione minaccia di ridurre in minoranza (come già avvenuto in molte città) gli "autoctoni" europei, le impiccagioni pubbliche degli omosessuali nell'Iran di Mahmoud Ahmadinejad.

Secondo. L'intento del film non è offensivo. E infatti, pur avendo imbarazzato le pavide autorità delle organizzazioni sovranazionali occidentali, non sembra aver turbato i primi che avrebbero dovuto sentirsi offesi, ovvero gli islamici olandesi. Copio e incollo l'articolo apparso su Liberazione il 29 marzo, in pagina 10, titolato "Olanda, flop del film anti-Islam. Wilders non riesce ad offendere". Distinguete bene i fatti dalle opinioni che vi sono contenute, e tra poco vedremo perché.
Molto rumore per nulla. O quasi. Per ora, a quanto sembra, le comunità islamiche olandesi non avrebbero granché da ridire sul temuto "Fitna", il film del deputato dell'estrema destra dal biondo ciuffo Geert Wilders che nelle intenzioni avrebbe dovuto aprire gli occhi al mondo sulla natura violenta e intollerante dell'Islam. La pellicola, oggetto di aspro dibattito governativo e dallo scarso valore cinematografico, è andata infine su internet. Alcuni leader musulmani olandesi hanno dichiarato che le immagini «non sono così brutte come ci si attendeva» e hanno aggiunto che il loro maggiore timore era di vedere il Corano bruciato o le sue pagine lacerate. Gli esponenti musulmani hanno spiegato che le immagini mostrate «sono quelle che tutti già conoscono» e hanno aggiunto polemicamente che il film la dice più lunga sul suo autore che sul Corano. Potrebbe quindi essere un "flop" la pellicola che ha ottenuto l'unico scopo di puntare i riflettori sull'astuto rampante Wilders, che con la xenofobia e l'allarme immigrazione si sta costruendo una fulminante carriera politica nella una volta tollerante Olanda. Niente effetto "vignette sataniche" insomma, come avvenne in Danimarca e come Wilders sembrava quasi augurarsi. Anzi, la notizia più divertente è che proprio uno dei caricaturisti danesi, Kurt Westergaard ha annunciato azioni legali nei confronti di Wilders, definendo un abuso l'uso della sua caricatura di Maometto all'inizio e alla fine del film. Il disegnatore ha annunciato che chiederà alla magistratura di vietare «Fitna». Le rezioni del governo olandese e di molti giornali sono state quasi tutte di condanna. «Perverso e offensivo» per Pieter van Geel, capogruppo parlamentare del partito cristiano-democratico, al governo, o un film che ricorda quelle opere di propaganda tipiche dei regimi totalitari per il quotidiano "de Volkskrant".
Dunque, leggendo questo articolo, si apprende che Fitna è risultato indigesto a qualche olandese politicamente corretto, mentre i più equilibrati tra i rappresentanti degli immigrati olandesi hanno reagito con un'alzata di spalle: materiale «che tutti già conoscono», dicono giustamente. Visto il casino che ci aveva montato sopra la sinistra europea, si attendevano di peggio anche loro.

I compagnucci di Liberazione, spiazzati, provano comunque a uscirne fuori nel peggiore dei modi: scrivono che Wilders avrebbe voluto offendere gli islamici, creare un caso tipo quello scatenato dai "Versetti satanici" di Salman Rushdie e, sull'onda di questo bordello, dare una spinta alla sua carriera politica. Non essendoci riuscito, l'accusano di aver fatto flop.

Ma quello che scrive Liberazione è falso. Avesse voluto davvero far imbestialire tutti i musulmani, a Wilders sarebbe bastato filmare lo strappo di una pagina dal corano. Niente di più facile. Se non lo ha fatto è perché evidentemente le sue intenzioni erano altre. Alla fine del film si vede una mano che afferra una pagina del corano. Si ode un rumore di strappo, ma la telecamera è già spenta. Una scritta avverte che quel suono è stato registrato dallo strappo di una pagina dell'elenco telefonico. Spetta agli islamici, avverte Wilders, cancellare i versi intrisi di odio dal loro libro sacro.

Il resto, quello che sostiene Wilders, e cioè che l'islam vuole conquistare l'Europa e cambiare per sempre il nostro modo di vivere, lo dicono anche tante autorità religiose e politiche islamiche, e lo hanno gridato molti manifestanti musulmani nelle strade europee. Se qualche islamico (e certamente tra di loro ce ne sono molti) ha intenzioni diverse e si sente offeso da queste frasi, è con chi le urla che deve prendersela, non con chi ne filma gli autori e li mette in rete.

Post scriptum. Intanto Live Leak, il sito su cui Wilders aveva fatto pubblicare Fitna, e che inizialmente era stato costretto a impedirne la diffusione, lo ha rimesso online. Bene così.

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sabato, marzo 29, 2008

Fitna, Allam e Hirsi Ali: l'Europa alla rovescia

di Fausto Carioti

Diceva Arnold Toynbee, grande storico inglese vissuto nel secolo scorso, che «le civiltà non muoiono per omicidio, ma per suicidio». Ci siamo, è tutto pronto. L’Europa ha scelto la sua linea ufficiale: difendere il carnefice e infierire sulla vittima. Più scemi di così si muore, e infatti è proprio quello che sta accadendo al vecchio continente.

Il Parlamento di Strasburgo ha appena confermato di essere il primo degli enti inutili. Abituati come sono a legiferare sulla curvatura delle banane e le dimensioni dei profilattici autorizzati a entrare nelle case dei contribuenti che li mantengono, gli eurodeputati non hanno ritenuto causa degna della loro attenzione la difesa della vita di Ayaan Hirsi Ali. Trentotto anni, di origini somale, Hirsi Ali è in cima alla lista dei nemici dell’islam radicale. Era giunta in Olanda nel 1992 per fuggire da un matrimonio combinato. Nel 2003 fu eletta in Parlamento e l’anno seguente, assieme a Theo van Gogh, realizzò “Submission”, film che raccoglieva le storie di quattro donne sottomesse agli uomini in nome del Corano. Nel novembre del 2004 l’islamico che squarciò la gola a van Gogh affisse col coltello, sul corpo del regista, una condanna a morte per Hirsi Ali. Da allora lei vive in fuga. Un socialista francese, Benoit Hamon, a dicembre aveva lanciato un appello affinché l’Unione europea finanziasse la sua protezione. Sarebbero servite 350 firme, ma hanno aderito solo 144 europarlamentari su 785. Hirsi Ali resterà a Washington, dove ancora c’è chi sa apprezzare la libertà e i suoi difensori.

Qualcosa di molto simile sta avvenendo in Italia dopo la conversione di Magdi Allam. Dalla notte di sabato Allam è un apostata, e come tale condannabile a morte da qualunque fanatico. Integralisti islamici di mezzo mondo hanno minacciato lui e Benedetto XVI, colpevole di averlo battezzato. Uno che rischia la vita per aver cambiato religione meriterebbe uno straccio di solidarietà. Invece arrivano soprattutto gli insulti. Tipo quelli che Afef Jnifen gli ha lanciato ieri dalle colonne della Stampa. La secolarizzatissima Afef è molto di più della moglie di Marco Tronchetti Provera: il suo ruolo e i suoi contatti ne fanno una sorta di ambasciatrice in Italia del cosiddetto islam moderato, e lei stessa si comporta come se lo fosse. Sul caso Allam ci si sarebbe aspettato da lei quantomeno un rispettoso silenzio. Invece è arrivata la condanna.

Esauriti i convenevoli («Sono profondamente convinta che debba essere ad ogni costo difesa la libertà di professare la propria religione»: e grazie), Afef passa all’attacco. Apprendiamo così che Allam «è diabolico», poiché denunciando il fondamentalismo «vuole soltanto alimentare i conflitti, infiammare lo scontro di civiltà». È più cattivo del peggior leghista: «Non c’è stato alcun esponente della destra, anche la più estrema, che abbia fatto un lavoro tanto negativo». Ora che si è convertito, poi, non deve più parlare di islam: «Ci risparmi altre lezioni di malafede tra le religioni». Non una parola nei confronti dei fanatici che hanno giurato di tagliare la gola all’apostata, nessuna presa di distanza dai macellai di Hamas, che dopo la conversione di Allam hanno accusato Benedetto XVI di «incitare all’odio e al razzismo»: nel mirino c’è solo il vicedirettore del Corriere. In compenso, l’argomentazione della signora Tronchetti abbonda in leggerezza: «Nessuno oserebbe dire che poiché Mussolini e Hitler erano cristiani il cristianesimo sia violento», scrive Afef. Tesi un po’ deboluccia: le violenze dei due dittatori non erano compiute in nome della Bibbia, mentre quelle dei terroristi islamici hanno tutte un saldo fondamento nelle loro sacre scritture, che invitano a «combattere» e «uccidere» «coloro che non credono in Allah».

Notare che l’attacco a testa bassa di Afef ha avuto, sulla prima pagina della Stampa, uno spazio assai maggiore di quello che il Corriere aveva dato alla lettera con cui Allam spiegava la sua conversione (questa era stata persino tagliata dai redattori di via Solferino). Indizi, anche questi, che la linea di certi ambienti è più vicina alla convivenza con il fanatismo che alle posizioni intransigenti e coraggiose di Allam ed Hirsi Ali.

L’ultimo banco di prova è Fitna, il film di quindici minuti che il leader politico olandese Geert Wilders ha appena messo online. Fitna è una parola che appare spesso nel Corano e può essere tradotta come «punizione», «lotta». Ci si attendeva chissà cosa. Prima ancora che si potesse vedere, il Tg1 ne aveva parlato come una pietra miliare del furore anti-islamico. Invece è uscito fuori un banale riassuntino di quanto di peggio l’islam ha fatto vedere dal settembre del 2001 ad oggi. Gli attentati di Manhattan, Madrid e Londra, gli imam che incitano alla guerra santa contro noialtri infedeli, le impiccagioni degli omosessuali in Iran (anch’esse “giustificate” dalle sacre scritture), l’odio gridato in piazza contro gli ebrei. Tutta roba risaputa, intervallata da citazioni del corano. Ma, anche in questo caso, le accuse non sono per quelli che sono stati filmati mentre promettono di tagliarci la testa, ma solo per il «pericoloso» Wilders, che si è permesso di ricordarci che esistono.

Si è mosso nientemeno che il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, per criticare «nei termini più forti» la diffusione di Fitna. Intanto nel mondo islamico giornali e televisioni continuano indisturbati a rappresentare gli ebrei come scimmie e maiali, e in molti Paesi si vieta ai cristiani di mostrare il crocifisso e pregare in pubblico. Ma ebrei e cristiani hanno smesso da qualche secolo di ammazzare infedeli, quindi Ban Ki-moon può fregarsene di loro e lasciare che l’Onu continui ad essere la succursale della Conferenza dei paesi islamici. Per non perdere l’abitudine, anche le istituzioni europee hanno calato le brache, condannando il film e chi lo ha messo in rete. Alla faccia della libertà d’espressione. Tutto come da prassi: la lastra indica che l’Europa è malata, ma l’unica reazione che la sua classe dirigente riesce a produrre è coprire d’insulti il radiologo.

© Libero. Pubblicato il 29 marzo 2008.

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Fitna è ancora visibile. Qui

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venerdì, marzo 28, 2008

Il vecchio e il Cremlino

di Fausto Carioti

Il distillato di odio antropologico si è arricchito di una nuova essenza: ora la sinistra accusa Silvio Berlusconi (anche) di essere «vecchio». Lo titola l’Unità in prima pagina: «Il mondo ci guarda. Silvio vecchio, Walter nuovo». È ovvio che il punto è l’età anagrafica, non quella politica. Berlusconi, politicamente parlando, a confronto del suo rivale è ancora al biberon. Nel 1994, quando Sua Emittenza scese in campo, Veltroni era già stato capo della federazione giovanile comunista romana, consigliere in Campidoglio, deputato, membro del comitato centrale del Pci e direttore dell’Unità. L’anno in cui Veltroni ottenne il suo primo stipendio da politico (consigliere del comune di Roma, era il 1976) al Cremlino comandava Leonid Breznev, il presidente degli Stati Uniti era Gerald Ford, la Dc era guidata da Benigno Zaccagnini, Peppino Di Capri vinceva il festival di Sanremo, il ct della nazionale di calcio si chiamava Fulvio Bernardini e Fabio Capello giocava a centrocampo. Un altro mondo, un’altra Italia. Così, non potendo accusare Berlusconi di essere un vecchio arnese della politica, lo accusano di essere «un vecchio» e basta: «Siamo arrivati alla tappa 71 del mio viaggio in Italia, più o meno l’età del mio principale avversario», ha detto Veltroni dal palco di Palermo. Nessuno ha colto l’ironia della situazione: tra i due, il pensionato è «il nuovo», alias Veltroni, che dal 2004, ogni mese, riceve dallo Stato un assegno di 9.014 euro lordi.

Comunque, si tratta di una svolta di cui prendere atto: sino ad oggi, la retorica veltroniana ci aveva fatto credere che l’età avanzata fosse un valore da rispettare, non un peso di cui liberarsi. Un capitolo del programma con cui il pensionato Veltroni Walter si candida a fare il premier è dedicato proprio all’«invecchiamento attivo»: si annuncia di voler far lavorare gli italiani anche dopo i 65 anni e altre cose del genere. E poi tutti quei ragionamenti alti e nobili sulla «società inclusiva», che assegna un ruolo a chiunque ad ogni età. Sembravano pure sinceri: prima hanno spedito al Quirinale un uomo di 81 anni, poi hanno trascorso i due anni seguenti a lodare le virtù civiche dei senatori a vita Rita Levi Montalcini (99 anni), Oscar Luigi Scalfaro (89) ed Emilio Colombo (88): pilastri della democrazia, altro che pannoloni, rispondevano sdegnati da sinistra a chi scherzava sulla loro età. E Giorgio Napolitano è un «padre morale» dell’Italia, spiegava Veltroni dopo l’elezione al Colle dell’anziano postcomunista.

Eppure, appena lo scontro si è alzato di tono, Veltroni non ha trovato di meglio che dare del «vecchio» al rivale. Per carità: ognuno spara le cartucce che ha a disposizione, e se il leader del partito democratico ha usato queste vuol dire che di molto meglio, nel suo arsenale, non aveva. Ma così facendo Veltroni ha confermato la sua preoccupante vocazione tafazzista: gli spin doctor de noantri farebbero bene a spiegargli che l’Italia non è la California, dove l’età media è di 33 anni e simili argomenti possono anche funzionare. Qui l’età media è di 44 anni, siamo la democrazia con gli elettori più anziani del mondo: accusare il proprio avversario di essere “vecchio” solo perché ha passato la settantina non sembra il modo migliore per raccogliere consensi.
Per non parlare della coerenza: nella squadra del governo che tutti sanno che non si farà mai, quello del Pd, alla casella della Sanità c’è il nome di Umberto Veronesi, candidato capolista in Lombardia. Il nome non si discute, Veronesi è un pezzo da novanta. Però ha undici anni più di Berlusconi: se per Veltroni Berlusconi è un «vecchio», Veronesi cosa è?

Berlusconi può sempre trattare il suo rivale come fece Ronald Reagan con il democratico Walter Mondale, suo avversario nella corsa alla Casa Bianca del 1984. Il cinquantaseienne Mondale accusava il settantatreenne presidente uscente di essere troppo anziano per guidare altri quattro anni la nazione più potente del mondo. Alla fine, durante un faccia a faccia televisivo col suo rivale, Reagan - che come umorista avrebbe potuto dare ripetizioni persino a Berlusconi - gli rispose da par suo: «I’m not going to exploit for political purposes my opponent’s youth and inexperience». (Vuol dire: «Non ho intenzione di sfruttare la giovane età e l’inesperienza del mio rivale per scopi politici». La traduzione è utile soprattutto per Veltroni, che da anni non fa che parlarci della nuova frontiera americana, ma non ha ancora imparato l’inglese). Una risata seppellì Mondale, e la corsa alla presidenza finì come sappiamo.

© Libero. Pubblicato il 28 marzo 2008.

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giovedì, marzo 27, 2008

Fitna. The Movie. Here

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Eccolo, appena pubblicato su Internet. E' Fitna, il film sull'islam di Geert Wilders, che ha raccolto a modo suo il testimone lasciato cadere da Pym Fortuyn. Se ne discuterà molto. Presto ne parleremo anche qui.

Update del 28 marzo, ore 21.40. Il sito Live Leak è stato costretto a togliere Fitna dai suoi server. Incidentalmente, ne avevo salvato una copia sull'hard disk. L'ho uplodata (scusate l'orrido neologismo) su Blogger, ed è quella che vedete adesso qui sopra. Chi vuole leggere le ragioni per cui Fitna è stata tolta da Live Leak, le trova qui.

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martedì, marzo 25, 2008

Magdi Allam: quello che il Corriere non ha scritto

Domenica 23 marzo il Corriere della Sera pubblicava lo scritto con cui Magdi Allam annunciava e spiegava la sua conversione da islamico a cattolico. Lo potete leggere qui. Ma quello mandato in rotativa da via Solferino non era il testo integrale della lettera del neoconvertito Allam. Il che un po' sorprende, vista la portata della notizia e i suoi protagonisti (Allam, che del Corriere è vicedirettore ad personam, e papa Benedetto XVI).

Così, chi vuole leggere il testo completo della lettera di Magdi Cristiano Allam a Paolo Mieli deve andare su Internet, e fare click qui. Io mi sono divertito a cercare le parti che il Corriere non ha pubblicato, ritenendole evidentemente superflue, e ad evidenziarle in bold qui sotto, dove ho ripubblicato integralmente la lettera di Allam (al quale appartiene ovviamente il copyright del suo scritto).
Caro Direttore,

Ciò che ti sto per riferire concerne una mia scelta di fede religiosa e di vita personale che non vuole in alcun modo coinvolgere il Corriere della Sera di cui mi onoro di far parte dal 2003 con la qualifica di vice-direttore ad personam. Ti scrivo pertanto da protagonista della vicenda come privato cittadino.

Ieri sera mi sono convertito alla religione cristiana cattolica, rinunciando alla mia precedente fede islamica. Ha così finalmente visto la luce, per grazia divina, il frutto sano e maturo di una lunga gestazione vissuta nella sofferenza e nella gioia, tra la profonda e intima riflessione e la consapevole e manifesta esternazione. Sono particolarmente grato a Sua Santità il Papa Benedetto XVI che mi ha impartito i sacramenti dell’iniziazione cristiana, Battesimo, Cresima e Eucarestia, nella Basilica di San Pietro nel corso della solenne celebrazione della Veglia Pasquale. E ho assunto il nome cristiano più semplice ed esplicito: “Cristiano”. Da ieri sera dunque mi chiamo Magdi Cristiano Allam.

Per me è il giorno più bello della vita. Acquisire il dono della fede cristiana nella ricorrenza della Risurrezione di Cristo per mano del Santo Padre è, per un credente, un privilegio ineguagliabile e un bene inestimabile. A quasi 56 anni, nel mio piccolo, è un fatto storico, eccezionale e indimenticabile, che segna una svolta radicale e definitiva rispetto al passato. Il miracolo della Risurrezione di Cristo si è riverberato sulla mia anima liberandola dalle tenebre di una predicazione dove l’odio e l’intolleranza nei confronti del “diverso”, condannato acriticamente quale “nemico”, primeggiano sull’amore e il rispetto del “prossimo” che è sempre e comunque “persona”; così come la mia mente si è affrancata dall’oscurantismo di un’ideologia che legittima la menzogna e la dissimulazione, la morte violenta che induce all’omicidio e al suicidio, la cieca sottomissione e la tirannia, permettendomi di aderire all’autentica religione della Verità, della Vita e della Libertà. Nella mia prima Pasqua da cristiano io non ho scoperto solo Gesù, ho scoperto per la prima volta il vero e unico Dio, che è il Dio della Fede e Ragione.

La mia conversione al cattolicesimo è il punto d’approdo di una graduale e profonda meditazione interiore a cui non avrei potuto sottrarmi, visto che da cinque anni sono costretto a una vita blindata, con la vigilanza fissa a casa e la scorta dei carabinieri a ogni mio spostamento, a causa delle minacce e delle condanne a morte inflittemi dagli estremisti e dai terroristi islamici, sia quelli residenti in Italia sia quelli attivi all’estero. Ho dovuto interrogarmi sull’atteggiamento di coloro che hanno pubblicamente emesso delle fatwe, dei responsi giuridici islamici, denunciandomi, io che ero musulmano, come “nemico dell’islam”, “ipocrita perché è un cristiano copto che finge di essere musulmano per danneggiare all’islam”, “bugiardo e diffamatore dell’islam”, legittimando in tal modo la mia condanna a morte. Mi sono chiesto come fosse possibile che chi, come me, si è battuto convintamente e strenuamente per un “islam moderato”, assumendosi la responsabilità di esporsi in prima persona nella denuncia dell’estremismo e del terrorismo islamico, sia finito poi per essere condannato a morte nel nome dell’islam e sulla base di una legittimazione coranica. Ho così dovuto prendere atto che, al di là della contingenza che registra il sopravvento del fenomeno degli estremisti e del terrorismo islamico a livello mondiale, la radice del male è insita in un islam che è fisiologicamente violento e storicamente conflittuale.

Parallelamente la Provvidenza mi ha fatto incontrare delle persone cattoliche praticanti di buona volontà che, in virtù della loro testimonianza e della loro amicizia, sono diventate man mano un punto di riferimento sul piano della certezza della verità e della solidità dei valori. A cominciare da tanti amici di Comunione e Liberazione con in testa don Juliàn Carròn; a religiosi semplici quali don Gabriele Mangiarotti, suor Maria Gloria Riva, don Carlo Maurizi e padre Yohannis Lahzi Gaid; alla riscoperta dei salesiani grazie a don Angelo Tengattini e don Maurizio Verlezza culminata in una rinnovata amicizia con il Rettore maggiore Don Pascual Chavez Villanueva; fino all’abbraccio di alti prelati di grande umanità quali il cardinale Tarcisio Bertone, monsignor Luigi Negri, Giancarlo Vecerrica, Gino Romanazzi e, soprattutto, monsignor Rino Fisichella che mi ha personalmente seguito nel percorso spirituale di accettazione della fede cristiana. Ma indubbiamente l’incontro più straordinario e significativo nella decisione di convertirmi è stato quello con il Papa Benedetto XVI, che ho ammirato e difeso da musulmano per la sua maestria nel porre il legame indissolubile tra fede e ragione come fondamento dell’autentica religione e della civiltà umana, e a cui aderisco pienamente da cristiano per ispirarmi di nuova luce nel compimento della missione che Dio mi ha riservato.

Il mio è un percorso che inizia da quando all’età di quattro anni, mia madre Safeya – musulmana credente e praticante – per il primo della serie di “casi” che si riveleranno essere tutt’altro che fortuiti bensì parte integrante di un destino divino a cui tutti noi siamo assegnati –mi affidò alle cure amorevoli di suor Lavinia dell’Ordine dei Comboniani, convinta della bontà dell’educazione che mi avrebbero impartito delle religiose italiane e cattoliche trapiantate al Cairo, la mia città natale, per testimoniare la loro fede cristiana tramite un’opera volta a realizzare il bene comune. Ho così iniziato un’esperienza di vita in collegio, proseguita dai salesiani dell’Istituto Don Bosco alle medie e al liceo, che mi ha complessivamente trasmesso non solo la scienza del sapere ma soprattutto la coscienza dei valori. E’ grazie ai religiosi cattolici che io ho acquisito una concezione profondamente e essenzialmente etica della vita, dove la persona creata a immagine e somiglianza di Dio è chiamata a svolgere una missione che s’inserisce nel quadro di un disegno universale ed eterno volto alla risurrezione interiore dei singoli su questa terra e dell’insieme dell’umanità nel Giorno del Giudizio, che si fonda nella fede in Dio e nel primato dei valori, che si basa sul senso della responsabilità individuale e sul senso del dovere nei confronti della collettività. E’ in virtù dell’educazione cristiana e della condivisione dell’esperienza della vita con dei religiosi cattolici che io ho sempre coltivato una profonda fede nella dimensione trascendentale, così come ho sempre ricercato la certezza della verità nei valori assoluti e universali.

Ho avuto una stagione in cui la presenza amorevole e lo zelo religioso di mia madre mi hanno avvicinato all’islam, che ho periodicamente praticato sul piano cultuale e a cui ho creduto sul piano spirituale secondo un’interpretazione che all’epoca, erano gli anni Sessanta, corrispondeva sommariamente a una fede rispettosa della persona e tollerante nei confronti del prossimo, in un contesto – quello del regime nasseriano – dove prevaleva il principio laico della separazione della sfera religiosa da quella secolare. Del tutto laico era mio padre Mahmoud al pari di una maggioranza di egiziani che avevano l’Occidente come modello sul piano della libertà individuale, del costume sociale e delle mode culturali ed artistiche, anche se purtroppo il totalitarismo politico di Nasser e l’ideologia bellicosa del panarabismo che mirò all’eliminazione fisica di Israele portarono alla catastrofe l’Egitto e spianarono la strada alla riesumazione del panislamismo, all’ascesa al potere degli estremisti islamici e all’esplosione del terrorismo islamico globalizzato.

I lunghi anni in collegio mi hanno anche consentito di conoscere bene e da vicino la realtà del cattolicesimo e delle donne e degli uomini che hanno dedicato la loro vita per servire Dio in seno alla Chiesa. Già da allora leggevo la Bibbia e i Vangeli ed ero particolarmente affascinato dalla figura umana e divina di Gesù. Ho avuto modo di assistere alla santa messa ed è anche capitato che, una sola volta, mi avvicinai all’altare e ricevetti la comunione. Fu un gesto che evidentemente segnalava la mia attrazione per il cristianesimo e la mia voglia di sentirmi parte della comunità religiosa cattolica.

Successivamente, al mio arrivo in Italia all’inizio degli anni Settanta tra i fumi delle rivolte studentesche e le difficoltà all’integrazione, ho vissuto la stagione dell’ateismo sventolato come fede, che tuttavia si fondava anch’esso sul primato dei valori assoluti e universali. Non sono mai stato indifferente alla presenza di Dio anche se solo ora sento che il Dio dell’Amore, della Fede e della Ragione si concilia pienamente con il patrimonio di valori che si radicano in me.

Caro Direttore, mi hai chiesto se io non tema per la mia vita, nella consapevolezza che la conversione al cristianesimo mi procurerà certamente un’ennesima, e ben più grave, condanna a morte per apostasia. Hai perfettamente ragione. So a cosa vado incontro ma affronterò la mia sorte a testa alta, con la schiena dritta e con la solidità interiore di chi ha la certezza della propria fede. E lo sarò ancor di più dopo il gesto storico e coraggioso del Papa che, sin dal primo istante in cui è venuto a conoscenza del mio desiderio, ha subito accettato di impartirmi di persona i sacramenti d’iniziazione al cristianesimo. Sua Santità ha lanciato un messaggio esplicito e rivoluzionario a una Chiesa che finora è stata fin troppo prudente nella conversione dei musulmani, astenendosi dal fare proselitismo nei paesi a maggioranza islamica e tacendo sulla realtà dei convertiti nei paesi cristiani. Per paura. La paura di non poter tutelare i convertiti di fronte alla loro condanna a morte per apostasia e la paura delle rappresaglie nei confronti dei cristiani residenti nei paesi islamici. Ebbene oggi Benedetto XVI, con la sua testimonianza, ci dice che bisogna vincere la paura e non avere alcun timore nell’affermare la verità di Gesù anche con i musulmani.

Dal canto mio dico che è ora di porre fine all’arbitrio e alla violenza dei musulmani che non rispettano la libertà di scelta religiosa. In Italia ci sono migliaia di convertiti all’islam che vivono serenamente la loro nuova fede. Ma ci sono anche migliaia di musulmani convertiti al cristianesimo che sono costretti a celare la loro nuova fede per paura di essere assassinati dagli estremisti islamici che si annidano tra noi. Per uno di quei “casi” che evocano la mano discreta del Signore, il mio primo articolo scritto sul Corriere il 3 settembre 2003 si intitolava “Le nuove catacombe degli islamici convertiti”. Era un’inchiesta su alcuni neo-cristiani in Italia che denunciano la loro profonda solitudine spirituale ed umana, di fronte alla latitanza delle istituzioni dello Stato che non tutelano la loro sicurezza e al silenzio della stessa Chiesa. Ebbene mi auguro che dal gesto storico del Papa e dalla mia testimonianza traggano il convincimento che è arrivato il momento di uscire dalle tenebre dalle catacombe e di affermare pubblicamente la loro volontà di essere pienamente se stessi. Se non saremo in grado qui in Italia, la culla del cattolicesimo, a casa nostra, di garantire a tutti la piena libertà religiosa, come potremmo mai essere credibili quando denunciamo la violazione di tale libertà altrove nel mondo? Prego Dio affinché questa Pasqua speciale doni la risurrezione dello spirito a tutti i fedeli in Cristo che sono stati finora soggiogati dalla paura. Buona Pasqua a tutti.

Magdi Allam

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domenica, marzo 23, 2008

L'apostata

La conversione di Magdi Allam, sancita in modo clamoroso dal suo battesimo in San Pietro durante la messa pasquale officiata da Benedetto XVI, è un gesto dirompente per almeno due motivi.

Primo. Da questo momento Allam, per gli islamici, è un "murtadd", un apostata. E la punizione che l'islam prescrive per gli adulti sani di mente che abbandonano la fede in Allah è la morte. Complimenti ad Allam per il coraggio.

Secondo. Allam non è stato battezzato da un qualunque sacerdote, ma dal pontefice, in Vaticano. Molto dipenderà da come gli organi d'informazione racconteranno la vicenda, ma c'è il rischio concreto che nel mondo musulmano questo gesto di Ratzinger sia interpretato come una pubblica umiliazione inflitta dal capo della Chiesa cattolica all'islam. Questo darebbe vita a risentimenti analoghi a quelli causati dal discorso che Ratzinger tenne a Ratisbona nel settembre del 2006.

Spero di sbagliarmi. Buona Pasqua a tutti.

Updates del 23 marzo, ore 19.05.
1) Qui la lettera con cui Magdi Cristiano Allam (questo il suo nuovo nome) racconta al Corriere della Sera la sua scelta e spiega come affronterà la condanna a morte per apostasia.
2) Qui, su Repubblica.it, le prime reazioni della comunità islamica.

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venerdì, marzo 21, 2008

La certificazione del disastro

Fossi un candidato del centrodestra, da qui al voto mi presenterei in piazza e in televisione sbandierando le tabelle dell'indagine dell'Osservatorio Capitale Sociale realizzata da Demos, l'istituto presieduto da Ilvo Diamanti, per conto delle Coop (addirittura) e pubblicata oggi da Repubblica (nientemeno). Raffronta la percezione che gli italiani hanno adesso della loro situazione economica con quella che avevano nel 2006, al momento del passaggio di consegne tra il governo Berlusconi e l'esecutivo Prodi. Ne esce fuori la certificazione di un disastro colossale, la prova inappellabile che il governo dell'Unione ha fatto carne di porco del ceto medio, delle classi più deboli e dei piccoli risparmiatori. Qualche perla:

Erano il 40%, nel 2006, gli italiani che ritenevano di appartenere al ceto popolare o alla classe operaia, oggi sono il 46%. Quanti si “sentono” ceto medio sono diminuiti, in modo speculare, dal 54 al 49%. Si è ulteriormente assottigliata anche la componente di chi si definisce ceto superiore, che comprende appena il 5% della popolazione.

Dal 2006 a oggi la quota di cittadini che ritiene peggiorata la situazione economica personale è salita dal 36 al 51%. E' una valutazione che tocca in particolare quanti sentono di appartenere alla categoria dei ceti popolari: ne soffre il 63% (era il 44% due anni fa). Lo stesso andamento si registra presso i ceti medi (42%) e in quelli superiori (38%), ma in misura più contenuta rispetto al dato generale.

Il PdL sovrasta il Pd fra i liberi professionisti (di 25 punti), fra i lavoratori autonomi e gli imprenditori (addirittura 35). Ma lo supera anche fra gli impiegati privati (di poco) e perfino (in misura più rilevante: 14 punti in più) tra gli operai. In quest’ultimo caso, si tratta di un ritorno alla normalità, dopo la parentesi del 2006, quando il voto dei lavoratori dipendenti si era distribuito equamente tra CdL e Unione. Che, anche per questo motivo, era riuscita a vincere le elezioni (anche se di misura). Oggi tendono a spostarsi di nuovo a destra (com’era avvenuto in precedenza, fino al 2001), spinti dal senso di declino che li affligge.

Dopo la catastrofe politica ed economica, dovremo così sorbirci il dramma umano: cosa si inventeranno i compagnucci per provare a confutare i risultati - inequivocabili - di un'indagine fatta da loro stessi?

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mercoledì, marzo 19, 2008

Il New York Times tra multiculturalismo e stupidità

Quattromilaottocentosessantuno parole per spiegare agli americani che vivere sotto la Sharia non deve essere poi così male, e che in fondo l'arcivescovo di Canterbury non ha fatto pipì fuori dal vasino quando ha proposto di introdurre elementi della Sharia nell'ordinamento giuridico inglese. Non sul bollettino semiclandestino di qualche moschea, ma sul magazine del New York Times, fresco di pubblicazione.

Va bene che il confronto tra tutte le idee, anche le più imbecilli, è l'essenza della società aperta, e alla fine dovrebbe confermarne la superiorità. Però Arnold Toynbee doveva avere in mente anche simili bischerate quando diceva che le «civilità non muoiono per omicidio, ma per suicidio». Tornano alla memoria Karl Popper e le sue istruzioni per l'uso: «Tolleranti con i tolleranti, intolleranti con gli intolleranti». Questo spiega come comportarsi con integralisti islamici e gente del genere. Resta da capire come regolarsi con i pirla.

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martedì, marzo 18, 2008

Tibet, le foto del massacro

Per capire qualcosa di quello che sta accadendo a Lhasa e dintorni, lasciate perdere l'informazione "ufficiale", che copia le agenzie di stampa e vi dice la stesse cose che trovate sul Televideo. Leggete invece AsiaNews. Tipo questo commento di padre Bernardo Cervellera, che spiega bene come quella che si sta combattendo sia, per Pechino, innanzitutto una sfida economica. O queste crudissime fotografie delle vittime (1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8). Fate caso all'età media: vent'anni. Da aggiungere alla lunghissima lista dei martiri di quel paradiso in terra chiamato comunismo.

giovedì, marzo 13, 2008

Ma quale Ciarrapico: il problema è il petrolio

di Fausto Carioti

Con tutto il rispetto e tutta la simpatia per il personaggio, la presenza di Giuseppe Ciarrapico nella prossima legislatura avrà un peso pari a quello di qualsiasi altro peone: prossimo allo zero. “Er Ciarra”, come lo chiamano a Roma, non farà il premier né il ministro né il presidente di commissione. Vivacchierà tra il Transatlantico e la sua Ciociaria e quando avrà voglia di vedersi in prima pagina tirerà fuori qualche sparata da nostalgico del Ventennio, che farà la gioia dei colleghi di Unità e Repubblica. Finita lì. Nessuno si attende che Silvio Berlusconi gli metta sul piatto qualcosa di più di una semplice candidatura. Né Ciarrapico, uomo di mondo, si aspetta altro. È una vicenda che il popolo della libertà ha gestito in modo masochista, nella quale - ovviamente - la sinistra sguazza e alla quale i tre quarti dei vertici dell’informazione di Stato danno il massimo risalto, impegnati come sono a tirare il carro per Walter Veltroni (atteggiamento comprensibile: insieme alle sue chiappe sono in gioco anche quelle di tanti di loro).

Ne esce fuori il ritratto di un Paese da operetta, che il 13 e il 14 aprile sarà chiamato a votare un referendum su un signore di 74 anni in camicia nera. Il quale, una volta eletto, conterà come il due di picche quando si gioca a scacchi. E dire che la cronaca di questi giorni fornisce argomenti assai più seri su cui destra e sinistra dovrebbero azzannarsi. Per dire: il prezzo del petrolio ieri ha raggiunto l’ennesimo record, la pressione fiscale è ai massimi storici e la crescita economica italiana è azzerata. Guardando ai prossimi cinque anni, agli italiani interessa più capire quanti soldi avranno in tasca, e quindi come i candidati premier intendono affrontare simili emergenze, che non sapere dove li trascorrerà Ciarrapico. Ma sembra impossibile.

Peccato, perché quello dell’energia è il problema dei problemi. Specie in un Paese come il nostro, povero di giacimenti e costretto a rivolgersi all’estero per acquistare l’85% dell’energia che usa. Non si può risolvere il problema dell’inflazione - ovvero dello scarso potere d’acquisto di salari e pensioni - né quello della competitività delle industrie e quindi della crescita economica del Paese se non si riescono ad arginare gli effetti del caro petrolio.

La situazione peggiora ogni giorno: il prezzo del greggio ieri ha superato i 110 dollari al barile. In soli due anni, il pieno di benzina è già rincarato di dieci euro. Anche la bolletta elettrica, presto, schizzerà ancora più in alto: il 19% dell’elettricità italiana è generato bruciando petrolio, e un altro 50% è prodotto dal gas, il cui costo è trascinato all’insù da quello del greggio. Già oggi, le imprese italiane pagano una bolletta elettrica superiore del 52% a quella dei loro concorrenti francesi, del 18% a quella dei tedeschi e del 32% a quella degli inglesi.

Berlusconi, accusato di vendere facili slogan, in questa occasione ha avuto il coraggio di sfidare l’impopolarità. Il leader del PdL ha inserito la «partecipazione ai progetti europei di energia nucleare di ultima generazione» nel programma con cui si candida per palazzo Chigi. Il suo vero obiettivo, però, è più ambizioso: riaprire le centrali atomiche italiane. «Penso non ci siano alternative al ritorno all’energia nucleare», ha spiegato. Del resto, se tutti i principali Paesi industrializzati si affidano all’atomo, ad eccezione dell’Italia, che intanto continua a perdere posizioni nelle classifiche internazionali, un motivo c’è. Esiste già una proposta di legge dalla quale partire: l’ha presentata nella legislatura che si è appena chiusa Alleanza Nazionale, e prevede che gli abitanti delle località che ospitano le centrali atomiche siano esentati dall’Ici, l’imposta comunale sugli immobili, e dalla Tarsu, la tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani.

Veltroni, invece, ha preferito gli slogan facili. Nel suo programma si legge che bisogna «rottamare il petrolio». La frase è simpatica e l’idea è buona, anche se non proprio nuova: è dal 1973, anno della guerra dello Yom Kippur e del primo shock petrolifero, che l’Occidente si scervella su come evitare di mettere la propria sopravvivenza nelle mani dei Paesi arabi. Solo che, scritte quelle tre parole, Veltroni non ha più nulla da dire. Se non rubare frasi fatte ai figli dei fiori: l’obiettivo, dice, è «produrre il 20 per cento di energia con il sole e con il vento». Una bufala colossale. Oggi, mediante pannelli solari, l’Italia produce lo 0,01% della sua elettricità. L’apporto dell’eolico è pari all’1%. Per arrivare a produrre un quinto dell’elettricità italiana tramite sole e vento, come è scritto nella favoletta di Veltroni, bisognerebbe ricoprire ogni angolo d’Italia di (costosissimi) pannelli fotovoltaici e pale a vento, e probabilmente nemmeno questo basterebbe. Strano che nessuno degli “uomini del fare” che Veltroni ha messo in lista prelevandoli di peso dai vertici di Confindustria si sia accorto di tanta vacuità.

I laburisti inglesi, ai quali Veltroni dice di ispirarsi, sono fatti di tutt’altra stoffa. In un documento pubblicato poche settimane fa dal governo di Gordon Brown si legge che «è nel pubblico interesse che le compagnie energetiche possano investire in nuove centrali nucleari e che il governo prenda provvedimenti per aprire la strada alla costruzione di nuove centrali atomiche». Il leader del Pd, invece, davanti all’emergenza più importante, non sembra avere niente di serio da dire. Forse è per questo che preferisce puntare i riflettori su Ciarrapico. Ha buoni motivi per farlo. Ma il centrodestra no. Prima quelli del PdL ricominceranno a parlare agli elettori di cose serie, meglio sarà per loro.

© Libero. Pubblicato il 13 marzo 2008.

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martedì, marzo 11, 2008

Prima del Ciarra

Sì, certo, Giuseppe Ciarrapico e le sue frasi danno un certo fastidio pure da queste parti. Ma che da sinistra si scandalizzino e facciano le verginelle, insomma, fa un po' ridere. Un tale Romano Misserville fu nientemeno che sottosegretario alla Difesa del governo D'Alema. Appena nominato, portò il ritratto del Duce al ministero. Diceva che D'Alema gli ricordava Almirante. Chi vuole saperne di più, può rileggersi l'intervista che il camerata Misserville diede a Repubblica nel dicembre del 1999. Meritoriamente recuperata da L'Occidentale.

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sabato, marzo 08, 2008

Er cinema italiano fa schifo e gli inglesi ce lo dicono in faccia

Er cinema de Stato, er cinema dei cinematografari impegnati e de sinistra, quelli che insorgono e gridano all’emergenza “curturale” se qualcuno gli dà dei marchetteri mantenuti dai politici con i soldi dei contribuenti. Il cinema italiano che da un pezzo non ha più nulla da dire. Eccolo qui, raccontato come si deve dal quotidiano inglese The Guardian:
The Italian industry is surely still regarded with envy by many other EU member states - Lithuania, say, or Luxembourg. It boasts a healthy output and an eclectic crop of distinctive directors, ranging from the icy Paolo Sorrentino to the clownish Roberto Benigni and the mercurial Nanni Moretti, who won the 2001 Palme d'Or for his family drama The Son's Room. It is simply that Italian film lacks the impact and the global reach that it enjoyed in the days of Rossellini, De Sica, Antonioni, Bertolucci and the Taviani brothers. (...)

Two decades ago, Italians bought twice as many cinema tickets as they did in Spain. Now the Spaniards have overtaken them. Italian cinema has a long and illustrious history, and now is not the time to start talking in terms of a decline and fall - we are not quite in Gibbon territory yet. But the industry gives the impression of being tired and scattered, struggling to find its voice. It sorely needs another neorealist-style renaissance - a local, specific flowering that speaks to the world at large.
Post scriptum. Non è (solo) una questione di politica. Il cinema italiano del dopoguerra è stato fatto soprattutto da gente di sinistra. Ma erano persone che avevano un’idea artigianale del loro mestiere, e infatti hanno realizzato tanti capolavori. I loro epigoni contemporanei, tristi e presuntuosi (pochissime le eccezioni), pensano di usare ogni inquadratura per svelarci chissà quale verità profonda. Non raccontano storie (non lo sanno fare), ma insistono per dirci tutto dei loro tormenti, tengono a farci sapere cosa ne pensano del mondo. Se il pubblico se ne frega, come accade sempre più spesso, danno la colpa all’imbarbarimento dei gusti e alla "cattiva maestra" televisione. Ragionano come i governanti della Germania Est, ai quali Bertolt Brecht destinò una delle sue battute più perfide: «Non gli resta che sciogliere il popolo e nominarne uno nuovo». Finché continuano a essere mantenuti con i nostri soldi, però, hanno ragione loro.

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giovedì, marzo 06, 2008

Tassa sulla sicurezza? No, grazie

di Fausto Carioti

Fa onore, a Pier Ferdinando Casini, che abbia il coraggio di dire cose scomode in campagna elettorale. Il problema è che non tutte le proposte scomode sono anche intelligenti. L’esempio ce l’ha dato ieri lo stesso leader dell’Udc. Ha fatto sapere che nel suo programma elettorale è prevista l’introduzione di un nuovo balzello, con cui finanziare la lotta alla criminalità. «I cittadini italiani pagherebbero volentieri una “tassa di scopo” per la sicurezza e per le forze dell’ordine», sono state le sue parole. Dubitare della felicità dei contribuenti dinanzi a una nuova imposta è lecito, e comunque il candidato premier dei centristi non sembra avere idee chiarissime su quali siano i compiti dello Stato e a cosa serva una tassa di scopo.

Quest’ultima è un’imposta che serve a realizzare un intervento ben preciso, straordinario e limitato nel tempo. Ad esempio, la Finanziaria 2007 aveva autorizzato i Comuni ad aumentare l’Ici, al massimo per cinque anni, per coprire un terzo dei costi della costruzione di nuove opere pubbliche. Si tratta di spese che riguardano settori anche importanti, ma comunque fuori dal “core business” quotidiano dello Stato. Se occorre fare “qualcosa in più” del normale, i cittadini debbono pagare “qualcosa in più” del solito: la filosofia della tassa di scopo è questa.

I suoi compiti di tutti i giorni, invece, uno Stato li finanzia con la fiscalità generale. Nessuno, nemmeno Vincenzo Visco, si è sognato di chiedere ai cittadini soldi in più apposta per mantenere aperte le scuole. E lo stesso vale per la difesa, la giustizia e gli altri “servizi” essenziali. Di tutti questi compiti, poi, la sicurezza è l’unico che dà davvero un senso all’esistenza dello Stato. Non a caso gli ultrà del pensiero liberale, i “miniarchici”, ritengono che il governo debba occuparsi solo di sicurezza. Lo Stato, ridotto ai minimi termini, è un “nightwatch state”, la guardia notturna che ha il compito di far dormire sonni tranquilli ai suoi contribuenti. Insomma, non c’è nulla di straordinario nel difendere i cittadini dalla criminalità: questo è al cuore dell’ordinaria amministrazione e deve essere la prima destinazione dei soldi dei contribuenti.

Che c’entra, allora, l’esigenza di sicurezza con l’introduzione di una nuova imposta “di scopo”? Nulla. L’unica spiegazione è che si tratti di un imbellettamento linguistico. Ma la necessità di un fine - vivere tutti sicuri - non giustifica l’ennesima tassa. Al contrario, rende insopportabile il fatto che lo Stato non sappia provvedervi con i fondi ordinari e debba ricorrere a una nuova spremuta ai danni del contribuente.

E poi a trovare i soldi aumentando le tasse sono capaci tutti, c’è riuscito persino Tommaso Padoa Schioppa. Sarebbe molto più sensato, invece, finanziare i compiti principali dello Stato riducendo le spese per certe attività secondarie. Ad esempio, i soldi per la sicurezza si possono recuperare, in tutto o in parte, tagliando gli stanziamenti pubblici per film, spettacoli teatrali e altre presunte “attività culturali”, utili soprattutto a mantenere clientele e foraggiare parassiti.

Perché sarà anche vero che lo Stato per pagare la benzina alle vetture della polizia è costretto a raschiare il fondo del barile. Ma non è che i contribuenti, specie di questi tempi e con una pressione fiscale giunta ai massimi storici (43,3% del Pil: grazie, presidente Prodi) siano messi meglio. Nessun dubbio, dunque, che si debbano trovare i soldi necessari a far lavorare nel modo migliore carabinieri e poliziotti. Ma chi deve mettersi a dieta è lo Stato, non chi lo finanzia. Un taglio della spesa pubblica “di scopo”: i cittadini, senza dubbio, lo apprezzerebbero assai più della nuova tassa di Casini.

© Libero. Pubblicato il 6 marzo 2008.

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mercoledì, marzo 05, 2008

Ratzinger e l'Islam: i frutti di Regensburg

In Vaticano è in arrivo una delegazione di teologi islamici. Dovranno discutere assieme a papa Ratzinger del possibile confronto tra le due religioni. Sono i primi frutti del discorso tenuto a Regensburg da Benedetto XVI nel settembre del 2006. Al quale sono seguite numerose iniziative da parte di dotti musulmani, la più importante delle quali è stata la lettera aperta delle guide religiose al papa, che porta la data dello scorso 13 ottobre.

Per capire qualcosa di quello che sta accadendo e quali sono le reali prospettive di un simile confronto (che nel mondo islamico, tanto per capirsi, sta appassionando soli pochissimi intellettuali), il consiglio è leggere l'analisi del teologo Samir Khalil Samir su Asia News. Il quale, pur apprezzando la lettera inviata a Ratzinger dai saggi musulmani, non nasconde il suo pessimismo: «E' possibile che il tutto si concluda con un buco nell’acqua. Mi sembra infatti che le personalità musulmane in contatto con il papa, vogliano sfuggire questioni fondamentali e concrete, come i diritti dell’uomo, la reciprocità, la violenza ecc. per arroccarsi su un improbabile dialogo teologico “sull’anima e Dio”».

Stesso argomento, su questo blog:
Ratzinger pessimista sull'evoluzione dell'Islam
Ratzinger e l'evoluzione dell'Islam, seconda puntata

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lunedì, marzo 03, 2008

L'Europa nucleare che la sinistra non vede

In uno sforzo di originalità, l'Unità scrive che il programma del Pdl è «radioattivo». Walter Veltroni, nonostante le tentazioni nucleariste di alcuni tra i principali esponenti del suo partito, dice che non c'è spazio per l'energia nucleare in Italia. Per quello che conta, il tuttora ministro per l'Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio, giura che il programma per l'energia del Pdl è contrario a non meglio definite strategie europee.

Una constatazione, innazitutto: che Silvio Berlusconi in campagna elettorale abbia avuto il coraggio di tirare fuori dal cilindro un argomento potenzialmente così impopolare come l'apertura di nuove centrali nucleari, ha del clamoroso. O è cambiato Berlusconi, o - sondaggi alla mano - sono cambiati di brutto gli italiani e adesso sono in grande maggioranza favorevoli al ritorno all'energia nucleare. L'una cosa non esclude l'altra.

Quindi, i fatti. La verità è che l'aumento record del prezzo del petrolio e gli accordi internazionali che impongono di ridurre l'emissione dei gas serra stanno rilanciando l'opzione dell'atomo di pace nei principali Paesi europei. In Gran Bretagna, innanzitutto. Dove il Department for Business, Enterprise and Regulatory Reform ha appena invitato ufficialmente tutti gli operatori del settore a investire nella creazione di centrali nucleari (l'avvio della costruzione dei primi due impianti è atteso entro il 2010 e in totale si dovrebbe arrivare a nove nuove centrali). Nel documento del governo laburista si legge che
The Government believes it is in the public interest that new nuclear power stations should have a role to play in this country's future energy mix alongside other low-carbon sources; that it would be in the public interest to allow energy companies the option of investing in new nuclear power stations; and that the Government should take active steps to open up the way to the construction of new nuclear power stations. (...) Nuclear power is:

* Low-carbon - helping to minimise damaging climate change;

* Affordable - nuclear is currently one of the cheapest low-carbon electricity generation technologies, so could help us deliver our goals cost effectively;

* Dependable - a proven technology, currently supplying a fifth of our electricity supplies, with reactors capable of producing electricity reliably;

* Safe - backed up by a highly effective regulatory framework; and,

* Capable of increasing the diversity of our energy supplies and reducing our dependence on any one technology or country for our fuel supplies.
A bassa emissione di carbonio, conveniente, affidabile, sicura e in grado di ridurre la dipendenza dall'estero: in questi giudizi che i laburisti danno dell'energia nucleare si misura tutta la distanza che ancora separa dal modello inglese il Pd di Veltroni e i suoi riformisti alla vaccinara.

Stesso discorso in Francia, dove è stato appena dato il via alla costruzione di un terzo reattore nucleare a Flamanville. Bulgaria, Finlandia e Ucraina, intanto, tirano dritte sulla costruzione di nuovi impianti. Resta da capire, adesso, fino a quando la Germania e la Spagna riusciranno a mantenere l'impegno di rinunciare gradualmente all'energia nucleare.

Quanto alle regole europee impropriamente evocate dall'ancora per poco ministro per l'Ambiente, il Libro Verde "Una strategia europea per un’energia sostenibile, competitiva e sicura", varato dalla Commissione di Bruxelles nel marzo del 2006, parla chiaro: bisogna
«permettere un dibattito trasparente e oggettivo sul futuro ruolo dell’energia nucleare nell’UE, per gli Stati membri interessati. L’energia nucleare, attualmente, contribuisce a circa un terzo della produzione di energia elettrica dell’UE e, benché si debba prestare attenta considerazione agli aspetti dei rifiuti radioattivi e della sicurezza nucleare, rappresenta oggi la maggior fonte di energia senza emissioni di carbonio in Europa».
Addendum. Letture consigliate sull'argomento:
In Europe, New Life for Nuclear, su Business Week
Nuclear power's new age, sull'Economist
A White Paper on Nuclear Power, ovvero il documento integrale del governo inglese.

Da questo stesso blog:
Nucleare e non solo, faccia faccia tra i responsabili di An e dei Ds
Dal nucleare a Pecoraro Scanio: la triste parabola del Pci.

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domenica, marzo 02, 2008

Le chances di Casini, il ruolo di Ruini

di Fausto Carioti

C’è anche Pier Ferdinando Casini. In quella che passerà alla storia come la grande sfida tra Silvio Berlusconi e Walter Veltroni, da ieri ha iniziato a fare sul serio pure il leader dell’Udc. Un po’ per scelta propria, molto per volontà altrui, Casini stavolta corre da solo per palazzo Chigi, sotto le insegne della Costituente di centro, lista di cui fanno parte anche Savino Pezzotta e Bruno Tabacci. Le chance di vittoria, va da sé, sono pari a zero. Ma qualche possibilità di avere nella prossima legislatura un peso politico di un certo rilievo, Casini ce l’ha. Tutto dipenderà da come giocherà le sue carte da qui al voto. Ieri, lanciando la campagna elettorale, il candidato premier dei centristi qualche colpo l’ha messo a segno. La denuncia del «duopolio» Berlusconi-Veltroni, per quanto scontata, mette il dito su un nervo scoperto: le dichiarazioni del Cavaliere e di Anna Finocchiaro, che invitano gli elettori a votare per il PdL o per il Pd, ignorando gli altri partiti, hanno già dato l’impressione di essere le prove generali della grande spartizione. Per quello che valgono simili impegni, ieri è stato presentato anche un programma di governo. Che, essendo l’Udc un prodotto “di nicchia”, può almeno prendersi il lusso di scegliere a chi rivolgersi e di evitare promesse vaghe.

Ad esempio, quando si impegna per una riduzione delle tasse che non sia spalmata su tutti i contribuenti (e come tale difficile da essere apprezzata), ma avvantaggi solo le famiglie monoreddito con figli, l’Udc perde appeal nei confronti di tanti elettori, ma punta sulla concretezza per convincere la categoria alla quale tiene di più. Allo stesso modo, l’introduzione del buono scuola per mettere in concorrenza scuole private e scuole di Stato, vecchia idea dei liberisti americani, fa storcere molti nasi, anche negli istituti privati, che spesso preferiscono ricevere finanziamenti pubblici piuttosto che provare a reggersi sulle proprie gambe. Però conquista quelle famiglie convinte che la competizione, e non l’intervento del ministero, sia l’unico stimolo in grado di risollevare la scuola italiana.

Certo, per non finire triturato nella sfida più importante della sua carriera, Casini dovrà fare molto di più. Qualche amico su cui contare ce l’ha. Il filo diretto con il cardinale Camillo Ruini è costante. La grande paura del vicario di Roma, unico in Vaticano ad avere il polso della situazione politica italiana, è che nella prossima legislatura i parlamentari cattolici siano irrilevanti. È una questione di numeri, ma soprattutto di qualità. L’ideale sarebbe una presenza qualificata di cattolici sia nel popolo delle libertà che nel partito democratico. Ma è un obiettivo che si considera raggiunto solo in minima parte.

L’iniziale apertura di credito nei confronti di Veltroni, cui erano state concesse credenziali analoghe a quelle date a Berlusconi, è stata ritirata “sine die” appena viste le candidature annunciate dal Pd. E non è certo mettendo in lista il conduttore della rubrica “A sua immagine”, come ha fatto Veltroni, che si riesce a bilanciare politicamente un peso massimo come Umberto Veronesi. È andata decisamente meglio con il PdL, dove Ruini ha apprezzato nuove candidature come quella di Eugenia Roccella, che con il suo bagaglio laico e femminista si candida in difesa della famiglia e della vita, a partire dal concepimento: su lei e pochi altri il Vaticano conterà affinché svolgano un ruolo di “ponte” tra laici e cattolici.

Ciò nonostante serve un punto di riferimento fisso, che non può essere il Cavaliere con il suo partitone, dove, pur senza arrivare agli eccessi del Pd, si trova un po’ di tutto. È qui che Casini diventa importante. Un suo buon risultato elettorale garantirebbe una leadership parlamentare costante su tutti i temi importanti per il Vaticano. Le gerarchie di Oltretevere e gli elettori dell’Udc - molti dei quali, si è appreso ieri da un sondaggio di Renato Mannheimer, sono cattolici “tiepidi”, che vanno a messa con frequenza irregolare - si attendono da lui e dal gruppetto di parlamentari che riuscirà a fare eleggere una politica laica e allo stesso tempo forte sui temi etici, in grado di risultare determinante nell’attività legislativa. Non sarà facile: con ogni probabilità la Costituente di centro non farà parte della maggioranza di governo e rischierà di essere tagliata fuori dal tavolo delle riforme, che sarà gestito da PdL e Pd. Un percorso, insomma, che già adesso appare in ripida salita, ma che proprio per questo alla fine ci dirà molto sulla reale statura politica di Casini.

© Libero. Pubblicato il 2 marzo 2008.

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sabato, marzo 01, 2008

C'è smog a Grillolandia

di Fausto Carioti

Impossibile capire Beppe Grillo se non si fanno i conti con i suoi entusiasmi. I quali rispondono a logiche tutte loro, che con il pensiero euclideo nulla hanno a che vedere. Il suo entusiasmo per Antonio Di Pietro, ad esempio, ha generato vette irraggiungibili e abissi insondabili. Per l'amico Tonino, Grillo ha accettato persino di apparire in video alla kermesse nazionale dell'Italia dei valori. Ma quando - poche settimane dopo - l'ex pm si allea con «Topo Gigio», alias Walter Veltroni, uno dei suoi due bersagli preferiti (l'altro, manco a dirlo, è lo «psiconano»), tutto quello che riesce a dirgli è un flebile: «Mi ha lasciato un po' così». Dall'inventore del Vaffanculo-day l'Italia si attendeva un briciolo di fantasia e di coraggio in più. La grande smania del comico genovese, da qualche anno, è Internet. Grillo si è immerso in un groviglio di cavi Usb, porte Firewire, terabyte, schermi Lcd, modem wireless e software open source per il web 2.0. Nessun sessantenne italiano ne sarebbe uscito vivo. Il nostro invece - classe 1948 - ce l'ha fatta. Ora è un uomo nuovo. È il guru che detta la linea ai giovani, che in Italia, come noto, sono tali sino a quarant'anni. Il problema, come spesso avviene con certe infatuazioni di mezza età, è che alla fine prendono il sopravvento. Diventano ossessioni manichee, l'unico metro con il quale giudicare il mondo. Simili entusiasmi da neofita fanno idolatrare il mezzo - Internet, in questo caso - e dimenticare il fine iniziale - creare un mondo più ecologicamente corretto. È quello che sta accadendo a Grillo.

Non è sempre stato così. Passata la sbornia degli spot e degli spettacoli televisivi, Grillo era diventato un luddista senza se e senza ma. «Dieci anni fa finivo i miei spettacoli sfasciando un computer a mazzate. Ma poi ho capito alcune cose sui computer e su Internet», ha confessato in un libro uscito nel 2006. Ora Grillo sogna un mondo tipo quello codificato quarant'anni fa dal suo padre putativo, Adriano Celentano. Senza cemento: «Ogni nuova costruzione occupa spazio, risorse, distrugge il territorio». Senza grandi imprese: «Internet potrebbe aiutarci a lasciarci alle spalle un mondo dominato dai manager delle multinazionali». Senza treni ad alta velocità, senza Ogm, senza inceneritori, senza grandi centrali elettriche, senza emissioni di anidride carbonica. Nel mondo di Beppe, la gente non fa cinquanta chilometri al giorno per andare al lavoro: «È del tutto idiota portare milioni di persone nelle città quando con la Rete si può lavorare da casa o da un ufficio vicino a casa. Bisogna incominciare a odiare le macchine. Sono un feticcio, un tabù del secolo scorso». Unico oggetto ideato dopo la rivoluzione industriale degno di sopravvivere all'Armageddon è il computer, con il suo corredo di cavi e periferiche, che consente a Grillo e ai blogger coraggiosi che seguono il suo esempio di portare nel mondo verità e purezza.

È un armamentario ideologico a buon mercato, ma comunque dotato di un certo fascino. Peccato solo che non funzioni così. Non lo dicono i rivali di Grillo, ma quelli come lui, i fondamentalisti dell'ecologia. Grillolandia è più inquinata del nostro sporco mondo. C'è un libro nella galassia ambientalista, di questi tempi, che va per la maggiore. S'intitola "Shades of Green" (Gradazioni di verde), e assegna i voti ai comportamenti di tutti i giorni. Il criterio usato è quello, ormai diventato standard, delle emissioni di anidride carbonica: più CO2 getti nell'aria, più sei cattivo. Forse Grillo non l'ha letto, e comunque non parla direttamente di lui. Delle sue idee sì, però. E non ne parla bene. Il nostro guru sogna un mondo dove la gente non debba spostarsi per lavorare. Dove tutti siano sempre connessi alla Rete, e dove i centri d'aggregazione politica siano anch'essi online, come quelli costruiti attorno a Meetup, il software sponsorizzato da Grillo, grazie al quale si aggregano comunità virtuali. È quanto accaduto ai tanti "Amici di Beppe Grillo" che adesso fanno politica insieme.

Il problema (per loro) è che tutto questo non è affatto ecologico. Il vero ambientalista, quello che tiene al futuro del pianeta, vive perennemente scollegato dai media. Le informazioni? Le scambi a voce con gli altri membri della comunità. Le previsioni del tempo? Non le guardi in televisione, ma le fai osservando gli alberi e gli altri segnali della natura. Se proprio hai bisogno di essere connesso per sapere cosa avviene nel mondo, puoi usare la radio. Tecnologia di fine 1800: altro che Meetup. E Internet? E i modernissimi blog? Ecologicamente inefficienti. Assai meglio i vecchi giornali di carta. Ogni singola copia di quotidiano, infatti, è responsabile dell'emissione di 174 grammi di CO2: passando mezz'ora a "navigare" tra blog e siti "ufficiali" di notizie, si inquina di più. Anche perché i server su cui alloggiano i siti web richiedono l'uso di molta energia elettrica e comportano forti emissioni di anidride carbonica. Internet inquina.

Quanto ai nuovi feticci di Grillo, i computer, con i loro processi produttivi, le loro batterie da smaltire, i metalli dei loro circuiti stampati, sono anch'essi bocciati. L'associazione ecologista Greenpeace, che con Grillo ha fatto più d'una battaglia (ha anche aderito al Vaffa-day) dà voti decisamente bassi all'industria mondiale dell'informatica. Nessun'azienda è esente da critiche, e meritano l'insufficienza colossi come Philips, Microsoft, Motorola, Sharp, Panasonic ed Acer. Sono tutti dati che chi ride dinanzi agli ecocatastrofisti può permettersi di liquidare con un'alzata di spalle. Ma è un lusso che Grillo, ecocatastrofista di professione, non si può permettere.

© Libero. Pubblicato il 1 marzo 2008.

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