giovedì, marzo 13, 2008

Ma quale Ciarrapico: il problema è il petrolio

di Fausto Carioti

Con tutto il rispetto e tutta la simpatia per il personaggio, la presenza di Giuseppe Ciarrapico nella prossima legislatura avrà un peso pari a quello di qualsiasi altro peone: prossimo allo zero. “Er Ciarra”, come lo chiamano a Roma, non farà il premier né il ministro né il presidente di commissione. Vivacchierà tra il Transatlantico e la sua Ciociaria e quando avrà voglia di vedersi in prima pagina tirerà fuori qualche sparata da nostalgico del Ventennio, che farà la gioia dei colleghi di Unità e Repubblica. Finita lì. Nessuno si attende che Silvio Berlusconi gli metta sul piatto qualcosa di più di una semplice candidatura. Né Ciarrapico, uomo di mondo, si aspetta altro. È una vicenda che il popolo della libertà ha gestito in modo masochista, nella quale - ovviamente - la sinistra sguazza e alla quale i tre quarti dei vertici dell’informazione di Stato danno il massimo risalto, impegnati come sono a tirare il carro per Walter Veltroni (atteggiamento comprensibile: insieme alle sue chiappe sono in gioco anche quelle di tanti di loro).

Ne esce fuori il ritratto di un Paese da operetta, che il 13 e il 14 aprile sarà chiamato a votare un referendum su un signore di 74 anni in camicia nera. Il quale, una volta eletto, conterà come il due di picche quando si gioca a scacchi. E dire che la cronaca di questi giorni fornisce argomenti assai più seri su cui destra e sinistra dovrebbero azzannarsi. Per dire: il prezzo del petrolio ieri ha raggiunto l’ennesimo record, la pressione fiscale è ai massimi storici e la crescita economica italiana è azzerata. Guardando ai prossimi cinque anni, agli italiani interessa più capire quanti soldi avranno in tasca, e quindi come i candidati premier intendono affrontare simili emergenze, che non sapere dove li trascorrerà Ciarrapico. Ma sembra impossibile.

Peccato, perché quello dell’energia è il problema dei problemi. Specie in un Paese come il nostro, povero di giacimenti e costretto a rivolgersi all’estero per acquistare l’85% dell’energia che usa. Non si può risolvere il problema dell’inflazione - ovvero dello scarso potere d’acquisto di salari e pensioni - né quello della competitività delle industrie e quindi della crescita economica del Paese se non si riescono ad arginare gli effetti del caro petrolio.

La situazione peggiora ogni giorno: il prezzo del greggio ieri ha superato i 110 dollari al barile. In soli due anni, il pieno di benzina è già rincarato di dieci euro. Anche la bolletta elettrica, presto, schizzerà ancora più in alto: il 19% dell’elettricità italiana è generato bruciando petrolio, e un altro 50% è prodotto dal gas, il cui costo è trascinato all’insù da quello del greggio. Già oggi, le imprese italiane pagano una bolletta elettrica superiore del 52% a quella dei loro concorrenti francesi, del 18% a quella dei tedeschi e del 32% a quella degli inglesi.

Berlusconi, accusato di vendere facili slogan, in questa occasione ha avuto il coraggio di sfidare l’impopolarità. Il leader del PdL ha inserito la «partecipazione ai progetti europei di energia nucleare di ultima generazione» nel programma con cui si candida per palazzo Chigi. Il suo vero obiettivo, però, è più ambizioso: riaprire le centrali atomiche italiane. «Penso non ci siano alternative al ritorno all’energia nucleare», ha spiegato. Del resto, se tutti i principali Paesi industrializzati si affidano all’atomo, ad eccezione dell’Italia, che intanto continua a perdere posizioni nelle classifiche internazionali, un motivo c’è. Esiste già una proposta di legge dalla quale partire: l’ha presentata nella legislatura che si è appena chiusa Alleanza Nazionale, e prevede che gli abitanti delle località che ospitano le centrali atomiche siano esentati dall’Ici, l’imposta comunale sugli immobili, e dalla Tarsu, la tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani.

Veltroni, invece, ha preferito gli slogan facili. Nel suo programma si legge che bisogna «rottamare il petrolio». La frase è simpatica e l’idea è buona, anche se non proprio nuova: è dal 1973, anno della guerra dello Yom Kippur e del primo shock petrolifero, che l’Occidente si scervella su come evitare di mettere la propria sopravvivenza nelle mani dei Paesi arabi. Solo che, scritte quelle tre parole, Veltroni non ha più nulla da dire. Se non rubare frasi fatte ai figli dei fiori: l’obiettivo, dice, è «produrre il 20 per cento di energia con il sole e con il vento». Una bufala colossale. Oggi, mediante pannelli solari, l’Italia produce lo 0,01% della sua elettricità. L’apporto dell’eolico è pari all’1%. Per arrivare a produrre un quinto dell’elettricità italiana tramite sole e vento, come è scritto nella favoletta di Veltroni, bisognerebbe ricoprire ogni angolo d’Italia di (costosissimi) pannelli fotovoltaici e pale a vento, e probabilmente nemmeno questo basterebbe. Strano che nessuno degli “uomini del fare” che Veltroni ha messo in lista prelevandoli di peso dai vertici di Confindustria si sia accorto di tanta vacuità.

I laburisti inglesi, ai quali Veltroni dice di ispirarsi, sono fatti di tutt’altra stoffa. In un documento pubblicato poche settimane fa dal governo di Gordon Brown si legge che «è nel pubblico interesse che le compagnie energetiche possano investire in nuove centrali nucleari e che il governo prenda provvedimenti per aprire la strada alla costruzione di nuove centrali atomiche». Il leader del Pd, invece, davanti all’emergenza più importante, non sembra avere niente di serio da dire. Forse è per questo che preferisce puntare i riflettori su Ciarrapico. Ha buoni motivi per farlo. Ma il centrodestra no. Prima quelli del PdL ricominceranno a parlare agli elettori di cose serie, meglio sarà per loro.

© Libero. Pubblicato il 13 marzo 2008.

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