giovedì, agosto 30, 2007

Gli amici di D'Alema e Diliberto

Ecco chi sono quelli cui Oliviero Diliberto corre a stringere la mano, quelli che vanno a braccetto con il ministro degli Esteri italiano. I loro obiettivi "politici" sono descritti in un rapporto di 128 pagine dell'organizzazione per la difesa dei diritti umani Human Rights Watch, appena pubblicato, che ha già scatenato nuove polemiche in Medio Oriente.
Durante il conflitto armato con Israele, a partire dal 14 agosto 2006, Hezbollah ha più volte dichiarato che i suoi missili erano puntati essenzialmente verso bersagli militari in Israele, o che i suoi attacchi ai civili erano giustificabili come risposta al fuoco indiscriminato di Israele nel sud del Libano e come strumento per attirare Israele in un conflitto di terra. In verità, la prima pretesa è confutata dal grande numero di razzi che ha colpito oggetti civili ben distanti da ogni bersaglio militare, mentre gli ultimi argomenti sono inammissibili dinanzi alle leggi umanitarie internazionali.

Le forze di Hezbollah in Libano hanno sparato migliaia di razzi verso Israele, causando vittime civili e danni alle strutture civili. I mezzi d'attacco di Hezbollah si basavano su armi non guidate prive della minima capacità di colpire bersagli militari con precisione. Hezbollah ha bombardato ripetutamente paesi, città e villaggi, a quanto pare senza fare alcuno sforzo di distinguere tra obiettivi civili e militari. Facendo così, Hezbollah, come parte in causa in un conflitto armato sottoposto alle leggi umanitarie internazionali, ha violato il fondamentale divieto di condurre attacchi deliberati e indiscriminati contro i civili.
La presentazione ufficiale in Libano di questo rapporto era prevista per oggi, giovedì, ma i mezzi d'informazione controllati da Hezbollah hanno incitato il popolo alla rivolta contro Human Rights Watch, e l'hotel di Beirut in cui era previsto l'evento è stato costretto a cancellare l'appuntamento.

Tra pochi giorni, il 6 settembre, Human Rights Watch presenterà a Gerusalemme il rapporto sulle violazioni compiute nello stesso conflitto da parte dell'esercito israeliano. E si può scommettere che nessuno inciterà gli israeliani ad aggredire l'organizzazione per impedirle di parlare.

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Il topolino ci riprova

Giuliano Amato insiste a voler indossare i panni di Rudolph Giuliani, decisamente troppo larghi per lui. Qui quello che ne pensa il sottoscritto, con un po' di dati in più rispetto a quelli del Wannabe, ma altrettanto ufficiali. Scritto pochi giorni fa.

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mercoledì, agosto 29, 2007

Strade italiane, toponomastica sovietica

di Fausto Carioti

Sei bambino, guardi per la prima volta la targa di una strada e chiedi ai genitori cos’è. Ti rispondono che le strade e le piazze sono dedicate a personaggi importanti, quasi sempre gente che ha onorato il nostro Paese e merita così di essere ricordata. A bocca spalancata, ti appunti mentalmente la lezione. Passano gli anni. Diventi grande e compri il tuo primo navigatore satellitare. Ti basta giocherellarci mezz’ora per capire che non era vero niente. Questo Paese ti rende la dovuta riconoscenza solo se ti chiami Cristoforo Colombo o Giuseppe Garibaldi, insomma se hai vissuto in periodi per i quali l’Italia ha già elaborato una sorta di memoria condivisa. Le altre targhe, quelle destinate ai protagonisti del secolo scorso, sono terra di lottizzazione per gli assessori comunali, proprio come il resto dell’amministrazione cittadina. Dopo decenni di giunte rosse, il risultato è che la toponomastica italiana puzza di rivoluzionari falliti, di mitologie da kolchoz, di comunismo.

Fate la prova. Cercate quante strade sono dedicate a Nazzareno Strampelli (1866-1942). Chi era costui? L’uomo grazie al quale noi italiani mangiamo tutti i giorni. Scienziato agronomo, nato nel maceratese, trascorse la vita a creare varietà di grano più resistenti e con maggiore resa. Fu lui lo scienziato cui Benito Mussolini affidò il compito di condurre in laboratorio la battaglia del grano. Grazie al suo lavoro, la resa media della granicoltura italiana passò da 10 quintali per ettaro (anno 1913) a oltre 14 quintali (1933). Tutto il grano duro usato oggi in Italia e in gran parte del mondo è figlio delle varietà ottenute da Strampelli. Senza di lui, il pane e la pasta che mangiamo sarebbero diversi e molto più cari. Le varietà autoctone decantate dagli amanti dello slow food, come il grano duro “Senatore Cappelli”, sono sue creature. Non ci ricavò una lira, l’unica soddisfazione materiale che ebbe fu la nomina a senatore del Regno.

Qualunque altro Paese sarebbe orgoglioso di uno così. L’Italia no. Le strade dedicate a Strampelli, negli 8.100 comuni della penisola, sono appena 11. Certo, nel ’29 Strampelli prese la tessera fascista. Ma quella - per dire - ce l’aveva pure Norberto Bobbio. Evidentemente le amministrazioni locali avevano personaggi più illustri cui dedicare le loro vie. Tipo Ernesto Che Guevara (1928-1967), il quale conta 55 targhe sparpagliate in tutta Italia. Domanda: tra lo scienziato italiano che ha contribuito a sfamare mezzo mondo e il comunista argentino responsabile di 216 omicidi certificati dalle ricerche storiche (incluse 164 esecuzioni a sangue freddo, quando l’idolo dei pacifisti comandava la prigione cubana di La Cabaña), chi merita di essere ricordato da questo Paese? Certi assessori all’Urbanistica sembrano non avere dubbi.

Altro caso di amnesia riguarda lo scienziato ligure Giulio Natta (1903-1979). La plastica, così come la conosciamo oggi, l’ha inventata lui (era la metà degli anni Cinquanta, il nuovo materiale si chiamava Moplen, i laboratori erano quelli della Montecatini). Per il suo lavoro, nel 1963, Natta ottenne il Nobel per la Chimica. A lui va meglio che a Strampelli: sono 49 le targhe viarie che portano il suo nome. Tante? A guardare le 76 dedicate a Vladimir Ilyich Ulyanov, meglio conosciuto come Lenin (1870-1924), pare di no. A quanto pare gli amministratori pubblici italiani ritengono più meritevole di essere onorata la figura di un dittatore sovietico di quella di uno dei più importanti scienziati italiani del dopoguerra. A proposito di tiranni comunisti, vale la pena di ricordare le strade che sono state dedicate al compagno Stalin (1878-1953) dalle premurose amministrazioni di Raffadali e di Campobello di Licata, ambedue in provincia di Agrigento.

La politica spiega molto, ma non tutto. Dietro ci sono anche una notevole dose d’ignoranza (fermate un qualsiasi amministratore comunale, chiedetegli chi erano Strampelli e Natta e sentite cosa vi risponde) e una forte insofferenza nei confronti delle discipline tecniche, cui vengono preferite le vaghe astrazioni care alla sinistra. E infatti le strade dedicate alla Pace e al Lavoro sono centinaia, ve ne è quasi una per comune. Ma alla Scienza ne sono state intestate appena una trentina, e alla Tecnica solo 61.

Proviamo allora a fare confronti tra simili. Ad esempio tra intellettuali legati a ideologie diverse. Ezra Pound (1885-1972), poeta americano, dalla fascistissima “Radio Roma” difendeva il regime di Mussolini. Lo scrittore russo Maxim Gorky (1868-1936), che prima di tornare in Unione Sovietica visse anche lui in Italia durante il fascismo, fu uno dei poeti che più si fece strumentalizzare dalla propaganda staliniana. Ai suoi funerali, lo stesso dittatore volle trasportarne il feretro. Parrebbero due casi speculari. Ma non lo sono, almeno a leggere lo stradario d’Italia: una sola via intestata all’autore dei Cantos, nella ligure Zoagli, dieci strade dedicate all’intellettuale dei soviet. Pablo Neruda (1904-1973), poeta cileno, comunista e antiamericano? Centinaia di vie, vicoli e piazze. Louis-Ferdinand Céline (1894-1961), penna maledetta e amata dalla destra? Una sola strada, ai confini della periferia romana. Il pittore e compagno Renato Guttuso (1911-1987), scomparso venti anni fa, appare su 79 strade. Molte più di quante ne mettano insieme tre grandi scrittori conservatori come Giovannino Guareschi (1908-1968), uno che i comunisti li prendeva a pesci in faccia e, nonostante la sua fama, vede il suo nome apparire solo su 26 targhe viarie, Giuseppe Prezzolini (1882-1992), che scrisse il Manifesto dei conservatori e forse per questo non è ritenuto degno di avere più di 12 strade, e Leo Longanesi (1905-1957), inventore del moderno giornalismo italiano nonché raffinato disegnatore e umorista: appena 5 strade per lui.

Stesso discorso se parliamo di divise. Il maggiore dell’aviazione sovietica Yuri Gagarin (1934-1968), primo uomo a orbitare attorno alla Terra (era il 1961), conta lungo la penisola 77 tra strade e piazze. In questo caso meritate, vista l’importanza del suo gesto. Ma l’Italia senza dubbio deve molto di più al generale statunitense Dwight David Eisenhower (1890-1969), che durante la seconda guerra mondiale comandò le forze alleate in Europa e fu responsabile degli sbarchi degli angloamericani sulla nostra penisola. Dal 1953 al 1961 Eisenhower fu presidente degli Stati Uniti. Insomma, ce ne sarebbe abbastanza per dovergli un briciolo di gratitudine e di rispetto. Eppure il suo nome appare sulla targa di una sola strada italiana: a Montesilvano, nel pescarese. Parlando di politici, non è andata molto meglio a Winston Churchill (1874-1965), primo ministro inglese durante il conflitto mondiale e anima della resistenza al nazifascismo: non ci fosse stato, in Europa cammineremmo tutti col passo dell’oca. Tre strade per lui, da confrontare con le 76 dedicate a Lenin.

© Libero. Pubblicato il 29 agosto 2007.

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martedì, agosto 28, 2007

E' arrivato l'anti-Prodi

Gli ultimi dubbi sono svaniti. Walter Veltroni si presenta ufficialmente come l'anti-Prodi. Il suo programma, tratteggiato oggi al Corriere, è fatto apposta per essere confrontato con quello dell'attuale governo. Del quale, sotto molti aspetti, rappresenta l'antitesi.

Nel numero delle pagine: «Il programma di governo non dev’essere di 280 cartelle, ma di 10 punti, chiari, netti, identificabili». Notare che il numero scelto da Veltroni, 280, non è casuale.

Nella questione fiscale: «È evidente che il patto è in crisi, e ne occorre un altro per un fisco meno oppressivo e uno Stato più leggero ed efficiente. Un cittadino del Nord-Est che paga le tasse e attende la Pedemontana da anni, capisce che i suoi soldi non sono spesi bene».

Nella sicurezza che oggi manca: «Dobbiamo lavorare anche per il presidio del territorio. E per contrastare quanti, stranieri o italiani, violano la legalità. Occorre essere molto duri e molto severi: l’effettività della pena dev’essere una cosa seria».

Mentre nella frase che appare come la più tranquillizzante nei confronti del presidente del Consiglio - «il mio obiettivo è consolidare Prodi, non sostituirlo» - è riassunto tutto il nuovo rapporto di forza tra i due: Veltroni si sente così forte da poter disarcionare Prodi, e gli fa sapere che questo non accadrà, ma solo perché lui non vuole.

Update pomeridiano. E infatti. Arturo Parisi, prodiano sempre più tiepido ma pur sempre prodiano, commenta così le "rassicurazioni" di Veltroni sul fatto che non intende prendere il posto di Prodi: «Mi sorprende e mi preoccupa che Veltroni abbia sentito la necessità di dirlo. È nelle cose, nella parte scritta e non scritta del nostro ordinamento, che a Palazzo Chigi si va sulla base di un voto popolare». Non siamo ancora alla resa dei conti definitiva, ma i primi segnali sono chiari.

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sabato, agosto 25, 2007

C'è un altro tesoretto. Sono già pronti a mangiarselo

di Fausto Carioti

C’è un nuovo “tesoretto” nelle casse dello Stato. Ammonta a 4 miliardi di euro. Proveranno a vendervela come una buona notizia, ma non è così. Perché quei soldi in più rispetto al previsto vengono dalle tasche dei contribuenti. Perché il loro arrivo nelle mani di Tommaso Padoa-Schioppa e Vincenzo Visco era in gran parte prevedibile, e quindi la coppia da incubo avrebbe potuto evitare di infierire. E perché non un euro tornerà indietro a chi ha pagato più di quanto il governo osasse sperare. Al contrario: le tasse aumenteranno ancora, e il centrosinistra riuscirà a mangiarsi per intero il surplus fiscale attuale e quello che si accumulerà nei prossimi mesi. Il nuovo tesoretto farà così la fine di quello vecchio, volatilizzato tra mance e marchette elargite per ammansire i partitini dell’Unione e le categorie vicine ai sindacati amici.

Il meccanismo ormai è collaudato. Lo adottarono una prima volta quando dissero che il governo Berlusconi aveva lasciato i conti pubblici disastrati e l’economia al collasso. Salvo poi ritrovarsi in mano, dopo pochi mesi, 10 miliardi in più di quelli che avevano messo a bilancio. Ora ci stanno riprovando. Dapprima il governo piange miseria, così per far quadrare i conti si trova “costretto” ad alzare le imposte. Al momento di tirare le somme, però, vuoi perché la situazione era assai migliore di quella che ci avevano raccontato, vuoi perché intanto hanno aumentato i balzelli, in cassa ci sono molti più soldi del previsto. A questo punto Prodi e i suoi fingono sorpresa, ma è pura ipocrisia. Il gettito fiscale è in crescita impetuosa non da ieri, ma dal primo trimestre del 2006, cioè da prima delle elezioni: a maggio dello scorso anno il gettito tributario segnava già un aumento del 16,3%. Niente di cui stupirsi, quindi. Resta il fatto che i miliardi in più incassati dal fisco non vengono restituiti ai contribuenti, o usati per introdurre meccanismi, come il quoziente familiare, che renderebbero il fisco un po’ più equo per le famiglie numerose. Quei soldi servono infatti a garantire la sopravvivenza del governo.

Rifondazione, Comunisti e Verdi minacciano di non votare la riforma delle pensioni? Chiedono di stravolgere la legge Biagi? Bene. A settembre, quando si troveranno tutti attorno a un tavolo, Prodi avrà 4 miliardi di buoni argomenti in più. Magari quei soldi non basteranno per accogliere tutte le richieste che gli faranno, ma potrà comunque accontentarli in parte e usare poi una quota del maltolto per qualcuna delle bischerate alle quali tengono i suoi interlocutori. Tipo - per dirne una - il cosiddetto reddito sociale, che consiste nel dare soldi del contribuente a chi non lavora, in cambio di nulla. Ottomila euro l’anno esentasse, per l’esattezza. Proposta che uno dei vice di Padoa Schioppa, il verde Paolo Cento, ha depositato alla Camera. Insomma, con 4 miliardi da usare “brevi manu” una qualche intesa si trova.

In questo scenario bucolico, al contribuente è riservato il ruolo della vacca. Le macchine create per mungerlo meglio sono già pronte: come ricorda la sinistra dell’Unione, il rialzo al 20% delle aliquote sulle rendite dei Bot e di altri strumenti finanziari è scritto nel programma di governo, e lo stesso Prodi ha ammesso che, se non si fa oggi, si farà domani. Poi è in arrivo la revisione del catasto, con conseguente inasprimento delle imposte sugli immobili. Solo Confedilizia sembra essersene accorta, e infatti denuncia che «il sottosegretario Grandi non vuole solo la tassazione delle rendite finanziarie, ma porta avanti da mesi la sua idea di un catasto patrimoniale. Una rivoluzione epocale del sistema di tassazione degli immobili». Più qualche altro balzello che si presenterà, immancabile, con la Finanziaria 2008.

Alla fine del giro chi ci rimette sono i contribuenti, spremuti ben più del dovuto. Ci guadagna il presidente del consiglio, che con quei soldi extra-budget può pagarsi la sua permanenza in sella, e ci guadagnano quelli che da sinistra minacciano di farlo cadere, che potranno farsi belli agli occhi dei loro elettori attingendo al gruzzolo versato da chi paga le tasse.

Insomma, ci vuole una faccia come quella di Prodi per andare in giro a dire che gli italiani hanno pagato il 21% di imposte in più perché hanno «fiducia» nel suo governo. Buona parte di quei miliardi arriva infatti dall’innalzamento delle imposte. Come ricordava a maggio il governatore di Bankitalia, Mario Draghi, «il recente miglioramento dei conti pubblici è dovuto al forte aumento delle entrate», e «le stime del governo indicano per quest’anno un ulteriore incremento della pressione fiscale». Il resto lo spiega il boom degli utili delle grandi imprese, che ha spinto all’insù i pagamenti dell’Ires e dell’Irap. Se davvero vuole avere una misura di quanto gli elettori si fidano del suo governo, il premier deve guardare altrove. Ad esempio al sondaggio commissionato a Ipr Marketing da Repubblica. Secondo l’ultima rilevazione, fatta a metà luglio, ormai solo il 35% degli italiani ha fiducia nel suo esecutivo.

© Libero. Pubblicato il 25 agosto 2007.

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Le bugie del cibo organico, equo e solidale: se n'è accorto anche l'Espresso

Su questo blog, citando un'inchiesta dell'Economist, se ne scriveva lo scorso dicembre. Adesso c'è arrivato anche l'Espresso, che tutto è tranne che un magazine conservatore. Bene così.

mercoledì, agosto 22, 2007

I prigionieri politici di Hugo Chavez

di Fausto Carioti

Con Fidel Castro moribondo la sinistra comunista era in cerca di un nuovo dittatore da applaudire. L'attesa è stata breve: il vuoto politico è stato già riempito da Hugo Chávez, amico e allievo del tiranno cubano. In Venezuela si continua a votare, ma sono elezioni sempre meno libere: la stampa è intimidita e imbavagliata, le imprese passano la mano allo Stato, la polizia manganella e sbatte in carcere gli oppositori e ora la costituzione sta per essere riscritta a uso e consumo del caudillo. Tanto che Europa, quotidiano di una Margherita sempre più imbarazzata da certe connivenze, ha deciso di chiedere conto agli alleati e ai quotidiani della sinistra: «Sono stati i giornali comunisti a scegliere Caracas come la nuova Avana, la capitale di ogni possibile fronte comune contro il capitalismo e l'America. (…) A Rifondazione e anche a coloro che nel Pd considerano l'alleanza con questo partito non solo necessaria, ma indiscutibile, vorremo chiedere adesso: come la mettiamo con Chávez? L'antiamericanismo genetico si spinge fino a giustificare anche quest'ultima scivolata del Venezuela verso la dittatura?». È la bagarre. Il Manifesto reagisce prendendosela con quelli della Margherita: «Se ci sono detenuti politici nelle carceri chaviste», intima sarcastico il quotidiano di via Tomacelli, lo dicano. Altrimenti, silenzio. Stessa difesa del direttore di Liberazione, il bertinottiano Piero Sansonetti: «Non mi pare che le carceri venezuelane siano piene di dissidenti. Se invece ci fossero, sono pronto a ricredermi», dice al Corriere della Sera.

Se il punto è questo, eccoli serviti. I prigionieri politici e di coscienza nelle carceri venezuelane sono centinaia. Lo denunciano, tra gli altri, la Human Rights Foundation, organizzazione non governativa che annovera nel proprio board il premio Nobel per la Pace Elie Wiesel, il campione di scacchi (e avversario politico di Vladimir Putin) Garry Kasparov, il dissidente sovietico Vladimir Bukovsky e il cinese Harry Wu, reduce dai terribili Laogai, i lager di Pechino.

Il più noto prigioniero politico venezuelano si chiama Francisco Usón. È in carcere dal 22 maggio del 2004. Ex generale dell'esercito, arrestato senza processo, ha la colpa di aver espresso dubbi, durante una trasmissione televisiva, sulla verità ufficiale riguardo la morte di due soldati bruciati vivi nella cella di punizione di una base militare venezuelana. Il governo di Chávez sosteneva che le fiamme erano state accidentali. Usón, da ex militare esperto, spiegò che un lanciafiamme non può uccidere due persone e ustionarne gravemente altre sei se prima qualcuno non lo ha caricato di combustibile e portato sul posto. Per avere espresso questo giudizio tecnico, Usón è stato condannato da una corte militare (illegalmente, perché non portava più la divisa) a cinque anni e mezzo di carcere. Durante la detenzione, per due volte gli sono stati iniettati medicinali sbagliati, che hanno rischiato di ucciderlo. La vicenda di Usón, riferisce la Human Rights Foundation, ha visto il governo di Caracas violare sedici articoli di diversi trattati e convenzioni internazionali sottoscritti dal Venezuela.

Usón è il più famoso, ma non certo il solo. Quando, lo scorso 27 maggio, nelle strade di Caracas migliaia di studenti sono scesi in piazza per protestare contro la chiusura della televisione privata Rctv, vicina all'opposizione, la polizia, secondo un copione consolidato, ha fatto una retata di manifestanti chiudendo in cella oltre cento minorenni, i più giovani dei quali appena tredicenni, e ottanta adulti. «Nessuno conosce le loro condizioni o ha una lista dei loro nomi. Ecco perché i mezzi d'informazione indipendenti sono importanti. Al di là delle loro inclinazioni politiche, i media privati in molti casi hanno denunciato e impedito violazioni dei diritti umani. Ad esempio sono stati decisivi per attirare l'attenzione sul numero crescente dei prigionieri politici in Venezuela», ha ricordato la Human Rights Foundation dopo gli arresti di massa, avvenuti in aperta violazione della stessa costituzione venezuelana.

I siti web dell'opposizione abbondano delle liste dei nomi dei prigionieri politici. In uno di questi, InfoVenezuela.org, si legge che «allo stato attuale in Venezuela ci sono oltre duecento prigionieri politici e persone perseguitate per motivi politici, molti senza alcuna garanzia di ottenere un giusto processo». Cifre confermate dai maggiori organi di stampa internazionali, che solo in Italia si finge di non vedere. A novembre sul Boston Globe e sull'International Herald Tribune si poteva leggere che «oggi in Venezuela ci sono oltre 200 prigionieri politici. Molti altri venezuelani, inclusi attuali ed ex funzionari statali, ex giudici della Corte Suprema, giornalisti, ufficiali dell'esercito, leader sindacali e membri della società civile che difendono la democrazia e i diritti umani, sono obbligati a dividere le loro energie tra la battaglia per migliorare il loro Paese e gli sforzi per evitare l'arresto arbitrario». L'economista venezuelana Ana Julia Jatar ricordava che «il governo ha approvato leggi che restringono la libertà d'espressione, tra cui una che rende un crimine rivolgersi in modo "irriguardoso" al presidente e ad altri pubblici ufficiali, anche in conversazioni private. Nel Venezuela di Chávez non c'è solo la persecuzione, ma anche la discriminazione politica. Più di tre milioni di cittadini sono stati emarginati per aver firmato, nel 2004, la petizione per indire un referendum contro Chávez, seguendo l'iter previsto dalla costituzione. La lista dei firmatari è stata pubblicata sul sito web di un parlamentare di Chávez. Migliaia, in quella lista, hanno ingiustamente perso il loro impiego pubblico o hanno visto negarsi servizi da parte del governo. Le conversazioni telefoniche degli oppositori di Chávez sono registrate e mandate in onda sulle televisioni di Stato. Il ministro delle Comunicazioni», concludeva l'economista, «ha letto una delle mie email su un canale pubblico».

Completano il quadro le intimidazioni, i pestaggi e gli attentati ai danni dei giornalisti, spesso compiuti da uomini provenienti dalla polizia. Proprio per capire meglio l'entità della repressione e indagare sulla «impunità che sembra caratterizzare le esecuzioni sommarie commesse da agenti dello Stato», la Commissione interamericana per i diritti umani ha chiesto, come da prassi, di poter inviare una propria delegazione in Venezuela. Chávez si è detto disponibile, ma stava solo scherzando: il suo governo si è guardato bene dall'accettare le richieste della Commissione, che manca dal Venezuela dal 2002.

Questo è il Venezuela di Chávez. Si attendono ora segnali di ravvedimento da parte dei compagni di Rifondazione e del Manifesto. O stavano scherzando anche loro?

© Libero. Pubblicato il 22 agosto 2007.

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martedì, agosto 21, 2007

Quello che Human Rights First non dice

Si è molto letto e scritto, in questi giorni, di Hate Crimes, il rapporto dell'organizzazione non governativa Human Rights First su antisemitismo, islamofobia e omofobia in Europa (qui il sommario). Quello che il rapporto non dice è che gli immigrati musulmani nel continente hanno un doppio ruolo: vittime dell'islamofobia, certo, ma anche carnefici di ebrei e omosessuali.

Emblematico il caso di Ilan Halimi, il giovane (23 anni) figlio di immigrati marocchini rapito nel 2006 da un gang nei sobborghi di Parigi, torturato per tre settimane e ucciso nel modo più barbaro perché ebreo. Il suo è il nome che appare più spesso nel rapporto, proprio perché quell'omicidio scosse l'opinione pubblica francese (nella banlieue dove era tenuto prigioniero tutti sapevano che lui era lì, ma tutti furono complici degli assassini. Alcuni vicini di casa dei suoi sequestratori furono persino invitati ad assistere alle torture).

Il rapporto di HRF, però, si scorda di dire una cosa essenziale: i suoi aguzzini erano giovani islamici. Persino Wikipedia si è sentita in dovere di sottolineare questo aspetto, che ovviamente fu al centro delle polemiche che seguirono l'omicidio: «Implicati nel crimine sono i membri di una gang giovanile che si chiamano "les barbares", molti dei quali musulmani. Le persone arrestate sino ad oggi sono in gran parte figli disoccupati di immigranti dai Paesi africani. (...) La polizia, secondo quanto riferito, ha trovato "letteratura fondamentalista islamica e pro-palestinese" durante un arresto». Testimoni hanno raccontato poi che, durante il rapimento, i carnefici del ragazzo si divertivano a telefonare alla famiglia della vittima, e facevano ascoltare ai suoi genitori le sue grida di dolore sotto tortura mentre leggevano a voce alta versetti del Corano. Per inciso: in Francia nel 2006 i reati d'odio (per motivi razziali e verso gli omosessuali) sono scesi del 10% rispetto all'anno precedente. Uniche ad aumentare, le aggressioni contro gli ebrei.

Si dirà: è una scelta del rapporto di HRF, quella di non specificare chi sono gli aggressori. E invece no. Perché, ad esempio, del criminale che è entrato armato di coltello in una sinagoga di Mosca e ha ferito gravemente nove ebrei ci tiene a farci sapere che era un estremista di destra. Giustamente. Tutto ciò che il rapporto ci dice invece del razzismo islamico è che «l'antisemitismo è stato anche promosso, attraverso buona parte dell'Europa occidentale, tramite Internet e altri media connessi al Medio Oriente e ad altri Paesi islamici che hanno promosso l'odio nei confronti degli ebrei come parte di un messaggio politico teso a delegittimare Israele». Notare l'eufemismo: si parla di odio per gli ebrei promosso tramite i mass media dai Paesi musulmani, ma non delle aggressioni compiute dagli islamici che risiedono in Europa. Si tratterebbe di qualcosa di lontano, insomma, più legato a complesse questioni geopolitiche che alla vita quotidiana di certi sobborghi inglesi o francesi.

Eppure lo stesso rapporto sull'antisemitismo diffuso nel 2006 dall'Agenzia dell'Unione Europea per i Diritti Fondamentali alla fine dovette riconoscere, pur tra mille imbarazzi, che «in alcuni Paesi - ad esempio in Francia e Danimarca - (...) vi sono prove evidenti di uno spostamento delle responsabilità delle aggressioni dall'estrema destra verso i giovani maschi islamici» e che «i dati disponibili suggeriscono che un numero crescente di incidenti nel Regno Unito è stato causato da islamici o da simpatizzanti della causa palestinese».

Discorso simile per l'omofobia. Il libro di Bruce Bawer, giornalista gay americano che da anni vive in nord Europa, riporta numerosissimi casi di omosessuali aggrediti da gang di giovani islamici. In un articolo per il Boston Globe, lo stesso Bawer dice che «la principale organizzazione olandese per i diritti degli omosessuali ammette che, a causa dei pestaggi di omosessuali praticati dai musulmani, la tolleranza in Amsterdam si sta volatilizzando "come sabbia tra le dita"». Senza scordare che l'imam di Manchester di recente ha dichiarato che è perfettamente giustificabile la condanna a morte degli omosessuali, in quanto prevista dai precetti dell'islam.

Di tutto questo nel rapporto della ong non vi è traccia. E invece il doppio ruolo degli islamici in Europa deve essere messo in risalto, perché è inutile fingersi risoluti nell'invocare soluzioni ai problemi, come fa Human Rights First, se prima non si ha il coraggio di individuare cause e responsabilità. E la crescente presenza di immigrati islamici in Europa è una delle cause dell'aumento delle violenze antisemite e omofobiche. Piaccia o meno.

Post scriptum. Sull'antisemitismo e l'estremismo islamico in Francia, da questo stesso blog:
Succede in Europa
I primi frutti dell'antisemitismo europeo

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lunedì, agosto 20, 2007

La favola del povero mujaheddin

Quella del povero mujaheddin che abbraccia la jihad in Occidente perché disoccupato, frustrato e tenuto ai margini da una società egoista che non vuole integrarlo è una favoletta dalle gambine corte corte, ma continua ad avere il suo seguito. A dispetto di ogni evidenza empirica.

Intanto perché, a partire dall'11 settembre, la lista dei leader del terrorismo islamico e degli attentatori è composta da gente facoltosa, che anche grazie alle università occidentali ha avuto la possibilità di farsi un'istruzione e crearsi una posizione professionale di tutto rispetto. Con una inquetante predilezione - come ricordato sul Daily News - per l'attività medica. L'egiziano Ayman al-Zawahiri, braccio destro di Bin Laden, è un chirurgo di talento, nonché figlio di un docente di farmacologia alla scuola medica del Cairo e membro della Fratellanza Musulmana. Il leader di Hamas Abdel Aziz al-Rantissi, ucciso dagli aerei israeliani, era un pediatra. Mahmoud al-Zahar, uno dei fondatori di Hamas e leader dei falchi dell'organizzazione palestinese, è un chirurgo. Fathi Abd al-Aziz Shiqaqi, fondatore della jihad islamica in Palestina e "mente" dei primi attentati esplosivi perpetrati dai kamikaze, aveva studiato come medico in Egitto. Ultimi della lista (per ora), i sospettati degli attentati a Londra e Glasgow, anch'essi medici perfettamente integrati.

Adesso, a ulteriore conferma, arriva un rapporto dell'intelligence della polizia di New York (Radicalization in the West: The Homegrown Threat) sui profili dei nuovi jihadisti che agiscono in America, Europa e Australia e sul brodo di coltura in cui crescono. Non sono né poveri né emarginati. Al contrario, «vengono da famiglie moderatamente religiose, premurose, del ceto medio. Sono abili nell'uso dei computer. Parlano tre, quattro, cinque o sei lingue, inclusa quella del Paese in cui vivono: il tedesco, il francese e l'inglese». Sono «diplomati in una high school, quando non studenti universitari», e tendono ad essere indistinguibili dal resto della popolazione, svolgendo vite e mestieri del tutto «ordinari».

Resta la domandina politicamente scorretta: ma se non è la povertà, se non è la mancata integrazione nella nostra società, cos'è che spinge questi individui a odiarci al punto da volerci vedere morti?

Letture consigliate sul rapporto della polizia di New York:
The Making of a Homegrown Terrorist, su Newsweek
The NYPD looks at what turns young Westerners into jihadis, di Peggy Noonan, sul Wall Street Journal

Post scriptum. Intanto a Breda, in Olanda, un vescovo (fortunatamente uscente) di Santa Romana Chiesa propone a tutti i cattolici di cambiare nome a Dio, e chiamarlo Allah. Così saremo tutti fratelli, spiega. Eurabia avanza.

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sabato, agosto 18, 2007

Compagni che sbavano. Per Chavez

Non è colpa loro. E' che tanti compagnucci italiani non riescono a stare un giorno senza applaudire un dittatore. Vanno in crisi d'astinenza. Così, moribondo Fidel Castro, hanno già trovato con chi sostituirlo. Hugo Chávez, ovviamente, che del macellaio cubano è sodale ed erede politico. A Chávez perdonano tutto, compreso il giro di vite che ha dato alla libertà d'espressione, ai diritti dell'opposizione e che presto darà alla Costituzione, facendosi nominare capo a vita del governo venezuelano. Il senso di schifo dei moderati del centrosinistra è bene espresso da questo commento sulla prima pagina odierna di Europa, il quotidiano della Margherita. Commento che qui si sottoscrive in toto.
L’ha fatta grossa, il caudillo venezuelano, con una specie di golpe costituzionale che gli assicura sostanzialmente un mandato presidenziale a vita: per decidere che l’Italia era ormai un regime avevamo aspettato molto meno, negli ultimi anni.

Qui su Europa non amiamo impiccare persone e partiti alle loro simpatie internazionali, gioco del quale fin troppo strumentalmente è stato vittima il Partito democratico ancora in culla.

Sono stati però i giornali comunisti – compreso il manifesto, una volta esigente con le sinistre sul piano della democrazia, e ancora in questa occasione decisamente simpatizzante con il sedicente erede di Bolivar – a scegliere Caracas come la nuova Avana, la capitale di ogni possibile fronte comune contro il capitalismo e l’America.

A Rifondazione e anche a coloro che nel Pd considerano l’alleanza con questo partito non solo necessaria, ma indiscutibile, vorremo chiedere adesso: come la mettiamo con Chávez? L’antiamericanismo genetico si spinge fino a giustificare anche quest’ultima scivolata del Venezuela verso la dittatura? Non avete nulla da ridire sul fatto che in questo percorso Chávez si ritrovi sempre più spesso con l’iraniano Ahmadinejad?
Per saperne un po' di più del guitto venezuelano (e da far leggere a quelli convinti che il Venezuela sia un Paese normale):
Chávez, il buon dittatore «socialista», di Pierluigi Battista, sul Corriere della Sera di oggi;
La fine della proprietà privata in Venezuela e Il bolivarismo abusivo di Chávez e Castro, di Carlos Alberto Montaner.

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mercoledì, agosto 15, 2007

Se la legge Biagi licenzia Prodi

di Fausto Carioti

E noi che ci avevamo riso sopra. L'avevamo scambiata per una gag da avanspettacolo, e invece si trattava di puro neorealismo. Era il 3 aprile del 2006 e Silvio Berlusconi faceva la sua profezia in diretta tv: «Immagino un tavolo con Prodi che cerca di tenere assieme Vladimir Luxuria che dà gratis gli spinelli, Pannella con su scritto Vaticano talebano, la Bonino con un cartello che dice aboliamo il concordato, Francesco Caruso con il passamontagna e i bulloni, Diliberto che sventola la bandiera di Fidel Castro e D'Alema vestito da marinaretto. Come può pensare di tenerli insieme?». Ecco, ora lo ammettono pure a sinistra: stare insieme è impossibile. Ammainate le scaramanzie, la parola «crisi» oggi è sulla bocca di tutti i sostenitori di Prodi. Ieri i lettori dei giornali vicini all'Unione avevano bisogno di un antidepressivo, che di questo passo presto troveranno allegato al loro quotidiano. Il direttore dell'Unità, Antonio Padellaro, iniziava avvertendo che, se l'ultimatum di Franco Giordano è serio, «il governo è bello che fritto». Europa, il foglio della Margherita, titolava che «il Prc rilancia la corsa alla crisi». Liberazione, il giornale di Rifondazione, dà la colpa a Emma Bonino che «minaccia la crisi di governo». Cambia l'ordine dei fattori, ma il risultato resta lo stesso: Prodi kaputt.

Le lettere inviate a Manifesto e Liberazione sono una lettura istruttiva per capire gli umori della mitica "base". In una di queste la federazione del Pdci degli emigrati all'estero denuncia «l'esecrabile accordo del "nostro governo" relativo all'aumento dell'età pensionistica e alla riduzione del benessere con la nuova schiavitù del capolarato legale». La senatrice Haidi Giuliani, candidata dopo che il figlio Carlo fu ucciso dal carabiniere contro il quale si stava avventando col volto coperto da un passamontagna, nella sua lettera difende Francesco Caruso e sostiene che non è scandaloso «chiamare assassina una legge che permette a tanti imprenditori assassini di arricchirsi vergognosamente, per lo più frodando il fisco, a spese della sicurezza dei precari». Una lettrice avverte che chi si deve scusare non è Caruso, ma il senatore ulivista Tiziano Treu, autore della norma che ha preceduto la legge Biagi. E questi sono elettori ed eletti che dovrebbero sorreggere Prodi e convivere con i moderati del centrosinistra.

In realtà la legge Treu, votata dall'Ulivo due legislature fa e poi sconfessata umiliando colui che le ha dato il nome, ha creato centinaia di migliaia di nuovi occupati. E la legge Biagi le tutele al "precariato" le ha messe, non le ha tolte, mentre i posti di lavoro "buoni", a tempo indeterminato, sono aumentati. Ma ormai non c'è più spazio per ragionamenti pacati e documentati, come quello che ha provato a fare ieri sul Corriere della sera il giuslavorista (di sinistra) Pietro Ichino, spiegando che il libro di Beppe Grillo sul precariato, che ha ricevuto il plauso del portavoce del Quirinale, è costruito su una serie di «falsità». Ora importa solo la pancia degli elettori, e questa dice che le leggi Treu e Biagi sono una forma di schiavitù legalizzata. Glielo hanno fatto credere gli stessi leader dell'Unione (è stato Prodi a dire che la legge che porta il nome del giuslavorista ucciso «ha distrutto un'intera generazione»), e ora raccolgono ciò che hanno seminato.

Alla ripresa dei lavori Prodi dovrà decidere. O subisce il diktat di Rifondazione, a quanto pare avallato dallo stesso Fausto Bertinotti, che chiede di cambiare la legge Biagi e minaccia, in caso contrario, di non votare la riforma della previdenza (significherebbe mandare a casa Prodi). Oppure lascia intatta la legge, come chiedono i moderati, anche loro paventando la crisi. Il 20 ottobre lo sfascio sarà conclamato: il ministro rifondarolo Paolo Ferrero sarà in piazza per la manifestazione che critica il governo e gli chiede di svoltare a sinistra. Accanto a lui moltissimi esponenti della maggioranza e della Cgil. Probabile la presenza di altri ministri, come l'ormai ex ds Fabio Mussi, il comunista Alessandro Bianchi e il verde Alfonso Pecoraro Scanio. Lo stesso giorno un altro ministro, Emma Bonino, assieme a molti esponenti del centrodestra, parteciperà alla manifestazione di segno opposto, voluta dagli amici di Marco Biagi per chiedere al governo di non toccare la legge che porta il nome del giuslavorista ucciso.

Prodi proverà a uscirne nel solito modo: atteggiarsi a mediatore e usare ognuna delle due ali del governo come alibi nei confronti dell'altra. Ma stavolta non c'è niente da mediare: o le leggi vengono cambiate o restano come sono. Le dichiarazioni fatte ieri dal ministro del Welfare Cesare Damiano lasciano intendere che l'esecutivo è pronto a cedere a Rifondazione e a riscrivere sia la legge Biagi sia la recente riforma della previdenza. Si aspetta - non ci sarà molto da attendere - la reazione del leader della Margherita Francesco Rutelli, il quale aveva avvertito che l'accordo sulle pensioni non è negoziabile. Intanto ci ha pensato Lamberto Dini a mandare l'avvertimento a nome del gruppetto di senatori che sta coagulando attorno a sé: «Mi aspetto che ciò che è stato stabilito non sia oggetto di trattativa, altrimenti saremo noi a trarne le conseguenze». Come si vede, chiunque chieda qualcosa a Prodi lo fa minacciando la crisi di governo.

Comunque vada, qualcuno perderà e dovrà renderne conto ai propri elettori. E siccome i sondaggi, già disastrosi, sono in continuo peggioramento, nessuno può permettersi ulteriori crolli. Per questo da molte parti si inizia a dire che è meglio far cadere il governo e salvare ciò che resta del proprio gruzzoletto di voti. Conclusione alla quale gli intellettuali di sinistra - i quali sono "più avanti" per definizione - erano arrivati da tempo. Il compagno filosofo Gianni Vattimo lo aveva scritto a dicembre: «Se si va avanti ancora per qualche mese così la sinistra "che avanza" non avrà più alcun peso parlamentare. Meglio davvero lasciare che Prodi cada al più presto, e che si faccia un nuovo governo di centro».

Purtroppo per il premier, chi lo dovrebbe difendere ha preoccupazioni diverse dalle sue. Nella coalizione ormai si pensa solo a che volto avrà il partito democratico e a quali saranno i rapporti di forza tra questo e la "cosa rossa" che si formerà alla sua sinistra. È una partita che avrà conseguenze per i prossimi decenni, e se per non perderla si dovrà lasciare qualche cadavere illustre per strada, beh, pazienza. Si decide tutto da qui a dicembre e al momento l'unico ruolo possibile per Prodi sembra quello di vittima sacrificale.

© Libero. Pubblicato il 15 agosto 2007.

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lunedì, agosto 13, 2007

La nuova politica estera italiana

Sempre più lontani dalla più grande democrazia del mondo, sempre più vicini ai kamikaze islamici che vogliono cancellare Israele. I danni prodotti alla politica estera italiana da Romano Prodi e dal suo governo li riassume benissimo tale Fouzi Ibrahim, portavoce di Hamas: «L'invito lanciato dal premier italiano, Romano Prodi, al dialogo con Hamas indica che Roma è uscita dall'ombrello americano». Per lui, ovviamente, si tratta di un doppio complimento.

Dov'è lo scandalo nel dialogare con Hamas? Ecco cosa è Hamas, spiegato in un articolo di poche settimane fa da Furio Colombo, ex direttore ed ora editorialista dell'Unità, nonché attuale senatore dell'Ulivo (non proprio un neocon, insomma).
1. Hamas è una organizzazione che è stata eletta sulla base di un programma di guerra, terrorismo e distruzione di Israele. Siamo sicuri che saremmo altrettanto gentili se il governo di uno Stato europeo fosse democraticamente eletto sulla base dell'impegno di mettere a ferro e fuoco lo Stato vicino? Non è per evitare simili pericoli che sono nate ed esistono ancora le Nazioni Unite?

2. Del programma terroristico e negazionista di Hamas si è detto: sono solo parole, linguaggio di disperati. Si è detto: diamo tempo e spazio e i leader di Hamas si dimostreranno statisti. Con questa speranza il presidente palestinese Abu Mazen aveva dato vita con Hamas ad un governo di unità nazionale. Ma Hamas, con un durissimo e improvviso colpo militare, ha fatto strage degli alleati palestinesi di Al Fatah, uccidendo lì casa per casa, e ha conquistato per sé la striscia di Gaza.
Questi sono i nuovi referenti internazionali del governo Prodi.

Post scriptum. Colombo in quell'editoriale si chiedeva «qual è la politica estera italiana». Mi pare che adesso la risposta l'abbia avuta. Chiara e definitiva.

Sullo stesso argomento, su questo blog:
Governo Prodi senza più credito. Anche in Medio Oriente
D'Alema li applaude, Washington li processa
Hamas - Frequently Asked Questions

Sul sito dell'American Israel Public Affairs Committee:
Hamas Charter of Hate

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Confessioni di un ex estremista tuttora islamico

Per capire quanto sia facile per un islamico in Europa entrare nel circuito dell'estremismo (facile sia per ragioni personali, tanto viene "naturale" per un credente abbracciare l'ideologia criminale, sia per ragioni ambientali, tanto è ramificata, efficiente ed accattivante la rete di reclutamento dei mujaheddin), e quanto sia difficile (ma comunque possibile) uscirne, pur rimanendo islamici, è utilissimo leggere il racconto-confessione scritto dal giovane Shiraz Maher, uscito dall'organizzazione estremista sunnita Hizb ut-Tahrir. L'articolo, How I escaped Islamism, è pubblicato sull'edizione domenicale del Times di Londra.
Per quasi quattro anni sono stato in prima linea nell'estremismo islamico inglese in qualità di ufficiale regionale addetto al nordest dell'Inghilterra per Hizb ut-Tahrir, un gruppo estremista impegnato a creare un califfato caratterizzato dalla più severa rigidità dei costumi. Da quando me ne sono andato, nel 2005, mi sono interessato a quanto fu davvero semplice per me aderire a un movimento fondamentalista musulmano e al perché non vi era alcun aiuto disponibile quando decisi di lasciare.

Hizb era una grande famiglia sotto molti punti di vista: un gruppo che offriva supporto sociale, cameratismo, un senso di scopo e di legittimità. Avevo 21 anni, e per me fu intossicante.

Abbracciai la mia nuova identità di estremista islamico con ardore. L'estremismo islamico trascende le norme culturali, così esso non solo mi spinse a rifiutare la mia identità inglese, ma anche il mio retroterra etnico sud asiatico. Non ero né orientale né occidentale; ero un musulmano, parte della ummah (la comunità dei credenti islamici, NdAcm) globale, dove l'identità è definita tramite la fraternità della fede.

Gli estremisti islamici insistono che loro identità non è razzista perché l'Islam apre le porte a persone di ogni colore, etnia e provenienza. Questo era vero, ma il nostro mondo era comunque orribilmente bipolare. Non facevamo distinzioni sulla base del colore, ma del credo. Il mondo era semplicemente diviso in fedeli e infedeli. Era una realtà che è tornata a ossessionarmi lo scorso mese, quando ho visto che Bilal Abdullah e Kafeel Ahmed, i due uomini coinvolti nel presunto piano per attaccare Londra e Glasgow, erano tra i miei amici più stretti quando studiavo all'Università di Cambridge.
Il resto lo si può leggere qui.

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sabato, agosto 11, 2007

Caruso, la responsabilità politica è di Bertinotti e Prodi

di Fausto Carioti

Ogni volta che Francesco Caruso riesce a placare il suo egocentrismo e finisce sulle prime pagine dei giornali, Fausto Bertinotti allarga sconsolato le braccia: «Non sono il suo angelo custode. È un deputato e si assume la responsabilità di quello che dice». Franco Giordano, segretario di Rifondazione Comunista, ora che l’irreparabile sembra essere stato compiuto prova a cavarsela allo stesso modo: «Le sue sono parole in libertà, il cui solo responsabile è il deputato Caruso». Tutto pacifico, tutto tranquillo? No, non è così che funziona. Troppo comodo. Chi ha portato in Parlamento un personaggio simile non può lavarsene le mani, ma deve assumersene tutta la responsabilità politica.

Perché Caruso l’altro giorno non è improvvisamente impazzito, non era sotto l’effetto della cannabis o di altri stupefacenti (non più di quanto lo sia di solito, comunque). Frasi tipo quella pronunciata nei confronti di Marco Biagi e Tiziano Treu («sono due assassini, le loro leggi hanno armato le mani dei padroni») lui le dice da anni, fanno parte del “normale” arsenale dialettico di quella pattumiera delle ideologie rottamate che sono i centri sociali, dove Bertinotti è andato a pescarlo per farlo eleggere nelle liste del suo partito. Se non si fosse tappato le orecchie, accanto ai ritornelli sulla legge Biagi «assassina» Bertinotti avrebbe potuto accorgersi che nel brodo di coltura di Caruso c’erano anche gli slogan in favore dei macellai di Hamas e contro lo stato “criminale” di Israele, contro la polizia “cilena” e i carabinieri “servi dello Stato”. Bastava aver letto i giornali per sapere che fu lo stesso Caruso ad annunciare «verremo armati» al vertice Nato che si tenne a Napoli nel 2001 (l’intento era solo provocatorio, minimizzò poi). Lui è uno di quelli che difende i kamikaze islamici. E fu sempre lui, alla vigilia del G8 di Genova, a spedire un bossolo di fucile al ministro dell’Interno, Claudio Scajola: «Per invitarlo a riflettere», spiegò. Questo è il curriculum che ha spinto Rifondazione a candidarlo. E quindi proprio non si capisce come facciano oggi Bertinotti e il suo braccio destro Giordano a scandalizzarsi di ciò che dice.

Pur di averlo con sé Bertinotti gli ha riservato un trattamento da principe, candidandolo secondo in lista nella circoscrizione della Calabria. E siccome capolista era lo stesso Fausto, l’elezione del giovinotto napoletano alla Camera dei deputati era scontata. Erano i giorni in cui il leader rifondarolo sbandierava la candidatura di Caruso e degli altri esponenti dei centri sociali come il fiore all’occhiello del suo partito, il valore aggiunto che il Prc portava in dote all’intera coalizione. «I nostri candidati dentro l’esperienza di movimento», gongolava il futuro presidente della Camera, «hanno costruito una cultura politica e la portano in lista». La candidatura di Caruso, aggiungeva, «è un grande arricchimento», e chi lo contesta ha «una cattiva cultura politica». In effetti, a sinistra qualcuno aveva provato a dirgli che stava commettendo un errore madornale. Massimo D’Alema, ad esempio, intuendo come sarebbe andata a finire (non era difficile), lo aveva consigliato di lasciare Caruso dove stava. Ma il compagno Fausto, piccato, aveva bocciato la richiesta del diessino come «irritante ingerenza nelle scelte di un partito alleato».

L’unico che avrebbe potuto farsi ascoltare dal futuro presidente della Camera era il leader della coalizione, Romano Prodi. Ma ha preferito stare zitto. Aveva i suoi buoni motivi. L’operazione con cui Bertinotti intendeva saldare il suo partito ai movimenti no global prometteva di recuperare alla causa dell’Unione buona parte di quell’elettorato estremista che altrimenti, non sentendosi rappresentato, avrebbe disertato le urne. Si tratta della parte più primitiva del popolo di sinistra: gonfia di odio verso la legge Biagi e chi l’ha voluta, verso gli imprenditori piccoli e grandi, le forze dell’ordine, i nostri soldati all’estero («Dieci, cento, mille Nassiriya»), gli Stati Uniti e Israele. Con un calcolo cinico, Prodi decise però che bisognava raccattare ogni singolo voto, anche se veniva da elettori tanto impresentabili. Conti alla mano, ha avuto ragione lui: dei 24mila voti che hanno consentito all’Unione di vincere le elezioni, è probabile che molti, se non tutti, siano arrivati grazie all’alleanza tra Rifondazione e movimenti.

Adesso, a vittoria elettorale ottenuta, questi si indignano perché Caruso, invece di sedersi a tavola e mangiare assieme agli altri (e il banchetto potrebbe essere agli sgoccioli), si aggira per la sala ruttando e infilandosi le dita nel naso. Visto il posto in cui erano andati a prenderlo, non si capisce come potessero aspettarsi da lui un comportamento diverso.

© Libero. Pubblicato l'11 agosto 2007.

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venerdì, agosto 10, 2007

Il petroliere di sinistra e l'Unità

di Fausto Carioti

Di certo, se nonostante le sue smentite l’Unità dovesse finire davvero nelle mani di Massimo Moratti, non ci sarebbe nulla di strano. E l’errore più grosso sarebbe credere alla favola del miliardario zapatista che mette mano al portafoglio mosso da chissà quali ragioni di cuore. Niente di più sbagliato. Gli imprenditori che si buttano a sinistra appartengono a due categorie: i masochisti (Silvio Berlusconi usa un’altra espressione, ma il concetto è lo stesso) e quelli che lo fanno per interesse. Il masochismo di Massimo si limita all’Inter, e forse ha smesso di farsi del male pure lì. In tutti gli altri campi il quarto figlio di Angelo Moratti i suoi affari ha sempre mostrato di saperli fare. Eppure questa storia del petroliere sognatore con le mani bucate gira da sempre. Magari continua a girare anche perché fa comodo al diretto interessato.

La notizia l’ha data Panorama, settimanale che fa capo alla berlusconiana Mondadori: il presidente dell’Inter sarebbe il nuovo proprietario del quotidiano fondato da Antonio Gramsci. L’accordo, raggiunto con la benedizione di Walter Veltroni, secondo Panorama è già stato siglato, ma «l’annuncio arriverà tra settembre e ottobre. In ballo c’è l’organo del Partito democratico, il nodo è interno ai Ds», dice a Panorama uno dei proprietari del quotidiano.

Essere alle dipendenze dei Moratti è garanzia di una vecchiaia serena: in un mondo pieno di furbetti e pataccari indebitati, loro sono tra i pochi ad avere i soldi, quelli veri. Così, se qualcuno si aspettava che in via Benaglia, sede del quotidiano diretto da Antonio Padellaro, si alzassero le barricate per fermare l’arrivo di quello che non molto tempo fa sarebbe stato trattato come un nemico di classe, è rimasto deluso. Marx è morto, Gramsci è morto e anche l’Unità non si sente molto bene. Quello che conta, ora, è arrivare senza patemi alla pensione. Appena si è diffusa la voce dell’acquisto da parte di Moratti, il comitato di redazione, come previsto dal rituale, ha posto le sue inderogabili condizioni al futuro proprietario: «Garantire autonomia e indipendenza» all’Unità e assicurare «che il quotidiano si rafforzi come “primo giornale”», mantenendo l’organico attuale ed evitando tagli di personale. Meno di così era proprio impossibile chiedere. Glielo hanno anche messo nero su bianco, a Moratti: «Ben venga qualsiasi editore che voglia veramente fare questa professione».

Peccato che dopo poco sia arrivata la smentita di Mariolina Marcucci, uno degli attuali proprietari: «È una notizia priva di fondamento». A seguire, quella dello stesso Massimo Moratti: «Smentisco tutto». Restano i fatti. Primo: a maggio la diffusione dell’Unità è scesa ulteriormente, toccando una media di 55.000 copie, con un crollo del 13% rispetto al maggio del 2006. Servono soldi freschi e un progetto di rilancio del quotidiano. Secondo: la proprietà non intende più mettere soldi nell’iniziativa, e aspetta solo di vendere. Terzo: la redazione ha già spalancato la porta a Moratti o a chiunque dovesse avere un identikit (e un conto in banca) paragonabile al suo. Quarto: Moratti ha negato di aver concluso l’operazione, ma questo lo avrebbe fatto anche se, come sostiene Panorama, avesse già concluso un acquisto destinato a essere ufficializzato tra qualche settimana per ragioni politiche. Quinto: Massimo, a braccetto della moglie Milly, accampato a sinistra si trova davvero a suo agio. È il candidato naturale all’acquisto dell’Unità, destinata a diventare l’organo del futuro Partito democratico e a suonare la grancassa per Veltroni (a proposito: tra i vip che hanno firmato per la candidatura del sindaco di Roma alle primarie del Pd c’è pure Milly).

Anche perché non sta scritto da nessuna parte che simpatie politiche e utili d’impresa debbano viaggiare su binari diversi. Prendi l’ultimo dei surrogati di Fidel Castro, il presidente venezuelano Hugo Chavez. È uno che non si fa problemi a sbattere in carcere gli oppositori o a chiudere giornali e televisioni che parlano male di lui. Però è uno di sinistra, e il Venezuela controlla il 6,6% delle riserve mondiali di petrolio, e il business dei Moratti è la raffinazione del greggio. Così non c’è stato da stupirsi se, nell’ottobre del 2005, Chavez è stato ospite d’onore del patron dell’Inter allo stadio San Siro. Moratti assicurò di non averci parlato di affari, ma solo della loro «comune sensibilità verso i temi sociali». La speranza è che Moratti abbia mentito, perché la sua sensibilità sembra avere davvero poco in comune con quella del dittatorello venezuelano. Per fortuna.

Anche l’amicizia con Gino Strada (l’immancabile Milly è presidente della Fondazione Emergency), l’aria che si respira in famiglia (Milly è capogruppo dei Verdi al Comune e il figlio secondogenito, Giovanni, ha confessato a Libero le sue scarse simpatie per Berlusconi), i suoi scambi di amorosi sensi con il subcomandante Marcos, la passione per la causa del Chiapas, la sua ventilata candidatura a Palazzo Marino con l’Ulivo: tutto molto sincero, ma tutto finisce per alimentare l’immagine del petroliere di sinistra, al quale quindi tutto si perdona. Anzi, al quale nulla c’è da perdonare. Nemmeno il fatto di ricavare tutti i suoi soldi da uno dei business più inquinanti.

Tanti petrolieri americani sono in prima fila nelle donazioni alle fondazioni ambientaliste: hanno la coda di paglia e cercano di farsi una patente di rispettabilità ambientale. Massimo non deve sforzarsi per apparire ecocompatibile: gli basta essere quello che è. Gli altri imprenditori litigano con lo Stato, che li spreme di tasse. Lui con lo Stato ci fa i soldi. Vende (a tutti noi) l’energia elettrica prodotta con gli scarti delle sue raffinerie. E lo fa a prezzo ultraconveniente (per lui), perché c’è una legge, detta Cip6, che impone allo Stato di acquistare l’energia prodotta dalle fonti rinnovabili «o assimilate». Pazienza se, nonostante l’assimilazione di diritto, di fatto l’energia prodotta bruciando gli scarti delle raffinerie sia tutt’altro che pulita. A questo provvedimento “ambientalista” la holding di famiglia, la Saras, di cui Massimo è amministratore delegato, deve il 40% degli utili realizzati, pari a 240 milioni di euro l’anno. Visto che profitti e ideologia possono andare d’accordo?

© Libero. Pubblicato il 10 agosto 2007.

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giovedì, agosto 09, 2007

La nuova linea inglese sull'islam

Qualcuno ricorderà Undercover Mosque. Era l'inchiesta andata in onda su Channel 4, canale pubblico del Regno Unito, che - prima di Controcorrente e di Annozero - aveva mandato giornalisti in incognito, dotati di telecamera nascosta, dentro le moschee, per cercare di capire cosa predicano gli imam d'Oltremanica e quale materiale viene distribuito ai fedeli musulmani.

Ne era uscito un quadro abbastanza raccapricciante. Come riassumevo all'epoca,
il cronista ha assistito a sermoni nei quali predicatori di scuola saudita (e quindi wahabita) proclamavano la supremazia dell'islam, annunciavano l'avvento di una nuova jihad contro gli infedeli (cioè contro tutti noi) e diffondevano l'odio per i non musulmani e per i musulmani che non seguono i precetti dell'islam più intollerante.

«Un esercito di islamici si solleverà», ha annunciato un predicatore in moschea. Un altro ha detto che compito degli islamici inglesi deve essere «smantellare» la democrazia britannica: devono «vivere come uno Stato all'interno dello Stato» fin quando non saranno «forti abbastanza da prendere il potere». L'inchiesta ha svelato anche che le università dell'Arabia Saudita stanno attirando numerosi giovani islamici occidentali per allevarli secondo i dettami dell'islam più antimoderno e antioccidentale, e quindi inviarli in giro per il mondo come predicatori.

Nei centri di cultura islamica inglesi sono disponibili dvd e libri che riportano i sermoni di questi predicatori di scuola saudita, le cui prediche sono rintracciabili anche sul Web. Contengono "insegnamenti" sulle donne («Allah ha creato la donna deficiente, il suo intelletto è incompleto»), sulle ragazze («se arrivata all'età di 10 anni non indossa il hijab, noi la picchiamo») e sugli omosessuali. Qualcosa di molto simile a quanto raccontato ieri da Magdi Allam sul Corriere, nel suo articolo sul predicatore d'odio islamico di Verona.
La polizia inglese si è mossa. «Bene», verrebbe da dire, «meglio tardi che mai». No, male. Perché nel mirino, per istigazione all'odio razziale, non sono finiti i predicatori wahabiti. Ma i responsabili del programma. Raccontano tutto il Times di Londra e il Daily Mail di oggi. La polizia inglese ha esaminato il materiale filmato da Channel 4 e si è preoccupata non per quello che avevano detto gli imam, ma per i tagli effettuati in sede di montaggio, che secondo i poliziotti finirebbero per mostrare le frasi dei predicatori fuori dal loro giusto contesto.

La polizia prima ha provato a portare i responsabili del programma davanti alla magistratura, accusandoli di odio razziale, ma i pubblici ministeri gli hanno risposto che non vi erano i presupposti per una simile azione. Quindi si è rivolta all'Authority per le telecomunicazioni, affinché sanzioni chi ha prodotto e mandato in onda Undercover Mosque.

Come rispondono a Channel 4, «crediamo che i commenti riportati nel filmato fossero già eloquenti di per sé. Molti oratori sono stati mostrati chiaramente mentre facevano commenti ripugnanti ed estremistici. Si tratta di un documentario approfondito e dettagliato, realizzato in oltre nove mesi di lavoro, che consentiva a questi commenti di essere visti nel loro contesto completo. A tutti coloro che erano stati filmati mentre parlavano è stato offerto il diritto di rispondere, e nessuno di loro ha mai negato di aver fatto quei commenti».

Per capirsi. Uno degli imam filmati di nascosto era stato ripreso mentre lodava l'esecuzione, ad opera dei talebani, del soldato inglese Jabron Hashmi, dicendo: «L'eroe dell'islam è colui che gli ha staccato la testa dal busto». Un altro sosteneva che «i musulmani non possono coesistere con i non musulmani», che le donne sono «deficienti» e gli omosessuali «cani che debbono essere uccisi». Ma tutti ora dicono che le loro frasi erano state decontestualizzate. Commento del deputato conservatore Adam Holloway, ex cronista investigativo: «Mi sembra proprio che Channel 4 abbia fatto un ottimo lavoro e che, invece di prendersela con loro, la polizia debba fare un po' di investigazioni in incognito per conto proprio».

E' il nuovo andazzo inglese, inaugurato dal primo ministro Gordon Brown quando ha proibito di chiamare "terrorismo islamico" quello iniziato con gli attentati dell'11 settembre. May God (Allah) save the Queen.

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mercoledì, agosto 08, 2007

E' un think tank il primo frutto dell'avvicinamento tra Casini e Rutelli

di Fausto Carioti

In attesa di capire se quello tra i rutelliani e l’Udc è un semplice ammiccamento estivo o il preludio a un vero accordo politico, in queste ore si registra un lavorio frenetico, da ambedue le parti, per mettere insieme tutto quello che già adesso si può unire. I risultati si vedranno presto, già alla fine dell’estate. Il primo frutto tangibile del connubio tra gli uomini di Francesco Rutelli e quelli di Pier Ferdinando Casini arriverà tra poche settimane: si chiama Oseco, e sembra giungere apposta per confermare le preoccupazioni di chi, a destra come a sinistra, teme il consolidarsi di un asse neocentrista benedetto dal Vaticano. Oseco sta per Osservatorio delle strategie europee per la crescita e l’occupazione: una sigla ostica e con poco sex appeal, ma non deve trarre in inganno. L’acronimo nasconde infatti quelli che dovrebbero essere i migliori cervelli del riformismo cattolico, sia sul fronte della Margherita rutelliana sia nell’area Udc. Riuniti insieme per dare vita a un think tank all’americana, che avrà il compito ambizioso di disegnare progetti di legge per i parlamentari dei due partiti. Lo statuto dell’associazione, ancora da sottoporre alle ultime limature, sarà presentato a settembre. Ovviamente, Oseco avrà la sua rivista, la cui filosofia “aggregante” è già nel nome: Synthesis. Il numero zero è atteso tra un mese. Verrà alla luce come trimestrale, ma l’idea è di farla diventare al più presto un bimestrale o addirittura un mensile.

Oseco, che nasce come associazione e punta a diventare una vera e propria fondazione, inizialmente sarà una joint-venture tra due pensatoi confinanti, ma di sponde opposte: il Laboratorio per la Polis, fondato dal cattolico democratico Alberto Gambino, delfino di Oscar Luigi Scalfaro, che insegna Diritto privato a Napoli e Filosofia del Diritto all’Università pontificia Regina Apostolorum, e l’associazione «di ispirazione cristiana» dei Cento Giovani. Il primo è vicinissimo a Francesco Rutelli, del quale Gambino è il più apprezzato consigliere politico. La seconda è una storica organizzazione della Dc capitolina, nata nel 1975, molto ben vista in Vaticano e diventata uno dei “serbatoi” naturali dell’Udc romana. Una simile formula consente a Rutelli e Casini di poter compiere insieme i primi passi di una nuova possibile avventura politica senza esporsi di persona. Le due associazioni, infatti, sono ufficialmente autonome, così come autonome sono le loro iniziative. I due leader, sino ad oggi, si sono limitati a dare una tacita e interessata benedizione. Presidente del comitato scientifico di Oseco sarà lo stesso Gambino, a conferma dell’importanza del progetto che vuole mettere sotto lo stesso tetto i cattolici “coraggiosi” di destra e di sinistra. Accanto a lui, tra gli altri, Michel Martone, uno dei più giovani giuslavoristi italiani, e Alessandro Sciolari, direttore scientifico di Assoknowledge, l’associazione di Confindustria che rappresenta le imprese di formazione. Bipartisan anche la divisione degli uffici: la sede del comitato scientifico sarà in casa del Laboratorio per la Polis in via Sant’Andrea delle Fratte, quella della rivista negli uffici dei Cento Giovani in via Emilio Albertario.

Presidente di Oseco e curatore di Synthesis è un figlio d’arte, Michele Gerace: il padre, Antonio, è un nome storico della Balena bianca capitolina. Michele cita Alcide De Gasperi («Un politico pensa alle prossime elezioni, lo statista alle prossime generazioni») e parla come un democristiano navigato. Già candidato alle amministrative per l’Udc, mostra idee molto chiare: «Il politico che più mi piace è Casini, un personaggio davvero interessante». Ma guai a declinare tanta democristianeria come immobilismo. «Il nostro», attacca, «è un progetto riformista ispirato alla strategia europea di Lisbona per la crescita e l’occupazione. La Francia con Nicolas Sarkozy sta facendo riforme molto importanti. In Italia siamo in fortissimo ritardo. Spesso al nostro parlamento sono sottratti argomenti importantissimi come la riforma del sistema universitario, del welfare, della pubblica amministrazione. Il nostro scopo è elaborare una sintesi quanto più traversale possibile di ciò che di meglio avviene in Europa». Gerace non si nasconde che potrebbe essere il primo passo verso un discorso molto più ampio tra Margherita e Udc, ma da buon diccì fa un passettino per volta: «Non sappiamo se la nostra iniziativa avrà effetti immediati dal punto di vista politico. Certo, l’elettorato dei due partiti spesso è lo stesso. Ma noi ora vogliamo solo tratteggiare alcune prospettive di riforma che non conoscano né destra né sinistra né centro».

© Libero. Pubblicato l'8 agosto 2007.

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martedì, agosto 07, 2007

Un po' di videoblogging (si scrive così?)

Lo so che l'argomento ha il sex appeal di una betoniera. Però i servizi pubblici locali (acqua, gas, nettezza urbana...), liberalizzati sinora poco e male, hanno riflessi importanti sulle tasche dei contribuenti. Chi vuole vedere la tavola rotonda organizzata da Confronto.it e moderata dal sottoscritto, alla quale hanno partecipato pezzi da novanta del calibro di Antonio Catricalà, presidente dell’Antitrust, Daniele Capezzone, Bruno Tabacci, Stefano Saglia e molti altri, può andare sul sito di Radio Radicale e seguire l'intervento che preferisce.

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