venerdì, aprile 09, 2010

Contro il Nobel per la pace a Internet

di Fausto Carioti

Premesso che quello per la Pace è il più ridicolo dei Nobel (lo hanno vinto il capo terrorista palestinese Yasser Arafat per quello che aveva fatto e Barack Obama per quello che non ha mai fatto, e tanto dovrebbe bastare), la smania giovanilista di assegnarlo a Internet, molto in voga in questi giorni, è l’ultima cavolata da mettere in conto al politicamente corretto. Come tale sta ottenendo un ampio consenso bipartisan. Ovviamente nessuno ha il coraggio di dichiararsi pubblicamente contrario. Si sa: Internet è giovane, Internet è il futuro, Internet è trendy e molto cool, e pazienza se chi lo dice sta al mouse e al touch-screen come l’uomo di Neanderthal stava alle posate da pesce.

La candidatura ufficiale del Web al Nobel per la pace, lanciata in Italia dal mensile Wired, è sponsorizzata - tra gli altri - dal presidente della Camera Gianfranco Fini, da Giorgio Armani, da Umberto Veronesi e da parlamentari dei diversi gruppi. Nelle motivazioni della candidatura c’è molta elegia e poca sostanza. La sostanza è riassumibile in questa frase, pubblicata su Wired: «Internet è la prima arma di informazione di massa. Un formidabile strumento di democratizzazione del sapere e di libera espressione». Bella, libera e democratica: fosse tutta qui, la questione sarebbe chiusa. Però non è tutta qui. Anzi.

Perché la Rete, in sé, non è né democratica né libera, così come non è né buona né malvagia. Su Internet c’è di tutto: ci sono le testimonianze dei blogger iraniani, certo. Ma c’è anche l’odio razziale, di classe, politico, tribale e religioso: verso i neri, gli ebrei, i cristiani, gli uiguri, gli interisti e ogni “etnia” di questo mondo. E pure questa è Internet. Ci sono i video della polizia americana che picchia persone indifese e scalda le coscienze dei difensori delle libertà civili: bene, bravi, applausi per Internet. Ma ci sono anche i video dei deficienti italiani che picchiano il ragazzo down a scuola, o montano la videocamera sul manubrio della moto e si mettono contromano a duecento all’ora: morti loro, morti i poveretti - padri, madri, figli - che hanno avuto la sfortuna di incontrarli. Tanto poi ci pensa qualche idiota al cubo a mettere il filmato su Youtube, e centinaia di migliaia di contatti sono assicurati, perché “alla gente” piace vedere certe cose. E anche questa è Internet. Ci sono tanti bei libri gratis, sul Web. E se tu sai una cosa e la condividi con me, siamo più ricchi in due: molto bello e molto democratico, come no. Ma sul Web, nei posti giusti, trovi anche le istruzioni per fabbricare una bomba nel garage di casa e andare ad ammazzare il prossimo, o gli indirizzi degli autori delle vignette ritenute blasfeme dai musulmani, così puoi andarli a trovare e sbudellarli nel nome di Allah. E pure queste sono informazioni che possiamo scambiarci con i bit, anche questa è Internet. Ci sono i siti che predicano l’amore e la tolleranza. E ci sono i siti dei pedofili, con le foto dei bambini violati. E anche questa è Internet.

Dire che Internet merita il Nobel per la Pace è come dire che la letteratura o la televisione meritano un tale riconoscimento. Ci sono i libri e le trasmissioni che solleticano gli istinti più bassi e quelli che ci elevano lo spirito e magari ci cambiano la vita. Allo stesso modo, Internet è uno specchio della vita e dell’umanità: nobile e infame allo stesso tempo.

L’alternativa ci sarebbe: dare il Nobel per la Pace, o meglio ciò che resta di esso, alle “Damas de blanco”, le “donne in bianco” di Cuba, le familiari dei prigionieri politici messi in carcere da Fidel Castro. Non sono trendy e non sono cool. Molte di loro sono anziane, non hanno i cellulari e nelle loro case non c’è l’antenna parabolica (grazie, compagno Fidel). Sono anti-moderne e molto poco fotogeniche. Dare il Nobel a loro sarebbe un gesto scomodo, che punterebbe ancora una volta l’attenzione del mondo sulla dittatura dei fratelli Castro e su ciò che avviene nelle carceri cubane (che mica c’è solo Guantanamo, da quelle parti). Farebbe andare in bestia Gianni Minà, Ignacio Ramonet e tutte le cheerleader del regime cubano, e già solo per questo ne varrebbe la pena. Invece delle quotazioni di Google, un simile riconoscimento aiuterebbe la causa dei prigionieri politici cubani e magari di tutti gli altri prigionieri politici del mondo. C’è arrivato persino Piero Fassino: «Le Dame in Bianco di Cuba», ha detto, «vanno sostenute in tutti i modi, perché stanno conducendo una battaglia per la libertà e la democrazia. Non solo per i loro congiunti, ma per tutti i cittadini cubani». Insomma, capirlo non è difficile.

© Libero. Pubblicato l'8 aprile 2010.

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