venerdì, gennaio 08, 2010

Avatar e i suoi nemici

di Fausto Carioti

E poi pretendono di non essere noiosi. È dal 1977, anno di uscita di Guerre Stellari, che ad ogni grande produzione americana che arriva sugli schermi i registi de noantri ripetono le stesse cose. Cioè che questi film sono tutti effetti speciali e niente sostanza, che Hollywood vince al botteghino solo perché può permettersi budget inarrivabili, che il cinema italiano rischia di essere strozzato da questa concorrenza sleale (e quindi, sottinteso, deve essere aiutato da noialtri contribuenti). Eccetera eccetera. L’ultima pietra dello scandalo è Avatar, pellicola visionaria e fantascientifica diretta da James Cameron (quello di Terminator, Alien e Titanic). In Italia inizierà ad essere proiettata il 15 gennaio, ma già adesso bisogna parlarne male. A farlo per prima ci ha pensato ieri Repubblica, per la penna di Roberto Faenza, il regista che ha diretto la trasposizione cinematografica de “I Vicerè” e film come “Il caso dell’infedele Klara”. Il titolo di prima pagina già dice tutto: «Film come Avatar uccidono gli attori e il nostro cinema». E gli argomenti usati da Faenza, appunto, sono prelevati con il copia-incolla dalle puntate precedenti, si chiamassero Et, Toy Story o Independence Day: «Il computer ha preso il sopravvento sulla macchina da presa»; «È il dominio del fantastico occupato manu militari con la forza del denaro più che con la creatività»; «Da una parte gli studios americani e dall’altra il cinema dei paesi europei, asiatici, africani, sudamericani. Una partita persa in partenza, vista la sproporzione delle forze in campo». Notare che Faenza, per sua stessa ammissione, non ha visto il film, ma solo qualche spezzone. Però tanto gli basta.

Che palle. Anzi: che balle. Dire che gli americani fanno meglio di noi senza ricorrere alla creatività, come fa Faenza, è un falso storico, una bugia auto-consolatoria. Anche quando il film è un lungo, interminabile effetto speciale, come quelli della Pixar-Disney, realizzati interamente al computer, la gente fa la fila al botteghino e si commuove in sala non per la grafica 3d, ma perché s’innamora della grande storia del piccolo pesce pagliaccio portato via al padre. In realtà, Faenza e i tanti che la pensano come lui non hanno nulla da temere dall’arrivo di Avatar: il cinema italiano non ha bisogno dell’aiuto di Cameron per ammazzarsi, ci sta riuscendo benissimo da solo. Proprio perché da queste parti si è persa la cosa più importante, quella per cui la gente va al cinema: la capacità di creare e raccontare storie belle e appassionanti.

I registi italiani hanno imboccato la strada intimista, quella degli stati d’animo e delle sensazioni che nascono dalle piccole storie, o quella della denuncia politica più scontata, alla Nanni Moretti. Spesso si tratta di archetipi pescati dal microcosmo in cui vivono i cinematografari stessi, lontani dalla gente vera, che infatti non si riconosce in quelle storie. Le grandi trame non ci sono più. E grandi trame non vuol dire grandi produzioni, ma storie nelle quali almeno una generazione possa identificarsi. Come fece Ettore Scola nel 1974, con “C’eravamo tanto amati”: due ore di pellicola usate non per fare la morale allo spettatore, ma per raccontare come in trent’anni la vita era riuscita a cambiare tre partigiani che avevano combattuto insieme. Per non parlare della dimensione epica del racconto cinematografico: l’ultimo italiano a conoscerla si chiamava Sergio Leone, non a caso ancora oggi il regista italiano più citato all’estero e - anche se nessuno lo ammette - il meno apprezzato dai suoi colleghi italiani.

Vale per il cinema, ma vale anche per le produzioni televisive: quelle americane si fanno vedere in tutto il mondo non perché usino effetti speciali o budget epocali - spesso sono girate in pochi interni, come “Casalinghe disperate” - ma perché vantano storie appassionanti basate su dialoghi e sceneggiature di altissima professionalità e personaggi dotati di un grande spessore psicologico (tra i poliziotti di Csi o i medici del dr House o di Grey’s Anatomy non ce ne è uno banale, uno che non abbia il suo personalissimo demone con cui fare i conti ogni sera). Al confronto, i copioni di tante serie italiane sembrano scritti da bambini delle elementari, e i personaggi che le animano (si fa per dire) girano per lo schermo con l’elettroencefalogramma piatto. Eppure chi lavora negli studios californiani raramente ha la presunzione di essere un artista: cinema e televisione sono industrie come le altre, che hanno bisogno di manovalanza qualificata, che in questo caso va da chi sistema le luci sul set allo sceneggiatore che scrive il dialogo più importante.

A questa mentalità industriale di Hollywood, un tempo il cinema italiano rispondeva con quella sana sapienza manuale che ha permesso ad artigiani come Carlo Rambaldi di entrare nel grande giro e fare incetta di premi Oscar. Adesso di questa intelligenza pratica non c’è più traccia. In compenso abbonda la spocchia da grandi artisti incompresi. Un lusso che tanti nostri registi possono permettersi solo convincendosi che, se il grande pubblico ha smesso di seguirli da un pezzo, la colpa è di quei prepotenti degli americani. Per dirla con il solito Nanni Moretti: continuiamo così, facciamoci del male.

© Libero. Pubblicato l'8 gennaio 2010.

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