sabato, giugno 28, 2008

L'"Operazione trasparenza" e il sindacato oscuro

di Fausto Carioti

I numeri diffusi dal ministero della Funzione Pubblica non svelano nessun segreto di Stato. Distacchi (retribuiti) e permessi sindacali (idem) sono previsti dalla legge e dai contratti collettivi. Tutti sanno che ci sono. Di nuovo, da ieri, sappiamo solo quanto l’attività sindacale pesa sulla pubblica amministrazione e sulle tasche dei contribuenti: un milione e 369mila giornate lavorative l’anno, per un costo, non piccolo, di 121,4 milioni di euro. Come si spiegano, allora, l’imbarazzo (evidente) e l’ostilità (celata a fatica) con cui Cgil, Cisl, Uil e le altre sigle hanno accolto la pubblicazione di queste cifre da parte del ministro Renato Brunetta? Semplice: si spiegano con l’abitudine pluridecennale dei sindacati di fare tutto all’oscuro dei cittadini. Che poi sarebbero i loro finanziatori, ma siccome si tratta di finanziatori spesso inconsapevoli, meglio che continuino a rimanere tali. Nel torbido si pesca meglio.

I sindacati italiani sono “oscuri” in quasi tutti gli aspetti della loro esistenza. L’articolo 39 della Costituzione stabilisce che l’unica condizione richiesta alle organizzazioni sindacali è «un ordinamento interno a base democratica». Peccato che la democrazia, ovvero la conta dei numeri, sia aliena dalla logica sindacale. Non esiste - anche perché i sindacati non la vogliono - una legge che misuri e regoli il loro potere di rappresentanza. Non è trasparente né democratico nemmeno il modo con cui i sindacati ottengono nuovi iscritti e mantengono quelli che già hanno. Nel 1995 gli italiani, tramite referendum, con il 56% dei voti abrogarono la norma che obbliga i datori di lavoro a versare ai sindacati, automaticamente, le quote per conto dei lavoratori iscritti. I sindacati dissero che quel voto era un attentato alla democrazia. In realtà non è cambiato nulla: scomparsa dall’ordinamento giuridico italiano, la norma è stata inserita negli accordi contrattuali di lavoro. Il rinnovo del tesseramento è automatico, cioè va avanti sino a quando il lavoratore non comunica formalmente di voler ritirare la sua iscrizione. E sfilarsi, specie se sei un dipendente pubblico, non è cosa semplice: se la delega non è revocata entro il 31 ottobre, lo sventurato resta iscritto al sindacato e continua a pagare per l’intero anno seguente.

Poi ci sono le iscrizioni che i sindacati ottengono “aiutando” i pensionati a compilare i moduli per la pensione di vecchiaia: tra le tante firmette da apporre, una - tutt’altro che obbligatoria - delega l’Inps a trattenere ogni mese, dal sudato assegno, le quote da girare al sindacato. Se l’interessato non presenta disdetta, il prelievo va avanti fino al suo passaggio a miglior vita. Anche in questo caso il ritiro della delega non è immediato, ma fa effetto solo dopo tre mesi.

Oscuri nel finanziamento, i sindacati non possono certo diventare limpidi al momento di presentare il rendiconto. Le imprese quotate in Borsa sono obbligate a dare conto di ogni spicciolo che incassano e dell’uso che ne fanno. Ma i sindacati, associazioni i cui azionisti - volenti o nolenti - sono tutti i contribuenti italiani, si guardano bene dal presentare un bilancio trasparente, dallo spiegare le ragioni degli ammanchi che spesso si verificano nelle camere del lavoro territoriali e dal dare conto di quanto arriva da ogni voce di finanziamento, inclusi i cosiddetti “enti collaterali” come i patronati sindacali, i centri di assistenza fiscale, gli enti di formazione, le associazioni dei consumatori e gli enti di cooperazione allo sviluppo internazionale.

Una filosofia, insomma, opposta a quella che Brunetta sta cercando di portare nella pubblica amministrazione, che con i suoi 3,4 milioni di dipendenti è di gran lunga il primo datore di lavoro d’Italia. Dopo gli stipendi dei dirigenti del suo ministero e l’elenco dei consulenti di tutte le amministrazione d’Italia - almeno di quelle che hanno collaborato all’iniziativa del ministro, tra cui non figura, ad esempio, la magistratura - la pubblicazione dei dati relativi a distacchi e permessi sindacali serve proprio a far capire ai cittadini che fine fanno i loro soldi.

Perché il bello, nonostante quel che ne pensa Tommaso Padoa-Schioppa, non consiste nel pagare le tasse, ma nel sapere che lo Stato ha usato i tuoi soldi in modo decente o, in alternativa, nel mandare a casa, a calci nel sedere, chi li ha sprecati. È il principio, molto liberale, del “conoscere per deliberare”. «Operazione trasparenza» la chiama il ministro. Il giorno che il sindacato farà qualcosa di simile ne guadagneranno tutti. Lavoratori e contribuenti per primi.

© Libero. Pubblicato il 28 giugno 2008.

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giovedì, giugno 26, 2008

La ragazza marocchina di Piacenza e l'integrazione che non c'è

di Fausto Carioti

Il grande merito dei fatti di cronaca è che ogni tanto ci costringono a togliere lo sguardo da Montecitorio e palazzo Chigi per farci guardare i vicoli e le case italiane, teatro di drammi veri, più potenti persino del lodo Schifani. Ieri, ad esempio, ci è stato ricordato che in Italia esistono ancora i matrimoni combinati. Anzi, con ogni probabilità sono in aumento, anche se nessuna statistica ufficiale lo dirà mai, visto che il fenomeno riguarda soprattutto quel microcosmo, separato dal resto della società, che sono le famiglie di tanti immigrati islamici in Italia. A Piacenza una marocchina di sedici anni è stata costretta a scappare di casa, e a fingere un rapimento, per evitare il matrimonio che la sua famiglia gli aveva combinato con un connazionale ultrasessantenne. Il quale era disposto a pagare i genitori della ragazza affinché gliela dessero in sposa: se non è tratta di minori, dunque, poco ci manca. La giovane, vivaiddio, è innamorata di un suo coetaneo, e a sposare uno che potrebbe essere suo nonno non ci pensa proprio. Siccome vive in mezzo a tanti ragazzi italiani e sa cosa è la libertà, ha deciso di averne diritto anche lei.

Per un caso che finisce sui giornali grazie al gesto coraggioso di un’adolescente, ce ne sono migliaia che passano sotto silenzio. E che poco alla volta, ma più velocemente di quanto si creda, stanno contribuendo a cambiare il volto del nostro Paese. In molte comunità straniere in Italia i matrimoni combinati sono la norma, non l’eccezione. E spesso le unioni avvengono tra uomini immigrati e donne del loro Paese d’origine, che da queste parti non hanno mai messo piede. Molti preferiscono infatti sposare una connazionale che non sia stata ancora “corrotta” dai costumi occidentali, la quale poi arriva nel nostro Paese grazie al ricongiungimento familiare (sono 90.000 gli stranieri che nel 2007 sono entrati in Italia per questo motivo). Una volta qui, la sventurata è tenuta chiusa tra le mura di casa, senza un lavoro - anche se le difficoltà economiche non mancano - perché deve restare lontana da ogni “contaminazione”.

Così l’integrazione degli immigrati e delle loro famiglie resta un miraggio. Il dossier sull’immigrazione realizzato dalla Caritas denuncia la situazione delle «ultraquarantenni con figli o di molte donne ricongiunte, specialmente se poco scolarizzate», per le quali, in molti casi, «i contatti con la realtà territoriale sono scarsi, le reti sociali sono deboli o fondamentalmente gestite dal marito e i pericoli di marginalizzazione sociale sono reali». L’immigrazione dal Marocco, pur essendo una delle più “modernizzate” tra quelle islamiche, presenta dati sconfortanti: delle 137.000 donne marocchine in Italia, solo 37.000 (il 27%) risulta avere un lavoro. Nel totale della popolazione immigrata (dati Caritas) lavorano 58 donne su cento, ma sono le donne provenienti dalla Ue e dall’Est Europa a tenere alta la media, che le donne dei Paesi islamici contribuiscono invece a deprimere. È da questa età della pietra che la sedicenne di Piacenza ha cercato di scappare.

Fosse avvenuta in una famiglia meridionale, una storia simile, avremmo sentito le femministe pronunciare le frasi di rito sulla fallocrazia imperante e sull’influenza «storicamente misogina» che la Chiesa romana ha avuto sui nostri costumi. Invece è successo a una famiglia di immigrati legati alle consuetudini islamiche, e quindi a sinistra vige la consegna del silenzio. Si sa: a discutere le «diverse sensibilità culturali» degli immigrati si corre il rischio di passare per razzisti. Così le paladine delle pari opportunità tacciono.

Le femministe hanno già la scusa pronta per la loro omertà: la colpa non è delle diverse religioni o delle diverse culture, ma del maschio in quanto tale. «Crimini sessisti», li chiamano, e sotto questa voce di comodo derubricarono anche l’omicidio di Hina Saleem, la ragazza pachistana uccisa due anni fa a Brescia dagli uomini della sua famiglia perché “traviata” dallo stile di vita occidentale al punto da fidanzarsi con un ragazzo italiano e rifiutarsi - anche lei - di subire il matrimonio che la famiglia voleva imporle. Ora, chi spiega simili vicende in base al sesso e non alla cultura ritiene che un maschio californiano e un maschio yemenita siano sostanzialmente intercambiabili, e quindi non merita di essere preso sul serio.

È lo stesso meccanismo di autocensura che ha fatto chiudere gli occhi davanti a “Infedele”, il libro-denuncia in cui la somala Ayaan Hirsi Ali - nera e atea - racconta la sua vita (infibulazione e matrimonio combinato inclusi) di donna nata e cresciuta in una società islamica. Troppo imbarazzante, meglio ignorarlo. Proprio come fecero con Hina e come stanno facendo adesso con la sedicenne di Piacenza. Da certe parti l’emancipazione femminile merita di essere difesa solo se può essere sbattuta in faccia al Vaticano.

© Libero. Pubblicato il 26 giugno 2008.

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lunedì, giugno 23, 2008

The other side of John Mc Cain

Dipende da come la pensate. Se credete che ciò che ha a che vedere con la vita privata dei politici siano beati cavoli loro, e che ciò che conta siano solo le loro idee (quelli che le hanno), lasciate perdere. Un tempo, la pensava così anche il sottoscritto. Ma se credete che per capire un uomo e le sue idee sia importante conoscere nel dettaglio la storia sua e delle persone che più gli sono vicine, allora divoratevi la splendida e lunga biografia di Cindy McCain appena pubblicata su Newsweek. Vi farà capire più cose del probabile futuro presidente americano dei giudizi di mille analisti.

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venerdì, giugno 20, 2008

La bandiera della pace e la dottrina cattolica

«Come mai uomini di Chiesa, laici o chierici che siano, hanno per tutti questi anni ostentato la bandiera arcobaleno e non la croce, come simbolo di pace?». Bella domanda. Il logo con i colori dell'arcobaleno e la scritta "Pace" lo abbiamo visto dappertutto, non solo sulle schede elettorali dei partiti di sinistra. Ma anche «sugli altari, ingressi e campanili delle chiese». Ha diritto quel simbolo di stare nelle chiese? Ci azzecca qualcosa con il messaggio di Cristo? Io, cari compagni cattocomunisti, di dottrina delle fede non capisco molto. Propaganda Fide, ovvero la Congregazione per l'evangelizzazione dei popoli, qualcosina però ne mastica. E ha appena deciso (meglio tardi che mai) di esprimersi sulla bandiera arcobaleno. Ripercorrendo la storia del simbolo, senza dubbio ignota al 99,9% dei pacifisti, e spiegandone la simbologia sincretista e new age - e quindi pagana - nonché la valenza intrisa di relativismo etico. Le conclusioni sono ovvie. Peccato che nelle parrocchie italiane non lo leggerà nessuno.

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Il governo di destra che fa cose di sinistra

di Fausto Carioti

Per anni si è pensato che la formula giusta per l'Italia fosse quella invocata - con una bella dose di cinismo - da Gianni Agnelli: un governo di sinistra che faccia una politica di destra. Vero o no che fosse, oggi vale l'esatto opposto: il governo Berlusconi, piaccia o meno, funziona proprio perché da destra sta facendo cose di sinistra. Giulio Tremonti, il ministro più popolare, ormai sta al liberismo reaganiano come la sagra della porchetta di Ariccia sta alla notte degli Oscar di Hollywood. I provvedimenti varati mercoledì a palazzo Chigi da un lato tolgono soldi a banche, assicurazioni e petrolieri, dall'altro aumentano gli stanziamenti per poveri e anziani e finanziano mutui agevolati per far acquistare la casa a famiglie poco abbienti, studenti fuori sede e immigrati regolari. Quanto al ticket sanitario da 10 euro che indigna l'opposizione, fu previsto proprio dal “patto per la salute” voluto dal governo Prodi, anche se mai introdotto. I ministri attuali - come i loro predecessori - sanno che servirebbe a contenere la spesa sanitaria e a mettere un po' di fieno in cascina (il ticket vale 830 milioni di euro l'anno). Ma sanno anche che gli elettori non gradirebbero, e proprio per questo hanno già assicurato che s'impegneranno per trovare quei soldi altrove.

Insomma, appare tutto molto “di sinistra”. Pure troppo. A partire dal linguaggio del ministro dell'Economia, che denuncia gli «excessive profits» dei biechi petrolieri, manco fosse un Fausto Bertinotti qualunque. Ma il problema, per la minoranza, è proprio questo: se a togliere ai ricchi per dare ai poveri ci pensa la destra, a che serve una sinistra? Se il confronto tra tagliatori di tasse e nostalgici del “big government” è una questione interna al governo, per non dire un affare privato del ministro Giulio col suo consigliere Tremonti, quali spazi restano, in politica economica, all'opposizione? Così si spiega la Babele di voci con cui parla in queste ore la sinistra. Tra chi condivide buona parte degli interventi del governo ma non vuole che si sappia in giro, chi apprezza le novità più importanti della manovra e sprona l'esecutivo a liberalizzare di più e chi spera ancora di statalizzare le imprese petrolifere, alla fine l'unico messaggio che filtra è che, di quello che sta accadendo in questa legislatura, non hanno ancora capito nulla.

È spuntato, ad esempio, un inedito asse di pasdaran che comprende i vertici dell'Unione petrolifera (noti alfieri del progressismo), il gotha dei banchieri italiani, la Cgil e l'Unità. Ritengono, costoro, che la manovra sia ingiusta. È l'unica cosa su cui sono davvero d'accordo. Perché poi uno pensa che l'ingiustizia stia nel fatto che la manovra redistribuisce ai danni delle imprese più ricche e l'altro s'indigna perché sostiene che, tra il dare e l'avere, siano i poveri cristi a rimetterci. Guarda caso, a prendersela sono i rappresentanti delle società alle quali il governo ha ridotto i dividendi e quelli che dal 1994 dicono «no» a qualunque cosa porti la firma di Silvio Berlusconi. Tutto molto scontato.

Anche perché in mezzo a Guglielmo Epifani, leader della Cgil, e Pasquale De Vita, presidente dei petrolieri italiani, c'è il vuoto. Emma Marcegaglia, numero uno degli industriali, che in un primo momento aveva sposato le preoccupazioni dell'Unione Petrolifera, ieri ha fatto una brusca marcia indietro: l'aumento delle imposte dovute alla cosiddetta “Robin Hood tax” «è inferiore a quanto ci si aspettava» e il giudizio di Confindustria sulla manovra, ha spiegato, «è complessivamente positivo». All'assemblea di Confcommercio il presidente, Carlo Sangalli, ha invitato l'esecutivo e la maggioranza ad andare avanti. La Cgil si agita e parla di «tagli indiscriminati» alla spesa sociale, ma ad essere isolato è proprio il sindacato di corso Italia. Il leader della Cisl, Raffaele Bonanni, assicura che non ci sono «tagli sul sociale» e assieme al numero uno della Uil, Luigi Angeletti, apprezza che il governo sia andato a levare i soldi alle imprese che ne hanno fatti di più negli ultimi anni.

Pure i giornali d'area non sanno che pesci prendere. L'Unità sorvola sulla spremuta ai danni di petrolieri e banchieri e grida che sono in atto un «attacco al lavoro» e una «stangata contro le famiglie», dai contorni non ben definiti. È il vecchio cliché della «macelleria sociale», che negli anni passati sarà pure servito a qualcosa, ma al quale oggi, davvero, non crede più nessuno. Nemmeno Repubblica, che a malincuore ammette che nel piano presentato da Tremonti ci sono «un'esplicita impronta “di sinistra” neo-obamiana» e trovate, tipo la “card” per i poveri finanziata con i soldi dei petrolieri, che vanno «quasi oltre i limiti del pauperismo». Il Riformista, caro ai dalemiani, avverte che in Italia, mercoledì, è arrivato il «socialismo reale». Troppa grazia, starà pensando Berlusconi. Digerito, per la perdurante assenza di avversari degni di questo nome, anche l'ultimo spazio a sinistra, al Caimano non resterà che divorarsi il Quirinale.

© Libero. Pubblicato il 20 giugno 2008.

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giovedì, giugno 19, 2008

Chi ha voluto il ticket sanitario

Dopo la manovra triennale varata dal consiglio dei ministri, è riapparsa l'ipotesi di introdurre un ticket da 10 euro sulla diagnostica sanitaria e sulle prestazioni specialistiche. A conti fatti, porterebbe nelle casse dello Stato 830 milioni di euro l'anno. Si può discutere a lungo se il ticket sia una misura utile oppure no (qui si pensa di sì, se non altro per limitare la corsa alle prestazioni gratuite). Resta il fatto che reintrodurre il ticket è una bella rogna, che nessuno si vuole prendere. Anche il governo attuale s'inventerà di tutto per trovare quei soldi altrove.

Lo scaricabarile è già iniziato. I ministri del governo Berlusconi fanno sapere che il ticket, in realtà, era già stato introdotto dal "Patto per la salute" voluto dal governo Prodi. L'allora ministro della Sanità, Livia Turco, s'indigna: "Finiamola con le menzogne. Il precedente esecutivo aveva sospeso questa misura e l’avrebbe cancellata: lo scorso anno abbiamo trovato 830 milioni di euro per evitarla".

Chi ha ragione? Uno dei problemi di questo Paese è la mancanza di memoria. Internet, però, ogni tanto aiuta. Sul sito del ministero della Salute è ancora online la documentazione pubblicata a suo tempo dalla stessa Turco dove, sotto la foto dell'allora ministro, si spiegano per filo e per segno "Il nuovo Patto per la Salute e gli interventi della legge Finanziaria 2007".

Vi si legge, tra le altre cose:
Come cambia il ticket

* Visite specialistiche e diagnostica

Oggi: in tutte le Regioni è già prevista la compartecipazione alla spesa con un tetto massimo di 36,15 euro per un massimo di 8 prestazioni, esclusi gli esenti

Domani: resta inalterato il tetto di 36,15 euro, ma ci sarà una quota fissa su ricetta di 10 euro (8 prestazioni massimo), esclusi gli esenti
Dunque, il ticket fu voluto proprio dal governo dell'Unione. Che poi lo scorso anno trovò misure una tantum per coprirlo, ma - appunto perché le misure di copertura non erano strutturali - lasciando sempre aperto il "buco" per gli anni successivi. Così, a ogni esercizio finanziario, se non si trova il modo di recuperare 830 milioni di euro e passa, il ricorso al ticket diventa automatico. Altro che "menzogne".

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sabato, giugno 14, 2008

La vendetta degli elettori contro gli alieni di Bruxelles

di Fausto Carioti

Gli elettori europei si dividono in due categorie: quelli che hanno bocciato i trattati europei e quelli ai quali è stata negata la possibilità di bocciarli. Gli irlandesi appartengono alla prima categoria. Gli italiani, come altri popoli europei, fanno parte della seconda. A Dublino e dintorni giovedì scorso, per volere della Corte suprema, cioè della massima magistratura irlandese, i cittadini sono stati chiamati alle urne per approvare o respingere il Trattato di Lisbona, versione edulcorata della precedente costituzione europea, che fu affossata dal pronunciamento degli elettori francesi e olandesi nel 2005. Il verdetto irlandese è stato reso noto ieri: il 53,4% dei votanti ha detto “no”. È la conferma - l’ennesima - che il palazzo di Bruxelles è visto dalla gran parte degli europei come un’astronave aliena piombata nel mezzo del continente da chissà dove, abitata da personaggi strani che, pur usando una lingua astrusa e incomprensibile, lontana da ogni comune idioma europeo, pretendono di dettare legge in casa nostra.

Il raffronto con gli Stati Uniti, inevitabile pietra di paragone e oggetto delle invidie degli eurotecnocrati, è semplicemente umiliante. La Costituzione americana è sangue e storia di quel popolo, e ogni cittadino d’oltreoceano conosce a memoria almeno i principali emendamenti, quelli che difendono le sue libertà. Il trattato di Lisbona è il figlio deforme delle beghe delle élites europee e dei loro compromessi al ribasso, è la traduzione cartacea di un progetto costruttivista che nessun cittadino europeo ha ancora capito in cosa consista e in che modo dovrebbe essergli utile. Tant’è che solo pochi esperti della materia - un circolo ristretto di iniziati che se si presentassero al giudizio degli elettori non riuscirebbero nemmeno a farsi eleggere amministratori di condominio - sono in grado di ricordarne qualche brandello di testo.

Eppure gli europei, ogni volta che hanno potuto, non l’hanno mandata a dire. Si iniziò con il trattato di Maastricht, che nel 1992 fu sottoposto al giudizio dei danesi, i quali lo bocciarono, anche se di stretta misura. L’impalcatura europea fu salvata miracolosamente dai francesi, i quali - pochi mesi dopo - approvarono con il 51% dei voti l’accordo europeo. Si tornò a dare la parola ai cittadini nel 2001, quando gli irlandesi affossarono il trattato di Nizza, che stabiliva le regole da adottare man mano che gli stati dell’Europa orientale sarebbero entrati nell’Unione. L’accordo dovette essere modificato e fu necessario un secondo referendum per strappare il “sì” di Dublino. Nel 2005 fu il turno della costituzione europea, prima promossa da un referendum spagnolo, quindi silurata senza pietà dagli elettori di Francia e Paesi Bassi. Così furono necessari due anni di riflessione per approvare, a Lisbona, una nuova carta europea, chiamata ufficialmente “trattato di riforma”, che assegna più poteri ai parlamenti nazionali e diminuisce la facoltà legislativa della Ue. Non è servito a niente: appena sottoposto agli elettori, questo trattato ha subìto la stessa sorte riservata al suo predecessore.

Se a Bruxelles e Strasburgo la politica fosse governata dalla decenza, il voto irlandese sancirebbe la fine dei tentativi di imporre agli europei regole che rifiutano. Il trattato di Lisbona deve essere approvato all’unanimità, e il “no” di Dublino dovrebbe chiudere automaticamente la partita. Ma l’élite europea non ha alcuna intenzione di mollare l’osso, e già ieri sera provava a derubricare la nuova bocciatura come un semplice incidente di percorso, aggirabile con uno dei tanti marchingegni istituzionali già adottati in passato. Magari chiamando di nuovo gli irlandesi alle urne il prossimo anno. Ovviamente, avessero vinto i “sì”, col cavolo che i fautori del “no” avrebbero avuto una seconda chance.

Il presidente della commissione europea, José Manuel Barroso, ha ricordato che diciotto Paesi hanno già approvato il trattato, e ha invitato gli altri otto a tirare dritto con le ratifiche. Peccato che l’Irlanda sia stato l’unico Paese che abbia previsto una consultazione popolare, mentre i diciotto che hanno approvato l’accordo l’abbiano fatto solo tramite i parlamenti: evidentemente certe cose sono ritenute troppo importanti per essere affidate al rozzo giudizio degli elettori.

In Italia, dove il testo è stato varato dal consiglio dei ministri due settimane fa, l’iter per l’approvazione definitiva del trattato inizierà tra pochi giorni. Ovviamente fare un referendum, anche se solo consultivo, da queste parti è pura utopia. Quale sia l’idea d’Europa e di democrazia che va per la maggiore l’ha spiegato con toni da Istituto Luce Giorgio Napolitano, commentando il voto irlandese: «Non si può pensare che la decisione di poco più della metà degli elettori di un Paese che rappresenta meno dell’1% della popolazione dell’Unione possa arrestare l’indispensabile, ed oramai non più procrastinabile, processo di riforma. È l’ora di una scelta coraggiosa da parte di quanti vogliono dare coerente sviluppo alla costruzione europea, lasciandone fuori chi, nonostante impegni solennemente sottoscritti, minaccia di bloccarla». Bontà sua, il presidente della repubblica se la prende con chi ha sottoposto il trattato Ue al voto degli elettori e propone di lasciare fuori dall’Europa chi non piega la testa al diktat della casta di Bruxelles. Poi si chiedono come mai, appena si parla di Unione europea, la mano degli elettori corre alla fondina.

© Libero. Pubblicato il 12 giugno 2008.

Addendum. Curiose (si fa per dire) assonanze tra quanto scritto qui sopra e l'editoriale apparso oggi sul Wall Street Journal, "An Irish Education", dove si legge che
Irish voters struck a blow for democracy in Europe this week, stopping a power play by the Continent's political elites. On the ballot was the Lisbon Treaty, which European Union grandees in Brussels pitched as a tidying-up exercise to make the bloc's institutions work better. Most everyone else saw Lisbon for what it really was: An attempt to sneak through a dolled-up version of the failed "EU Constitution".
Il resto qui.

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venerdì, giugno 13, 2008

Bye bye Ue?

Sessanta per cento di "No" contro il quaranta per cento di "Sì". Se le prime, labili indicazioni sull'esito del referendum irlandese sul trattato Ue di Lisbona (la nuova "costituzione" europea) dovessero essere confermate, sarebbe la fine dell'Unione europea così come partorita dalla mente degli alieni di Bruxelles. Ovviamente gli euroburocrati faranno di tutto per dire che così non è, tergiverseranno, daranno un'altra chances agli elettori irlandesi. Tutto pur di non perdere la faccia un'altra volta.

Ma il significato tecnico del voto è fuori discussione: per approvare quell'obbrobrio del trattato Ue serve l'unanimità, e se gli elettori irlandesi dicono "No", decenza imporrebbe di considerare la partita chiusa.

Anche il significato politico è chiaro: l'elenco delle bocciature subite dai trattati europei per opera degli elettori è impressionante, e inizia in Danimarca nel 1992 con il trattato di Maastricht, prosegue nel 2001 con il primo "No" irlandese al trattato di Nizza (poi rabberciato e rimediato in corsa) e arriva al 2005, con l'affossamento della vecchia costituzione europea per mano degli elettori francesi e olandesi. Gli elettori europei - quelli che hanno la fortuna di potersi esprimere - rigettano quello che le elites europee propinano come il migliore dei mondi possibili.

Occhi puntati sul sito dell'Irish Times, dunque, dove lo spoglio dei voti è aggiornato costantemente. Oggi è il sito web più importante d'Europa.

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giovedì, giugno 12, 2008

Regalo della Ue a Raul Castro

L'indiscrezione è filtrata martedì da Bruxelles, tramite un'agenzia Reuters:
Gli stati dell'Unione europea sono vicini ad un accordo per mettere fine alle sanzioni su Cuba nonostante la richiesta Usa di continuare la pressione per riforme democratiche sull'isola comunista. Lo hanno riferito oggi alcuni diplomatici.(...)

Le restrizioni erano state imposte dopo un giro di vite sui dissidenti nel 2003 e includono un congelamento delle visite di funzionari di alto livello, formalmente sospese nel 2005. (...)

"Il momento potrebbe essere giusto visto i cambiamenti intrapresi dalla nuova leadership cubana", ha detto un diplomatico Ue.
Commentano i dissidenti cubani in Italia tramite il loro sito, Cuba Libera:
I cubani esiliati della diaspora sono preoccupati per le manovre che la Spagna di Zapatero e altre entità europee vicine alla dittatura hanno posto in essere per eliminare definitivamente le sanzioni, temporaneamente sospese, dell’Unione Europea contro il regime castrista. Il linguaggio degli esuli è forte e colorito, ma la sostanza del ragionamento non fa una grinza. Gli interessi economici europei non devono essere anteposti alla tutela dei diritti umani e civili e al rispetto di una popolazione costretta a vivere sotto una spietata dittatura.

I cubani della diaspora sono convinti che la Spagna, con la complicità di altri esponenti europei, stia compiendo un grave errore di valutazione e chiedono all’Europa di non seguirla su questa strada. (...) Ritirare le sanzioni economiche contro il governo cubano equivarrebbe a conferire una patente di democraticità al regime sfruttata dalla propaganda della dittatura e a uso anche del regime del caudillo Chavez, con velleità dittatoriali, in Venezuela e provocherebbe un’ondata di reazioni violente contro gli oppositori interni, con la sicurezza che non fucilando come l'altra volta, le sanzioni non sarebbero reintrodotte. D'altronde il regime non ha ottemperato in nulla alle richieste della U.E. in cambio della sospensiva delle sanzioni (politica della mano tesa), liberando detenuti famosi e condannando oppositori sconosciuti, facendo risultare in aumento il computo dei detenuti politici.
Per capire quanto davvero stia cambiando la Cuba sotto Raul, è istruttivo leggere cosa scrive il liberale Carlos Alberto Montaner, leader internazionale della dissidenza cubana, sulla recentissima proposta lanciata dal direttore di Granma, la voce del regime castrista:
Mr. Lázaro Barredo, editor-in-chief of Granma and a member of the Cuban Parliament, has just asked for harsher punishment for the democrats in the opposition. I suppose that he wants them beaten with greater viciousness and sentenced to longer prison terms, and wants the Ladies in White, for example, to be vilified more cruelly for being at the service of Yankee imperialism.
Il resto dell'articolo di Montaner lo trovate qui (qui la versione in castigliano).

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martedì, giugno 10, 2008

I "ricordi" di Scalfari

Esilarante sputtanamento di Eugenio Scalfari, fondatore di Repubblica, ad opera di Piero Sansonetti, direttore di Liberazione, sul quotidiano di Rifondazione in edicola oggi:
«Nel suo ultimo libro ("L'uomo che non credeva in Dio", Einaudi, pagine 150 euro 16,50) Scalfari dedica un capitolo a La Malfa e Berlinguer. Soprattutto a La Malfa, suo grande amico, politico geniale. Poi racconta di quella volta che Berlinguer disse "che la rivoluzione d'ottobre aveva perso la sua spinta propulsiva". E riferisce di una telefonata importantissima che gli fece La Malfa, quel giorno, per spiegargli quanto fosse importante quella svolta di Berlinguer ("Lo strappo", come lo battezzò Cossutta); e Scalfari costruisce su questa telefonata una vera e propria teoria politica. Non mi permetto di entrare nel merito dei rapporti tra Scalfari e La Malfa, ma da vecchio giornalista pignolo non posso non segnalare una curiosità: il discorso di Berlinguer sull'esaurimento della spinta propulsiva è del 15 dicembre del 1981, all'indomani della presa del potere, in Polonia, del generale Jaruzelski. Ugo La Malfa - me lo ricordo bene perché sull'Unità scrissi dei suoi funerali - morì nel marzo del 1979 (26 marzo). Come fece La Malfa a telefonare a Scalfari 2 anni e 9 mesi dopo la propria morte?».

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lunedì, giugno 09, 2008

Cosa dirà Bush a Berlusconi

di Fausto Carioti

Archiviato nel migliore dei modi l’incontro con Benedetto XVI (persino Europa, il quotidiano della Margherita, ammette che l’udienza del premier in Vaticano «è stata un successo»), cementata l’intesa con Emma Marcegaglia al convegno confindustriale di Santa Margherita Ligure, Silvio Berlusconi si prepara al faccia a faccia con il presidente statunitense, George W. Bush. Malgrado le apparenze, non sarà una formalità. L’amicizia speciale che lega i due presidenti, le rispettive amministrazioni e i due Paesi è fuori discussione. Ed è stata ribadita da Bush nell’intervista al Tg1 andata in onda ieri sera, dove è stato prodigo di elogi per Berlusconi: «Lo conosco, mi fido, mi piace. È uno dei veri leader internazionali». Ma è anche vero che a Washington si nutre qualche perplessità sull’impostazione della politica estera italiana. E la perplessità principale porta il nome dell’“amico Vladimir”. Il vertice di giovedì, che si terrà a palazzo Chigi o a villa Madama (Berlusconi scioglierà la riserva all’inizio della settimana) servirà quindi al presidente americano per chiedere al premier italiano di prendere le distanze da certe posizioni di Putin. Affari con la Russia l’Italia può farne quanti ne vuole, ma in questo momento, in cui sono in ballo l’allargamento a est dell’Alleanza atlantica e il destino dello scudo antimissilistico, non è possibile alcuna “strategic partnership” con il Cremlino in materia di politica estera. Il fronte degli alleati degli Stati Uniti deve restare compatto. Questo, in sostanza, sarà il discorso più importante che Bush farà al Cavaliere, e sul quale il dipartimento di Stato americano si attende una risposta concreta.

Fosse per lui, Berlusconi continuerebbe sulla linea di sostanziale “equivicinanza” inaugurata nel 2002 al vertice Nato-Russia di Pratica di Mare, quando il Cavaliere riuscì a mediare con successo tra i due capi di Stato (Putin all’epoca era presidente della Russia e non capo del governo), avvicinandoli e rompendo le reciproche diffidenze. Da allora, però, molti nodi sono venuti al pettine. Washington punta infatti, entro breve, ad allargare i confini della Nato, inglobando nell’alleanza atlantica anche Georgia ed Ucraina, due ex repubbliche sovietiche che si sentono assai più vicine all’occidente che a Mosca. Non solo: nei piani americani c’è anche l’installazione dello scudo antimissilistico in Polonia e Repubblica Ceca. Ma secondo Putin questi progetti rappresentano una minaccia nei confronti del suo Paese. Lo ha ribadito a Bucarest di recente, avvisando che le assicurazioni che arrivano dalla Nato «non sono sufficienti a garantire la sicurezza russa».

Davanti al complicarsi della situazione, nella scorsa legislatura il governo Prodi ha scelto di non schierarsi, anzi di rafforzare il legame speciale con la Russia. Nel “Rapporto 2020” sulle scelte di politica estera, preparato dal Gruppo di riflessione strategica della Farnesina quando ministro era Massimo D’Alema, si legge che la Russia è «un partner strategico sia per l’Italia che per l’Europa» (stesso grado di amicizia riservato agli Stati Uniti, definiti «alleato strategico»). Non solo: gli analisti della Farnesina avvertivano che l’ipotesi di ulteriori allargamenti della Nato alle ex repubbliche sovietiche «deve tenere conto di una molteplicità di fattori, inclusi la coerenza e la solidità interna dell’Alleanza, la maturità dei paesi candidati e il consenso delle opinioni pubbliche interne, le prospettive del rapporto con la Russia». Se non è un freno a mano tirato sull’ingresso di Georgia e Ucraina, poco ci manca. Inutile dire che queste “riflessioni” ufficiali sulla politica estera italiana sono state studiate con attenzione al dipartimento di Stato americano, e non sono affatto piaciute.

Da Berlusconi non è arrivata alcuna inversione di rotta. Al contrario: ad aprile, pochi giorni prima delle elezioni, il futuro presidente del consiglio si schierava al fianco di Putin. «Con le dichiarazioni del presidente americano su Ucraina e Georgia nella Nato», avvertiva, «la Russia si sente circondata e il rischio, dopo gli sforzi compiuti per farla diventare parte dell’Occidente, è di rovinare tutto».

L’ombra di Banquo seduta al tavolo della diplomazia, ovviamente, è il gas russo che arriva sempre più copioso nelle nostre case e che lega a doppio filo il colosso Gazprom alle imprese italiane. Putin usa Gazprom e il suo metano come arma di pressione politica (e all’occorrenza di ricatto) nei confronti dei Paesi in deficit energetico, tra i quali l’Italia è in prima fila. Ma, secondo Washington, confondere gli accordi economici per le forniture di gas con una identità di vedute sulla politica estera è un errore che i Paesi amici dell’America non devono commettere. Con la Russia si possono firmare tutti i contratti necessari (quando serve, gli stessi Stati Uniti non si pongono troppi problemi a fare business con Paesi poco affidabili come l’Arabia Saudita), senza per questo diventare “partner strategici” di Mosca. E la Russia, sostengono a Washington, ha troppo bisogno dei soldi occidentali per potersi permettere di tirare la corda più di tanto.

Che la situazione sia delicata lo confermano le parole caute usate dal senatore Lucio Malan, fedelissimo del Cavaliere e presidente della Fondazione Italia-Usa, un “think tank” bipartisan il cui scopo principale è promuovere la conoscenza degli Stati Uniti nel nostro Paese. «Credo», spiega Malan, «che da un lato Bush vorrà essere rassicurato e chiederà all’Italia la conferma dell’impegno a fianco degli Usa. Ma, d’altro lato, immagino che Bush chiederà a Berlusconi di usare la sua particolare amicizia con Putin per facilitare il dialogo con il leader russo. Quanto all’ulteriore allargamento della Nato, gli stessi Stati Uniti, pur avendo chiaro l’obiettivo di medio termine, sui singoli passi da compiere sono molto prudenti. Certo, vogliono mostrare la loro vicinanza a Ucraina e Georgia, ma sanno anche che la scelta comporterebbe problemi all’interno dei due Paesi».

Oltre alla matassa russa, Berlusconi e Bush affronteranno gli sviluppi della questione mediorientale. Qui Bush si attende dal governo italiano una qualche forma di “moral suasion” di Roma nei confronti dell’Egitto e degli altri Paesi a maggioranza islamica sunnita, affinché aprano canali diplomatici e di collaborazione con l’Iraq liberato dagli americani, che patisce ancora un forte isolamento da parte dei paesi vicini. Al punto che gli Stati sunniti preferiscono trattare con l’Iran sciita di Mahmud Ahmadinejad piuttosto che con Bagdad, dove i sunniti rappresentano comunque il 40% della popolazione.

È probabile che nelle dichiarazioni ufficiali che saranno rilasciate giovedì al termine dell’incontro ci sia poco o niente di tutto questo, e che si preferisca puntare l’attenzione dei media, invece che sulla Russia, su un argomento assai meno controverso come l’Afghanistan. A Herat e dintorni, infatti, gli Stati Uniti chiedono un maggiore impegno da parte del contingente italiano, che il nuovo governo ha già assicurato: non in termini di uomini impiegati, il cui numero dovrebbe restare invariato, ma in termini di regole d’ingaggio e flessibilità d’impiego, che presto saranno adeguati alle richieste degli alleati.

© Libero. Pubblicato l'8 giugno 2008.

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venerdì, giugno 06, 2008

Centrale nucleare di Krsko, storia di un successo

di Fausto Carioti

Non aspettavano altro. Il guasto alla centrale atomica slovena di Krsko se lo sono ritrovato tra le mani come un dono del cielo. Un po’ c’è da capirli: negli stessi giorni in cui il ministro Claudio Scajola annuncia il rilancio del progetto nucleare italiano, a 135 chilometri da Trieste un reattore perde acqua dal sistema di raffreddamento. Piatto ricco, mi ci ficco. Così a Ermete Realacci, ex presidente di Legambiente e oggi ministro-ombra del Pd, non è sembrato vero rievocare lo spettro di Chernobyl e tornare a dire che «il nucleare non funziona». Proprio come ai bei tempi. Realacci riesce persino a giurare che gli Stati Uniti «hanno ormai abbandonato» la scelta nucleare. Falso: gli Usa contano 104 reattori in funzione e 12 in arrivo, mentre altri 20 sono in lista per essere costruiti. Le associazioni ecologiste intanto cavalcano l’incidente e annunciano la costituzione di un comitato per il “no” al nucleare e il «rispetto della volontà popolare espressa nel 1987». Fingono di non sapere che i tre referendum di trent’anni fa non impediscono il ritorno dell’atomo di pace. Tanto è vero che per bloccare la costruzione di nuove centrali nucleari - e solo per un periodo di cinque anni - nel dicembre dell’87, dopo i referendum, dovette intervenire il Parlamento. Si rivedono persino i Verdi, che rialzano la testa presa a bastonate dagli elettori e accusano Silvio Berlusconi di voler trascinare l’Italia in una «avventura pericolosissima, rischiosissima e costosissima come il nucleare».

Purtroppo per i profeti di sventura e per fortuna di tutti gli altri, quanto accaduto dimostra che la tecnologia nucleare civile è molto più sicura di quello che vogliono farci credere. Persino nei reattori in funzione da un quarto di secolo. Quello di Krsko, infatti, è un reattore di seconda generazione, entrato in attività nel 1983, mentre gli impianti ai quali pensa il governo italiano appartengono alla cosiddetta “terza generazione avanzata”: dispongono, cioè, dei più aggiornati meccanismi di sicurezza passiva, progettati per bloccare automaticamente la fissione nucleare in caso di incidente. Nessun paragone è possibile. Eppure la tecnologia usata a Krsko - americana, niente a che vedere con i fatiscenti impianti sovietici modello Chernobyl - mercoledì ha retto benissimo al guasto. Il liquido di raffreddamento è finito nella camera di contenimento, all’esterno non ne è fuoriuscita una goccia. I tecnici hanno spento il reattore. Zero contaminazione radioattiva nell’ambiente circostante. Tant’è che già martedì la centrale tornerà in funzione. È infantile criticare un impianto perché si guasta. Le centrali nucleari sono opera dell’uomo, e come tali ben lontane dalla perfezione assoluta. L’importante è che gli incidenti siano stati previsti dai progettisti e che esistano tecnologie e procedure per renderli inoffensivi. Ed è proprio quello che è accaduto. Altro che Chernobyl: quella di Krsko è la storia di un successo.

Per inciso, chi ieri avesse voluto leggere di quanto accaduto nella centrale slovena sul Financial Times, ritenuto il più serio quotidiano europeo, avrebbe dovuto accontentarsi di quindici righe striminzite pubblicate in un trafiletto seminascosto a pagina 6. E infatti il guasto è stato minimo e le procedure di sicurezza hanno funzionato. Insomma, era una non-notizia. Ci voleva l’isteria di certi paleo-ecologisti, qui in Italia, per spacciarla come una minaccia seria.

© Libero. Pubblicato il 6 giugno 2008.

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giovedì, giugno 05, 2008

Nostalgia di Chernobyl

Quindici righe in una "breve" a pagina 6. Non lavorate da un giornalista interno, ma copiate e incollate da un lancio di agenzia France Press, come si usa per le notizie di scarso rilievo. Tanto merita per il Financial Times l'incidente nella centrale nucleare slovena di Krsko. Giustamente: la non-fuga di radiazioni è una non-notizia. E qui, in Italia, manco fossimo davanti a un'altra Chernobyl. Qualcuno, a sinistra e nel fronte dei paleo-ecologisti, ha una gran nostalgia della tecnologia nucleare civile sovietica.

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