lunedì, giugno 09, 2008

Cosa dirà Bush a Berlusconi

di Fausto Carioti

Archiviato nel migliore dei modi l’incontro con Benedetto XVI (persino Europa, il quotidiano della Margherita, ammette che l’udienza del premier in Vaticano «è stata un successo»), cementata l’intesa con Emma Marcegaglia al convegno confindustriale di Santa Margherita Ligure, Silvio Berlusconi si prepara al faccia a faccia con il presidente statunitense, George W. Bush. Malgrado le apparenze, non sarà una formalità. L’amicizia speciale che lega i due presidenti, le rispettive amministrazioni e i due Paesi è fuori discussione. Ed è stata ribadita da Bush nell’intervista al Tg1 andata in onda ieri sera, dove è stato prodigo di elogi per Berlusconi: «Lo conosco, mi fido, mi piace. È uno dei veri leader internazionali». Ma è anche vero che a Washington si nutre qualche perplessità sull’impostazione della politica estera italiana. E la perplessità principale porta il nome dell’“amico Vladimir”. Il vertice di giovedì, che si terrà a palazzo Chigi o a villa Madama (Berlusconi scioglierà la riserva all’inizio della settimana) servirà quindi al presidente americano per chiedere al premier italiano di prendere le distanze da certe posizioni di Putin. Affari con la Russia l’Italia può farne quanti ne vuole, ma in questo momento, in cui sono in ballo l’allargamento a est dell’Alleanza atlantica e il destino dello scudo antimissilistico, non è possibile alcuna “strategic partnership” con il Cremlino in materia di politica estera. Il fronte degli alleati degli Stati Uniti deve restare compatto. Questo, in sostanza, sarà il discorso più importante che Bush farà al Cavaliere, e sul quale il dipartimento di Stato americano si attende una risposta concreta.

Fosse per lui, Berlusconi continuerebbe sulla linea di sostanziale “equivicinanza” inaugurata nel 2002 al vertice Nato-Russia di Pratica di Mare, quando il Cavaliere riuscì a mediare con successo tra i due capi di Stato (Putin all’epoca era presidente della Russia e non capo del governo), avvicinandoli e rompendo le reciproche diffidenze. Da allora, però, molti nodi sono venuti al pettine. Washington punta infatti, entro breve, ad allargare i confini della Nato, inglobando nell’alleanza atlantica anche Georgia ed Ucraina, due ex repubbliche sovietiche che si sentono assai più vicine all’occidente che a Mosca. Non solo: nei piani americani c’è anche l’installazione dello scudo antimissilistico in Polonia e Repubblica Ceca. Ma secondo Putin questi progetti rappresentano una minaccia nei confronti del suo Paese. Lo ha ribadito a Bucarest di recente, avvisando che le assicurazioni che arrivano dalla Nato «non sono sufficienti a garantire la sicurezza russa».

Davanti al complicarsi della situazione, nella scorsa legislatura il governo Prodi ha scelto di non schierarsi, anzi di rafforzare il legame speciale con la Russia. Nel “Rapporto 2020” sulle scelte di politica estera, preparato dal Gruppo di riflessione strategica della Farnesina quando ministro era Massimo D’Alema, si legge che la Russia è «un partner strategico sia per l’Italia che per l’Europa» (stesso grado di amicizia riservato agli Stati Uniti, definiti «alleato strategico»). Non solo: gli analisti della Farnesina avvertivano che l’ipotesi di ulteriori allargamenti della Nato alle ex repubbliche sovietiche «deve tenere conto di una molteplicità di fattori, inclusi la coerenza e la solidità interna dell’Alleanza, la maturità dei paesi candidati e il consenso delle opinioni pubbliche interne, le prospettive del rapporto con la Russia». Se non è un freno a mano tirato sull’ingresso di Georgia e Ucraina, poco ci manca. Inutile dire che queste “riflessioni” ufficiali sulla politica estera italiana sono state studiate con attenzione al dipartimento di Stato americano, e non sono affatto piaciute.

Da Berlusconi non è arrivata alcuna inversione di rotta. Al contrario: ad aprile, pochi giorni prima delle elezioni, il futuro presidente del consiglio si schierava al fianco di Putin. «Con le dichiarazioni del presidente americano su Ucraina e Georgia nella Nato», avvertiva, «la Russia si sente circondata e il rischio, dopo gli sforzi compiuti per farla diventare parte dell’Occidente, è di rovinare tutto».

L’ombra di Banquo seduta al tavolo della diplomazia, ovviamente, è il gas russo che arriva sempre più copioso nelle nostre case e che lega a doppio filo il colosso Gazprom alle imprese italiane. Putin usa Gazprom e il suo metano come arma di pressione politica (e all’occorrenza di ricatto) nei confronti dei Paesi in deficit energetico, tra i quali l’Italia è in prima fila. Ma, secondo Washington, confondere gli accordi economici per le forniture di gas con una identità di vedute sulla politica estera è un errore che i Paesi amici dell’America non devono commettere. Con la Russia si possono firmare tutti i contratti necessari (quando serve, gli stessi Stati Uniti non si pongono troppi problemi a fare business con Paesi poco affidabili come l’Arabia Saudita), senza per questo diventare “partner strategici” di Mosca. E la Russia, sostengono a Washington, ha troppo bisogno dei soldi occidentali per potersi permettere di tirare la corda più di tanto.

Che la situazione sia delicata lo confermano le parole caute usate dal senatore Lucio Malan, fedelissimo del Cavaliere e presidente della Fondazione Italia-Usa, un “think tank” bipartisan il cui scopo principale è promuovere la conoscenza degli Stati Uniti nel nostro Paese. «Credo», spiega Malan, «che da un lato Bush vorrà essere rassicurato e chiederà all’Italia la conferma dell’impegno a fianco degli Usa. Ma, d’altro lato, immagino che Bush chiederà a Berlusconi di usare la sua particolare amicizia con Putin per facilitare il dialogo con il leader russo. Quanto all’ulteriore allargamento della Nato, gli stessi Stati Uniti, pur avendo chiaro l’obiettivo di medio termine, sui singoli passi da compiere sono molto prudenti. Certo, vogliono mostrare la loro vicinanza a Ucraina e Georgia, ma sanno anche che la scelta comporterebbe problemi all’interno dei due Paesi».

Oltre alla matassa russa, Berlusconi e Bush affronteranno gli sviluppi della questione mediorientale. Qui Bush si attende dal governo italiano una qualche forma di “moral suasion” di Roma nei confronti dell’Egitto e degli altri Paesi a maggioranza islamica sunnita, affinché aprano canali diplomatici e di collaborazione con l’Iraq liberato dagli americani, che patisce ancora un forte isolamento da parte dei paesi vicini. Al punto che gli Stati sunniti preferiscono trattare con l’Iran sciita di Mahmud Ahmadinejad piuttosto che con Bagdad, dove i sunniti rappresentano comunque il 40% della popolazione.

È probabile che nelle dichiarazioni ufficiali che saranno rilasciate giovedì al termine dell’incontro ci sia poco o niente di tutto questo, e che si preferisca puntare l’attenzione dei media, invece che sulla Russia, su un argomento assai meno controverso come l’Afghanistan. A Herat e dintorni, infatti, gli Stati Uniti chiedono un maggiore impegno da parte del contingente italiano, che il nuovo governo ha già assicurato: non in termini di uomini impiegati, il cui numero dovrebbe restare invariato, ma in termini di regole d’ingaggio e flessibilità d’impiego, che presto saranno adeguati alle richieste degli alleati.

© Libero. Pubblicato l'8 giugno 2008.

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