giovedì, giugno 26, 2008

La ragazza marocchina di Piacenza e l'integrazione che non c'è

di Fausto Carioti

Il grande merito dei fatti di cronaca è che ogni tanto ci costringono a togliere lo sguardo da Montecitorio e palazzo Chigi per farci guardare i vicoli e le case italiane, teatro di drammi veri, più potenti persino del lodo Schifani. Ieri, ad esempio, ci è stato ricordato che in Italia esistono ancora i matrimoni combinati. Anzi, con ogni probabilità sono in aumento, anche se nessuna statistica ufficiale lo dirà mai, visto che il fenomeno riguarda soprattutto quel microcosmo, separato dal resto della società, che sono le famiglie di tanti immigrati islamici in Italia. A Piacenza una marocchina di sedici anni è stata costretta a scappare di casa, e a fingere un rapimento, per evitare il matrimonio che la sua famiglia gli aveva combinato con un connazionale ultrasessantenne. Il quale era disposto a pagare i genitori della ragazza affinché gliela dessero in sposa: se non è tratta di minori, dunque, poco ci manca. La giovane, vivaiddio, è innamorata di un suo coetaneo, e a sposare uno che potrebbe essere suo nonno non ci pensa proprio. Siccome vive in mezzo a tanti ragazzi italiani e sa cosa è la libertà, ha deciso di averne diritto anche lei.

Per un caso che finisce sui giornali grazie al gesto coraggioso di un’adolescente, ce ne sono migliaia che passano sotto silenzio. E che poco alla volta, ma più velocemente di quanto si creda, stanno contribuendo a cambiare il volto del nostro Paese. In molte comunità straniere in Italia i matrimoni combinati sono la norma, non l’eccezione. E spesso le unioni avvengono tra uomini immigrati e donne del loro Paese d’origine, che da queste parti non hanno mai messo piede. Molti preferiscono infatti sposare una connazionale che non sia stata ancora “corrotta” dai costumi occidentali, la quale poi arriva nel nostro Paese grazie al ricongiungimento familiare (sono 90.000 gli stranieri che nel 2007 sono entrati in Italia per questo motivo). Una volta qui, la sventurata è tenuta chiusa tra le mura di casa, senza un lavoro - anche se le difficoltà economiche non mancano - perché deve restare lontana da ogni “contaminazione”.

Così l’integrazione degli immigrati e delle loro famiglie resta un miraggio. Il dossier sull’immigrazione realizzato dalla Caritas denuncia la situazione delle «ultraquarantenni con figli o di molte donne ricongiunte, specialmente se poco scolarizzate», per le quali, in molti casi, «i contatti con la realtà territoriale sono scarsi, le reti sociali sono deboli o fondamentalmente gestite dal marito e i pericoli di marginalizzazione sociale sono reali». L’immigrazione dal Marocco, pur essendo una delle più “modernizzate” tra quelle islamiche, presenta dati sconfortanti: delle 137.000 donne marocchine in Italia, solo 37.000 (il 27%) risulta avere un lavoro. Nel totale della popolazione immigrata (dati Caritas) lavorano 58 donne su cento, ma sono le donne provenienti dalla Ue e dall’Est Europa a tenere alta la media, che le donne dei Paesi islamici contribuiscono invece a deprimere. È da questa età della pietra che la sedicenne di Piacenza ha cercato di scappare.

Fosse avvenuta in una famiglia meridionale, una storia simile, avremmo sentito le femministe pronunciare le frasi di rito sulla fallocrazia imperante e sull’influenza «storicamente misogina» che la Chiesa romana ha avuto sui nostri costumi. Invece è successo a una famiglia di immigrati legati alle consuetudini islamiche, e quindi a sinistra vige la consegna del silenzio. Si sa: a discutere le «diverse sensibilità culturali» degli immigrati si corre il rischio di passare per razzisti. Così le paladine delle pari opportunità tacciono.

Le femministe hanno già la scusa pronta per la loro omertà: la colpa non è delle diverse religioni o delle diverse culture, ma del maschio in quanto tale. «Crimini sessisti», li chiamano, e sotto questa voce di comodo derubricarono anche l’omicidio di Hina Saleem, la ragazza pachistana uccisa due anni fa a Brescia dagli uomini della sua famiglia perché “traviata” dallo stile di vita occidentale al punto da fidanzarsi con un ragazzo italiano e rifiutarsi - anche lei - di subire il matrimonio che la famiglia voleva imporle. Ora, chi spiega simili vicende in base al sesso e non alla cultura ritiene che un maschio californiano e un maschio yemenita siano sostanzialmente intercambiabili, e quindi non merita di essere preso sul serio.

È lo stesso meccanismo di autocensura che ha fatto chiudere gli occhi davanti a “Infedele”, il libro-denuncia in cui la somala Ayaan Hirsi Ali - nera e atea - racconta la sua vita (infibulazione e matrimonio combinato inclusi) di donna nata e cresciuta in una società islamica. Troppo imbarazzante, meglio ignorarlo. Proprio come fecero con Hina e come stanno facendo adesso con la sedicenne di Piacenza. Da certe parti l’emancipazione femminile merita di essere difesa solo se può essere sbattuta in faccia al Vaticano.

© Libero. Pubblicato il 26 giugno 2008.

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