sabato, luglio 01, 2006

La Leni Riefenstahl di Guevara e Castro

Ogni regime che si rispetti, anche il più crudele (specie il più crudele) ha la sua iconografia. E quindi ha chi si assume il compito di tramandarlo alla Storia tramite immagini plastiche, corpi belli, giovani e forti come le statue di Fidia. Immagini false, ovviamente, che come il ritratto di Dorian Gray servono a nascondere il marcio che c'è dentro al regime. «Spot», verrebbe da dire, se non fosse che dietro allo spot al massimo trovi una merendina che sa di poco, dietro alla propaganda delle dittature trovi i cadaveri. Questo ruolo di cosmesi del volto orrendo del nazismo fu svolto per conto di Adolf Hitler, come noto, soprattutto da Leni Riefenstahl, fotografa e regista dalla grandissima abilità tecnica, scomparsa nel 2003 all'età di 101 anni. Sino ai suoi ultimi giorni è stata definita la "fotografa di regime" per eccellenza, la regista che nelle sue opere riuscì a fare apparire bello e nobile persino il Terzo Reich. Una macchia che si è portata appresso per tutta la vita. Giustamente.
Nei prossimi giorni Torino ospiterà i ritratti di Alberto Korda, il fotografo cui si deve il conosciutissimo ritratto di Ernesto Che Guevara (qui, su Repubblica.it, la galleria di alcune sue fotografie). Solito copione: corpi perfetti della gioventù eroica usati per coprire gli orrori del regime. Non mancano peraltro, mutatis mutandis, forti somiglianze tra tante fotografie di Korda e quelle della Riefenstahl: le iconografie dei regimi si assomigliano tutte, in quelle loro pose che scimmiottano l'estetica classica.
Korda, però, non ha fama di fotografo di regime. In un articolo recente sulla morte di Al Zarqawi avevo scritto la seguente frase: «Al Zarqawi come Che Guevara, ci è mancato solo il fotografo di regime (per Guevara fu Alberto Korda, autore dell'immagine più famosa dell’assassino argentino) che ne tramandasse ai posteri l’icona da stampare sulle magliette dei bamba di domani». L'articolo è stato letto alla rassegna stampa mattutina del Gr Rai. Immancabilmente, alla redazione che aveva curato la rassegna sono arrivate le mail di alcuni ascoltatori offesi perché il servizio pubblico radiofonico aveva letto un articolo in cui Korda era insultato con quel tremendo epiteto. Lesa maestà. Ma non è colpa degli indignati. E' che l'informazione in materia è sempre a senso unico, e l'epiteto infamante viene riservato solo a chi ha prestato la sua arte mercenaria ai regimi di destra.
Ma Korda, scomparso nel 2001, fotografo di regime lo fu. Eccome. Dopo aver messo su pellicola la versione omerica della revolución cubana, fu fotografo personale, per ben dieci anni, dello stesso Fidel Castro Ruz, intanto divenuto dittatore dell'isola. E in tutto questo periodo si guardò bene dall'immortalare le esecuzioni di massa compiute da Guevara, gli altri omicidi a sangue freddo voluti dal regime e i lager in cui il compagno Fidel rinchiudeva gli oppositori. Scattò solo le immagini necessarie a edificare Guevara e Castro. Non fu un testimone di quello che avveniva davvero a Cuba. Molto più semplicemente, fu l'Armando Testa del comunismo cubano. Fece per Castro quello che la Riefenstahl aveva fatto per Hitler.
Tutto questo per dire che della Riefenstahl si sa praticamente tutto, mentre di Korda si sa poco o niente, e che la mostra di Torino sarebbe un'occasione fantastica per raccontare a chi la va a vedere l'intera storia del comunismo cubano, anche per vaccinarlo da emozioni a buon mercato. Le 195 esecuzioni attribuite a Che Guevara solo quando era direttore del carcere della fortezza di La Cabana. I suoi altri omicidi a sangue freddo. I 5.640 civili (inclusi donne e bambini) assassinati del regime. Le migliaia di dissidenti rinchiusi, e spesso lasciati morire, in carcere.
Non è difficile intuire, anche leggendo l'annuncio sul sito di Palazzo Bricherasio, dove l'esposizione sarà ospitata, che nulla di tutto ciò è stato fatto. Gli organizzatori inquadrano così il periodo storico oggetto della mostra: «L'arrivo della modernità nei paesi dell'America Latina è strettamente connessa al rifiuto dei modelli coloniali e al loro lungo desiderio di indipendenza, sfociato in rivoluzioni di massa, accompagnate da movimenti anticonformisti, connessi con la glorificazione di valori nazionali e il rifiuto delle ingiustizie di natura locale e internazionale». Capito? Non si dice più "comunisti", non sta bene. Si dice "anticonformisti che rifiutano le ingiustizie di natura locale e internazionale". Appare chiaro che l'esibizione di Torino è l'ennesima occasione buona per vendere ai gonzi la mitologia facile del Che guerriero pacifista e del comunismo cubano come tappa fondamentale nel progresso dell'umanità. Peccato.

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