sabato, settembre 19, 2009

Il Pd fa l'amerikano

di Fausto Carioti

Ci volevano Concita De Gregorio e Massimo D’Alema per riempire due pagine dell’Unità con un’intervista sulla guerra in Afghanistan nella quale si parla di tutto tranne che dell’unica cosa vera, quella da cui dipende l’atteggiamento del Pd: Barack Obama, ultimo oggetto di devozione rimasto alla sinistra italiana. Il presidente statunitense, che ha puntato tutte le sue carte sulla pacificazione di Kabul, di defezioni e tentennamenti non vuole sentire parlare. E gli ex comunisti, fedeli alla linea atlantica come un tempo lo erano al patto di Varsavia, si adeguano. Il rapporto con Washington, per loro, non è mai stato importante come oggi.

Dalle parti del Partito democratico italiano la consegna è chiara: stare al fianco degli Stati Uniti, il cui nuovo ambasciatore, David H. Thorne, è entrato da pochi giorni in carica a Roma e ha già iniziato il suo giro di consultazioni più o meno ufficiali. Questa manifestazione di amicizia incondizionata, però, andrebbe esercitata senza perdere di vista i pochi elettori rimasti al Pd. I quali, se venissero a sapere che il loro partito ha l’esigenza di superare il governo Berlusconi in filoamericanismo, non gradirebbero. Così si è deciso di muovere qualche critica di facciata a come viene gestita la missione militare in Afghanistan, ma guardandosi bene dal tirare in ballo il suo responsabile politico, il presidente Obama. Tantomeno ci si azzarda a chiedere il ritiro dei nostri soldati.

L’attuale e massiccio impiego di soldati in Afghanistan, infatti, non porta la firma di George W. Bush, che pure aveva iniziato il conflitto, ma quella del suo successore democratico. Già la campagna elettorale di Obama per la presidenza degli Stati Uniti era stata giocata, sotto il profilo della politica estera, proprio sulla contrapposizione tra la “guerra sbagliata”, quella in Iraq, e la “guerra giusta”, combattuta a Kabul e dintorni, sulla quale bisogna investire tutto. Per affrontare quest’ultima nel modo migliore Obama ha confermato al suo posto Robert Gates, che già era stato segretario alla Difesa nell’amministrazione Bush e da lì aveva gestito la seconda fase della guerra in Iraq e in Afghanistan. Obama ha poi chiamato a guidare le truppe sul campo il generale Stanley McChrystal, uno che si è fatto la fama di duro a Bagdad e che basa la sua strategia su un impiego oneroso di truppe, americane ed alleate.

Quanto a noialtri, Obama e il suo vice, Joe Biden, hanno sempre detto che avremmo dovuto svolgere un ruolo importante nello scenario afghano. Nel programma con cui hanno vinto la corsa alla Casa Bianca si leggeva: «Le alleanze tradizionali dell’America, come la Nato, debbono essere trasformate e rafforzate, anche su materie di sicurezza comune come l’Afghanistan, la sicurezza nazionale e la lotta al terrorismo. Rinnoveremo le alleanze e ci assicureremo che i nostri alleati contribuiscano con una giusta quota alla nostra sicurezza reciproca». Insomma, prima ancora di essere eletti già si preparavano a chiederci di fare di più. Concetto ribadito dinanzi al Senato americano, un mese fa, proprio da Thorne: «Se sarò confermato ambasciatore, incoraggerò l’Italia a continuare il suo impegno per fornire personale militare e aiuti alla ricostruzione e allo sviluppo per l’Afghanistan e il Pakistan».

Togliere i nostri soldati da laggiù, come vorrebbe la grandissima parte degli elettori di sinistra (e pure una fetta consistente di quelli di destra), o anche ridurre la nostra presenza, è un’opzione che per Washington, semplicemente, non esiste. Anche perché McCrystal, tra pochi giorni, chiederà altri soldati a Obama, e la sua richiesta è condivisa da Mike Mullen, capo degli Stati maggiori della Difesa, e dal generale David Petraeus, responsabile delle operazioni in Medio Oriente. I vertici militari vorrebbero schierare sul teatro afghano altri quarantamila soldati, e per Obama non sarà facile accontentarli. L’opinione pubblica statunitense inizia a essere stufa del conflitto, quasi quanto quella italiana.

Piero Fassino, al pari dei suoi colleghi di partito, ha ben presente la situazione, e in queste ore smania per far vedere agli americani che il Pd è un amico più fedele del governo Berlusconi, dove c’è quell’inaffidabile di Umberto Bossi. Così ieri il responsabile esteri del Partito democratico ha inviato a Washington la professione di fede che si attendevano dal principale partito dell’opposizione italiana: «È giusto stare in Afghanistan, che di tutti è il territorio più esposto e più difficile», ha sancito pubblicamente Fassino, perché «garantire la sicurezza in Afghanistan vuol dire garantirla ovunque nel mondo». Allineato e coperto. Lo stesso Berlusconi non avrebbe saputo fare di meglio.

© Libero. Pubblicato il 19 settembre 2009.

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