venerdì, maggio 30, 2008

Cercavano Mussolini, hanno trovato Veltroni

di Fausto Carioti

Il giochino è un po' infantile, ma il centrosinistra italiano, tornato all'anno zero, ci prova un gran gusto. Da quando Gianni Alemanno è diventato sindaco, ogni aggressione, ogni tafferuglio, ogni «vaffa» che vola nella capitale viene rivenduto da esponenti e giornali dell'opposizione come la prova definitiva che Roma è tornata ad essere il bivacco delle camicie nere. Il rischio, quando ci si entusiasma in certi giochi da bambini, è quello di pestarne una grossa e imbrattarsi di brutto. Ed è proprio quello che è accaduto con i fatti del Pigneto.

Il pomeriggio di sabato 24 maggio, in questo popolare quartiere romano, una ventina di giovani, al seguito di un uomo di mezza età, hanno assalito alcuni negozi di immigrati, sfasciando vetrine e provocando danni ai locali. Il giorno dopo Repubblica titolava: «Raid neonazista al Pigneto». In realtà non c'erano immagini né testimonianze che accusassero la destra. C'era il racconto isolato della giornalista di un'agenzia, in attesa dal parrucchiere, che sosteneva di aver visto una svastica (sì, una) su una bandana. Gli altri che avevano assistito alla scena negavano. La questura smentiva subito ogni movente politico. Ma tanto è bastato. Così, in un articolo da ritagliare e conservare, il giornalista dell'Unità Bruno Gravagnuolo arrivava a scomodare la repubblica di Salò ed Ezra Pound per evocare «rivincite neofasciste sul filo della discontinuità repubblicana». Il suo direttore, Antonio Padellaro, denunciava la presenza di «svastiche» sul luogo (occhio: dal singolare intanto siamo passati al plurale). Ad Alemanno, che diceva di non vedere una matrice politica dietro quel gesto, Padellaro rispondeva vibrante che «nulla è più politico del vento fetido della violenza di strada che si organizza in giustizieri della notte e bande di energumeni dediti alla pulizia etnica e di ogni altra diversità dalla pura razza ariana». Per non essere da meno, la candidata alla successione di Padellaro, Concita De Gregorio, su Repubblica denunciava con sdegno «la nuova aria che si respira» nella capitale, intrisa di violenza xenofoba. Per ragioni di spazio si risparmiano al lettore i titoli e i commenti con la bava alla bocca apparsi su Manifesto e Liberazione. Il Tg1 di Gianni Riotta, intanto, serviva per cena ai telespettatori la bufala del pogrom naziskin.

La classe politica di centrosinistra non era da meno. Walter Veltroni controfirmava gli allarmi sul ritorno delle svastiche. Nicola Zingaretti, presidente della provincia di Roma, dava la colpa alla «offensiva culturale che la destra sta costruendo da mesi». La sparavano grossa in tanti, ma il premio per l'impegno va dato a Oliviero Diliberto, che incolpava direttamente Silvio Berlusconi: «Il raid al Pigneto è il frutto avvelenato del clima xenofobo indotto dalle politiche del governo».

La verità, che finora si poteva cogliere solo in certe mezze rivelazioni degli investigatori, è venuta a galla ieri. E - guarda un po' - non c'entrano nulla il fascismo né la razza ariana né la xenofobia né la pulizia etnica. A dirla tutta, non c'entrano niente manco Alemanno e Berlusconi, e tanto meno la «nuova aria» che si respira a Roma. E sì, perché l'uomo alla testa della spedizione punitiva è un ruspante borgataro “de sinistra”. Uno che le svastiche le detesta. In compenso, tatuato sull'avambraccio, ben visibile, porta il ritratto di Ernesto “Che” Guevara (capito, Diliberto?). A proposito: durante l'aggressione l'uomo indossava una polo a maniche corte, ma nessuno - caso strano - sembra aver notato il tatuaggio. In compenso, c'è chi ha avuto la visione della croce uncinata. Il suo racconto, che concorda con la ricostruzione degli inquirenti, è diventato pubblico grazie a Carlo Bonini, di Repubblica, uno dei pochi giornalisti ad aver capito subito che la pista politica era una spiegazione tanto facile quanto sbagliata.

L'uomo, che ieri si è consegnato alla Digos di Roma, ha 48 anni e si chiama Dario Chianelli. A Repubblica ha spiegato a modo suo i motivi che lo hanno spinto. Che sono più difficili da giudicare di quanto si creda. Premessa: «La politica non c'entra un cazzo. Destra e sinistra si devono rassegnare. Non c'entrano un cazzo le razze. Non c'entra - com'è che se dice? - la xenofobia. C'entra il rispetto». La sua storia inizia giovedì 22: «A metà mattina, a una donna di cui non faccio il nome, rubano il portafoglio in via Macerata. Non faceva che piangere. Un amico mio - un immigrato, pensa un po' - mi dice che se lo voglio ritrovare devo andare nel negozio di quell'infame bugiardo dell'indiano. In via Macerata. Perché il ladro sta lì». Venerdì Chianelli si presenta nel negozio, dove il ladro, «un marocchino», racconta, gli risponde di tornare nel pomeriggio per riavere il portafoglio senza i soldi, ma con i documenti. Il pomeriggio però il ladro non gli dà nulla, e il giorno dopo gli dice che i documenti li ha buttati nella buca delle lettere.

Chianelli s'incavola e sabato pomeriggio torna nel negozio con l'intenzione di «sfasciare tutto». Solo che nel frattempo - dice lui - la voce si è sparsa e tanti «pischelli» del quartiere si sono messi in testa di aiutarlo. Fascisti, almeno loro? Macché. Il compagno Chianelli s'indigna: «Io davvero non riesco a capire come si sono inventati la storia della svastica. Ma quale svastica? Io questi pischelli non li conosco personalmente, ma mi dicono che sono tutto tranne che fascisti. E comunque svastiche non ce n'erano. Quei pischelli, per quanto ne so, si fanno il culo dalla mattina alla sera. E hanno solo un problema. Si sono rotti di vedere la madre, la sorella o la nonna piangere la sera, perché qualche vigliacco gli ha sputato o gli ha fischiato dietro il culo. E poi, hai mai visto tu un raid nazista senza una scritta su un muro? Qualcuno si è chiesto perché nessuno ha toccato per esempio i sette senegalesi che vendevano i cd taroccati in via Macerata? Perché i senegalesi non avevano fatto niente. Perché sono amici».

E come mai, allora, «i pischelli» se la sono presa anche con un negozio di bengalesi lì vicino? Chianelli ha una teoria: «Perché quell'alimentari là, quello dove è andato a chiedere scusa Alemanno, due anni fa l'avevano chiuso per spaccio. Perché sotto il sacco dei ceci che dice di vendere, il bengalese ci teneva la droga. So che è andato assolto perché ha detto che la roba la nascondeva un marocchino. Sta di fatto che lì davanti è sempre un circo. Stanno sempre aperti. Anche alle cinque de mattina. Mi spieghi che si vendono?».

Ecco, dunque, che fine triste ha fatto il teorema della spedizione fascista. Davano la colpa di tutte le violenze alla marcia su Roma di Alemanno. E ora scoprono che il marcio su Roma è quello dei poveracci, per giunta di sinistra, ridotti a farsi giustizia da soli contro ladri e spacciatori immigrati che «la città dell'accoglienza e dell'integrazione» ha fatto finta di non vedere. Evocavano lo spettro di Benito Mussolini, i campioni della buona stampa progressista, e hanno trovato il multiculturalismo alla vaccinara di Veltroni.

Ovviamente, la lezione non servirà a niente. Ieri l'Unità “spiegava” così l'aggressione al popolare ballerino albanese Kledi Kadiu, avvenuta il giorno prima: «È emergenza xenofobia nella capitale. Dopo l'assalto ad alcuni negozi di immigrati regolari al Pigneto, ieri l'aggressione a un personaggio pubblico. Segno di una violenza che non risparmia nessuno». Il sito web del quotidiano “approfondiva” l'analisi: «Il quartiere Appio, dove è avvenuta l'aggressione, è un quartiere tradizionalmente a forte insediamento per l'estrema destra romana». Sarebbe bastata una telefonata agli investigatori per capire che Kadiu era stato attaccato perché aveva provato a fermare alcuni individui intenti a riprendere con le videocamere i giovani allievi della sua scuola di danza. I suoi assalitori, insomma, erano mossi da motivazioni morbose, più squallide persino del razzismo. Di sicuro, anche in questo caso la politica non c'entra nulla. Vaglielo a spiegare. Avanti così, compagni.

© Libero. Pubblicato il 30 maggio 2008.

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martedì, maggio 27, 2008

Liquido come Fioroni

C'era una volta la retorica del partito nuovo, del partito liquido, del partito senza tessere. E' durata pochi mesi. Il tempo utile a illudere i gonzi che Walter Veltroni stesse cambiando davvero il modo di fare politica nel centrosinistra. La pietra tombale su queste illusioni è stata posta qualche minuto fa. Da luglio si torna alle sane buone maniere di una volta. Rispuntano le tessere. Costo: 15 euro l'una. «Sarà rigorosissimo e sarà un tesseramento vero» dice Pierluigi Bersani alle agenzie. Non ci sono dubbi. Se ne occuperà Beppe Fioroni, responsabile dell'organizzazione del Pd. Uno che di partiti liquidi non capisce molto, ma di tessere se ne intende parecchio. E pazienza per il nuovo meraviglioso modo di fare politica: sarà per un'altra volta.

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sabato, maggio 24, 2008

Quanto ci è costato dire "no" al nucleare

di Fausto Carioti

La verità è che un paese industrializzato senza energia nucleare è un ossimoro, un’anomalia possibile solo nel breve periodo, incapace di resistere su tempi più lunghi. Tanto più se questo paese è privo di giacimenti di combustibili fossili. Del resto, basta dare uno sguardo ai paesi più industrializzati del mondo. Gli Stati Uniti hanno 104 reattori nucleari in funzione, ed è già stata annunciata la costruzione di altri sette. La Cina ha undici reattori attivi, cinque in arrivo e ben trenta pianificati. Il Giappone conta su 55 reattori nucleari operativi, destinati presto a diventare 68. Trentadue reattori ha oggi la Germania, 19 il Regno Unito, 59 la Francia, 18 il Canada, 31 la Russia e 17 l’India. Ad eccezione della Germania e del Regno Unito, che comunque già ricavano dall’atomo, rispettivamente, il 32% e il 18% della loro energia elettrica, tutti questi Paesi hanno in calendario la costruzione di nuovi impianti. Una sola, tra le potenze industriali, spicca per non avere né reattori nucleari attivi, né in costruzione, né in programma. E’ anche il Paese con il costo dell’elettricità più alto e con le peggiori performance economiche tra tutte le nazioni industrializzate. Non è un caso: i tre record sono legati tra loro. Benvenuti in Italia, unico Paese al mondo che ha rinunciato dalla sera alla mattina alle proprie centrali nucleari. E, con esse, a una parte importante del proprio futuro.

Il caso del Giappone è istruttivo perché, quanto a disponibilità di risorse, assomiglia molto all’Italia. Il governo di Tokyo ha avviato la sua prima centrale nucleare nel 1966. “Essendo il paese privo di risorse naturali”, spiega l’associazione dei produttori d’elettricità nipponici, “la nostra nazione deve contare sulle importazioni per circa l’80% del suo fabbisogno di energia primaria. Inoltre, come le due crisi petrolifere hanno dolorosamente dimostrato in passato, affidarsi a una sola fonte può destabilizzare fortemente le forniture di energia. Il nucleare, quindi, diversifica le fonti di approvvigionamento, aumentando la sicurezza energetica della nazione”. Eppure c’è chi sta peggio, ma ogni volta che qualcuno sussurra di riaprire le centrali atomiche, registra più dichiarazioni di sdegno che segnali d’incoraggiamento. E’ un altro primato dell’Italia, il paese industrializzato con la maggiore dipendenza energetica dall’estero: acquista oltre i propri confini l’85% dell’energia che gli consente di sopravvivere. Buona parte di questa giunge sotto forma di elettricità, che per il 18% è prodotta da centrali nucleari francesi e svizzere, ovviamente vicine ai nostri confini.

Inutile, insomma, arrovellarsi sulle ragioni del declino italiano se non si parte dal dato che è alla base dell’economia: il nostro paese produce elettricità ricorrendo per il 61% a petrolio e gas, mentre il resto d’Europa si affida per il 62% al carbone e al nucleare, riservando agli idrocarburi, costosi e soggetti ai rischi delle tensioni internazionali, un ruolo residuale, pari al 25% del totale della generazione di elettricità.

Il risultato è che nel 2007 le imprese italiane hanno pagato 11,66 euro per avere cento chilowattora. La stessa fornitura di elettricità è costata 9,79 euro alle imprese tedesche, 7,72 euro a quelle inglesi e appena 5,08 euro ai concorrenti francesi. Stessa stangata per le famiglie: cento chilowattora pesano 21,97 euro nella bolletta degli italiani, 18,06 euro su quella dei tedeschi, 13,17 per gli inglesi e 11,74 per le famiglie transalpine. Notare che il prezzo pagato è inversamente proporzionale all’uso dell’energia nucleare nei rispettivi Paesi: maggiore la quota di elettricità ricavata dall’atomo, minore il prezzo pagato dai consumatori. Il divario si allarga man mano che sale il prezzo del petrolio, e a fine 2008 sarà ben più ampio. Già a partire da aprile, in seguito al rincaro del greggio, il costo della bolletta elettrica è salito del 4,1%: altri 18 euro l’anno a famiglia, immolati sull’altare della rinuncia al nucleare.

Il paradosso è che per acquistare energia a prezzo sempre più caro, e vedere le proprie imprese essere sempre meno competitive nei confronti dei concorrenti stranieri, l’Italia ha speso e continua a spendere soldi. Il solo costo della sostituzione dell’energia atomica con quella prodotta bruciando idrocarburi fu stimato dall’Enel, alla fine del 1986, in 121mila miliardi di lire. Ma allora il greggio viaggiava attorno ai 10 dollari al barile, e l’Enel non poteva certo ipotizzare che 22 anni dopo avrebbe sfondato quota 100 dollari. «Con il petrolio che viaggia sui valori attuali», calcola Paolo Fornaciari, presidente onorario dell’Associazione nucleare italiana, «quel costo oggi può essere stimato in oltre 200 miliardi di euro».

Al conto bisogna poi aggiungere i costi di demolizione dei reattori. Per finanziare il “decommissioning”, cioè la decontaminazione e lo smantellamento delle quattro centrali nucleari italiane (Garigliano, Caorso, Trino Vercellese e Latina) da parte della Sogin Spa, avviati dopo il referendum del 1987, gli italiani, in questi ultimi decenni, hanno pagato un sovrapprezzo che l’authority per l’Energia, di recente, ha quantificato in 950 milioni di euro. E non è certo finita: al momento è stato fatto circa il 6% del lavoro, tanto che gli esperti ritengono ancora possibile il riavvio dei reattori di Caorso. Per accelerare il decommissioning i vertici della Sogin adesso contano di spendere 400 milioni di euro entro il 2011. A detta dei nuclearisti, è un progetto suicida: «Basterebbe una modesta frazione di quanto costa al contribuente lo smantellamento delle quattro centrali per mettere in funzione i reattori di Caorso e Trino Vercellese», assicura Fornaciari.

Altri soldi li sborsiamo per assistere le cosiddette fonti rinnovabili: avendo rinunciato al nucleare, tecnologia che non immette gas serra nell’atmosfera, occorre ricorrere infatti alle rinnovabili per avvicinarsi agli irraggiungibili parametri del trattato di Kyoto. Ma si tratta di un’operazione economicamente in perdita, che deve essere finanziata con i soldi delle bollette. Secondo i conti dell’autorità per l’Energia, il costo del sostegno alle rinnovabili è pari a 6,5 miliardi di euro l’anno, la maggior parte dei quali - 3,5 miliardi – serve per finanziare la cosiddetta legge “Cip 6” del 1992, che impone allo Stato di acquistare l’elettricità prodotta da fonti rinnovabili o “assimilate”. Un provvedimento utile soprattutto a impinguare gli utili di società come la Saras, di proprietà della famiglia Moratti, che si fanno pagare dallo Stato per bruciare gli scarti delle loro raffinerie. L’energia prodotta in questo modo è tutt’altro che pulita, ma l’importante è far credere ai contribuenti che si stanno usando soldi pubblici per migliorare il mondo.

Il costo reale dell’abbandono del nucleare, in realtà, è stato ben più alto, poiché assieme alle quattro centrali atomiche si è detto addio a un capitale fatto soprattutto di cervelli e di “know how”, una filiera che aveva portato l’Italia a livelli d’eccellenza mondiale nel campo dell’atomo di pace. Merito di gente che sapeva mettere assieme una robusta visione strategica e solide conoscenze tecniche. Come Felice Ippolito, padre del progetto nucleare italiano, che il Pci, ancora non convertito all’ideologia ambientalista, nel 1984 orgogliosamente candidò e fece eleggere al parlamento di Strasburgo. Lo stesso Ippolito dai banchi del Pci, nel 1987, avvertiva gli altri europarlamentari che «una società industriale avanzata non può fare a meno del nucleare». Poche settimane dopo, inorridito dalla svolta verde del suo partito, Ippolito lasciò Botteghe Oscure per entrare nel Pri. Era il segnale che la sinistra italiana aveva chiuso l’era della pianificazione industriale per rifugiarsi nei comodi slogan dell’allarmismo ambientalista. Fu l’inizio del gioco allo sfascio. Altri, al centro e a destra, si comportarono allo stesso modo. Il prezzo di quelle scelte lo scontiamo ancora adesso e lo pagheremo a lungo.

(Articolo apparso originariamente sul bimestrale Con).

© Con. Pubblicato su Libero il 23 maggio 2008.

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venerdì, maggio 23, 2008

Alla sinistra non restano che le bugie


di Fausto Carioti

Hai perso le elezioni, di brutto. Ti attendono (bene che ti vada) cinque anni di faide con i tuoi colleghi di partito. Come se non bastasse il tuo nemico giurato, lì a Palazzo Chigi, parte pure col piede giusto, varando una serie di provvedimenti sui quali puoi discutere quanto ti pare, ma che a un primo impatto sono maledettamente popolari. Anche i sondaggi premiano il nuovo esecutivo, certificando quella "luna di miele" con gli elettori che il povero Romano Prodi non riuscì mai ad avere. Ecco, come ti comporti tu che sei in minoranza in Parlamento o guidi un giornale d’opposizione? Per rubare le parole a Lenin: “Che fare?”. È la domanda che la sinistra si pone dalla sera delle elezioni, alla quale non ha ancora dato risposta. O meglio: ne ha fornite troppe, tutte diverse tra loro. Basta vedere le reazioni alle norme varate mercoledì a Napoli dal Consiglio dei ministri. La loro efficacia sul campo la conosceremo nei prossimi mesi, ma un primo risultato politico l’hanno già ottenuto: il centrosinistra è nel caos.

Nell’opposizione qualcuno dice che le nuove leggi sulla sicurezza erano state scritte in gran parte da Giuliano Amato, ministro dell’Interno del governo Prodi. Il che è vero, lo ammette persino Roberto Maroni (aggiungendo però che il suo predecessore le aveva lasciate ad ammuffire nei cassetti). Altri sostengono che si tratta di norme indecenti, che mettono l’Italia al di fuori di quell’oasi di civiltà che sarebbe l’Unione europea. È evidente che l’opposizione non può sottoscrivere ambedue le cose. Altri ammettono a denti stretti che si tratta di interventi utili, ma comunque insufficienti. Pannicelli caldi. Il che vuol dire che si tratta comunque di un passo - o un passettino - avanti rispetto a quello che aveva fatto il governo dell’Unione. Altri ancora, infine, scoprono “emergenze democratiche” che non esistono.

Chi ieri ha avuto Repubblica tra le mani ha potuto leggere, in prima pagina, che il governo ha posto dei «limiti ai matrimoni misti». Normale, davanti a un simile titolo, pensare che Berlusconi abbia reintrodotto le leggi razziali del 1938, che al primo punto stabilivano proprio «il divieto di matrimoni di italiani e italiane con elementi appartenenti alle razze camita, semita e altre razze non ariane». Una “notizia”, guarda caso, che combacia con le accuse di xenofobia che una certa sinistra europea getta addosso al governo Berlusconi. C’è solo un dettaglio: è tutto falso.

Il governo non ha introdotto alcun «limite» ai matrimoni misti. Immigrati e italiani potranno sposarsi dove vogliono, quando vogliono e come vogliono. Proprio come hanno fatto sinora. L’unica novità sono i termini di concessione della cittadinanza: prima l’immigrato che sposava un italiano la otteneva dopo sei mesi, con le nuove leggi potrà averla dopo due anni. Come accade in altre democrazie occidentali. Nel Paese che è di esempio al resto del mondo per come riesce ad integrare i nuovi arrivati, gli Stati Uniti, bene che vada l’immigrato che sposa un americano ottiene la cittadinanza dopo tre anni. E Barack Obama e Hillary Clinton, paladini della sinistra de noantri, si guardano bene dal chiedere di cambiare una legge che funziona.

Vogliono fare gli americani, quelli del Partito democratico, ma - proprio come Walter Veltroni - non conoscono l’inglese e finiscono per parlare a vanvera. Tipo Anna Finocchiaro, capogruppo del Pd al Senato. Ha detto che il reato di immigrazione clandestina, appena introdotto dal governo Berlusconi, «non esiste nemmeno negli Stati Uniti». E invece negli Usa esiste eccome. È un reato federale previsto dall’“Immigration and Nationality Act” ed è punito con le multe e con il carcere, che può durare sino a due anni.

È che inventare (ma nel caso della Finocchiaro la spiegazione più plausibile resta la banale ignoranza) è comodo, ti consente di accusare il tuo avversario pure quando hai poco o niente cui aggrapparti. È sempre la prima pagina di Repubblica che titola: «Mendicare sarà reato». Ma nemmeno questo è vero. Sarà reato, invece, sfruttare i minori per l’accattonaggio. E scusate la differenza. Nel primo caso - la notizia falsa - a essere punito è un poveraccio che non ha di che campare e chiede l’elemosina. Nel secondo - la notizia vera - a essere punito è un delinquente che sfrutta il proprio figlio o un altro minore, togliendolo dalla scuola per mandarlo a mendicare. Anche l’Unità, nel suo piccolo, fa quello che può: scrive che le nuove norme prevedono «il carcere per chi protesta contro le discariche». Vero? Manco per sogno. Rischia il carcere solo chi blocca le discariche, per motivi di ordine pubblico e di difesa della salute collettiva facili da intuire. Nessuno finisce in prigione per aver solo «protestato». Democrazia e diritto al dissenso sono salvi.

Però evocare soluzioni da regime cileno è utile, serve a dare - soprattutto ai corrispondenti esteri, che mostrano una preoccupante propensione ad abboccare a certe fandonie - l’impressione che l’Italia stia scivolando verso la dittatura. Sono i messaggi in bottiglia che i reduci dell’antiberlusconismo militante inviano all’europarlamento di Strasburgo o al governo di Madrid. Sperano che, almeno lì, qualcuno si mobiliti e faccia quello che il centrosinistra italiano non ha più la voglia e la forza di fare: l’opposizione ideologica e antropologica al governo Berlusconi.

© Libero. Pubblicato il 23 maggio 2008.

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mercoledì, maggio 21, 2008

Chicco Testa, altri passi avanti

Qualcuno ricorderà la mia recensione del libro di Chicco Testa "Tornare al nucleare?". L'ex leader di Legambiente ed ex presidente dell'Enel, su quegli stessi argomenti, ha appena rilasciato un'intervista a Giordano Bruno Guerri per Prima Comunicazione. E' leggibile sul blog di Guerri. Ne isolo alcune chicche (nessun pessimo gioco di parole con il nome di battesimo di Testa).
  • «Il pianeta non ha nessun bisogno di essere salvato, il pianeta è un organismo fisico, biologico, che ha la sua vita: è stato freddo, è stato caldo, diventerà nuovamente freddo. E’ stato deserto, e non gliene frega niente di quante foreste ha sopra. In realtà stiamo discutendo del pianeta che piace a noi, di rappresentazioni caricaturali della natura».
  • «La natura è anche i virus, i batteri, la morte. Se io dicessi “proteggiamo i virus”, tutti mi prenderebbero per scemo. Allora, non stiamo discutendo della natura, ma delle nostre preferenze».
  • «Per chi ha una concezione sacrale della natura gli ogm possono sembrare uno stupro. Ma già ben poche delle specie vegetali di cui ci nutriamo sono quelle del neolitico. Gli ogm sono una possibilità concreta per aumentare la produttività dei terreni e anche per delle soluzioni energetiche che non prevedano di rubare il mais ai poveracci che se lo dovrebbero mangiare».
  • «Il nucleare è il primo caso in cui l’Italia rinuncia ad essere grande. E’ il peccato originale di quest’ultimo periodo del nostro paese. Da lì in avanti non siamo più stati capaci di affrontare politiche industriali importanti. Insieme al nucleare se n’è andata la chimica, la farmaceutica».
  • A proposito dei Verdi: «Quella roba che da anni prende il 2 per cento e che fa una politica sostanzialmente reazionaria, nel senso storico della parola. Reazionaria perché è una politica che ha coltivato gli egoismi locali scambiandoli per interessi generali. E che ha difeso lo statu quo scambiandolo per il mantenimento dell’equilibrio ambientale. (...) I Verdi sono diventati una specie di sindacato delle opposizioni locali e delle minoranze riottose, di chi non vuole cambiare nulla».
  • «Tutti si domandano quanta gente morirà a causa del caldo, mentre nessuno si domanda quanta gente non morirà a causa di un aumento delle temperature. Il cambiamento climatico - se ci sarà - farà diventare fertili intere parti del mondo, come la Siberia».
Tutta roba che sottoscrivo. Il testo integrale si può leggere sul blog di Guerri.

Sugli stessi argomenti, piccola selezione da questo blog:
Greenpeace e la scienza: il racconto di Patrick Moore
Dal nucleare a Pecoraro Scanio: la triste parabola del Pci
La bottiglia ricavata dal mais, ovvero quello che avremmo potuto essere (a proposito dei treni perduti dall'Italia).

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lunedì, maggio 19, 2008

They no spik inglish

Quel genio incompreso di Anna Finocchiaro, capogruppo del Pd al Senato, parlando poco fa: «Servono misure per la sicurezza, ma il reato di immigrazione clandestina non esiste in alcun Paese al mondo, nemmeno negli Stati Uniti d'America che pure hanno problemi di immigrazione da sempre».

Nemmeno negli Stati Uniti d'America? Codice legislativo degli Stati Uniti, Titolo 8 (il cosiddetto "Immigration and Nationality Act"), Sezione 1325, titolo "Improper entry by alien". Estratto dal testo:
«Any alien who (1) enters or attempts to enter the United States at any time or place other than as designated by immigration officers, or (2) eludes examination or inspection by immigration officers, or (3) attempts to enter or obtains entry to the United States by a willfully false or misleading representation or the willful concealment of a material fact, shall, for the first commission of any such offense, be fined under title 18 or imprisoned not more than 6 months, or both, and, for a subsequent commission of any such offense, be fined under title 18, or imprisoned not more than 2 years, or both».
Per la traduzione si rivolgessero a Veltroni.

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Se il governo ombra sta a palazzo Chigi

Il professor Giorgio Israel affronta e amplia l'argomento del quale mi ero occupato nella lettera aperta al ministro Sandro Bondi. Scrive Israel:
«Il ministro Prestigiacomo loda Pecoraro Scanio (lo assumerà come consulente?) e loda anche la Turco, mentre il sottosegretario Giovanardi la attacca ma loda la Bindi. Alla raffica di uova marce - "prove di pulizia etnica", "parlamento attuale che fa schifo", "razzisti", "fascisti al governo", "sono tornate le leggi razziali", "clima da pogrom", "rom come gli ebrei", "umanità divisa in due parti inconciliabili nel modo di essere", "abolire ogni contiguità con questo versante inconciliabile" - si risponde con profferte di collaborazioni».
Il resto sul blog di Israel. (Dove, già che ci siete, leggete anche questo).

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sabato, maggio 17, 2008

La munnezza napoletana? Cavoli di Berlusconi

Ma guarda. La giunta comunale di Napoli, guidata da Rosa Russo Iervolino, ha già dichiarato chiusa l'era della frenesia. Ricordate? Si erano agitati tanto prima del voto. Si erano rimboccati le maniche (metaforicamente, s'intende). Lotta dura alla spazzatura, dicevano. Tutto finito, era solo fumo negli occhi.

Lettura istruttiva, il blog del dalemiano Claudio Velardi, assessore campano al Turismo nella giunta di Antonio Bassolino, impegnata a tirare sacchi di spazzatura in faccia agli uomini della Iervolino. In un post che sta facendo discutere, Velardi racconta che
«Da alcune settimane c’è stato un generale allentamento della tensione sul tema rifiuti. Malgrado il lavoro incessante di Gianni De Gennaro e i grandi sforzi di Walter Ganapini, nella sostanza non sono stati aperti siti per la raccolta, non sono state rispettate scadenze e procedure per l’avvio generalizzato della differenziata, non si intravede un’uscita strutturale dalla crisi».
Da alcune settimane. Humm. Ma da quando, esattamente? Poche righe più giù:
«Dal giorno successivo alle elezioni tutti aspettano l’arrivo salvifico di Berlusconi: un atteggiamento che giudico autolesionistico e anche vagamente immorale. Intanto autolesionistico, perché l’intervento del governo ci sarà, darà dei risultati (come sperano tutti i cittadini, e io con loro), e la classe dirigente locale subirà un’ulteriore delegittimazione. Ma anche immorale, perché scaricare così le proprie responsabilità non è degno, appunto, di una classe dirigente che voglia dirsi tale».
Ah, ecco: «Dal giorno successivo alle elezioni». Allora traduco (e la traduzione non è poi così difficile): il giorno dopo le elezioni, la giunta comunale di Napoli ha deciso che la munnezza non era più un'emergenza, e ha ricominciato a trascurarla come aveva sempre fatto negli anni precedenti. Primo, perché tanto le elezioni ormai erano perse, ed era inutile sbattersi più di tanto. Secondo, perché ogni sacco di spazzatura smaltito sarebbe un favore al governo Berlusconi, mentre ogni sacco in più è un ostacolo sulla strada dell'esecutivo. Sì, certo, darsi da fare per ridurre la spazzatura sarebbe anche nell'interesse dei cittadini napoletani. Ma che c'entra questo con la politica?

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venerdì, maggio 16, 2008

A lezione da Zapatero

E' la notizia di oggi. Sono le dichiarazioni rilasciate ai giornalisti spagnoli da Maria Teresa Fernandez de la Vega, numero due del governo di José Luis Zapatero, al termine del consiglio dei ministri:
«Il governo spagnolo respinge la violenza, il razzismo e la xenofobia e, pertanto, non può condividere ciò che sta succedendo in Italia. La Spagna lavora a una politica dell'immigrazione legale e ordinata, che permetta il riconoscimento di diritti e doveri».
Questo, invece, è un piccolo estratto dall'ultimo rapporto di Amnesty Internazional. Il capitolo è quello relativo alla Spagna, il paragrafo s'intitola "Immigrazione e asilo".
«La situazione di migranti e richiedenti asilo in Spagna ha continuato a essere molto preoccupante. È proseguita l’emanazione di ordini di espulsione per gli immigrati privi di documenti, lasciati senza possibilità di ottenere assistenza o di regolarizzare il proprio status. I dati relativi ai primi sei mesi dell’anno resi noti dalla Commissione spagnola di assistenza ai rifugiati hanno indicato 2.504 richieste di asilo, di cui 2.165 sono state rigettate o dichiarate inammissibili. [...]

Sono state espresse preoccupazioni per il limitato accesso all’assistenza legale e ai servizi di interpretariato e per l’accelerato processo che ha caratterizzato le espulsioni. Nel mese di settembre, la Procura delle Canarie ha iniziato una serie di ispezioni per verificare le condizioni di vita nei centri di detenzione presenti sulle isole, dopo che i sindacati di polizia avevano denunciato che, a causa del sovraffollamento, non erano conformi agli standard igienici minimi. [...]

Le inchieste relative alla morte di almeno 13 migranti tra settembre e ottobre 2005 ai confini di Ceuta e Melilla, non sono state ancora in grado di identificare e punire i responsabili».

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martedì, maggio 13, 2008

Quello che avrei voluto scrivere sul discorso di Berlusconi...

... se ne avessi avuto il tempo. Gli interessati lo trovano qui, sul blog di Andrea Mancia. Dio (o chi per lui) lo benedica.

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sabato, maggio 10, 2008

Lettera aperta al ministro Bondi

di Fausto Carioti

Caro ministro Sandro Bondi, lei che in fondo è un socialista ottocentesco dal cuore tenero, provi a forzare la sua natura e faccia il dannunziano: se ne freghi. Degli Umberto Eco, dei Nanni Moretti, degli Eugenio Scalfari, di tutto quello che costoro rappresentano e si portano appresso. Non dia seguito a ciò che ha detto nella sua prima intervista da ministro della Cultura. Quella apparsa ieri sul Corriere della Sera, in cui lei ha pensato bene, come tanti altri vincitori delle elezioni, di porgere la mano a chi vi sta sputando addosso dal 1994. «Non posso non avere profonda stima di Umberto Eco, del suo lavoro di cinquant’anni. Voglio convincere lui e quelli che la pensano come lui che si stanno sbagliando sul nostro conto», dice lei. Lei che è così buono da far uscire sul Foglio, poche ore dopo la sua nomina, una recensione in cui loda l'ultimo libro del fondatore di Repubblica come «un intenso saggio autobiografico», «uno spaccato vero, autentico, di vita e armonia», figlio di una «scrittura sapientemente stratificata». Eppure è quello stesso Scalfari - ricorda? - che l’ha definita «un personaggio somigliante nelle fattezze del volto paffuto all’Omino di burro che conduce Pinocchio e Lucignolo nel Paese dei Balocchi», un «incendiario», uno «incaricato dal suo burattinaio di portare all’estremo limite della vis polemica le tesi più avventurose a beneficio delle curve nord e sud della tifoseria berlusconiana». Lei che giura di «amare» i film presuntuosi e barbosissimi di Moretti (spero che sia una bugia, ma lei non è tipo). Ecco, signor ministro, dia retta e ci ripensi: non cerchi il dialogo con costoro. Tiri indietro la mano, se la rimetta in tasca, prima che sputino pure su quella. Sia futurista, una volta nella vita: accenda il motore, schiacci l’acceleratore e li travolga tutti, con i loro corsi universitari che sfornano disoccupati, i loro cineclub ammuffiti e il loro astio.

Vede, caro Bondi, il motivo per cui i vari Eco, Scalfari, Moretti, Giorgio Bocca, Antonio Tabucchi e tanti altri vi disprezzeranno sempre non è politico o culturale, ma antropologico. Ritengono voi e i vostri elettori esseri umani di livello inferiore. Provo a spiegarglielo con le loro stesse parole. Ad esempio quelle che appaiono in un appello scritto da Eco e pubblicato alla vigilia del voto del 13 maggio 2001. L’uomo di cui lei vuole conquistare la stima divideva l’Italia di centrodestra in due. Innanzitutto l’Elettorato Motivato. Ne fanno parte, spiegava il democratico Eco, categorie come «il leghista delirante», «l’ex fascista» e quelli che, «avendo avuto contenziosi con la magistratura, vedono nel Polo un’alleanza che porrà freno all’indipendenza dei pubblici ministeri». Accanto a questi c’è l’Elettorato Affascinato, ovvero i poveri deficienti. Gente che «non ha un’opinione politica definita, ma ha fondato il proprio sistema di valori sull’educazione strisciante impartita da decenni dalle televisioni, e non solo da quelle di Berlusconi. Per costoro valgono ideali di benessere materiale e una visione mitica della vita, non dissimile da quella di coloro che chiameremo genericamente i Migranti Albanesi». Un elettorato che, ovviamente, «legge pochi quotidiani e pochissimi libri». Dunque un’accozzaglia di criminali, individui abietti e cerebrolesi, caro Bondi: ecco cosa è, secondo Eco, il vostro Popolo della libertà. Come può vedere, il livello delle argomentazioni è lo stesso che ci si può attendere da uno squatter dei centri sociali con la licenza di terza media. Eco si limita a imbellettarle un po’. Niente di strano che non abbia mai vinto un premio Nobel (e dire che lo hanno dato persino a Dario Fo e Rigoberta Menchù).

Puntuali, a ogni elezione, Eco e gli altri ci fanno sapere che se Berlusconi vince loro se ne andranno dall’Italia. Hanno iniziato nel ’94. «È come nel ’48, c’è una barriera di civiltà», s’infervorava il semiologo per convincere gli italiani a votare per Achille Occhetto. Scornato dal risultato delle elezioni, prese a dire che l’Italia non lo meritava: «Preferirei essere un cittadino di Sarajevo», si lamentava nelle interviste. Da allora è diventato un classico: «Se rivince Berlusconi vado in pensione e mi trasferisco all’estero», fa il suo ritornello. Agli inizi di aprile Eco, assieme a Gae Aulenti, Claudio Magris ed altri indignati di professione, ha lanciato il solito appello per mobilitare le masse: «Chi si astiene vota Berlusconi», era il succo del loro discorso. Peccato che le masse, incapaci di apprezzarne la novità, abbiano consegnato il governo a Berlusconi per la terza volta in quattordici anni (e complimenti al guru della semiologia per l’efficacia dei suoi messaggi). Anche se perdono un’elezione dietro l’altra, però, Eco e i suoi stanno sempre qui. A mantenere la promessa ed espatriare non ci pensano nemmeno, e anche questo dà un’idea della loro serietà. Una volta c’erano Stanlio e Ollio, in quel film nel quale passavano cinque minuti a salutarsi. «Arrivedorci!», «Arrivedorci!», facevano. Però nessuno se ne andava, restavano fermi lì, con il fazzoletto in mano e l’aria sempre più citrulla. Ma Eco e suoi amici nemmeno fanno più ridere. Sono noiosi e prevedibili come una barzelletta risaputa.

Insomma, signor ministro, basta con i complessi d’inferiorità. Non è difficile, basta fare quello che tantissimi italiani fanno ogni volta che Eco e i suoi consimili pubblicano un appello contro di voi: se ne sbattono, vi votano e vi apprezzano lo stesso, forse più di quanto voi stessi pensiate di meritare. Avete la legittimazione degli elettori, non vi serve quella di nessun altro. Ci sono tantissime cose da fare, molto più serie che perdere tempo dietro a certa gente. E se Eco e i suoi compagni d’indignazione dovessero davvero scappare via, per cercare conforto in qualche parte del mondo dove si sentono più apprezzati (ma è meglio non sperarci), stia tranquillo che gli elettori sapranno presto farsene una ragione. Voi, però, fatevi una ragione del fatto che la grande maggioranza del Paese sta con voi, non con loro, e che personaggi simili, per quello che rappresentano e per come vi trattano, dovreste non inseguirli e adularli, ma mangiarveli a colazione. Spiace dirlo, ma finché continuerete a inchinarvi davanti a simili reliquie non avrete alcuna speranza di cambiare l’Italia. Buon lavoro.

© Libero. Pubblicato il 10 maggio 2008.

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giovedì, maggio 08, 2008

Gay Pride: non esiste un diritto all'esibizionismo

di Fausto Carioti

Tocca capirsi bene su questa storia del Gay pride. Perché dietro alla cortina di fumo delle libertà civili si nascondono ragionamenti che con i diritti individuali non hanno nulla a che vedere. La libertà d’espressione è una cosa molto seria, che va un po’ oltre qualche piuma di struzzo rosa che spunta dal sedere. La vicenda è nota. Gianni Alemanno, neosindaco di Roma, interrompendo per un giorno il tentativo di flirt in atto con la sinistra, ha chiesto a chi parteciperà alla manifestazione di limitare i gesti di esibizionismo. Testuale: «Il problema non è omosessuale sì, omosessuale no. È esibizionismo sessuale sì, esibizionismo sessuale no, e di questo discuteremo in consiglio comunale e cercheremo di trovare una formula che non offenda nessuno». Nessun divieto, insomma, ma una semplice richiesta di contegno. Pare una posizione di buon senso. Anzi, diciamola tutta: l’avesse detta Walter Veltroni, una simile ovvietà, sarebbe entrata in un orecchio e uscita dall’altro, al pari di tante altre riflessioni dell’ex sindaco della capitale. Invece l’ha detta Alemanno, e allora apriti cielo.

Barbara Pollastrini, che da oggi non sarà più ministro delle Pari opportunità, se ne torna fuori con la storia dell’uomo nero (già spernacchiata dagli elettori della capitale, ma si vede che argomenti migliori a sinistra non ne hanno: urge riapertura della scuola delle Frattocchie). «Non sono stupita», dice dunque la Pollastrini, «Alemanno dimostra una piena continuità in quella mancanza di rispetto e in quell’insensibilità che contraddistinguono un certo tipo di destra». Il transgender (oggi si dice così) Vladimir Luxuria, ex parlamentare di Rifondazione, dalla prima pagina del quotidiano del suo partito ci fa sapere che «ostentare è un diritto», si arrampica in improbabili metafore che dovrebbero avvicinare l’esibizione in pubblico di uomini in perizoma all’ostensorio della liturgia cattolica e sfodera toni che sembrano più adatti a commentare il trattamento degli omosessuali nella Cuba dei fratelli Castro: «Vorrebbero continuare a vederci invisibili e clandestini». Peggio: il nuovo governo si prepara a «mettere in moratoria almeno per cinque anni i nostri diritti civili».

In parole povere, chiedere a chi sfilerà il 7 giugno di limitare gli smutandamenti sarebbe una pretesa fascista. Eppure, come ricorda anche la foto qui accanto, qualche problemino di decenza gli scorsi anni c’è stato. Senza entrare troppo nei dettagli, si sono visti giovanotti in nudo integrale agitarsi in pubblico, transessuali in topless reclamizzare i progressi della chirurgia estetica e altre scene che nel salotto di casa Ronaldo faranno pure sbadigliare, ma che in pieno giorno nelle strade della capitale, a tutt’oggi, stonano un po’. Soprattutto, sono contrarie alla legge.

Si lamentano tanto, Luxuria, la Pollastrini e i loro amici, ma la verità è che a loro sono concesse libertà che al resto della popolazione vengono negate. Se qualcuno allestisse una manifestazione nella quale ragazzi eterosessuali si mostrassero come mamma li ha fatti, al pari dei simpatici omo che si sono fatti immortalare davanti al Colosseo, organizzatori ed esibizionisti finirebbero davanti al magistrato, processati per direttissima. Ma loro hanno un salvacondotto speciale. È una delle tante novità del politicamente corretto: se una donna mostra le tette in mezzo alla strada finisce al commissariato, ma se a sfoderarle (finte) è un travestito siamo davanti a un gesto profondo, di affermazione della propria libertà ed identità, e guai al fascista che si azzarda a dirgli qualcosa.

Non resta che ripetere l’ovvio: nessuno, tantomeno Alemanno, impegnatissimo a farsi dare patenti di bravo ragazzo dai tanti che lo aspettano al varco col fucile puntato, intende proibire la sfilata. Nessuno pretende che gli omosessuali si nascondano: se si sentono discriminati e vogliono scendere in piazza con slogan e cartelli, affari loro. Lo fanno tante categorie, figuriamoci se una più o una meno cambia qualcosa. È che, visti i precedenti, si cerca di mantenere la loro apparizione nei limiti di quella decenza che è richiesta a ogni altra manifestazione. Sperando anche che essere omosessuali sia qualcosa di diverso, magari un po’ più complesso, che andare in giro a mimare atti sessuali bardati come caricature dei Village People.

© Libero. Pubblicato l'8 maggio 2008.

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mercoledì, maggio 07, 2008

Il coraggio delle scelte difficili

Tutto vero. Oggi, mercoledì 7 maggio, ore 15.23, a poche ore dalla nascita del nuovo governo Berlusconi.
Rosy Bindi, eletta vicepresidente della Camera, si è dimessa dall'incarico di ministro per la Famiglia. Analoghe dimissioni sono state presentate da Emma Bonino e Vannino Chiti.

martedì, maggio 06, 2008

Un'alleanza elettorale e nulla più

di Fausto Carioti

Nessuno s’illudeva che la nascita del nuovo partito sarebbe stata facile e veloce, ma di sicuro ci si attendeva qualcosa di meglio di questo. Alla sua prima prova dopo il voto, il PdL sta lasciando una punta di amaro in bocca agli elettori. Se in pochi se ne lamentano è perché la vittoria del centrodestra alle urne è stata così netta e lo tsunami elettorale tanto violento che tutto il resto passerà in cavalleria, almeno per un po’. Ma l’impressione che il Popolo della libertà sia molto lontano dal diventare un partito unitario, e che si tratti ancora di una semplice alleanza elettorale tra due grandi entità distinte, è forte.

Il loro lato peggiore Forza Italia e An lo stanno mostrando nella formazione del governo. Se il giorno dopo la vittoria Silvio Berlusconi smaniava per la voglia di rendere subito operativo il suo nuovo esecutivo e malediceva i tempi lunghi dei rituali romani, adesso è costretto a usare ogni giorno a disposizione per ritoccare la lista di ministri, viceministri e sottosegretari. Per paradosso, la vittoria imprevista di Gianni Alemanno a Roma, invece di mettere le ali al partito unitario, ha reso la vita più difficile a tutti, facendo affiorare egoismi di parte. Comprensibili per gli uomini dei due partiti, ma inspiegabili agli occhi di tanti elettori, che pensavano di aver votato qualcosa di nuovo e di diverso e ora sono costretti rivivere scene che si sarebbero risparmiati volentieri.

La poltrona del sindaco della capitale è stata messa sulla bilancia e valutata quanto quella di un ministro con portafoglio. Così il dicastero del Welfare è uscito dall’orbita di An per virare verso Forza Italia. An punta i piedi e dice che non se ne parla: tre ministeri di prima fascia doveva ottenere e tre ne avrà: la conquista di Roma è un titolo di merito, non può penalizzare il partito di Gianfranco Fini. Silvio Berlusconi risponde che senza i voti degli elettori forzisti il Campidoglio sarebbe rimasto alla sinistra e rilancia offrendo due ministeri importanti (Difesa e Infrastrutture) e due senza portafoglio (Politiche comunitarie e Politiche giovanili o Pari opportunità). Alla fine il Cavaliere dovrebbe spuntarla, magari aggiungendo alla proposta una poltrona da viceministro.

Nulla di scandaloso in questi mercanteggiamenti, per carità. C’è solo la banale constatazione che le vecchie abitudini non sono passate di moda e che il partito di Berlusconi e quello di Fini continuano a ragionare come semplici alleati di un cartello elettorale, ognuno con i suoi voti e le sue vittorie da rivendicare di fronte all’altro. Certo, nulla di paragonabile alla faida che mettono in scena tutti i giorni ds e margheritini, veltroniani e dalemiani, nel tormentato loft veltroniano. Ma il confronto è improponibile: quella in atto nel partito democratico è una tristissima guerra per litigarsi le briciole e addossarsi l’un l’altro la colpa della batosta, e come tutte le guerre tra poveri abbonda di crudeltà.

Ci vorrà tempo per dare agli elettori del centrodestra un partito veramente unito, ma intanto, nel giro di poche ore, si può mettere fine al braccio di ferro sulla composizione del governo. Un primo segnale positivo è arrivato ieri dal Parlamento. Il gruppo unico del PdL a palazzo Madama, composto da tutti i senatori di Forza Italia e An, ha eletto senza traumi Maurizio Gasparri, esponente di Alleanza nazionale, come suo presidente, e un forzista, Gaetano Quagliariello, come vice vicario. Lo stesso è avvenuto alla Camera, dove il gruppo unitario del Popolo della Libertà sarà guidato dall’azzurro Fabrizio Cicchitto, affiancato da un colonnello finiano, Italo Bocchino. E questo dopo che Renato Schifani e Gianfranco Fini, con metodo analogo, erano stati eletti alla guida delle due Camere. Insomma, il PdL, anche se con il manuale Cancelli sempre in mano, sta provando a ragionare da squadra. Anche se certi episodi fanno capire che la strada sarà lunga: ieri, nella riunione che doveva nominare capogruppo Gasparri, quando Sandro Bondi ha detto che era una tappa verso la creazione del «partito unico», Ugo Martinat, schietto senatore di An, ha replicato secco: «Lista elettorale, non di più». Non è l’unico a pensarla così.

Ma quello che è stato fatto in Parlamento è troppo poco rispetto a quello che non si riesce a fare col governo. Oggi saranno eletti i vicepresidenti di Senato e Camera e subito dopo l’attenzione sarà tutta per la composizione dell’esecutivo. Berlusconi dovrebbe ricevere l’incarico da Giorgio Napolitano domani sera e sarebbe un bel segnale se già il giorno dopo si presentasse al Quirinale con la lista dei ministri in mano. Se ci riuscirà e se nel giro di pochissimi giorni sarà in grado di far approvare dal primo consiglio dei ministri i provvedimenti per avviare lo smaltimento dei rifiuti napoletani e dare un giro di vite immediato contro la criminalità, le scene poco edificanti di questi giorni saranno subito dimenticate dagli elettori. Un governo efficiente sarà anche il migliore spot per il partito unico del centrodestra. Insomma, «si può fare», anche se è meglio dirlo in un altro modo, vista la fine che ha fatto l’ultimo che ha usato queste parole.

© Libero. Pubblicato il 6 maggio 2008.

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lunedì, maggio 05, 2008

Mafiosi e fascisti

Il primo è stato Giulio Tremonti, che ha mandato in stampa un libro in cui la globalizzazione è dipinta come un complotto di menti avide e senza scrupoli e l'Organizzazione per il commercio mondiale è definita «il comitato d'affari delle multinazionali». La sinistra e gli editorialisti di Repubblica hanno gradito. Bene.

Poi è toccato a Gianfranco Fini, che nel discorso d'insediamento alla presidenza della Camera ha detto tutto quello che ci voleva per farsi applaudire dalla sinistra. Bravo.

Allora Gianni Alemanno ha voluto far vedere a tutti che lui quando ci si mette è più a sinistra del Pd e di metà Sinistra Arcobaleno, tanto che per darcene la prova visibile - assolutamente non necessaria - ora medita di mettere il menestrello di Veltroni e Totti nella commissione per Roma Capitale. Ottimo.

Quindi è sbucato Renato Schifani, seconda carica dello Stato, che per recuperare Fausto Bertinotti, Enrico Boselli e gli altri trombati dagli elettori propone di farli riapparire in Parlamento inventandosi il cosiddetto "diritto di tribuna". Molto intelligente, molto sensibile, fanno sapere da sinistra quelli che volevano rendere Silvio Berlusconi ineleggibile. L'importante è essere superiori: sublime Schifani.

Chiude (per ora) Giano Accame per dire che i centri sociali non devono essere toccati, perché fanno «aggregazione comunitaria». Ok, nessun problema.

Va bene tutto, va bene la voglia di non apparire più quelli che non intendono fare prigionieri, va bene la smania di scimmiottare Nicolas Sarkozy anche se non si sa una parola di francese. L'importante è non montarsi la testa e non iniziare a credersi davvero padri della patria, nobili figure bipartisan apprezzate da tutti. Per la sinistra, loro sono i protettori dei mafiosi e i difensori dei fascisti, e lo saranno sempre. Ora gli sorridono e se li intortano, ma alla prima occasione utile glielo ricorderanno nel modo più duro possibile.

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giovedì, maggio 01, 2008

"Sandra" e gli eroi di tutti i giorni

di Fausto Carioti

Edicole italiane, ieri mattina. Il quotidiano è Repubblica, il titolo è di quelli che attirano subito l’occhio: «Solo 1.300 euro al mese. Ho deciso di abortire». Un caso umano, lo specchio di un’emergenza sociale? Ma no. È solo un esempio di moderno egoismo, elevato in modo paraculo a metafora di una generazione. Che, per fortuna, non è tutta così. Anche se è solo di questi casi che si parla: gli altri, quelli che i figli se li tengono anche a costo di rinunciare a qualcosa - il ristorante con gli amici il sabato sera, le vacanze estive, il telefonino - non sono abbastanza trendy.

La ragazza in questione, che ha 29 anni ed è ribattezzata “Sandra”, la sua storia l’ha messa nero su bianco in una lettera inviata a Giorgio Napolitano e pubblicata sui giornali, come va di moda di questi tempi. «Egregio Presidente», scrive, «tra un paio di settimane abortirò!! Nonostante la mia non fosse una gravidanza programmata, l’aver scoperto di essere positiva al test mi ha dato un’emozione bruciante, una felicità incontenibile. L’idea di aver concepito un figlio con l’uomo che amo è qualcosa di così forte ed intimo che è impossibile da spiegare. Ad ogni modo la mia gioia non ha visto la luce del giorno dopo. Ben presto la ragione ha preso il posto del cuore e mi ha schiaffeggiata forte. La verità, mio caro Presidente, è che nonostante sia io che mio marito abbiamo un lavoro che ci impegna sei giorni alla settimana, le nostre entrate ammontano a circa 1.300 euro al mese. Presidente, ora devo scegliere se essere egoista e portare a termine la mia gravidanza, sapendo di non poter garantire al mio piccolo neppure la mera sopravvivenza; oppure andare su quel lettino d’ospedale e lasciare che qualcuno risucchi il mio cuore spezzato dal mio utero sanguinante». Ovviamente lei la scelta l’ha già presa. E, va da sé, ne dà la colpa a «questo paese, che detesta i giovani», e la costringe a rinunciare a quello che lei chiama il suo «diritto ad essere madre».

Eppure “Sandra” non è affatto costretta ad abortire. La «mera sopravvivenza» del bambino potrebbe assicurarla senza rimetterci un euro. Esiste una legge per l’adozione. Lei può portare a termine la gravidanza, mettere al mondo il bambino che sostiene di amare tanto e affidarlo, in modo anonimo, a una famiglia che avrà la disponibilità economica e l’amore necessari per trattarlo nel modo migliore. La giornalista che la intervista, timidamente, accenna alla possibilità: «Non ha pensato alla possibilità di farlo nascere e poi darlo in adozione?». La risposta è raggelante: «Non lo farei mai. Mai, per nessun motivo. Sapere che esiste da qualche parte nel mondo un mio bambino e io non mi occupo di lui sarebbe lo strazio peggiore». L’egoismo vero è qui: saperlo vivo e in salute, magari mentre gioca con i genitori adottivi, le fa molto più male che ucciderlo in grembo. Non contano la vita del figlio, la sua felicità. Conta solo il possesso: se non posso averlo io, non deve averlo nessun altro.

L’amore materno è tutt’altra cosa. Se ne trovano tracce anche sul sito di Repubblica, nei commenti lasciati dai lettori: «Alla mia prima gravidanza avevo 29 anni... Dal momento che ho deciso di tenere il mio fagottino ho lottato contro chi mi ha tolto il lavoro, contro la precarietà più totale e il disagio di affrontare tutto da sola, visto che sono andata a vivere con il mio attuale compagno solo da quando nostro figlio aveva 6 mesi... Ora sono in attesa per la seconda volta e sul lavoro affronterò gli stessi problemi se non peggio, perché ora sono due e non uno... Ma chi mi ha dato tutta la forza a risolvere i miei problemi è stato proprio mio figlio». Anche gli uomini hanno qualcosa da dire: «Ho 33 anni. La mia compagna è disoccupata e fa qualche lavoretto qua e là quando capita, io prendo uno stipendio di 1.600 euro al mese, viviamo in affitto (400 euro al mese) e abbiamo una bellissima bambina che compirà un anno tra pochi giorni. Non vado in palestra perché non me lo posso permettere, non ho Sky, ma riesco ad avere un pediatra migliore di quello della Asl. Spesso sono a cena dai miei suoceri. Per noi non faccio la spesa tutti i giorni, ma per mia figlia sì. Per lei tutto, per lei lavorerei anche di notte». Eroi normali che si fanno un mazzo così senza lamentarsi né dare la colpa al «sistema», che sorridono felici quando danno al figlio il bacio della buonanotte e a scrivere al presidente della Repubblica non ci pensano proprio.

E per finire, visto che tutto gira attorno ai soldi e la difesa della vita sembra roba da fondamentalisti cristiani, parliamo anche della cifra. “Sandra” e il suo compagno, che piangono miseria, non devono affrontare spese per la casa. «Ci ospita una mia vecchia zia», fa sapere la ragazza. Ma davvero 1.300 euro al mese, senza affitto da pagare, non bastano a sfamare due adulti e un bambino? Ogni giorno, milioni di famiglie italiane dimostrano il contrario. Diciamolo: dipende solo da quanto si ha voglia di rimboccarsi le maniche e accettare qualche rinuncia. Toglietemi tutto, ma non il mio cellulare. E lo chiamano progresso.

© Libero. Pubblicato il 1 maggio 2008.

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