giovedì, luglio 26, 2007

A Conservative Summer 2007 - Part 2


Buone vacanze a chi parte, buon lavoro a chi resta o è già tornato. Appuntamento al 7 agosto, o giù di lì.

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- Governo Prodi senza più credito. Anche in Medio Oriente
- Dedicato a quelli che "la sanità americana ammazza i poveri, mica come in Europa"

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mercoledì, luglio 25, 2007

Governo Prodi senza più credito. Anche in Medio Oriente

C'era la possibilità concreta che la conferenza internazionale di pace sul Medio Oriente programmata dal presidente americano George W. Bush per l'autunno e applaudita da Massimo D'Alema si svolgesse a Roma. I presupposti c'erano tutti: l'Italia ha avuto ed ha tuttora un ruolo politico e militare importante nella missione Onu in Libano (missione che metà della maggioranza che sorregge il governo ha approvato nella fumosa speranza di riuscire a vendicare i presunti torti subiti dai palestinesi, ma questo adesso non conta), e anche se come sede Roma avrebbe potuto far storcere qualche naso in Israele, di certo da Tel Aviv non sarebbero arrivati veti. Insomma, quella italiana sembrava la candidatura naturale, tanto che l'ipotesi era stata discussa nelle cancellerie e nelle ambasciate.

C'era la possibilità, quindi, che il governo Prodi fosse uno degli attori principali del grande evento internazionale dell'anno. C'era l'eventualità che il governo Prodi passasse politicamente all'incasso di quello che è probabilmente il suo unico fiore all'occhiello. C'era tutto questo, ma adesso non c'è più. Il segretario di Stato americano Condoleezza Rice ha appena cancellato Roma (assieme ad alcune capitali africane...) dalle tappe del suo viaggio, il cui scopo è proprio preparare il terreno per la conferenza di pace. Il messaggio è chiaro e definitivo: la conferenza di pace si farà, ma non a casa di Prodi e D'Alema. E questo è il vero significato politico della decisione della Rice.

Quale sia la ragione di questo schiaffo - se le frasi di D'Alema su Hamas o l'intera politica estera italiana o altro ancora - poco importa. Quello che conta è il dato di fatto: il governicchio Prodi è già riuscito a combinare abbastanza danni da perdere il credito internazionale che poteva vantare nella partita mediorentale, l'unica in cui ha contato qualcosa. Poteva (doveva) essere protagonista, sarà una delle tante comparse. Tutto come al solito, insomma.

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martedì, luglio 24, 2007

Dedicato a quelli che "la sanità americana ammazza i poveri, mica come in Europa"

Premesso che per avere un'analisi dei meccanismi mentali che portano la gente ad appiattirsi su più banali luoghi comuni anti-americani, anche in materia di sanità, occorre leggere L'ossessione antiamericana del filosofo francese (rip: francese) Jean-François Revel, intanto guardate il bel raffronto che fa Bruce Bawer tra la mitologica sanità norvegese, che nel suo ultimo film-invettiva Michael Moore dice di non aver trattato perché «è così incredibilmente efficace che ero convinto che nessuno ci avrebbe creduto», e la tremenda sanità americana, incubo dei socialisti europei e dei liberal d'oltreoceano (la tesi di Moore è che la sanità cubana sia migliore di quella statunitense, fate voi).
"Sicko" di Michael Moore non è ancora arrivato qui in Norvegia, ma ho letto abbastanza recensioni di esso da essermene fatto un'idea. Ho letto anche un'intervista in cui afferma di non aver parlato del sistema sanitario norvegese perché «è così incredibilmente perfetto che nessuno ci avrebbe creduto».

Ok, Michael, ascolta un po' questo: secondo il principale articolo dell’Aftenposten di ieri, 200.000 norvegesi sono stati in lista d’attesa per cure mediche nei primi quattro mesi di quest’anno. Poco meno del cinque per centro dell’intera popolazione del paese. E questa cifra continua a crescere.

I norvegesi vanno fieri del loro sistema a “copertura totale” – ma copertura totale non significa cure garantite o immediate su richiesta. E’ ben lontano da questo. Anche i media, che di solito seguono la linea ufficiale secondo cui il sistema norvegese è di gran lunga superiore a quello degli Stati Uniti, qualche volta raccontano storie di bambini norvegesi a cui sono state rifiutate medicine vitali, bambini che sono andati negli Usa per ricevere le cure di cui hanno bisogno o che sono morti mentre erano in lista d’attesa. In America muore il 20% delle donne con cancro al seno; in Norvegia, a causa delle lunghe liste d’attesa, la percentuale è il 27%. Gli americani che muoiono per cancro alla prostata sono meno di uno ogni cinque; in Norvegia, sono uno ogni tre.

Certamente il sistema sanitario americano ha problemi seri. Ma così anche quello canadese e quelli europei. La differenza sta nel fatto che gli americani se ne rendono perfettamente conto e discutono con forza questi problemi e il modo migliore di risolverli. In Norvegia, al contrario, alla gente è stato insegnato fin dall’infanzia ad essere riconoscente per il mirabolante sistema sanitario che gli dato il governo social-democratico. (Un paziente che ha dovuto aspettare quattro mesi per una operazione al ginocchio ha detto all’Aftenposten: “Non mi sembra che sia stata una lunga attesa”). E da una vita ascoltano bugie sul sistema americano: la maggior parte della gente crede veramente che solo i ricchi in America ricevano cure mediche e che quelli senza assicurazione siano buttati fuori dagli ospedali.

Questo non vuole dire che il sistema americano non abbia i suoi problemi. Li ha. Ma la soluzione non consiste nel copiare il Canada e l’Europa.
Post scriptum. Sulla fatica cinematografica di Moore ha scritto Giulia-NY (con un link a un sondaggio interessante). Il "Michael Moore's medical dream state" è anche oggetto delle attenzioni di un editoriale odierno del Wall Street Journal.

Addendum. La versione originaria di questo post conteneva la citazione di Bawer in inglese. Spiegavo al paziente lettore non anglofono che oggi fa caldo, che il tempo e la voglia di tradurre non li avevo, e che semmai poteva rivolgersi al traduttore online posto nella colonna destra di questo blog. Il risultato è che nel giro di un'ora un lettore, Renzo, mi ha inviato l'eccellente traduzione che vedete qui sopra. Commosso, lo ringrazio.

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venerdì, luglio 20, 2007

Prodi e il "niet" dei comunisti

di Fausto Carioti

Enrico Cuccia, l’uomo che ha creato Mediobanca e l’ha governata per oltre mezzo secolo, diceva che le azioni delle società quotate in Borsa non si dovevano contare, ma pesare, perché alcune, quelle del gotha del capitalismo italiano, erano più pesanti di altre. Storie del salotto buono. Palazzo Chigi di questi tempi più che un salotto sembra un manicomio, ma la morale è la stessa: alcuni azionisti, pur possedendo un pugno di azioni, contano molto più degli altri. Numeri alla mano, il “patto di sindacato” rappresentato da Rifondazione, Comunisti italiani e Verdi vale un quarto della maggioranza, ma le loro azioni, alla prova dei fatti, pesano più di quelle dei centristi e dei sedicenti riformisti. Se la riforma delle pensioni doveva essere la madre di tutte le rese dei conti, la partita che determinava chi comanda davvero nella maggioranza, ieri il verdetto è stato chiaro: l’asse anti-riformista che lega la sinistra dell’Unione ai sindacati confederali, e in particolare alla Cgil, è quello che condiziona la direzione del governo.

Franco Giordano e compagni hanno tenuto in ostaggio l’esecutivo per tutto il giorno. Chiusi nel bunker di Palazzo Chigi, ministri, sottosegretari, segretari di partito e sherpa si riunivano in incontri sempre più concitati per trovare un’intesa gradita agli uomini di Fausto Bertinotti. I quali, non contenti di portare a casa l’abolizione dello “scalone”, mettevano il loro veto su ogni dettaglio della riforma non compatibile con le teorie economiche del subcomandante Marcos. Consapevoli di avere in mano ciò che è più caro a Prodi, erano intenzionati a mantenere la presa ben salda. Così, a metà pomeriggio, appena il povero Piero Fassino assicurava ai microfoni che «l’accordo c’è ed è pronto», tempo pochi minuti gli pioveva sulla testa la smentita del bertinottiano Gennaro Migliore: «La trattativa non è chiusa». E quando, in serata, Prodi convocava i sindacati per le ore 22 a Palazzo Chigi, a indicare che per lui l’intesa politica era stata trovata, saltava su il solito Migliore: «Per noi l’accordo non c’è».

Intendiamoci. Qualche ragione politica, per maltrattare Prodi, i rifondaroli ce l’hanno. A pagina 169 del programma di governo dell’Unione si legge che obiettivo della coalizione è «eliminare l’inaccettabile “gradino” e la riduzione del numero delle finestre che innalzano bruscamente e in modo del tutto iniquo l’età pensionabile, come prevede per il 2008 la legge approvata dalla maggioranza di centrodestra». Si tratta di un punto inserito proprio su richiesta dei partiti di sinistra. Solo che Bertinotti e i suoi hanno preso l’impegno sottoscritto da Prodi molto sul serio. Il presidente del Consiglio, invece, consapevole che non può affossare più di tanto i conti della previdenza, ha creduto che il gradino del 2008 si potesse semplicemente “limare”, e non abbattere. Prodi, insomma, paga ancora una volta la scelta di aver siglato a suo tempo un programma tanto lungo quanto fumoso e impreciso in ogni punto cruciale. La stessa vaghezza, ad esempio, che si è riscontrata sulla regolarizzazione delle coppie di fatto omosessuali: anche in quel caso la formulazione scelta era volutamente ambigua, anche in quel caso ogni componente della maggioranza era convinta di vederci scritto ciò che voleva, anche in quel caso la coalizione di governo si è spaccata. Solo che i Dico si possono chiudere in un cassetto e si può fingere di essersene dimenticati, ma per la riforma delle pensioni la cosa è un po’ più complessa.

Preso atto del “niet” di Rifondazione, a Prodi, a questo punto, non restava che provare a convincere Cgil, Cisl e Uil: un accordo con le sigle confederali avrebbe tagliato fuori Rifondazione comunista e ridato un po’ di ossigeno al presidente del Consiglio. Ma l’immagine di una maggioranza sfasciata e di un governo diviso (per Rifondazione aveva trattato il ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero) restava a certificare il fallimento del premier. Oggi, al consiglio dei ministri, si vedrà se i sedicenti riformisti sceglieranno di ingoiare il rospo o avranno il coraggio politico di puntare i piedi.

Almeno fosse una riforma rigorosa, quella presentata da Prodi ai suoi alleati di sinistra. Tutt’altro. Prevede che, a partire dal primo gennaio del 2008, si possa andare in pensione a 58 anni invece che a 60, come era previsto dalla legge Maroni. Dal 2010 invece potranno andare in pensione i lavoratori che raggiungeranno “quota 96”, intesa come somma dell’età anagrafica con gli anni di contributi pagati. Una revisione della lista dei lavoratori esonerati dall’aumento dell’età pensionabile perché alle prese con mestieri “usuranti” - Ferrero e il leader della Uil Luigi Angeletti intendono inserirci persino le maestre d’asilo - renderà la nuova previdenza ancora più lassista. Nonostante tutto questo, la “quota 96”, necessaria per non affossare i conti della previdenza nei prossimi anni, è stata respinta sino a tarda sera dall’estrema sinistra.

Non si tratta nemmeno di una riforma a costo zero per le casse dello Stato. Il governo sostiene di voler rimediare parte delle entrate dalla “armonizzazione” degli attuali enti di previdenza e da qualche taglio alle spese della pubblica amministrazione, ma si tratta di propositi scritti sull’acqua, escamotage contabili di corto respiro. L’impatto sui conti pubblici sarà notevole. Il Documento di programmazione economico-finanziaria preparato dal governo già calcola in 21,3 miliardi, solo per il 2008, la somma da reperire per finanziare le spese già previste per il prossimo anno. A questa cifra vanno aggiunti adesso i soldi per superare lo scalone.

Si tratta di esborsi che non dovranno gravare sul deficit pubblico del prossimo anno, cioè dovranno essere interamente coperti dalla Finanziaria che il governo scriverà dopo l’estate e il Parlamento sarà chiamato ad approvare entro dicembre. Coperti come? O con tagli delle spese o con l’ennesimo aumento delle imposte. Ma si è già visto che il governo Prodi non è in grado di ridurre le uscite, perché glielo impediscono le continue richieste dell’ala sinistra della maggioranza, secondo la quale bisognerebbe dare addirittura un “reddito di cittadinanza” a chiunque, per il semplice fatto di esistere: un vero e proprio premio a chi non lavora. Vista l’arietta pre-elettorale che tira, poi, la propensione ad aumentare la spesa clientelare sarà, come sempre a ridosso delle elezioni, ancora più forte del solito. E così al governo - ammesso che per allora sia ancora in piedi - non resterà che aumentare le tasse e dare l’ennesima torchiata al ceto medio. Ricordare che poche settimane fa a via XX settembre si favoleggiava di una manovra per il 2008 da “quota zero”, cioè senza saldi da finanziare, e che il ministro dell’Economia aveva annunciato una riduzione delle aliquote fiscali proprio a partire dal prossimo anno, può aiutare a capire meglio in quale nebbia politica e mentale stiano annaspando Prodi e i suoi ministri.

Intanto, a bordo campo, si scalda Walter Veltroni. Qualche settimana fa Silvio Berlusconi disse che Prodi sarebbe già caduto se solo a sinistra si fosse trovato qualcuno disposto a farlo fuori politicamente. L’impressione è che il killer adesso ci sia: sta in Campidoglio. L’unico che può ricomporre i cocci della maggioranza è l’attuale sindaco di Roma. Per farlo dovrà sbarazzarsi al più presto di Prodi. A sinistra piangeranno in pochi, e i partiti comunisti della coalizione, sino a non molto tempo fa gli alleati più fidati del premier, non verseranno manco una lacrima.

© Libero. Pubblicato il 20 luglio 2007.

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giovedì, luglio 19, 2007

Anche Napolitano ha detto no a Prodi

di Fausto Carioti

Ci mancava solo il Quirinale. Non bastasse la recalcitrante Emma Bonino, non bastasse Lamberto Dini, che raccontano sempre più indignato e intenzionato (questione di giorni, se non di ore) a prendere le distanze in modo plateale da un governo che ritiene egemonizzato dai comunisti, non bastassero il manifesto per le riforme del riottoso Francesco Rutelli e tutte le altre rogne, anche Giorgio Napolitano si è messo di traverso sulla strada del premier.

Prodi è impegnato a uscire fuori dalla riforma delle pensioni con le ossa il meno possibile rotte. Il presidente del Consiglio ha capito (non era difficile) che, per quanto si sforzi, non riuscirà a trovare una soluzione capace di accontentare sia i riformisti dell’Unione sia l’ala sinistra del suo schieramento. Il crollo dei consensi per tutti i partiti che lo sorreggono ha innescato infatti un gioco politico pericolosissimo per il premier: ogni sigla della maggioranza è costretta a recuperare consensi tra gli elettori delusi, e l’unico modo in cui può farlo è smarcarsi il più possibile da un governo detestato da tutti (ormai solo 35 italiani su 100 hanno fiducia nell’esecutivo, come certifica l’ultimo sondaggio Ipr per Repubblica). Così nel lato destro dell’Unione è iniziata la partita a chi è più riformista, cioè a chi taglia di più la spesa pubblica, mentre sulla sponda sinistra la gara - con l’appoggio dei sindacati confederali - è a chi apre di più i cordoni della borsa. Per tutti costoro, la riforma delle pensioni è la partita decisiva. Preso in mezzo, Prodi ha un solo modo per non finire triturato: evitare di sottoporre la nuova legge sulla previdenza al confronto aperto del parlamento. Il suo obiettivo, una volta che avrà scritto il testo definitivo, è farla approvare con una sola votazione in ognuna delle due Camere. Un voto blindato dalla fiducia, in modo che, specie al Senato, i parlamentari votino sotto il ricatto della crisi di governo (chi vota contro si accolla la responsabilità di aprire la strada al ritorno di Berlusconi), e avendo così la certezza di poter contare sulla presenza e l’aiuto dei senatori a vita, che nel momento del bisogno finora hanno sempre risposto. Ma è proprio qui che Napolitano ha stoppato le intenzioni di Prodi.

Il presidente del Consiglio sa benissimo che non può permettersi altre tirate d’orecchie da parte del Quirinale, che già sopporta con malcelato fastidio il fatto che i voti dei senatori a vita, invece di essere aggiuntivi a quelli della maggioranza, continuino a rivelarsi addirittura essenziali per la sopravvivenza dell’esecutivo. Così Prodi ha sondato l’umore di Napolitano, prospettandogli l’ipotesi di far approvare la riforma delle pensioni inserendola in corsa, in questi giorni, in un emendamento al disegno di legge che dovrà convertire il decreto sul “tesoretto” fiscale, con cui il governo intende dare un po’ di soldi alle pensioni basse e finanziare alcuni provvedimenti per i giovani. Sarebbe stato un vero e proprio blitz. Il disegno di legge che converte il decreto è già diventato una sorta di mini-finanziaria estiva nella quale l’esecutivo sta infilando di tutto, dal limite ai colonnelli che possono essere nominati ogni anno dall’aeronautica militare sino ai provvedimenti sulla deducibilità dei costi delle auto aziendali e alle nuove regole per gli studi di settore. Ma la cosa più importante è che il decreto, che porta la data del 2 luglio, scade il 31 agosto, e quindi deve essere convertito in legge prima della pausa estiva. Così era scontato da giorni che su di esso il governo avrebbe messo la fiducia. Infilando in questo disegno di legge la riforma delle pensioni, il governo sarebbe riuscito ad andare in vacanza avendo già costretto i parlamentari della maggioranza ad approvargli il provvedimento più controverso. Napolitano, però, ha fatto pervenire a Prodi la sua contrarietà: «Non è opportuno», gli ha fatto sapere, che un provvedimento importante come la riforma delle pensioni venga approvato addirittura tramite un emendamento e con un iter così poco rispettoso della volontà del parlamento.

Oltretutto, è stato prospettato dal Quirinale, è forte il rischio che qualche senatore della maggioranza in cerca di visibilità si sfili, contando sul fatto che il suo gesto sarebbe stato comunque non decisivo grazie al voto favorevole dei senatori a vita. E così avremmo una riforma delle pensioni (per non parlare dell’ennesima fiducia) approvata grazie al voto decisivo dei senatori non eletti. Per quanto Napolitano sia il primo a difendere le prerogative dei senatori a vita e il loro diritto di votare come gli altri, la cosa sarebbe stata comunque motivo di imbarazzo. Il premier, del resto, era stato avvisato già a dicembre, quando, dopo il voto sul maxiemendamento alla Finanziaria che aveva visto il ruolo determinante dei senatori a vita, il presidente della Repubblica gli aveva chiesto di evitare il ripetersi di simili “incidenti”, specie su provvedimenti importanti come la riforma delle pensioni.

Prodi non ha potuto fare altro che prendere atto della contrarietà del Colle, e ha rinunciato all’idea del blitz estivo. Ieri, come previsto, il ministro per i rapporti con il Parlamento, Vannino Chiti, ha chiesto la fiducia alla Camera sul provvedimento che converte in legge la distribuzione del “tesoretto”, motivandola proprio con il fatto che il decreto deve essere approvato - pena la sua decadenza - prima della pausa estiva. La votazione a Montecitorio ci sarà oggi, poi il copione si replicherà al Senato. Nel disegno di legge, ovviamente, non c’è alcuna traccia della riforma delle pensioni, che peraltro il governo deve ancora scrivere. Anche ieri, intanto, da Lisbona, Napolitano ha fatto sapere che sta osservando da vicino le mosse del governo, riservandosi di commentare lunedì con i giornalisti, se per allora il negoziato si sarà chiuso, le decisioni di Prodi.

A palazzo Chigi resta il problema di come evitare le forche caudine di palazzo Madama una volta che le nuove regole della previdenza saranno scritte. Il piano “b” prevedeva di inserire in tempi rapidi la riforma in un decreto legge, la cui conversione sarebbe stata poi, con ogni probabilità, blindata dalla fiducia. Anche in questo caso, ai parlamentari del centro-sinistra non sarebbe rimasta altra scelta: o votare il provvedimento così com’è, oppure respingerlo, ma correndo il rischio di mandare a casa il governo. Ma il Quirinale ha respinto pure questa opzione: «Sulla materia delle pensioni non ricorrono i presupposti straordinari di necessità e di urgenza», necessari al governo per emanare ogni decreto, è stato spiegato a Prodi. Così il presidente del Consiglio ora sta studiando altre soluzioni. L’alternativa più probabile, a questo punto, è l’introduzione della riforma delle pensioni in un decreto collegato alla Finanziaria, da votarsi a fine anno, quando i requisiti di necessità e di urgenza saranno giustificati dall’obbligo di approvare le nuove norme prima del 2008. Ovviamente dopo avere blindato il provvedimento con la solita fiducia.

© Libero. Pubblicato il 19 luglio 2007.

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La favola dei lavori usuranti

di Fausto Carioti

Marchette di classe. Nel senso di classe sociale, categoria marxiana ormai scomparsa in tutto il mondo civilizzato, ma che in Italia sopravvive grazie alla mentalità paleoindustriale del governo Prodi. Alla fine la contrattazione con i sindacati sulla riforma delle pensioni si è ridotta a una riga sulla lavagna. Da un lato i “buoni”, i lavoratori pubblici delle categorie vicine alla maggioranza, con in tasca la tessera del sindacato confederale. Spiccano le maestre d’asilo, che con sprezzo del ridicolo il governo Prodi chiama a raccolta per rimpiazzare i minatori del Sulcis, ormai estinti, nella lista della manodopera alle prese con i lavori più pesanti. Qui c’è lo zoccolo duro del blocco sociale degli elettori di sinistra. Per tutti costoro le regole cambieranno, ma in meglio: potranno andare in pensione prima. Nell’altro lato quelli che la riforma previdenziale la pagheranno. Partite Iva, professori universitari, piloti d’aereo (questi ultimi sindacalizzati, ma quasi tutti a destra, quindi “cattivi”): a loro una torchiatina si può dare senza problemi.

L’escamotage già esiste. È l’elenco dei lavori “usuranti”. Un tempo non lontano era roba seria. I mestieri usuranti, per definizione, erano quelli che riducevano l’aspettativa di vita, o condannavano chi li svolgeva a una vecchiaia da invalidi. Operai addetti ai lavori pesanti nelle cave o nelle miniere, alla prese con materiali tossici come l’amianto o con ambienti di lavoro tremendi come gli altiforni o le profondità marine. Sacrosanto, per tutti costoro, prevedere regole di pensionamento più morbide. Ma simili lavori, per fortuna, da queste parti non li fa quasi più nessuno. Merito dell’avanzamento tecnologico (gli operai delle fabbriche si limitano a controllare che i macchinari robotizzati eseguano correttamente il loro compito) e del trasferimento dei lavori più pesanti nei Paesi di nuova industrializzazione. Lo riconosce lo stesso leader della Uil, Luigi Angeletti: «La fatica fisica ormai è limitata, se si esclude l’edilizia», spiegava ieri al Corriere.

Così, al sindacato confederale, con il benestare di ministri come il rifondarolo Paolo Ferrero, hanno pensato bene di abbassare l’assicella di qualche chilometro: facciamo che i lavori usuranti non sono più quelli che ti accorciano la vita, ma, assai più banalmente, quelli che ti stressano con turni e orari. E siccome non c’è niente di più facile che ritenersi stressati dal lavoro (ognuno è convinto che il mestiere più usurante sia il proprio), il gioco è fatto: presto, al posto dei 320 mila attuali, avremo milioni di lavoratori “usurati”. L’“alienazione” da lavoro teorizzata da Karl Marx, sepolto e deriso il comunismo che su di essa si fondava, diventa legge nella stramba italietta di Prodi.

I vigili del fuoco? Stressati, in pensione anticipata. E così pure baristi, giornalisti, portieri di notte, operatori di call center, infermieri, insegnanti, maestre d’asilo, doganieri. Sull’altro fronte, quello dei lavoratori non stressati (cioè dei fannulloni), spiega Angeletti, le pietre dello scandalo sono i piloti di aereo, che guarda caso con Cgil, Cisl e Uil non hanno mai legato troppo, preferendo affidarsi ai sindacati autonomi, e i professori universitari. Le ali sinistre del governo e della maggioranza applaudono.

Senza nulla togliere a nessuno, occorre un forte pregiudizio per credere che la sindacalizzatissima categoria dei vigili del fuoco (dove il tempo libero abbonda e dove Cgil, Cisl e Uil hanno fatto il pieno di tessere) oppure l’esercito delle maestre d’asilo svolgano un lavoro più stressante di quello dei piloti d’aereo o degli insegnanti universitari. Ed è difficile non credere che nei confronti di questi ultimi pesi il solito polveroso pregiudizio sindacale verso il lavoro intellettuale. Uno di loro, Giovanni Orsina, docente di storia contemporanea a Roma, spiega: «Primo, se uno la didattica in aula la vuole fare bene, le lezioni le deve preparare in modo scrupoloso. Secondo, quasi tutti i docenti universitari hanno almeno un incarico burocratico nei dipartimenti o nei corsi di laurea. Terzo, la ricerca ci porta via moltissimo tempo. Spesso siamo costretti a studiare la notte o il fine settimana, negli unici momenti liberi che abbiamo». Stress? «Beh, diciamo che la gastrite è piuttosto diffusa nella categoria». Per inciso, un ricercatore universitario appena nominato guadagna 1.100 euro al mese, (tanto quanto un pompiere), con la differenza che nelle università italiane il primo stipendio arriva attorno ai 35 anni: sino ad allora si tira a campare con le borse di studio. Per non parlare del negoziante che di primo mattino compra la merce all’ingrosso ai mercati generali e poi alza la saracinesca per chiuderla alle 8 di sera: nessuno a sinistra e nel sindacato è disposto ad ammettere che il suo è un mestiere assai più stressante di mille impieghi pubblici.

Insomma, più va avanti, più la partita sui lavori usuranti appare come il trionfo di quella sinistra «nichilista» dipinta pochi giorni fa sul Foglio dal senatore ulivista Antonio Polito: «La sua preoccupazione principale sembra essere quella di mandare al più presto la gente in pensione, e al più tardi al lavoro... Chiedono il reddito di cittadinanza, garanzia di un salario per chi non lavora». Che poi è proprio quello che diceva Silvio Berlusconi quando, sventolando smargiasso la bandiera dell’etica del fare («l’è un lavurà de la Madona»), li definiva «buoni a nulla e capaci di tutto». Anche in questo caso i suoi avversari si stanno impegnando a fondo per dargli ragione.

© Libero. Pubblicato il 18 luglio 2007.

Addendum. Dal Corriere della Sera: Treu: idee da anni Settanta. Chi non lavora non mangia

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mercoledì, luglio 18, 2007

Il Kerouac che la Pivano non vi racconta

Quello che dice «“I’m not a beatnik. I’m a Catholic”». E ribalta tutti gli stereotipi che ne fanno un sessantottino ante litteram. Lo trovate sul sito di Antonio Socci.

martedì, luglio 17, 2007

D'Alema li applaude, Washington li processa

Migliore esempio dell'abisso politico che separa la Farnesina da Washington non lo si poteva trovare. Nelle stesse ore in cui Massimo D'Alema, per il tripudio dei suoi alleati comunisti, applaude gli adoratori della morte palestinesi, il governo americano mette sotto processo, in Texas, la Holy Land Foundation for Relief and Development, fondazione accusata di finanziare gli stessi macellai di Hamas. La Ue, intanto, resta a guardare. A Bruxelles ancora tremano i polsi per avere smesso temporaneamente di fornire finanziamenti diretti ad Hamas...

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lunedì, luglio 16, 2007

Quattro critiche all'Occidente sul terrorismo islamico. Con sorpresa

Quattro analisi su come l'Occidente e gli immigrati musulmani in Europa (non) stanno affrontando il problema del terrorismo islamico.

1) «Nei Paesi musulmani è la scuola ufficiale che contribuisce a fanatizzare quella gioventù dalla quale i sostenitori del terrorismo rimpinguano le proprie fila. Li reclutano tra i diplomati in teologia, tra gli ingegneri, tra i medici. La continua ricerca di un Islam non violento è dovuta all'invenzione di un Islam moderato. Un atteggiamento che può essere spiegato con la paura di confrontarsi con l'Islam, nella sua globale e bellicosa realtà. Cercando di disarmare l'Islam sostenendo i suoi presunti portavoce moderati, le autorità politiche combattono una battaglia che stanno già perdendo».

2) «La generosità dell'Occidente nel permettere alle organizzazioni politiche musulmane di penetrare nelle società islamiche in Europa, di diffondersi tra i loro giovani ed arruolarli per i loro fini è stata un errore, il preludio che ha consentito che si giungesse alle attuali disastrose conseguenze».

3) «Tra coloro che vivono in Europa ed in America e non praticano il terrorismo, molti non hanno né lealtà né sincero attaccamento a questi Paesi che hanno offerto loro tutti i mezzi per vivere con dignità: casa, istruzione, lavoro, cittadinanza... (...) La domanda legittima è: dal momento in cui i servizi di sicurezza non possono distinguere il bravo immigrante dal cattivo terrorista, perché questi Paesi non deportano tutti i musulmani, di ogni razza, dall'Europa e dall'America, in modo di liberarsi dai pericoli del terrorismo e proteggere la loro gente?».

4) «Solo quando i musulmani ammetteranno che gli avvenimenti dell'11 settembre e del 7 luglio sono stati opera di terroristi islamici si potrà compiere il passo successivo: riconoscere la dura realtà, e cioè che l'Islam permette l'uso della violenza».

Frasi così dure che una di esse (la terza) nemmeno da queste parti la si riesce a condividere. Deliri di qualche partito europeo xenofobo? Citazioni dall'ultimo libro di Bat Ye'or o di Mark Steyn? Macché.

La prima frase è dell'editorialista algerino Mustapha Hammouche, ed è apparsa il 4 luglio sul quotidiano algerino Liberte.

La seconda è di Tariq Hemo, giornalista curdo che vive in Germania, ed è apparsa in un suo articolo pubblicato sul giornale online liberal Elaph il 5 luglio.

La terza è di Khudayr Taher, scrittore sciita iracheno che vive negli Stati Uniti, ed è parte di un articolo pubblicato sullo stesso Elaph in cui l'autore sostiene che la cosa più sensata che dovrebbero fare gli Usa, a questo punto, è deportare tutti gli islamici. Incluso lui stesso. (Fonte per queste prime tre citazioni: Middle East Media Research Institute).

La quarta è dell'ex terrorista islamico Hassan Butt, che ora scrive sui giornali inglesi. La frase riportata sopra fa parte di un suo articolo appena pubblicato su The Guardian, in cui paragona i suoi correligionari britannici a struzzi con la testa sotto la sabbia.

Post scriptum. Di ciò che pensa dell'Islam un altro ex terrorista, Tawfik Hamid, ex membro dell'organizzazione terroristica Jemaah Islamiya, ho scritto qui.

Post-post scriptum del 17 luglio. Dieci e lode per efficacia e capacità di sintesi a Francis Fukuyama, che oggi affronta lo stesso argomento: «Il liberalismo non può essere basato sui diritti dei gruppi, perché non tutti i gruppi sostengono valori liberali». Il suo articolo pubblicato sul Corriere è tutto da leggere.

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domenica, luglio 15, 2007

Parliamo di Harry Potter

Massì, spendiamo qualche riga su Harry Potter, il cui ultimo libro uscirà tra pochi giorni. Prima leggendo l'ultimo tentativo di esproprio proletario dei compagni (l'articolo è in prima pagina, in basso, ed è leggibile anche nella colonna di destra della pagina web). Molto divertente, anche se la comicità va ben al di là delle intenzioni di chi lo ha scritto. Segnalo soprattutto la frase: Harry Potter «è di sinistra perché poi anni dopo succedono esattamente le cose che lui aveva detto e tutti diranno che lui aveva ragione». Letta sul quotidiano di chi vuole rifondare il comunismo (il più grande disastro politico, umanitario ed economico della storia), la pretesa di avere ragione prima degli altri suona inevitabilmente esilarante.

Poi, però, andiamo su The Volokh Conspiracy (un signor blog, per chi non lo conoscesse). Dove, oltre a porsi le domande che tutti ci stiamo facendo da anni (Is Dumbledore really dead? Which characters will live and which will die?), si riflette con la dovuta leggerezza sui "valori" della saga scritta dalla liberal (probabilmente, ma poi chissenefrega) J.K. Rowling:
No one clear moral, but several different themes. One that is certainly present is a very skeptical view of government. Another is that universal values such as love, freedom, friendship, opposition to evil, etc., cut across racial, ethnic, and cultural divisions. As Dumbledore says in The Goblet of Fire (pg. 723): "differences of habit and language are nothing at all if our aims are identical and our hearts are open."
Insomma, un maghetto assai diffidente verso il governo (libertarian?) e tutt'altro che relativista. Gli appassionati potranno trovare qui e qui due ponderosi studi accademici su Hogwarts e il suo ordinamento politico e legislativo. Ci si potrebbe anche chiedere cosa mai abbia a che vedere il materialismo storico marxista con la dimensione mistico-spirituale di Harry Potter. Ma sarebbe volare troppo alto. Perché l'importante è fare tutto questo senza prendersi troppo sul serio. Da queste parti non si pensa che "tutto è politica". Per fortuna.

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sabato, luglio 14, 2007

Super Fioroni e lo stato etico all'amatriciana

di Fausto Carioti

Il bimbo passa troppo tempo a guardare immagini truculente su Internet e quando arriva a scuola fa il violento con i compagni? Niente paura, ci pensa Super Fioroni. Sembra la trama di una canzone demenziale di Elio e le Storie Tese. Invece è la cronaca del Consiglio dei ministri di ieri. Dove, giusto per non perdere l’abitudine, sono volati gli stracci. Tutta colpa di Francesco Rutelli. Il quale ricorda sempre più lo Zelig di Woody Allen: i suoi compagni di partito lo picchiano, quelli della sua coalizione picchiano quelli della Margherita e gli elettori, ogni volta che possono, prendono indistintamente a schiaffi l’intero centrosinistra. Insomma, succede che il vicepremier e ministro dei Beni culturali si presenta al tavolo di palazzo Chigi con la sua ultima fatica, un disegno di legge per la tutela dei minori dinanzi a film e videogiochi, e la illustra ai colleghi. Smorfia disgustata di Giuseppe Fioroni, ministro della Pubblica Istruzione: «Non basta». Rosy Bindi, Paolo Ferrero e Giovanna Melandri, indispettiti soprattutto per non essere stati consultati, annuiscono: «Ci vuole di più».

Così Fioroni, che in questi giorni ostenta disaccordo verso qualunque cosa dica Rutelli, riesce a rimandare indietro il testo del suo collega di partito e di governo: se ne riparlerà quando ci saranno regole più severe per l’accesso dei minori a Internet. Poveretto, c’è da capirlo: solo la chiusura dell’anno scolastico è riuscita a fermare la valanga di notizie provenienti dalla scuole di tutta Italia. Alunni e maestre impegnate in scene più hard che soft, minorenni che spacciano droga nei corridoi durante l’ora di ricreazione, pestaggi organizzati da bulli in fase prepuberale. Davanti a un simile sfascio Fioroni ha scelto la strategia dello struzzo: tutti sono colpevoli, tranne la scuola. È colpevole la famiglia, innanzitutto. Ed è colpevole Internet, che svolge il ruolo un tempo riservato a certi giornali a fumetti, alla televisione e ai cantanti rock “cattivi”. Uno studente pesta il compagno di banco? Colpa di Internet. Due ragazzi sono sorpresi a fare sesso nei bagni della scuola? L’avranno visto su YouTube. Anche ieri, durante il consiglio dei ministri, Fioroni ha detto che il bullismo in classe è dovuto all’uso del web.

Certo, così è molto comodo. Invece di riconoscere che la scuola italiana non riesce a trasmettere nulla, che i programmi si occupano più (peraltro senza successo) della “integrazione” degli alunni “difficili” che di insegnare storia e geografia, che la qualità dei docenti è sempre più bassa e che i più bravi tra loro, anche volendo, hanno le mani legate, perché bocciare è diventato politicamente scorretto, Fioroni punta l’indice su quello che accade fuori del suo ministero.

Ma il ministro ne esce a pezzi comunque. Primo, perché Internet non è la causa degli orrori che avvengono nella scuola italiana, ma lo specchio. Andrebbero quasi ringraziati, i telefonini che riprendono certe scene nelle aule e poi le riversano sul web. Piaccia o meno, quella “operazione trasparenza” che la pubblica istruzione non avrebbe mai fatto l’hanno compiuta le videocamere dei cellulari. Secondo: perché la semplice pretesa di regolamentare per legge l’accesso a Internet è esilarante. I testi e le immagini che viaggiano sul web arrivano da ogni angolo del mondo e alloggiano fisicamente su server sparsi ovunque nel globo. Solo le famiglie possono tenere i figli lontani da ciò che non si deve vedere. Deresponsabilizzare i genitori anche in questi ultimi doveri che restano loro, per assegnare il compito allo Stato, solletica la vocazione del governo Prodi alla costruzione di uno stato etico all’amatriciana, ma resta un sogno tecnicamente irrealizzabile. O si dispone di un mastodontico apparato repressivo come quello della Cina comunista - ma il ministro giura che non è questo l’esempio cui si ispira, e per una volta gli si può credere - o è meglio lasciar perdere. Tanto, i motivi per litigare a sinistra non mancano.

© Libero. Pubblicato il 14 luglio 2007.

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