venerdì, giugno 11, 2010

La presa in giro del taglio delle province

di Fausto Carioti

Basta che adesso non riattacchino con la litania dei soldi che non si trovano, con l’impegno solenne a ridurre i costi della politica, col fatto che governo e maggioranza hanno le mani legate dai poteri più o meno forti. Perché la storia del taglio delle province, finita ieri come era prevedibile, e cioè in barzelletta, insegna proprio il contrario. I soldi si possono trovare: almeno 11 miliardi l’anno. L’abbattimento dei costi della politica, con cui tutti si riempiono la bocca, è uno slogan elettorale che nessuno intende onorare. E stavolta i poteri non elettivi che frenano l’azione dell’esecutivo e del Parlamento non c’entrano nulla: se non sarà soppressa nemmeno una provincia le ragioni sono tutte interne al sistema dei partiti e degli eletti. Colpa della classe politica, insomma, ma soprattutto della maggioranza e del governo, che questo impegno con gli elettori l’avevano preso.

Da Montecitorio hanno fatto sapere che il presidente della commissione Affari costituzionali, Donato Bruno, del PdL, aveva presentato un emendamento per sopprimere l’articolo 14 della Carta delle autonomie, al voto in questi giorni. Cioè l’articolo che stabiliva di ridurre, anche se di poco, il numero delle province. Per abolirlo si sono espressi i deputati del PdL, della Lega e del Pd. Quelli dell’Api, la nuova “cosa” di Francesco Rutelli, si sono astenuti, mentre l’Udc ha votato contro. La spiegazione del sottosegretario Aldo Brancher non fa una grinza: «Il relatore si è reso conto che si sarebbe ridotto un numero molto ristretto di province. Di fatto, non aveva un forte significato mantenere questa norma».

In altre parole, prima si è svuotato il provvedimento, rendendolo applicabile a sole quattro province. Quindi, invece di renderlo più robusto, come sarebbe stato normale, si è preferito ammazzarlo. E pazienza se qualcuno aveva creduto a quanto scritto nel programma del PdL: «Ridurremo la spesa pubblica nella sua parte eccessiva. A partire dal costo della politica e dell’apparato burocratico (ad esempio delle province inutili)».

Che il vento soffiasse in questa direzione lo si era capito da un pezzo. Cioè da quando la Lega aveva messo il veto sul taglio delle province, con la motivazione - nient’affatto segreta - che molte di queste sono governate dal Carroccio. Sulla spinta di Libero e di parte dell’opinione pubblica, e vista la disperata necessità di rimediare soldi, si era deciso comunque di fare qualcosa. Così, nella manovra correttiva, era spuntata la soppressione delle province «la cui popolazione residente risulti inferiore a 220mila abitanti», a patto che non confinino con altri Stati e siano in regioni a statuto ordinario. In pratica sarebbero state tagliate dieci province: Biella, Vercelli, Massa Carrara, Fermo, Ascoli Piceno, Rieti, Isernia, Matera, Crotone e Vibo Valentia. Poche, rispetto al totale di 110. Ma comunque sufficienti a dare il segnale dell’inversione di tendenza.

Le province condannate, ovviamente, mobilitavano i propri amici in Parlamento. Così il provvedimento scompariva dal testo della manovra (un decreto) ed entrava dopo qualche giorno nella Carta delle autonomie (disegno di legge, assai più aggredibile). Il nuovo taglio era riservato alle sole province con meno di 200mila abitanti. Ma anche in questo caso il numero dei caduti era superiore a quello che la politica italiana è in grado di sopportare. Un emendamento del PdL interveniva allora per salvare dalla mannaia le province che hanno almeno 150mila abitanti, se il loro territorio è «montano almeno per il 50 per cento». Terminati gli improbabili calcoli sulla montuosità delle province italiane, sulla lista nera ne restavano appena quattro: Vercelli, Isernia, Fermo e Vibo Valentia.

Ora, che senso ha tagliare solo quattro province, creando un grande sconquasso tra gli elettori e i politici locali, ottenendo per di più risparmi modesti? Per non parlare della comprensibile rabbia delle vittime: perché tutti gli altri sono stati salvati e noi no? Appunto. Così, ieri si è posto fine all’equivoco: non se ne taglia nessuna, abbiamo scherzato. Buono a sapersi. Per la cronaca: le province italiane costano, a seconda dei calcoli, tra i 14 e i 20 miliardi l’anno, e abolirle senza licenziarne i dipendenti, ricollocandoli cioè nel resto della pubblica amministrazione, garantirebbe un risparmio annuale di 11 miliardi.

© Libero. Pubblicato l'11 giugno 2010.

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