giovedì, luglio 31, 2008

La casta non ha perso l'appetito

di Fausto Carioti

L’importante è non prenderli troppo sul serio. L’ultima campagna elettorale è stata una gara a chi prometteva i tagli più mirabolanti agli sprechi della politica. Fatta la grazia (l’elezione), gabbato lo santo (l’elettore). Appena arrivati in parlamento, la sfida è proseguita, ma l’obiettivo adesso è un altro: nella nuova corsa vince chi dirotta più soldi dei contribuenti verso gli amici e gli amici degli amici. Sperando nella loro gratitudine. Stavolta, però, si gioca sottotraccia, lontani dalle telecamere: l’importante è che la cosa sia nota ai pochi che avrebbero da guadagnarci. Ci hanno pensato i benemeriti dell’istituto Bruno Leoni, sanguigno think-tank liberista, a portare un po’ di materiale alla luce del sole. In un dossierino di sei pagine hanno passato al setaccio le proposte presentate in questi primi cento giorni della nuova legislatura, alla ricerca di quelle “leggine”, sconosciute ai più, che aumentano i costi della politica e creano privilegi per vecchie e nuove “caste”. A spese di quegli stessi elettori ai quali, pochi mesi prima, era stato promesso tutt’altro.

Le province, innanzitutto. A parole, una vastissima maggioranza dei parlamentari è favorevole alla rapida cancellazione di questi enti, ritenuti fonti di sprechi economici e di confusione legislativa. Gli esponenti della sinistra Cesare Salvi e Massimo Villone, nel loro libro “Il costo della democrazia”, hanno contato la bellezza di 3.039 consiglieri provinciali. Le buste paga dei soli presidenti e vicepresidenti di provincia costano ogni anno ai contribuenti oltre undici milioni di euro, ma la vera abbuffata, come al solito, è il giro di assunzioni, consulenze e appalti che ruotano attorno a questi enti. Non a caso, Salvi e Villone proponevano di bloccare l’istituzione di nuove province. Idea che condividono più o meno tutti, ma solo a parole. Dal dossier dell’istituto Bruno Leoni spuntano infatti fuori le proposte di legge presentate nei mesi scorsi per creare la provincia della Valcamonica (un’idea marchiata Lega) e quella di Lanciano-Vasto-Ortona (Pdl, subito ritirata), affiancate dalle proposte per dare lo status di provincia autonoma, con relativi privilegi, alle province del Verbano-Cusio-Ossola (Lega), Belluno (Pdl) e Bergamo (Lega). Tutte idee, manco a dirlo, partorite da parlamentari che hanno a cuore i territori in questione anche per motivi elettorali.

Come da tradizione, è con albi professionali e affini che i parlamentari più o meno noti (spesso meno) danno il meglio di loro stessi. È un altro di quei casi in cui l’attività parlamentare va contromano rispetto al sentire comune e alle dichiarazioni degli stessi politici. In teoria, tutti sono d’accordo nel rendere più facile l’accesso al mondo del lavoro e nel sottoporre il Paese a una robusta dose di liberalizzazioni. Peccato che poi, chiusi nella loro stanza a Montecitorio o palazzo Madama, si impegnino ad intrecciare nuovi lacci e lacciuoli.

I risultati spesso sono grotteschi. Tipo quelli che ottiene Silvana Mura, dell’Italia dei Valori, con la sua proposta per disciplinare la figura del “consulente filosofico”, istituendo anche un albo professionale per questa nuova categoria. Ma il vizio è bipartisan. Nel Pdl, in particolare, tanti sembrano essersi scordati (ammesso che l’abbiano mai letta) la “predica inutile” di Luigi Einaudi contro gli albi professionali. «Ammettere il principio dell’albo obbligatorio», scriveva Einaudi, «sarebbe un risuscitare i peggiori istituti delle caste e delle corporazioni chiuse, prone ai voleri dei tiranni e nemiche acerrime dei giovani, dei ribelli, dei non-conformisti». Ce l’aveva con l’ordine dei giornalisti, certo, ma anche con tutti gli altri albi imposti per legge. E invece nel Pdl c’è chi vuole regolamentare la «professione intellettuale di ufficiale giudiziario», istituire l’ordine dei “tecnici laureati in ingegneria” (la cui differenza rispetto ai normali ingegneri è tutta da scoprire), creare l’albo degli statistici e quello dei pedagogisti, da affiancare all’“ordine professionale dei traduttori e interpreti”. La Lega Nord risponde con la proposta di legge intitolata “Norme per maestri di fitness”: scomodando nientemeno che la tutela della salute pubblica, si finisce per istituire l’ennesimo albo professionale. Stavolta, però, su base regionale, come federalismo comanda.

Come sempre, è a tavola che i politici italiani si mostrano più attivi. Il senatore Francesco Maria Amoruso, ad esempio, si lamenta che, tra tanti albi, manchino proprio quelli dei cuochi e dei pasticcieri, con il rischio di mandare allo sbaraglio chef dilettanti. «Non a caso», nota allarmato nel suo disegno di legge, «le cronache, soprattutto estive, rimarcano con frequenza infortuni gastro-intestinali di cui sono vittime i consumatori». Il rimedio è pronto: basta creare un ordine dei cuochi professionisti, i quali eleggono il loro consiglio nazionale che, a sua volta, fissa il contributo obbligatorio che gli iscritti debbono pagare ogni anno e «delibera le materie e le prove, teoriche e pratiche», dell’esame per diventare cuochi, «comprendenti anche nozioni di scienza dell’alimentazione e di cucina del territorio». La procedura è un po’ complessa, ma così, finalmente, certi «infortuni gastro-intestinali» prodotti dall’impepata di cozze cucinata da mani non adeguate saranno un brutto ricordo.

Pugliese come Amoruso, il senatore del Pdl Rosario Giorgio Costa è capace però di pensare più in grande. Al punto da voler introdurre nientemeno che la Pep, la patente europea per i pizzaioli, con annesso l’immancabile albo dei pizzaioli italiani. La motivazione è di quelle che non lasciano spazio a obiezioni: «La pizza è un’arte», si legge nella relazione che accompagna la proposta, «e occorre una formazione specialistica per poter diventare dei professionisti del settore». Non a caso, il percorso di selezione previsto è durissimo: gli aspiranti professionisti della Quattro Stagioni dovranno frequentare un corso di «almeno centoventi ore», sessanta delle quali trascorse in laboratorio, venti a imparare una lingua straniera, venti a studiare scienza dell’alimentazione e altre venti passate a occuparsi di «igiene e somministrazione di alimenti». I sopravvissuti dovranno fare un esame finale, teorico e pratico, davanti ad una «apposita commissione di esperti nominati dal ministero dell’Istruzione». La proposta non spiega con quali criteri il ministro debba scegliere gli esperti assaggiatori di pizza. Ma il sospetto che si tratti di un modo per trovare un posto e uno stipendio agli ex parlamentari è forte. Difficile, del resto, trovare qualcuno altrettanto abile nel maneggiare la forchetta.

© Libero. Pubblicato il 31 luglio 2008.

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martedì, luglio 29, 2008

Gli studenti islamici in Europa e le università dei sessantottini

di Fausto Carioti

Chi ancora crede alla favola dell’islamico diventato estremista perché emarginato dalla cattiva società occidentale o perché allevato nell’odio dai tenutari di qualche madrassa è servito. L’ultima picconata a questo mito tanto ingenuo è arrivata dal sondaggio pubblicato domenica dal Times di Londra. Dal quale si apprende che il 32% dei musulmani che frequentano le università del Regno Unito ritiene «giustificabile» uccidere qualcuno per motivi religiosi, il 40% vuole che la sharia, la legge islamica, diventi parte integrante dell’ordinamento giuridico inglese e un quarto di costoro ammette di avere un rispetto «scarso o nullo» nei confronti degli omosessuali. Simili risposte, appunto, non provengono da pakistani che dopo aver passato decenni nel loro paese sono finiti a vendere la frutta nelle bancarelle di Londra, ma da giovani musulmani cresciuti e spesso nati in Inghilterra. Benestanti, istruiti e “accettati” quanto basta da poter frequentare le università del Regno Unito. Il sondaggio, realizzato dal più affidabile istituto demoscopico inglese, YouGov, è stato commissionato dal think tank indipendente Centre for Social Cohesion (Csc), e viene preso molto sul serio dai ministri del governo laburista di Gordon Brown.

Del resto, le indagini hanno mostrato che gli autori della strage di Londra del 7 luglio del 2005, che fece oltre 50 vittime, erano tutt’altro che emarginati. E un sondaggio pubblicato due anni fa dall’emittente pubblica Channel 4 ha rivelato che i giovani musulmani inglesi desiderano la sharia più dei loro genitori, tanto il 34% di loro preferirebbe vivere sotto la legge islamica. Dallo stesso studio, peraltro, emerse che il 31% dei giovani musulmani d’Oltremanica riteneva gli attentati di Londra «giustificati» dall’appoggio che il governo britannico aveva dato alla guerra contro il terrorismo islamico.

Il problema, insomma, non sta nella capacità di accoglienza del Paese ospitante o nell’educazione ricevuta in patria, ma nel fatto che molti musulmani, anche se non sono immigrati di prima generazione e appaiono ben integrati, mostrano una propensione assai scarsa ad abbandonare la violenza. In questo, possono contare su ottimi complici: le istituzioni accademiche occidentali.

L’arrivo in cattedra della generazione sessantottina ha trasformato il volto degli atenei tanto in Europa quanto negli Stati Uniti. Corsi di studio sui quali si sono formate le classi dirigenti degli ultimi secoli hanno rapidamente perso d’importanza, mentre hanno preso quota insegnamenti figli del pensiero debole, spesso legati a triplo filo con il credo terzomondista ed ecologista dei nuovi baroni universitari. La paura di non avere una mentalità abbastanza aperta alle “diversità” e la voglia di apparire progressisti a tutti i costi ha portato le direzioni degli atenei a lasciare libertà di espressione all’interno dei campus a ogni pensiero, anche il più abietto. L’unico divieto di parola, riguardante le idee filo-naziste, si è rivelato inutile, come conferma lo stesso studio svolto dal Csc: negli atenei inglesi le tesi razziste, infatti, sono propagandate in modo esplicito. Nessuno però si azzarda a muovere un dito, perché a gridare certe frasi non sono giovanotti biondi in camicia bruna, ma uomini con la barba che quasi sempre si chiamano Mohammed.

I ricercatori, che hanno visitato una ventina di università e intervistato 1.400 studenti, islamici e non, hanno scoperto che all’interno di questi atenei i predicatori estremisti incitano regolarmente alla violenza, all’omofobia e all’antisemitismo. Nel Queen Mary College, che fa parte della London University e si vanta di essere una delle scuole più prestigiose del Regno Unito, lo scorso dicembre un predicatore islamico ha invitato gli studenti a condannare i gay, poiché «Allah odia» l’omosessualità. Poche settimane prima la stessa istituzione aveva dato libero sfogo a un supporter dell’organizzazione terroristica palestinese Hamas, il quale aveva colto l’occasione per definire Israele «il progetto più disumano della storia moderna». Il portavoce dell’università non ha trovato nulla di meglio da dire che «la libertà di parola è parte integrante dello spirito della vita universitaria, e può succedere che gli oratori facciano dichiarazioni ritenute offensive». Ovviamente, se gli stessi concetti razzisti fossero stati espressi all’ombra di una svastica la direzione dell’istituto avrebbe subito avvertito la polizia di Sua Maestà.

Intanto la lista delle vittime è già stata aperta: Kafeel Ahmed, l’attentatore suicida che nel giugno del 2007 fece esplodere una macchina-bomba nell’aeroporto di Glasgow, era un ingegnere entrato alla Anglia Ruskin University di Cambridge per specializzarsi in dinamica dei fluidi, e che proprio all’interno dell’ateneo inglese, secondo gli investigatori, venne indottrinato dai fondamentalisti.

Per dirla con le parole del professor Anthony Glees, che insegna Security and Intelligence alla Buckingham University ed è stato uno dei primi a commentare il lavoro pubblicato dal Csc: «C’è un grande divario di cultura tra gli studenti islamici e quelli non islamici. La soluzione consiste nello smettere di celebrare la diversità e focalizzarsi sull’integrazione e l’assimilazione». L’esatto opposto del precetto relativista, per il quale nessun paradigma culturale può ritenersi migliore degli altri.

© Libero. Pubblicato il 29 luglio 2008.

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venerdì, luglio 04, 2008

A Conservative Summer 2008 - Part I


Ci rivediamo intorno al 28 luglio.

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giovedì, luglio 03, 2008

Stanno regalando Napolitano a Berlusconi

di Fausto Carioti

I giornali sono pronti a pubblicare le intercettazioni delle telefonate “bollenti” di Silvio Berlusconi. Le toghe militanti hanno deciso di tentare il tutto per tutto per stroncare la carriera politica del Cavaliere, nella consapevolezza che, se non ci riescono adesso, tra cinque anni rischiano davvero di trovarselo presidente della Repubblica, e quindi capo del Csm, l’organo di autogoverno dei magistrati. Così, se il presidente del consiglio vuole avere buone notizie, in queste ore è a sinistra che deve andare a cercarle. Per la precisione in casa dei suoi nemici giurati, i girotondini. Dove Paolo Flores D’Arcais e gli altri riesumati del clan Micromega stanno riuscendo a fare quello che non è riuscito a Gianni Letta negli ultimi due anni: portare Giorgio Napolitano nelle braccia del premier.

A sinistra la spaccatura sull’atteggiamento del Quirinale nei confronti dei provvedimenti sulla giustizia voluti dal governo è netta, ma sarebbe rimasta sottotraccia se D’Arcais non avesse detto al Riformista ciò pensa davvero. E cioè che la lettera con cui Napolitano ha ricordato che non spetta al Csm valutare la costituzionalità dei provvedimenti del governo è «una vergogna». È il segno di una svolta: è la prima volta che l’attuale presidente della repubblica viene attaccato in modo così pesante, ma la vera notizia è che l’aggressione arriva da sinistra.

L’uscita del reduce sessantottino ha costretto i vertici del partito democratico a correre in difesa del Quirinale. Cioè a intervenire contro l’invasione di campo del Csm. Alti esponenti del Pd, appartenenti un po’ a tutte le correnti (pardon, fondazioni), hanno detto che D’Arcais ha un atteggiamento «vomitevole e squallido», che punta solo «a conquistare spazi sui giornali», che usa parole «inaccettabili», che è «incompatibile con il rispetto e la comprensione dei principi costituzionali», «ha perso il senso della realtà» e così via. Interventi dietro ai quali si intravede il terrore di regalare al centrodestra anche l’appoggio della prima carica dello Stato. D’Arcais risponde che «tanti militanti del Pd saranno comunque a piazza Navona», alla manifestazione dell’8 luglio contro le «leggi vergogna», che a questo punto sarà anche contro Veltroni e Napolitano. Un bailamme nel quale persino Antonio Di Pietro, che pure parteciperà alla protesta, prova a prendere le distanze dal suo compagno di piazza per non avvalorare l’impressione di essere anche lui nemico del Quirinale. Purtroppo, l’ex pm non trova niente di meglio da dire che Napolitano è stato «raggirato», facendo fare al presidente della repubblica la figura del morto di sonno.

Seduti comodi in prima fila, bibita e pop corn in mano, Berlusconi e i suoi si gustano lo spettacolo gentilmente offerto dall’opposizione. Daniele Capezzone, portavoce di Forza Italia, si toglie pure il gusto di fare il paladino del Quirinale: «È indecente che Paolo Flores insulti e offenda il capo dello stato». È un caso, ma a sinistra non può passare inosservato che, proprio ieri, Napolitano abbia dato il via libera a una di quelle che i girotondini chiamano «leggi vergogna», ovvero il “lodo Alfano”, il disegno di legge che prevede l’immunità penale per le più alte cariche dello Stato.

Il presidente della repubblica presto sarà chiamato a mettere la sua firma anche sul decreto in materia di sicurezza convertito in legge dalle Camere, al quale, con un emendamento parlamentare, è stata aggiunta la norma blocca-processi che interessa direttamente il premier. Napolitano nicchia. Non gli è piaciuto che la modifica sia stata introdotta senza alcun preavviso. E tra i giuristi democratici che nelle prossime ore presenteranno un appello nel quale si dicono «vivamente preoccupati» per le nuove leggi sulla giustizia, più d’uno, in queste ore, sta premendo sul Quirinale. Napolitano, infatti, potrebbe non firmare il nuovo testo, come si augurano tutti a sinistra.

Ma nel Pdl sono fiduciosi. Primo, perché Napolitano ha già firmato il decreto, sebbene privo del blocca-processi, quando è stato varato dal consiglio dei ministri. Secondo, perché il presidente della repubblica non sembra ritenere la norma blocca-processi tanto grave da impedire la conversione in legge dell’intero decreto. Terzo, perché non è certo insultando Napolitano che da sinistra riusciranno a fargli cambiare idea.

Alla fine, il presidente della repubblica dovrebbe controfirmare il provvedimento sulla sicurezza, mandando allo stesso tempo un messaggio al governo, in modo da rendere pubblica la sua perplessità per l’inserimento della norma blocca-processi. Andasse così, per Berlusconi sarebbe comunque un successo. E la sinistra avrebbe nuovi motivi per piangere su se stessa per come ha gestito male i rapporti con il Quirinale.

© Libero. Pubblicato il 3 luglio 2008.

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mercoledì, luglio 02, 2008

Le ragioni dell'abbraccio tra l'Islam e la sinistra

L'unione - ormai non più solo "di fatto" - tra la sinistra di matrice marxista e l'islam radicale è uno dei grandi misteri del nostro tempo. Giacché la sinistra ha trascorso le ultime quattro decadi «battendosi per quelle stesse libertà contro cui l'Islam si oppone: la libertà sessuale, i diritti degli omosessuali, la libertà dalla religione, la pornografia e varie forme di trasgressione artistica, pacifismo e così via». Eppure, a saldare questa alleanza, ognuno a modo suo, ci sono nomi di primissimo piano e di varia estrazione, quali Hugo Chávez, il terrorista Ilich Ramírez Sánchez, Ken Livingstone, Noam Chomsky, il ministro olandese Ella Vogelaar, Michel Foucault, Jean Baudrillard, Oskar Lafontaine...

Daniel Pipes, in un pezzo scritto per la National Review, spiega il mistero con quattro ragioni. Primo: la sinistra anticapitalista e l'islam radicale, anche se per ragioni diverse, hanno gli stessi nemici, cioè la civiltà occidentale e in particolare gli Stati Uniti. Secondo: hanno alcuni obiettivi politici comuni, quali la fine di Israele e l'apertura più ampia possibile delle frontiere occidentali all'arrivo di nuovi immigrati. Terzo: nonostante la loro apparente inconciliabilità, islam e sinistra hanno alcuni legami storici e filosofici. Quarto: hanno capito che, insieme, possono ottenere risultati impossibili da raggiungere se marciano separati.

Spiega tutto in dettaglio, alquanto bene, Daniel Pipes.

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martedì, luglio 01, 2008

Due buone braccia rubate all’agricoltura

di Fausto Carioti

Francesco Saverio Borrelli, capo della procura di Milano, negli anni d’oro di Mani Pulite si fece fotografare e intervistare in divisa da cavallerizzo. Elegantissimo, imperturbabile. Tronfio. Quelle immagini fecero capire all’Italia che c’era una nuova casta al potere, ed era quella dei magistrati. Questo per dire che certe fotografie non arrivano per caso sui giornali. Uno la scenografia se la prepara. Se ha tempo, fa le prove davanti allo specchio, studia le pose da prendere e le cose da dire. Lo ha fatto anche il ringalluzzito Tonino Di Pietro, al quale lo sputtanamento mediatico delle telefonate private di Silvio Berlusconi sta facendo meglio del Viagra. L’ex pm, ovviamente, ci ha messo del suo. Il cavallo? Troppo borghese, meglio il trattore. L’abito da equitazione? Troppo fighetto, una maglietta gialla incrostata di sudore va benissimo. Agghindato così, mascella volitiva e petto in fuori, ieri ha ricevuto giornalisti e fotografi sotto il solleone, mentre assieme ai suoi contadini era intento alla trebbiatura del grano. Ricorda qualcuno?

È da tredici anni che l’ex pm prova ad accreditarsi dinanzi agli elettori come l’uomo della provvidenza. Con i risultati che sappiamo. Adesso, dopo aver fiutato il vento e magari scambiato due chiacchiere con qualche ex collega magistrato, sente aria di nuove tempeste giudiziarie e, immaginando sconvolgimenti politici in arrivo, prova a rilanciarsi. Il sonno perdurante di Walter Veltroni lo aiuta. Lui, Tonino, fa quello che può, pescando dal suo immaginario sempliciotto. Di tutti i modelli che poteva scegliere, inconsciamente deve aver adottato quello che ritiene più vicino a sé.

Del resto, il Duce diceva che «il contadino deve rimanere fedele alla terra, fiero di lavorare il suo campo». E Di Pietro, ieri, dopo aver annunciato di essersi alzato «prestissimo» per mettersi al lavoro, ha assicurato gli italiani che la battaglia del grano non è ancora persa: «Il raccolto è andato benone, contiamo di raccogliere 40-50 quintali di grano, che porterò direttamente all’ammasso». Corsi e ricorsi: alle otto del mattino del 27 giugno del 1935, a Borgo Pasubio, nell’Agro Pontino, toccò al suo più illustre predecessore salire sulla trebbiatrice. Alle nove e dieci, raccontano le cronache dell’Istituto Luce, «si fa la conta dei sacchi: ci sono già sette quintali di ottimo grano. Al Duce viene porto il foglio della paga: lo firma, soddisfatto e felice».

Lo avvicinano alla Buonanima anche l’amore per le maniere spicce, una certa smania di sbattere gli avversari in carcere senza indulgere in perniciose procedure garantiste e un linguaggio alquanto schietto. Per dire: ieri Tonino ha dato a Berlusconi del «magnaccia», riecheggiando gli apprezzamenti coloriti che Benito Mussolini riservava ai suoi nemici di mezzo mondo.

Purtroppo per il leader dell’Italia dei Valori, però, le somiglianze finiscono qui. Per diventare interpreti della pancia degli italiani non basta sporcarsi le mani di terra, insultare gli avversari e agitare le manette. I giornalisti pronti a dare un senso epocale a ogni tua parola sono necessari, ma non sufficienti. Servono visione politica, carisma, sangue freddo e consiglieri politici all’altezza. Roba che dalle parti di Di Pietro non si è mai vista. Così, alla fine, dopo la performance rurale di ieri, la sensazione che resta impressa non è un’improbabile somiglianza col Duce. Ma quella, assai più tranquillizzante, di due buone braccia rubate all’agricoltura.

© Libero. Pubblicato il 29 giugno 2008.

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