mercoledì, dicembre 30, 2009

Contro il lato oscuro del Web

Dal Wall Street Journal, per la firma di "Jimbo" Wales, fondatore di Wikipedia, arriva l'attacco più duro letto sinora alla mancanza di responsabilità da parte di chi scrive su Internet. Wales chiede nuove leggi («it's time to re-examine the current legal system») per impedire ai peggiori («prevent the worst among us») di imperversare liberamente sul Web.

Concetti che non sono nuovi per frequentatori di questo blog. Anche se la gran parte degli opinionisti italiani non riesce ad andare oltre la frase «Internet deve essere libera», fingendo di non sapere che non c'è libertà senza responsabilità.
What we see regularly on social networking sites, blogs and other online forums is behavior that ranges from the carelessly rude to the intentionally abusive.

Flare-ups occur on social networking sites because of the ease by which thoughts can be shared through the simple press of a button. Ordinary people, celebrities, members of the media and even legal professionals have shown insufficient restraint before clicking send. There is no shortage of examples—from the recent Twitter heckling at a Web 2.0 Expo in New York, to a Facebook poll asking whether President Obama should be killed.

The comments sections of online gossip sites, as well as some national media outlets, often reflect semi-literate, vitriolic remarks that appear to serve no purpose besides disparaging their intended target. Some sites exist solely as a place for mean-spirited individuals to congregate and spew their venomous verbiage. (...)

Finally, it's time to re-examine the current legal system. Online hostility is cross-jurisdictional. We might need laws that directly address this challenge. There is currently no uniformity of definition among states in the definition of cyberbullying and cyberharassment. Perhaps federal input is needed.

The Internet is bringing about a revolution in human knowledge and communication, and we have an unprecedented opportunity to make the global conversation more reasonable and productive. But we can only do so if we prevent the worst among us from silencing the best among us with hostility and incivility.
Il testo integrale dell'articolo di Wales lo si può leggere qui.

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martedì, dicembre 29, 2009

La sinistra alla guerra del tram

di Fausto Carioti

E va bene che la sinistra è alla canna del gas (forniture invernali da parte di Gazprom permettendo). Va bene pure che in tempo di guerra ogni buco è trincea e tutto il resto. Ci mancherebbe. Però Silvio Berlusconi era rimasto l’ultimo premier del mondo ad avere una fermata dell’autobus sul marciapiede sotto casa. Letteralmente. Questa fermata è stata rimossa ieri, con appena quindici anni di ritardo. «Motivi di sicurezza», ha spiegato la prefettura di Roma, cui si deve la decisione. C’era bisogno di Massimo Tartaglia e della sua statuetta tirata in faccia al presidente del Consiglio per arrivarci. Nel frattempo, in questi tre lustri, sotto casa del Cavaliere è successo di tutto, incluso lo scarico di vagonate di letame da parte dei no global alla vaccinara contigui alla giunta di Walter Veltroni. Che se invece di letame fosse stato - per dire - un esplosivo fatto in casa col fertilizzante, tipo quello usato da Timothy McVeigh per l’attentato agli uffici federali di Oklahoma City, ora staremmo qui a scrivere cose molto diverse. Insomma, tutto si può capire, ma il fatto che la sinistra adesso si attacchi al tram, anzi alla fermata del suddetto, per trasformare in un caso nazionale la sacrosanta ancorché tardiva rimozione della paletta di via del Plebiscito, ecco questo non si spiega, se non con la disperata esigenza di provare a fare cassa con tutto, sperando pure di accattarsi i voti dei passeggeri dell’autobus numero 64, che adesso devono usare la fermata di piazza Argentina anziché quella davanti a Palazzo Grazioli.

Eppure si è scesi a tanto. Con i Comunisti italiani che chiedono al premier «a quando l’edificazione di un muro divisorio?» e lanciano il grido d’allarme per «il rischio di creare un fossato ancora maggiore tra persone semplici e potenti». Associazioni di pedoni semiclandestine, convinte di essere davanti a una nuova Shoah, che irrompono nei notiziari urlando congestionate: «Vergogna. Vergogna. Vergogna!». Mentre Tonino di Pietro non può lasciarsi sfuggire uno spunto di confronto politico così alto, e infatti dal suo blog commenta che «tanto le escort arrivano in taxi».

Dove il resto della politica e della società sedicente civile ancora non ha la faccia di arrivare, ci pensano le avanguardie internettiane. Istruttive, come da tradizione, le pagine online di Repubblica, tornate ad essere (si fa per dire: come se mai avessero smesso di esserlo) la traduzione digitale degli umori della piazza più invelenita. Così su Repubblica.it spicca un articolo vibrante di sdegno, dove le frasi spaziano da «i cittadini non ci stanno» a «i cittadini imbufaliti non risparmiano critiche nei confronti del premier, in nome del quale è stato preso il provvedimento». Come sempre in questi casi, poi, i commenti lasciati sul Web riescono a scendere qualche gradino più in basso rispetto all’articolo che li ha ispirati. Tipo: «È la cosa più orribile che abbia mai visto», «Ma sto’ maledetto presidente del consiglio chi si crede di essere?», «Spero sparisca presto», «È come un tumore nel centro di Roma», «A me sembra una emerita stronzata». E così via. Frasi che si sposano bene con quelle dell’immancabile gruppo Facebook sorto per l’occasione, subito arricchito da «Maledetto Berlusconi!» ed epiteti simili.

Inutile spiegare a questo coro di gentiluomini, ad esempio, che a Londra la strada della residenza ufficiale del primo ministro, e cioè Downing street, anch’essa nel pieno centro della città e distinta dalla sede del governo, da vent’anni è chiusa al traffico da pesanti cancelli di ferro. Inutile perché tanto questi sono gli stessi scesi in piazza sventolando gli striscioni osannanti al pluriomicida mafioso Gaspare Spatuzza, per il semplice fatto che costui aveva puntato il dito sul premier. Parlare con loro della sicurezza di Berlusconi è come chiedere al mullah Omar di pregare per la salute di Barack Obama. E siccome di questi tempi non si butta via nulla, pure loro trovano giornali e politici disposti a prenderli sul serio.

© Libero. Pubblicato il 29 dicembre 2009.

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mercoledì, dicembre 23, 2009

Il bivio di Bersani

di Fausto Carioti

Cosa è il Partito democratico? È l’alternativa al PdL o è un concorrente diretto dell’Italia dei Valori? È un partito che si candida a governare il Paese, e che quindi ragiona nell’ottica di chi prima o poi pensa di avere un proprio rappresentante a palazzo Chigi, o si è ridotto a essere una lista antisistema, che si candida a conquistare il voto di protesta, incluso quello delle cheerleader del mafioso Gaspare Spatuzza? Insomma, Pier Luigi Bersani è in grado di assumere un ruolo di guida nei confronti del popolo di centrosinistra, come fece all’epoca Palmiro Togliatti, o è condannato a obbedire alla pancia degli elettori? La risposta a queste domande il segretario del Pd dovrà darla nelle prossime settimane. Scegliendo se sedersi o meno al tavolo delle riforme con la maggioranza.

Non sarà una decisione facile. Sia perché una parte del suo partito, dirigenti inclusi, nutre nei confronti dell’attuale governo e dei suoi elettori un forte sentimento di odio antropologico («Ma davvero volete aprire il dialogo con questa gente?», chiedeva ieri, schifata, una frequentatrice della pagina Facebook di Bersani). Sia perché a marzo, e cioè domani, si vota in tredici regioni, undici delle quali oggi governate dal centrosinistra, e aggiungiamo pure che non si è mai visto un partito ammorbidire i toni nell’imminenza di un appuntamento elettorale tanto importante. Però c’è modo e modo di fare opposizione, anche dura. Pure ieri - incoraggiato dalle parole di Giorgio Napolitano - Bersani ha dato l’impressione di voler lavorare per un’intesa con il PdL, ma ha trasmesso pure l’impressione di non sentirsi forte, di credere che, se «inciucia» e poi le regionali vanno male, niente gli sarà perdonato, mentre se perde, ma senza avere concesso nulla al «nemico», pure in caso di batosta avrà ancora credito da spendere con i suoi.

Però, anche se Bersani si nasconde e prova a mettere il cerino nelle mani di Berlusconi, adesso sta a lui, e a nessun altro. Sono gli elettori del Pd quelli che si indignano se si raggiunge un’intesa tra i due partiti, mica quelli del PdL. È l’alleato del Pd, l’Italia dei Valori, che lancerà l’accusa di aver fatto un baratto indecente. Non la Lega, che deve incassare il federalismo e le poltrone da governatore al Nord e quindi si limiterà a qualche uscita scenografica. E sono i giornali della sinistra, Repubblica in testa, quelli che già rivolgono a Bersani l’accusa di collaborazionismo con il bieco dittatore.

È vero quello che si mormora nel PdL, e cioè che alla maggioranza, in questo momento, conviene offrire il ramoscello d’ulivo, perché ha poco da perdere. Ma è vero anche che Bersani, che pure rischia di più, ha dalla sua il Quirinale. Soprattutto, sebbene non sia carino dirlo, è vero che da quando esistono i parlamenti le intese migliori si fanno tra grandi partiti, anche se avversari, spesso tagliando fuori i piccoli, anche se alleati. Per la semplice ragione che i grossi partiti hanno esigenze simili: vogliono stabilità per i loro governi, chiedono il riconoscimento di un ruolo speculare a quello dell’esecutivo quando sono all’opposizione e rivendicano quello che il vecchio Pci chiamava «primato della politica» sui poteri non elettivi, magistratura inclusa. I segretari dei grandi partiti sanno poi che quello che tocca all’uno, nel bene e nel male, domani può toccare all’altro, e tenendo presente questo possono anche rinunciare a ottenere un vantaggio immediato in nome di un maggiore guadagno futuro.

Solo che, per fare un simile investimento, le buone intenzioni - che pure Bersani sembra avere - non bastano. Servono forza politica e ossigeno. Ingredienti che scarseggiano: sul Pd non c’è un vero controllo politico per il semplice motivo che non è un partito e forse non lo sarà mai, e che - a differenza del PdL - non ha nemmeno un leader che sia sinonimo di vittoria sicura, uno per il quale gli elettori siano pronti a gettarsi tra le fiamme. E l’ossigeno manca perché il momento per il Pd è oggettivamente infame, tra scandali degli amministratori locali, linea politica ancora tutta da definire e un alleato specializzato nel solleticare i peggiori istinti della base. Come confermano le parole usate ieri dal deputato dell’Italia dei Valori Francesco Barbato: «Per ogni operaio della Fiat buttato fuori, la tiro io in faccia la statuetta a Berlusconi». Come si fa a competere con chi si presenta alle tute blu con simili argomenti?

Insomma, la sfida che attende Bersani è di quelle toste. Se l’uomo è ambizioso, come dicono, questo è il momento in cui deve mostrare di avere un coraggio proporzionale ai suoi obiettivi. Se sceglierà di non fare nulla e si accontenterà di sedersi sulla riva del fiume aspettando di vedere passare il cadavere (cadavere politico, di questi tempi è meglio specificare) di Berlusconi, con ogni probabilità sarà lui ad essere portato a valle dalla corrente, come è già successo a Walter Veltroni e a Dario Franceschini, diventati ombre della politica. Se invece riuscirà a scrivere insieme ai suoi avversari le regole della Terza repubblica (anche se Bersani non accetterà mai di chiamarla così: scelga pure un altro nome, non è questo che conta) nessun obiettivo gli sarà precluso, e non sarà il risultato di una singola elezione a farlo scomparire dallo scenario della politica.

© Libero. Pubblicato il 23 dicembre 2009.

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sabato, dicembre 19, 2009

Se Fini scommette sul logoramento del PdL

di Fausto Carioti

Il percorso intrapreso da Gianfranco Fini ha una sola spiegazione razionale. Quella che ieri Francesco Cossiga riassumeva così: «Porre fin d’ora la sua candidatura alla presidenza di un governo istituzionale che segua ad un impedimento di Berlusconi a continuare a esercitare il suo mandato». L’alternativa, ovvero che Fini stia pensando al Quirinale, se e quando si giocherà la partita per la presidenza della Repubblica, sposta i tempi e l’obiettivo, ma non cambia di molto i termini della faccenda: Fini - non da oggi - lavora per diventare il leader di uno schieramento moderato molto diverso da quello berlusconiano, e si muove con il passo di chi vuole diventare il garante della transizione verso quello che a sinistra chiamano «un paese normale». Che poi - stringi stringi - altro non sarebbe che un’Italia senza il Cavaliere.

L’abbraccio e le lacrime con Silvio Berlusconi all’ospedale San Raffaele, insomma, non sembrano avere cambiato i termini della vicenda: quell’istante di empatia ha reso un po’ più distesi i rapporti umani tra i due leader, ma non ha accorciato la distanza politica che li separa. Anche ieri, Fini ha fatto altri passi: ha invocato per il 2010 un’Italia diversa, nella quale le istituzioni collaborino tra loro (lasciando sottinteso che con Berlusconi questo non è avvenuto), è tornato a battere sul tasto di una nuova legge per l’immigrazione, sgradita al novanta per cento del PdL, e ha provato a usare la leva dell’ironia inviando in regalo al direttore del Giornale, Vittorio Feltri, una confezione di Valium «per festività serene, senza ossessioni e allucinazioni», come si legge nel suo bigliettino. Feltri gli ha risposto donandogli un vino bianco, «perché il rosso gli annebbia le idee». L’ironia di Fini, in realtà, è solo apparente. Anche perché i suoi, da giorni, diffondono la notizia - molto interessata, ma tutta da verificare - che Fini sarebbe riuscito ad ottenere da Berlusconi un mezzo impegno sulla rimozione di Feltri. E spiegano che, se questo non avvenisse, certe ferite non potrebbero rimarginarsi.

Pochi giorni fa i parlamentari finiani hanno anche provato a contarsi per capire se erano abbastanza da mettere in piedi gruppi autonomi: sarebbe stata la rottura ufficiale. Lo strappo non si è compiuto solo perché, fatta la conta, i numeri apparivano risibili e perché tutti gli uomini di An hanno dato a Fini il mandato per rappresentarli. A patto, s’intende, che non provasse più a fare altri strappi dalla linea del partito: in quel caso, solo pochi di loro lo avrebbero seguito. Fini, in sostanza, è stato trattenuto a forza dentro il PdL, ma è chiaro che si tratta di una soluzione di corto respiro: i problemi restano tutti.

Presto lui e Berlusconi si incontreranno ad Arcore. Più che un riavvicinamento tra i due, però, è auspicabile che si faccia chiarezza, ovunque questa possa portare. Un’intesa limpida e duratura sarebbe la soluzione auspicabile. Ma se, come sembra, non ce ne sono le condizioni, è molto meglio una separazione senza equivoci che una convivenza malvissuta come quella cui si è assistito negli ultimi mesi.

È più che legittimo che un leader come lui, alla soglia dei 58 anni, aspiri a succedere a Berlusconi. Se è così, però, è venuto il momento di dirlo e di spiegare come intende raggiungere l’obiettivo. Quando Francesco Rutelli gli chiede se «pensa di continuare a lungo a essere una delle più amate icone della sinistra e puntare a ereditare la guida del centrodestra» gli pone la domanda che si fanno tutti. Perché Fini sta dando l’impressione di voler rimandare la resa dei conti a un momento in cui il PdL, il governo e lo stesso Berlusconi saranno - anche a causa sua - molto più logorati di adesso. E puntare allo sfaldamento del proprio partito per raccoglierne i cocci non sarebbe gesto degno del co-fondatore del PdL. Se non è questo ciò che ha in mente, il presidente della Camera deve comunque dire adesso cosa vuole fare da grande, perché la sua inquietudine è evidente. Serve un gesto di chiarezza: Fini lo deve sia agli elettori del PdL che a chi lo guarda come un possibile alleato. Last but not least, lo deve anche a se stesso e alla sua storia.

© Libero. Pubblicato il 19 dicembre 2009.

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venerdì, dicembre 18, 2009

Tempi lunghi per l'estradizione di Cesare Battisti

di Fausto Carioti

La buona notizia: da ieri è più probabile che il terrorista rosso Cesare Battisti, rinchiuso in un carcere del distretto di Brasilia dal 2007, sia estradato in Italia, dove è stato condannato per quattro omicidi. Il Supremo tribunale federale brasiliano, ribaltando di fatto una decisione presa dalla stessa corte il 18 novembre, ha stabilito che il presidente Luiz Inacio Lula da Silva, chiamato a dare il via libera all’estradizione del terrorista, non potrà agire in modo discrezionale, ma dovrà rispettare quanto previsto dal trattato bilaterale Italia- Brasile. In altre parole, Lula non potrà negare l’estradizione. E questo, assicurano fonti del governo italiano, fa piacere anche a lui, perché gli sfila dalle mani una patata bollente che si sarebbe risparmiato volentieri. La brutta notizia: i tempi, ammettono fonti diplomatiche italiane, non saranno rapidi. Debbono essere messi in conto, infatti, almeno altri due mesi, durante i quali non sono escluse nuove sorprese. La vicenda, per inciso, tiene in sospeso anche il viaggio di Silvio Berlusconi in Brasile, al quale il presidente del Consiglio tiene molto: le diplomazie dei due Paesi sono d’accordo nell’evitare che la missione del premier avvenga in prossimità della decisione finale di Lula.

Il “chiarimento” dei giudici brasiliani è giunto inaspettato, dopo che i legali del governo italiano avevano chiesto lumi sulla decisione adottata un mese fa. Il 18 novembre il Supremo tribunale, dopo aver sancito che il «rifugio politico» concesso dal ministro della Giustizia, Tarso Genro, era illegale, e che quindi l’estradizione di Battisti era dovuta, aveva rimesso la questione nelle mani di Lula, assegnandogli un potere di discrezionalità illimitato. Uno dei giudici ha però modificato il proprio voto e così, come voleva il governo italiano, si è stabilito che Lula non può fare come vuole, ma è vincolato dagli accordi di estradizione firmati nel 1989 con l’Italia. Lo stesso presidente brasiliano ha fatto sapere al nostro governo di gradire molto questa soluzione, perché non intendeva assumersi il peso politico della decisione finale. In difesa di Battisti, infatti, oltre a pezzi da novanta della politica brasiliana come il ministro Genro, si sono schierati intellettuali internazionali di rilievo. Pochi giorni fa è stato il filosofo francese Bernard-Henri Levy, ritenendo frutto di errori giudiziari le condanne inflitte a Battisti, a chiedere pubblicamente a Lula di non concedere l’estradizione. Adesso, Lula potrà dire a tutti costoro di aver dovuto agire con le mani legate.

I tempi, però, non saranno brevi. Intanto perché il Supremo tribunale chiuderà nei prossimi giorni per riaprire alla fine di gennaio, e quindi le conclusioni della decisione presa nelle scorse ore non saranno pubblicate prima di febbraio. E sino ad allora non potrà accadere nulla. A questo punto, i legali di Battisti potranno tentare di sovvertire la decisione. Le probabilità di riuscirci sono vicine allo zero, anche perché una nuova giravolta screditerebbe l’alta corte brasiliana. Ma la mossa servirebbe a guadagnare un po’ di tempo.

Ciò che più preoccupa, però, è il fatto che Lula, anche se non potrà negare l’estradizione, avrà comunque il potere di ritardarla. Gli accordi tra Italia e Brasile, ai quali il presidente si deve attenere, prevedono infatti che la consegna possa essere rimandata fino a quando la persona da estradare non abbia regolato tutti i conti con la giustizia brasiliana, eventuale condanna inclusa. E in questi giorni Battisti è sotto processo a Rio de Janeiro, dove deve rispondere dei reati di ingresso e soggiorno con passaporto falso e falsificazione di documenti. Al momento, l’atteggiamento dei suoi legali sembra escludere l’intento di allungare i tempi. Ma alla concessione dell’estradizione mancano ancora mesi, durante i quali potrà accadere di tutto. Tant’è che alla Farnesina hanno già messo in preventivo l’adozione di manovre dilatorie.

Il governo italiano definisce l’atteggiamento da tenere nei confronti di Lula «di fiducia e fermezza». Fiducia che l’estradizione sarà concessa entro la primavera, tanto che nessuno pensa di fare pressioni pubbliche nei confronti del presidente brasiliano, anche perché rischierebbero di rivelarsi controproducenti. E fermezza nel pretendere che gli accordi tra il Brasile e l’Italia siano rispettati. Questo non ha impedito al PdL di varare nei giorni scorsi una raccolta di firme tra i parlamentari, promossa da Maurizio Gasparri, per chiedere l’estradizione di Battisti. Se invece Lula dovesse traccheggiare, come primo passo si pensa di far votare dal parlamento europeo una nuova risoluzione che leghi la credibilità del Brasile come interlocutore della Ue alla concessione dell’estradizione. Ma, dopo l’ultima decisione del Supremo tribunale brasiliano, pochi credono che si debba arrivare a tanto.

© Libero. Pubblicato il 18 dicembre 2009.

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mercoledì, dicembre 16, 2009

Libertà e responsabilità per Internet

di Fausto Carioti

La gente che incontri su Internet è la stessa che incroci per strada: c’è la persona educata che rispetta la precedenza, c’è quello che sbaglia ma ti chiede subito scusa e c’è la teppa che prima ti investe e poi ti ricopre di insulti. La differenza è nelle regole: per strada bene o male le puoi applicare, sul Web no. Perché le automobili hanno la targa, e a ogni targa corrisponde una persona da multare. Sul Web, invece, la rintracciabilità esiste in teoria, ma non in pratica. La condizione normale è l’anonimato, e risalire dall’anonimo che sparge odio e calunnie a un nome e un indirizzo è impresa difficile e costosa. Così Internet assomiglia sempre più alle pareti dei cessi pubblici: chiunque passi si sente in diritto di lasciarci il peggio di sé. Tanto, nessuno saprà mai chi è stato. Con la differenza che online quelli che ti leggono sono mille volte di più: vuoi mettere la soddisfazione.

Insomma, sul Web c’è la libertà, e ce n’è tanta. È la responsabilità che manca. Internet è uno strumento potentissimo perché dà a chiunque metta online un pensiero scritto o un filmato la possibilità di essere visto da centinaia, migliaia di persone, in brevissimo tempo. Ma anche i fumetti americani insegnano che «da grandi poteri derivano grandi responsabilità», e da questo punto di vista proprio non ci siamo. In compenso, abbonda la retorica dell’impunità: guai a toccare la libertà dell’ultimo frustrato di fare i complimenti al compagno Massimo Tartaglia «a nome di tutti gli italiani che non ne possono più di questo puttaniere colluso con la mafia» o di augurare a Silvio Berlusconi «che muoia ‘sto nano del cazzo» (come si legge in due commenti apparsi ieri su Youtube). O di iscriversi al gruppo di Facebook «Accoppiamo Berlusconi» (ma ce n’è per tutti, anche se il Cavaliere è in cima alle preferenze).

Solo ipotizzare due o tre regolette per questo Far West, dove oggi chiunque è libero di vomitare su chi gli sta sulle scatole, equivale a prendersi la patente di infame censore. Se ne è accorto il ministro Roberto Maroni. Il governo ha infatti la pretesa - nientemeno - di estendere sul serio allo sgangherato universo del Web le regole già in uso per il normale consorzio umano. Come risultato, il commento più gentile che si è beccato Maroni è quello di ottuso censore. Perché «la Rete è libertà», «altrimenti diventiamo come la Cina» e via così, come recitano i tanti luoghi comuni che avvolgono il Web.

E invece, più che di libertà, è di etica della responsabilità che occorre parlare. Chi vuole avere tra le mani uno strumento tanto potente da far fare al suo pensiero il giro del mondo in un istante deve essere disposto ad accettare che c’è un prezzo da pagare per chi incita a uccidere il prossimo o sparge insulti e calunnie. Se vado in piazza e dico a dieci persone che il mio vicino di casa è un pedofilo, presto o tardi dovrò risponderne. Se lo faccio a mezzo stampa o davanti a una telecamera, la mia responsabilità sarà proporzionale alla platea. L’unico luogo in cui questo non avviene, oggi, è la fantastica nuova frontiera della rete.

Ci vuole un responsabile. In termini più prosaici, ci vuole qualcuno da denunciare. I vituperatissimi mezzi d’informazione tradizionali hanno mille difetti, ma c’è sempre un direttore responsabile, qualcuno che paga in prima persona per ciò che finisce in pagina o viene messo in onda. E che quindi si preoccupa che questi contenuti siano a norma di legge. Su Internet, invece, in pochi secondi chiunque può mettere online tutto ciò che vuole. Per risalire alla sua identità occorrerà passare per server e società domiciliati in giro per il mondo, che non hanno alcun interesse a fornire questi dati a chi li chiede. A meno che non si voglia avviare una procedura legale internazionale costosa, lunga e dall’esito incerto. Al termine della quale, magari, si scopre che nel frattempo quei dati sono stati cancellati dai server. Chiamare i grandi provider internazionali a rispondere per ciò che viene trasmesso sulle loro piattaforme (siti, blog, social network…), qualora non rendano possibile rintracciare il responsabile del reato, è un primo passo.

Dire che porsi simili problemi è inutile, perché Internet è la cosa più globalizzata che esista, è una risposta ipocrita e falsa. Ipocrita perché, se uno Stato abdica al governo dei nuovi territori dell’insediamento umano, tanto vale decretarne il fallimento. E falsa perché l’impresa è tecnicamente difficile, ma non impossibile. Passa anche attraverso accordi internazionali con altri Paesi e con società estere, nei confronti dei quali uno Stato sovrano ha il dovere e il potere di trattare da posizioni di forza, almeno per ciò che compiono i suoi cittadini sul suo territorio. E chi, come Dario Franceschini, si ribella a questa idea perché «accusare la Rete è come accusare le Poste del contenuto delle lettere», mostra di non averci capito nulla. Il contenuto delle lettere non è visibile a chiunque, ma quello del Web sì, ed è proprio qui il punto. La Rete, semmai, può essere paragonata ai giornali e alle televisioni. Dove chi sbaglia paga.

Dunque, se le nuove norme serviranno a rendere responsabili gli utenti e chi pubblica i loro contenuti, saranno le benvenute. La censura e la fine della libertà su Internet non c’entrano proprio niente. C’entra solo il coraggio di mettere un nome e una faccia su quello che si fa. Chi questo coraggio ce l’ha, ha tutto da guadagnare dall’applicazione del principio di responsabilità. Gli altri, potranno sempre continuare a esprimere il loro pensiero sulle pareti dei bagni pubblici.

© Libero. Pubblicato il 16 dicembre 2009.

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venerdì, dicembre 11, 2009

Davanti al Rubicone

di Fausto Carioti

È presto per dire se Silvio Berlusconi, ieri, ha davvero varcato il Rubicone. E cioè se ha deciso di imboccare quel sentiero che, nelle sue intenzioni, dovrebbe consentirgli di scavalcare in un colpo solo il Quirinale, le procure armate di pentiti emersi all’improvviso da anni di amnesie, l’opposizione e gli alleati riottosi, in modo da riportare gli italiani al voto in primavera e tornare al governo più bello e più forte che pria. Di sicuro, però, in queste ore il Cavaliere ci sta pensando sul serio, e ieri ha fatto un nuovo passo importante in questa direzione. Anzi, due.

Il primo è stato la risposta a Gianfranco Fini. Freddo, il presidente della Camera gli aveva fatto sapere di non condividere le sue parole sulla Corte costituzionale e i magistrati, invitandolo a «precisare meglio» il suo pensiero. Glaciale, il presidente del Consiglio gli ha risposto che «non c’è niente da chiarire», dicendosi «stanco delle ipocrisie». Va da sé che ha parlato a Fini anche perché Quirinale intenda. Giorgio Napolitano infatti ha espresso «rammarico e preoccupazione» per le parole del premier, il quale, però, non pare più intenzionato a perdere il sonno per gli umori del Colle. La verità è che, da quando la Consulta ha bocciato il lodo Alfano, Berlusconi non ritiene più Napolitano - che a modo suo si era fatto garante per il successo dell’operazione - un interlocutore affidabile. I due saranno costretti a sopportarsi ancora, ma il premier non intende più chinare il capo. Basta «ipocrisie», appunto. E lo sgambetto fatto in commissione Giustizia dalla finiana Giulia Bongiorno al disegno di legge sul legittimo impedimento, il cui iter è stato ritardato almeno di un mese, ha rafforzato in lui la convinzione che lo vogliano cuocere a fuoco lento, e che serva un colpo d’acceleratore.

Il secondo strappo è l’adunata che il partito gli sta preparando per domenica, quando il Cavaliere farà la sua apparizione in piazza Duomo, a Milano, per un’uscita ufficialmente legata alla campagna di tesseramento del PdL, ma che potrebbe finire per avere significati molto più grandi. Come si legge nella lettera di mobilitazione inviata ieri a tutti gli eletti della Lombardia da Sandro Bondi, Ignazio La Russa e Denis Verdini, «è superfluo sottolineare l’importanza di dare, in questo particolare momento politico, il massimo sostegno al presidente Berlusconi». Insomma, nemmeno i suoi negano più che il premier stia attraversando una fase di vera emergenza, il momento più difficile delle legislatura. E proprio per questo si è deciso di saltare tutti gli intermediari, incluso lo stesso PdL, per consentire a Berlusconi di parlare direttamente agli elettori, unico terreno sul quale il Cavaliere non teme ostacoli. Così è già iniziata la pressione dei “falchi” per trasformare l’apparizione di dopodomani in un nuovo discorso dal Predellino, un momento di rottura il cui succo dovrebbe essere: chi vuole cambiare la Costituzione e costruire la terza repubblica, mi segua; gli altri li considererò avversari, alleati di chi non vuole cambiare il Paese.

Certo, un percorso iniziato in questo modo è una strada senza ritorno, che può riportarlo in poco tempo a palazzo Chigi e, tra qualche anno, al Quirinale, oppure può chiudere per sempre l’avventura del leader di piazza e di governo. Avendo tutti contro - tranne gli elettori, e infatti il rischio è proprio che costoro non siano chiamati ad esprimersi - la seconda ipotesi deve essere presa in considerazione. Quindi, anche se i segnali lanciati ieri fanno intuire una domenica con i fuochi artificiali, Berlusconi ci penserà moltissimo. Col cuore ha già scelto, con la testa ancora no. Ma lo scontro finale del Cavaliere e del suo popolo contro i “palazzi” - Quirinale, presidenza di Montecitorio, Consulta, Consiglio superiore della magistratura - appare comunque nell’ordine delle cose, e potrà essere solo rimandato.

© Libero. Pubblicato l'11 dicembre 2009.

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mercoledì, dicembre 09, 2009

Le dieci bufale di Copenhagen

di Fausto Carioti

Se qualcuno fosse davvero preoccupato per l’omologazione dell’informazione, è proprio in questi giorni, durante il vertice di Copenhagen, che avrebbe il diritto di incavolarsi. Telegiornali, quotidiani, settimanali, speciali televisivi e radiofonici: tutti impegnati a dire le stesse cose. Per non parlare delle pubblicità che le aziende mettono ovunque per convincerci che sono diventate a «impatto zero» e che anche noi dovremmo calibrare ogni gesto della nostra vita per combattere il vero nemico dell’umanità: l’anidride carbonica, responsabile del surriscaldamento del pianeta.

Tanta foga, dunque. Ma anche tante balle. Ecco le dieci bufale più in voga.

1) Il surriscaldamento
E sì, la prima cosa su cui manca il consenso scientifico è proprio l’innalzamento della temperatura globale. I repubblicani americani hanno presentato al Senato un rapporto in cui sono raccolti i pareri di 650 scienziati, inclusi alcuni Nobel, che negano l’esistenza del riscaldamento globale o, comunque, che l’uomo abbia qualche ruolo in esso. Come scrive il climatologo Richard Lindzen sul Wall Street Journal, «le pretese che il cambiamento climatico stia accelerando sono bizzarre». Perché i numeri sono scarsi e perché «il consenso generale per il riscaldamento è basato non tanto sulla qualità dei dati, ma piuttosto sul fatto che c’era stata una piccola era glaciale tra il XV e il XIX secolo. E quindi non è sorprendente che le temperature siano salite quando siamo usciti da questo evento». In Italia, tra chi sostiene cose simili, c’è il climatologo Franco Prodi. Che ieri le ha ripetute al Mattino: «Si pensa che l’emergenza del pianeta sia quella climatica sulla base di previsioni che hanno margini di errore elevatissimi».

2) Gli scienziati “buoni”
Gli scienziati onesti sono quelli che sostengono la teoria del global warming. Gli altri, i «negazionisti», sono quelli che barano. È quello che vogliono farci credere. Finora, però, gli unici scoperti a manipolare i dati sono i primi. Poche settimane fa sono diventate pubbliche le e-mail che si sono scambiati alcuni tra i più noti difensori americani ed inglesi della tesi del global warming. Questi ricercatori discutevano su come truccare numeri e grafici, in modo da fare apparire incontrovertibile il riscaldamento del pianeta.

3) La Co2 uccide
L’anidride carbonica è un gas letale: è la bufala più divertente. Perché, senza la Co2 che trattiene il calore dei raggi solari, la Terra sarebbe una palla di ghiaccio senza vita.

4) È colpa dell’uomo
Altra bufala che va per la maggiore: la Co2 è prodotta dall’uomo. Il quale, invece, è responsabile di una quota minima, inferiore al 10%, delle emissioni. La quota restante è prodotta dal pianeta, ad esempio tramite piante, oceani e vulcani. La quantità immessa dall’uomo, inoltre, è pari a meno dell’1% dell’anidride carbonica presente nell’atmosfera.

5) Mamma Terra
La Terra come un grande essere vivente in perenne equilibrio: è l’“ipotesi di Gaia”. Sarebbe l’uomo a minacciare questo meraviglioso super-organismo. Ma la storia della Terra è un’altalena di temperature che sono scese e salite per cause del tutto naturali, e così facendo hanno prodotto una lunga serie di estinzioni di massa. Tanto da spingere la rivista New Scientist a paragonare la Terra a Medea, assassina dei propri figli. È l’uomo, allora, che deve temere la Terra. E non viceversa.

6) Le generazioni future
In questi giorni lo ripetono un po’ tutti: combattere il surriscaldamento è la cosa migliore che possiamo fare per le prossime generazioni. Ma se davvero vogliamo investire per gli altri, esistono modi molto più sensati. Quanti vaccini, scuole, condutture di acqua potabile, fognature e alimenti si possono portare, laddove ce n’è bisogno, con spesa uguale o inferiore a quella che ci chiedono i seguaci di Al Gore?

7) “Chilometri zero”
È l’ultima moda delle famiglie eco-consapevoli: comprare il cibo prodotto a due passi da casa. Meno spostamenti, meno emissioni di Co2. Ma non è così che funziona. Un’inchiesta dell’Economist ha dimostrato che il modo più ecologico di fare la spesa è andare nei grandi supermercati. Se poi si mette nel conto anche l’energia usata per produrre il cibo, si scopre che i prodotti provenienti dall’altra parte del mondo possono essere più ecologici di quelli fatti sotto casa.

8) I biocarburanti
La soluzione sono i carburanti derivati da zucchero e mais. Così ci avevano detto. Poi, però, si è scoperto che la richiesta di questi vegetali per farne combustibili spingeva i prezzi tanto in alto da mettere a rischio la sicurezza alimentare dei Paesi poveri. Con risultati deludenti sul fronte delle emissioni: come si legge in un rapporto della Fao, «una maggiore produzione di biocarburanti non necessariamente contribuirà a ridurre le emissioni di gas serra».

9) Il vento e il sole
Le fonti rinnovabili, come l’energia solare e quella eolica, sono convenienti e rappresentano il futuro. Sarebbe bello. Ma pannelli fotovoltaici ed eliche si stanno diffondendo solo perché sovvenzionati dal contribuente. E hanno limiti enormi. Come calcolato dagli scienziati Franco Battaglia e Renato Angelo Ricci, «per soddisfare il 10% dei consumi elettrici italiani avremmo bisogno di spendere 240 miliardi di euro in pannelli fotovoltaici da allocare su un’estensione di 200 chilometri quadrati». E per ottenere lo stesso risultato con l’eolico si dovrebbero installare 24mila turbine alte più di 50 metri.

10) Ora però c’è Obama
Qualcuno ci crede ancora: ora che c’è Barack Obama il mondo è più verde. In realtà, anche in questo campo, Obama si conferma un politico realista. Non ha rinunciato all’energia nucleare e al carbone. E sa che deve fare i conti con l’opinione pubblica americana, che non intende stringere la cinghia per una teoria, quella del riscaldamento globale, che convince sempre meno.

© Libero. Pubblicato l'8 dicembre 2009.

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lunedì, dicembre 07, 2009

La società incivile è scesa in piazza

Fausto Carioti

È che bisognerebbe smettere di credere alla favoletta della società civile saggia e ragionevole, alla quale occorre dare retta, o che comunque merita rispetto. La società, specie quando scende in piazza, non è affatto meglio della media dei singoli individui che la compongono. Anzi: come avviene di norma in tutti i gruppi, sono i personaggi dotati dei peggiori istinti a fare scuola e a trascinare il resto della compagnia. E anche quelli della maggioranza dovrebbero togliersi dalla testa l’idea che l’opposizione abbondi di riformisti con i quali si può dissentire, ma sempre con toni educati e senza escludere la possibilità di un accordo tra gentiluomini. Non è così che funziona.

Personaggi come Giuliano Amato, Umberto Ranieri e Luca Ricolfi fanno sempre un figurone sui quotidiani della buona borghesia. Ma le loro elucubrazioni, talvolta barbose ma spesso sensatissime, non hanno diritto di cittadinanza nel grande popolo della sinistra. Provate a fare una manifestazione in nome delle loro idee, o dell’agenda di Francesco Giavazzi, l’economista che ha scritto il saggio “Il liberalismo è di sinistra”, e vedete.

Il popolo di sinistra è composto in gran parte da quei personaggi visti ieri e tante altre volte in passato, a Roma e altrove. Sono nati dall’odio per Berlusconi e ciò che lui rappresenta, e hanno avuto molti nomi: girotondini, pacifisti, no-global, grillini. Ora dicono di essere «quelli del No B Day», movimento «nato dal basso», anzi dalla rete, come va di moda adesso. Ma le loro facce sono sempre le stesse, molti dei loro organizzatori pure, e quelle che sventolano - lo si è visto bene ieri - sono le solite bandiere rosse e il vessillo dei manettari di Antonio Di Pietro. Gente che non vuole riforme, non gliene frega nulla. Tutto quello che vuole è una piazzale Loreto per «il nano», come lo chiamano loro.

Il livello di civiltà e di cultura liberale di questa gente è stato riassunto bene ieri dal palco di piazza San Giovanni dall’attore Ulderico Pesce nella sua invettiva contro Silvio Berlusconi: «Sei un mafioso, ci fai vergognare davanti a tutto il mondo». E quelli che vogliono regolare l’immigrazione sono dei «fascisti di merda». Non a caso Pesce ieri è stato uno dei più applauditi, mentre dalla piazza, dove i telefonini hanno preso il posto dei ferri da maglia delle tricoteuses che andavano a godersi il lavoro di madame Guillotine in place de la Révolution, non sono mai cessati i cori che davano del mafioso a Berlusconi.

Inutile perdere tempo a immaginare una legge per il processo giusto condivisa dall’opposizione, quando la folla alla quale questa chiede i voti accoglie con tifo da stadio le parole di Salvatore Borsellino, che usa l’autorità morale che gli viene dall’essere fratello di uno dei più illustri morti per mafia gridando dal palco che «oggi i collaboratori di giustizia stanno dicendo la verità su Berlusconi» e che il partito del premier «è sorto con i capitali della criminalità organizzata». È il processo breve nella versione gradita alla sinistra, con il popolo che fa da accusatore e giudice e smania per vestire anche i panni del boia. Gaspare Spatuzza, spedito dai suoi capi a infamare il Cavaliere, si frega le mani.

Dicono di difendere la Costituzione, ma mentono anche a se stessi. La Carta è già stata riscritta più volte, e proprio su pressione della piazza, nel 1993, fu tolta l’immunità parlamentare, che adesso - anche nel centrodestra - non hanno il coraggio di reintrodurre, perché la piazza è violenta e sa mettere paura. Chiedono le dimissioni di Berlusconi perché un pentito lo accusa e perché loro sono scesi per strada a manifestare. Ma è una bestialità che avrebbe fatto inorridire i costituenti: chi governa viene scelto da chi va a votare, non da chi va sui marciapiedi o da uno stragista mafioso.

La vera vittima di tutto questo non è Berlusconi. La vittima è il Partito democratico con i suoi esponenti ed elettori migliori, ieri ancora una volta plasticamente subalterni a Di Pietro e ai suoi accoliti. Berlusconi, da spettacoli simili, trova solo conferme alla sua voglia di andare avanti da solo.

© Libero. Pubblicato il 6 dicembre 2009.

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sabato, dicembre 05, 2009

San Tignusu

di Fausto Carioti

La sinistra ha finalmente un leader credibile. Gaspare Spatuzza, detto «U’ Tignusu», ancora prima di apparire in pubblico aveva già mostrato di avere tutte le qualità per diventare la guida morale di un’opposizione in disarmo. È lui il solo che sembra capace di dare alla pancia dell’elettorato depresso l’unica cosa che davvero vuole: l’annientamento politico e umano di Berlusconi. Così l’Unità di Concita De Gregorio, ieri, lo ha rappresentato in prima pagina come una spada circondata di luce che squarcia le nubi e punta dritta su palazzo Chigi. Anche la titolazione era da giudizio finale: «Tremano i palazzi del potere. Le rivelazioni sulle stragi del ’93 a Roma, Firenze, Milano». «Minchia», direbbero a casa Spatuzza: al confronto di un simile professionista della giustizia divina, l’arcangelo Michele, che spada in mano sconfigge il «serpente antico» dell’Apocalisse, rischia di passare per un collaboratore interinale del Padreterno.

Ad accrescere l’aura mistica che ha avvolto l’apparizione dell’arcangelo Spatuzza nell’aula bunker di Torino ha collaborato anche Antonio Di Pietro, che ha trasmesso sul blog dell’Italia dei Valori la diretta del processo. Il fatto che Spatuzza non parlasse contro Cosa Nostra, bensì per conto di essa, come riconosciuto anche dai mafiologi di Repubblica, non turba la coscienza dei giustizialisti. Né conta che quello in corso sia stato l’anno dei record nella lotta alla mafia, come ha ammesso ieri il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia, non certo un fan del premier. Qui importa solo il risultato, che è la cacciata di Berlusconi. E se per riuscirci tocca assecondare i piani di Cosa Nostra e trattare l’ultimo dei picciotti come se fosse Giovanni Falcone, lo si fa senza scomporsi. Anzi, con grande entusiasmo.

Spatuzza, che è uomo d’onore, ieri a Torino ha ripetuto tutto quello che aveva già detto ai magistrati. Si tratta di cose che lui stesso ha ammesso essergli state riferite dal boss Giuseppe Graviano, e quindi roba inesistente come prova. Però tanto è bastato a innescare sogni mostruosamente proibiti nel suggestionabile inconscio della sinistra. Così, per un giorno, si è assistito alla riesumazione politica dei rifondaroli e persino dei verdi che, terminata la deposizione di Spatuzza, per bocca dei rispettivi segretari hanno chiesto le dimissioni immediate del presidente del Consiglio. Di Pietro ha già scritto la condanna e aspetta solo che i suoi ex colleghi gli diano il via libera per stamparla. Il resto ce lo metteranno oggi i manettari del “Fatto” e quelli che scenderanno in piazza per il “No B Day” a pretendere la testa del premier.

Massì, non c’è niente di male a marciare sotto braccio a un personaggio simile. Anche perché, come lui stesso ha spergiurato ieri, Spatuzza mica è più quello di una volta. Certo, fu lui creare l’autobomba che falciò Paolo Borsellino e la sua scorta. Vero, ammazzò don Pino Puglisi mentre il sacerdote gli sorrideva. Verissimo, è stato condannato «per sei o sette stragi e circa una quarantina di omicidi», come ha detto ieri senza ricordare bene i numeri (c’è da capirlo, con un curriculum così lungo). E poi fece altre cosette, tipo rapire il piccolo Giuseppe Di Matteo, che poi fu strangolato e sciolto nell’acido, e costringere all’aborto una ragazza che era rimasta incinta di un boss, mentre la compagna di casa osservava legata e imbavagliata. Ma ora è cambiato. Ha iniziato a studiare teologia. «Il mio pentimento è la conclusione di un bellissimo percorso spirituale», ha fatto sapere ieri. E il popolo della sinistra, cinico e disincantato nei confronti dei suoi rappresentanti politici, a lui ha creduto al volo e lo ha adottato senza pensarci. Non aspettava altro, adesso si può tornare a sognare. «Yes, we can», forse Berlusconi cade davvero. E il merito è tutto suo, dell’uomo della Provvidenza: «U’ Tignusu» santo subito.

© Libero. Pubblicato il 5 dicembre 2009.

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mercoledì, dicembre 02, 2009

Il disegno poco intelligente dei fanatici di Darwin

di Fausto Carioti

Il complotto papista avanza. Cioè, tranquilli: non c’è nessun complotto, però quelli di Micromega ne sono convinti, e farceli credere costa davvero poco. È successo che Libero ha recensito il libro che racchiude gli atti di un convegno a porte chiuse del Cnr, durante il quale le basi scientifiche dell’evoluzionismo sono state messe sotto accusa. Come sempre, si può concordare o meno. Micromega ha scelto una terza via: parlarne male senza capirci nulla.

Ora, non vale la pena di dilungarsi troppo sulla qualità delle argomentazioni. Sia perché l’ha già fatto ottimamente Marco Respinti su queste pagine. Sia perché è evidente che chi ha scritto su Micromega, e cioè un tale Telmo Pievani, in realtà il libro non l’ha toccato, ma ne ha letto solo la recensione, come conferma il fatto che tutte le frasi del libro che appaiono nel suo articolo sono copiate da quello di Libero. Però una perlina di Pievani, nella sua recensione della recensione, occorre metterla in evidenza. Costui ricorda quanto scritto da Libero, ovvero che «l’evoluzionismo non è più una teoria qualunque, da sottoporre a rischio di falsificazione, come richiesto dall’epistemologo Karl Popper per distinguere ciò che è scienza da ciò che non lo è. Esso è un dogma al quale si può aderire solo mediante atto di fede. Una metafisica, insomma. Proprio come quel “creazionismo” che degli evoluzionisti è il grande nemico». Questo, commenta Pievani, «è il ribaltamento diametrale della realtà (dicesi “creazionismo scientifico” proprio il tentativo di spacciare per scienza un contenuto di fede)».

Ecco, appunto, il livello è questo: dopo avere letto su Libero che il creazionismo (al pari del darwinismo) è «una metafisica», cioè una teoria non scientifica, l’intellettuale (diciamo così) di Micromega scrive che lo scopo di questa testata è «spacciare» il creazionismo, contenuto di fede, «per scienza». Cioè l’esatto contrario di quanto sostenuto da Libero. E dire che se lo era pure ricopiato. Ma forse la sua non è malafede. Forse è solo che questi tipi con lo scolapasta in testa vedono complotti ovunque. L’idea che al mondo esista gente che difende la scienza e, proprio per questo, ritiene il darwinismo scientificamente non dimostrabile, al pari del creazionismo, non li sfiora nemmeno. Se critichi Darwin, è evidente che fai parte dell’esercito oscuro dei nemici della ragione.

Casca in errore pure il Corriere della Sera, che ieri all’argomento ha dedicato una paginata dove si legge che Libero si schiera «in difesa del creazionismo». Quando invece qui si è fatto tutt’altro: si è dato spazio agli scienziati critici nei confronti del darwinismo, nella convinzione, molto popperiana, che «gli scienziati non dovrebbero mai essere dogmatici. Non dovrebbero mai sostenere di aver definitivamente e per sempre risolto un determinato problema; perché domani una nuova rivoluzione potrebbe portare a una soluzione molto differente».

Micromega, però, più che al pensiero di Popper sembra ispirarsi a quello di Dan Brown. Le prove del grande complotto cattolico? Il fatto che Joseph Ratzinger, un paio di anni fa, abbia detto che la teoria dell’evoluzione «in gran parte non è affatto dimostrabile per via sperimentale» e dunque «non è ancora una teoria completa e scientificamente verificata». Frase del tutto condivisibile, almeno fino a quando non sarà osservata l’apparizione di un nuovo organo in una specie animale. Ma che Micromega pretende di contestare citando l’evoluzione in vitro di una colonia di batteri Escherichia Coli, che nel giro di 21 anni, durante i quali si sono susseguite 40mila generazioni, si sarebbero trasformati in qualcosa di molto diverso. Restando pur sempre, però, organismi tristemente unicellulari chiamati Escherichia Coli. Eppure alle creature di Micromega, molto semplici anch’esse, basta questo per sparare che «i meccanismi darwiniani possono essere riprodotti in laboratorio, quantificati e previsti».

Però, appunto, farceli credere costa poco. E allora diciamo pure che il complotto sanfedista conquista proseliti e coinvolge editori laicissimi come Rubbettino. Che ha appena dato alle stampe “Le balle di Darwin. Guida politicamente scorretta al darwinismo e al disegno intelligente”. È la traduzione del volume dedicato all’evoluzionismo delle fortunate “Politically incorrect guide”, libri divulgativi molto popolari negli Stati Uniti. Lo ha firmato il biologo Jonathan Wells, che studiando si è convinto dell’esistenza di un «disegno intelligente»: teoria che non nega l’evoluzione, semmai pretende di spiegarla molto meglio della casualità darwiniana. Una cosa ben diversa dal creazionismo biblico: «Una persona», scrive Wells, «non ha neppure bisogno di credere in Dio per infierire l’esistenza di un disegno intelligente nella natura». Basta non dirlo a quelli di Micromega, che alla storia dei nemici di Darwin ispirati dalle visioni mistiche credono sul serio. Che Dio (o chi per Lui) ce li conservi a lungo così.

© Libero. Pubblicato il 2 dicembre 2009.

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