sabato, luglio 29, 2006

A Conservative Summer 2


Appuntamento attorno al 7-8 agosto. Più o meno. Per i pochi che ci saranno. A tutti gli altri, l'augurio di una vacanza felice e spensierata.

giovedì, luglio 27, 2006

Se i deputati si vergognano di quello che fanno

Quando lo scrutinio non è segreto è giusto che la decisione del parlamentare sia trasparente e resa nota a tutti, in modo che gli elettori possano giudicare i loro rappresentanti, più che dalle promesse, che valgono quello che valgono, da ciò che senatori e deputati hanno fatto concretamente sul proprio "posto di lavoro". Da come hanno votato. Sembra logico, sembra democratico e liberale, ma non lo è. Almeno non per tutti.

Antonio Di Pietro (uno per il quale qui non si stravede, tanto per essere chiari) ha annunciato che scriverà sul proprio sito come ogni singolo deputato ha votato in materia di indulto. Sembra una cosa normale, tanto più che lo stesso sito della Camera, nei resoconti di seduta, riporta come si sono espressi i singoli deputati in ogni votazione. Gli intenti dell'ex pm sono chiari, i suoi modi sono quelli che sono, ma l'operazione non fa altro che apportare trasparenza. In aula si è invece gridato allo scandalo. Il presidente della Camera Fausto Bertinotti, raccogliendo forse per la prima volta in vita sua applausi bipartisan, ha definito «deplorevole» l'iniziativa di Di Pietro.

Se tanti parlamentari ritengono giusta l'adozione dell'indulto per certi reati lo dicano a testa alta, e votino senza vergognarsi, spiegando le loro ragioni agli elettori. I quali, per inciso, non stanno certo tutti dalla parte di chi sventola la forca. Se i nostri "rappresentanti" si vergognano invece di quello che fanno, se pretendono che nessuno sappia come hanno votato, non fanno che dare ragione a chi grida che il loro voto è dettato da motivazioni inconfessabili. Non c'è nulla di scandaloso nell'indulto, c'è molto di scandaloso nel pretendere di lavorare nell'ombra.

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Confessioni di un interista sincero

«Uno scudetto totalmente sprovvisto di qualunque charme, di qualunque ricordo di sport: uno scudetto cadavere, che neanche il bocca a bocca leggermente fanatico del tifo può riuscire a rianimare. Solo un matto potrebbe festeggiare...».

«Un falso scudetto, una specie di premio di consolazione che ha lo stessissimo sapore acido di tutto il resto».

«Quello che Massimo Moratti, secondo me, non riesce a capire, è che uno scudetto a tavolino, questo scudetto a tavolino, non solo non riesce a staccarsi dal panorama compromissorio e ambiguo che lo genera, ma ne è parte integrante».

«Moratti non può ignorare che questo scudetto virtuale è pura carta bollata in un mare già illeggibile di scartoffie, intercettazioni, sentenze già monche. Che è parte integrante del collasso morale del gioco del calcio. Fa ancora in tempo a rifiutarlo, rimandando un concetto impegnativo come "vittoria" a tempi migliori. Noi tifosi gliene saremmo eternamente grati».


Michele Serra, interista, su Repubblica.

mercoledì, luglio 26, 2006

Sgretolamento lento

Romano Prodi non vive sulla Luna, anche se a volte dà l'impressione di avervi lasciato tre quarti dei propri neuroni. E' che non ha alternative, anche se tutto ciò che gli sta intorno gli sta crollando addosso. Pezzo dopo pezzo.

Primo. Anna Finocchiaro (Ds) gli manda un avvertimento che più chiaro non è possibile. Gli dice che «non si può andare avanti a colpi di fiducia», che occorre «trovare la cifra del lavoro comune con le opposizioni», che la situazione che vivendo l'Unione al Senato non è «sexy», come millanta Prodi, ma «da infarto». Per la cronaca: la Finocchiaro è la capogruppo dell'Ulivo al Senato. E' lei, cioè, il "generale" incaricato di coordinare e mobilitare i senatori della maggioranza in tutte le votazioni, specie quelle di fiducia. In altre parole, è la persona cui i leader della sinistra hanno affidato la sopravvivenza politica di Prodi e del suo governo. Può stare simpatica o meno, ma è donna con gli attributi, non certo facile ai piagnistei né incline agli inciuci. Se lancia simili segnali d'allarme, vuol dire che la situazione è davvero sul punto di collassare.

Secondo. Il partito democratico non nascerà. Per quanti tentativi facciano, lo spermatozoo post comunista non riesce ad attecchire sull'ovulo postdemocristiano. Prodi è destinato a restare senza un "suo" partito.

Terzo. I ministri, fiutato l'andazzo allo sfascio, invece di fare quadrato fanno a gara a smarcarsi il più possibile dal governo e dal suo leader. Solo nelle ultime ore Antonio Di Pietro si è autosospeso (qualunque cosa questo voglia dire, visto che non ci sono precedenti), Fabio Mussi ha ipotizzato le dimissioni, Mastella ha minacciato di farle sul serio. Tutte proteste che rientreranno, per carità. Ma lasceranno strascichi dolorosi, mentre deve ancora aprirsi il capitolo più rischioso, quello della Finanziaria.

Quarto. Sempre meno senatori sono disposti a votare la fiducia a Prodi. Si è passati dai 165 voti pro-Prodi del 19 maggio (primo voto di fiducia del governo appena insediato) ai 160 del voto di fiducia sulla manovra bis, del 25 luglio. Il motivo è che tanti senatori a vita non ce la fanno più a reggere simili maratone. I numeri, sulla carta, Prodi li ha anche senza di loro. Però risicatissimi. Da infarto, appunto.

Quinto. Prodi sta cercando di portare Marco Follini dalla sua: è l'unica carta che ha a disposizione. Ma questa mossa disperata gli è fruttata, sinora, solo un cortese diniego.

E qui arriviamo al nocciolo della questione, quella che a detta di tanti, a destra come a sinistra, pare essere l'unica via d'uscita possibile: l'ipotesi Merkel. Una grande coalizione che veda insieme Ds, Margherita, Udc e Forza Italia, più eventualmente qualcun altro. E' quella che Follini propone da tempo, anche a Prodi. Ma è l'unica ipotesi che Prodi non può accettare, perché sarebbe la sua fine: privo com'è sia di partito sia di un qualche appeal bipartisan, può fare il presidente del consiglio solo in quanto leader del centrosinistra. Se muore l'Unione, finisce anche Prodi. E lui lo sa. Per questo, ancora oggi, parlando alla Camera, Prodi ha insistito a tenere viva l'illusione dell'autosufficienza dell'attuale maggioranza. Che però promette di essere la pietra al collo del centrosinistra che affonda. I segnali che arrivano dai Ds dicono che al Botteghino sono stufi del gioco logorante delle continue votazioni di fiducia a palazzo Madama, e che non hanno intenzione di andare a fondo con Prodi. Sono in arrivo tempi interessanti.

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martedì, luglio 25, 2006

Calciopoli, elogio di chi se ne va

In una società in cui abbandonare la propria famiglia di punto in bianco è considerato una rispettabilissima scelta di vita, fa ridere che gli ultimi a vedersi affibbiato l'epiteto di "traditore" siano i professionisti che di mestiere fanno i calciatori. Niente di nuovo, per carità: però lo scandalo ribattezzato Calciopoli ha, come logico, incentivato la transumanza dei pedatori e, di conseguenza, le proteste dei tifosi.
Eppure i campioni che scappano dalle rispettive squadre che affondano, Juventus in testa (e chi scrive è juventino), hanno mille buone ragioni. Il loro è uno dei lavori più strani del mondo: strapagati sino ai 30 anni, al massimo sino ai 34. Prima dei 40, quando molti italiani devono ancora decidere quale sarà la loro prima vera professione, gli ex omini delle figurine Panini hanno già fatto quanto di più importante potevano fare nella vita. Davanti a loro, mezzo secolo da inventarsi, spesso senza avere le spalle abbastanza larghe per costruirsi una vita "normale". Qualcuno fa l'allenatore (ma per ovvie ragioni matematiche non può esserci un allenatore per ogni ex calciatore), qualcuno il team manager o l'allenatore della squadra primavera, i più bravi e fortunati (uno su diecimila) diventano ct di qualche nazionale. Gli altri vivacchiano. C'è chi si fa abbindolare da sedicenti consulenti finanziari. Molti vanno in depressione (senza scomodare Gianluca Pessotto, qui a Roma si ricorda molto bene la triste fine di Agostino Di Bartolomei, capitano di una Roma scudettata). Alcuni finiscono nei giornali su articoli che vorresti non avere mai letto (è successo di recente a Franco Baresi, altro capitano di una squadra stellare).
Insomma, se c'è una regola di banale buon senso nell'ambiente è quella di chiedere il massimo possibile, in termini di ingaggi, fin quando sei in condizione di ottenerlo. Chi sale sul treno migliore fa qual che farebbe la grandissima parte di noi (tifosi e non) se si trovasse nella loro situazione: vanno dove hanno la maggiore convenienza economica, nella consapevolezza che basta poco, basta un'entrata assassina da parte del terzino avversario, a chiudere per sempre carriera e guadagni facili. Vale per tutti, ma vale soprattutto per chi, tipo Fabio Cannavaro e Lilian Thuram (per restare in casa bianconera), ha passato la trentina da un pezzo.
C'è un che di infantile nel tifoso che si lamenta perché l'amato giocatore passa alla squadra avversaria: è il voler fingere a tutti i costi che avesse scelto quella maglia, che ora si ritiene tradita, per ragioni affettive, e non per comprensibilissime ragioni economiche. E' il voler credere davvero alle banalità della prima dichiarazione, quella in cui il neoingaggiato dice invariabilmente che è sempre stato il sogno della sua vita indossare quella casacca. Per poi ripetere la stessa frase, identica, alla casacca successiva.
Certo, ci sono le bandiere. Quelli che restano nonostante tutto. Tutti le amiamo. Ma anche loro, suvvia, si fanno i loro conti in tasca. Alessandro Del Piero resterebbe in bianconero anche in serie C. Bene. Ma sappiamo tutti che se fa il bravo è destinato a ricoprire incarichi ai vertici della società nei prossimi lustri: mollare adesso proprio non gli converrebbe. Stesso discorso per i Paolo Maldini e i Francesco Totti: continueranno a essere pagati dai loro attuali club, sotto altro incarico, anche quando smetteranno di giocare. Toccherà a loro, tra tanti, perché sono stati fedeli alla maglia. Onore al merito. Ma sarebbe ingenuo non pensare che gran parte di loro non hanno mai "tradito" anche perché sapevano di avere davanti una simile opportunità.

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Convergenze parallele

Dall'ultimo, imperdibile notiziario del Campo Antimperialista: «Suona male dovere dire "Viva Andreotti", ma egli e’ stato il solo, in questo Parlamento fetente, a dichiarare: "Se fossi nato in un campo profughi, anch’io sarei diventato un terrorista!". Un’affermazione che vale Cento Bertinotti, Diliberti, Menapaci, Turigliatti o Carusi».

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Back in action

Benritrovati.

sabato, luglio 01, 2006

A Conservative Summer


Questo blog entra in meritata pausa estiva. La riapertura è prevista per il 24 luglio (giorno più, giorno meno). Auguri di buone vacanze - col cuore - a tutti coloro che partiranno nel frattempo.

La Leni Riefenstahl di Guevara e Castro

Ogni regime che si rispetti, anche il più crudele (specie il più crudele) ha la sua iconografia. E quindi ha chi si assume il compito di tramandarlo alla Storia tramite immagini plastiche, corpi belli, giovani e forti come le statue di Fidia. Immagini false, ovviamente, che come il ritratto di Dorian Gray servono a nascondere il marcio che c'è dentro al regime. «Spot», verrebbe da dire, se non fosse che dietro allo spot al massimo trovi una merendina che sa di poco, dietro alla propaganda delle dittature trovi i cadaveri. Questo ruolo di cosmesi del volto orrendo del nazismo fu svolto per conto di Adolf Hitler, come noto, soprattutto da Leni Riefenstahl, fotografa e regista dalla grandissima abilità tecnica, scomparsa nel 2003 all'età di 101 anni. Sino ai suoi ultimi giorni è stata definita la "fotografa di regime" per eccellenza, la regista che nelle sue opere riuscì a fare apparire bello e nobile persino il Terzo Reich. Una macchia che si è portata appresso per tutta la vita. Giustamente.
Nei prossimi giorni Torino ospiterà i ritratti di Alberto Korda, il fotografo cui si deve il conosciutissimo ritratto di Ernesto Che Guevara (qui, su Repubblica.it, la galleria di alcune sue fotografie). Solito copione: corpi perfetti della gioventù eroica usati per coprire gli orrori del regime. Non mancano peraltro, mutatis mutandis, forti somiglianze tra tante fotografie di Korda e quelle della Riefenstahl: le iconografie dei regimi si assomigliano tutte, in quelle loro pose che scimmiottano l'estetica classica.
Korda, però, non ha fama di fotografo di regime. In un articolo recente sulla morte di Al Zarqawi avevo scritto la seguente frase: «Al Zarqawi come Che Guevara, ci è mancato solo il fotografo di regime (per Guevara fu Alberto Korda, autore dell'immagine più famosa dell’assassino argentino) che ne tramandasse ai posteri l’icona da stampare sulle magliette dei bamba di domani». L'articolo è stato letto alla rassegna stampa mattutina del Gr Rai. Immancabilmente, alla redazione che aveva curato la rassegna sono arrivate le mail di alcuni ascoltatori offesi perché il servizio pubblico radiofonico aveva letto un articolo in cui Korda era insultato con quel tremendo epiteto. Lesa maestà. Ma non è colpa degli indignati. E' che l'informazione in materia è sempre a senso unico, e l'epiteto infamante viene riservato solo a chi ha prestato la sua arte mercenaria ai regimi di destra.
Ma Korda, scomparso nel 2001, fotografo di regime lo fu. Eccome. Dopo aver messo su pellicola la versione omerica della revolución cubana, fu fotografo personale, per ben dieci anni, dello stesso Fidel Castro Ruz, intanto divenuto dittatore dell'isola. E in tutto questo periodo si guardò bene dall'immortalare le esecuzioni di massa compiute da Guevara, gli altri omicidi a sangue freddo voluti dal regime e i lager in cui il compagno Fidel rinchiudeva gli oppositori. Scattò solo le immagini necessarie a edificare Guevara e Castro. Non fu un testimone di quello che avveniva davvero a Cuba. Molto più semplicemente, fu l'Armando Testa del comunismo cubano. Fece per Castro quello che la Riefenstahl aveva fatto per Hitler.
Tutto questo per dire che della Riefenstahl si sa praticamente tutto, mentre di Korda si sa poco o niente, e che la mostra di Torino sarebbe un'occasione fantastica per raccontare a chi la va a vedere l'intera storia del comunismo cubano, anche per vaccinarlo da emozioni a buon mercato. Le 195 esecuzioni attribuite a Che Guevara solo quando era direttore del carcere della fortezza di La Cabana. I suoi altri omicidi a sangue freddo. I 5.640 civili (inclusi donne e bambini) assassinati del regime. Le migliaia di dissidenti rinchiusi, e spesso lasciati morire, in carcere.
Non è difficile intuire, anche leggendo l'annuncio sul sito di Palazzo Bricherasio, dove l'esposizione sarà ospitata, che nulla di tutto ciò è stato fatto. Gli organizzatori inquadrano così il periodo storico oggetto della mostra: «L'arrivo della modernità nei paesi dell'America Latina è strettamente connessa al rifiuto dei modelli coloniali e al loro lungo desiderio di indipendenza, sfociato in rivoluzioni di massa, accompagnate da movimenti anticonformisti, connessi con la glorificazione di valori nazionali e il rifiuto delle ingiustizie di natura locale e internazionale». Capito? Non si dice più "comunisti", non sta bene. Si dice "anticonformisti che rifiutano le ingiustizie di natura locale e internazionale". Appare chiaro che l'esibizione di Torino è l'ennesima occasione buona per vendere ai gonzi la mitologia facile del Che guerriero pacifista e del comunismo cubano come tappa fondamentale nel progresso dell'umanità. Peccato.

Una selezione da questo blog su Cuba e dintorni:
Andy Garcia contro Castro e Guevara (c'è una Hollywood che pensa)
Il libro nero del comunismo cubano (ovvero il conto del macellaio)
Sondaggio su Castro, ecco tutti i risultati
Primo sondaggio (vero) su Castro. Che ci rimane un po' male
Non solo Guantanamo: lettera di un cristiano dalle carceri di Castro
Beppe Grillo e la favola di Ernesto Che Guevara
Vargas Llosa, Che Guevara e la maglietta del bamba

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