mercoledì, giugno 16, 2010

L'unione innaturale tra i finiani e Berlusconi

di Fausto Carioti

Si può pensare quello che si vuole della nuova legge sulle intercettazioni, che come ogni altra cosa di questo mondo è migliorabile. Non ci sono dubbi, invece, sul fatto che quella norma, nella formulazione con la quale sta per sbarcare a Montecitorio, sia stata controfirmata da Gianfranco Fini e dai suoi uomini, i quali adesso la vogliono cambiare, tradendo l’impegno preso con il resto del partito. Se andrà davvero così, saremo a una svolta decisiva nella storia di questo Paese: tra Silvio Berlusconi da una parte e il partito di Repubblica e la sinistra dall’altra, l’ex leader di An e un manipolo dei suoi avranno scelto il secondo schieramento. Scelta che può stupire molti elettori del centrodestra, ma che in realtà è coerente con l’ideologia dei personaggi in questione.

Quella che Forza Italia e Alleanza nazionale fossero due partiti perfettamente amalgamabili, infatti, è una favola bella dietro la quale in tanti si nascondono da tempo. Ma le cose sono un po’ diverse. Di sicuro, tanti che erano stati prima del Movimento sociale e quindi di An hanno subito l’attrazione di Berlusconi come unico leader del centrodestra. Il solo in grado di guardare i post-comunisti dall’alto in basso, trattandoli come falliti della politica e relitti della storia (che poi è quello che in molti casi sono). Uno senza complessi d’inferiorità nei confronti di nessuno, semmai anzi con il problema opposto: un ego smisurato. Così, milioni di elettori e migliaia di politici hanno continuato a stare dentro il recinto di An con la propria storia e le proprie idee, ma sapendo bene che chi vinceva le elezioni e distribuiva gli incarichi alla fine era Berlusconi: a suo modo, una garanzia. Per costoro, il parto del PdL è stato naturale e indolore.

Non tutti, però, dentro Alleanza nazionale la pensavano così. Molti, anche se non la maggioranza, avevano un patrimonio di idee non solo diverso da quello dei forzisti (cosa scontata), ma opposto. C’era e permane in costoro, ben radicato e costante, un rifiuto epidermico nei confronti di Berlusconi e tutto ciò che egli rappresenta: il partito-azienda, il profitto incarnato, l’impresa al servizio degli azionisti e non della “comunità”, un liberismo (più mitologico che reale, purtroppo) agli antipodi di quella cultura anticapitalistica che ancora caratterizza parte della destra italiana. Del resto, non si può passare da Ezra Pound a Luigi Einaudi, dal denaro «sterco del demonio» di cui scrive Massimo Fini alle cene con Berlusconi, senza nutrire qualche riserva mentale, senza porsi domande su ciò che si sta facendo. Sono differenze che non riguardano solo i “vecchi”, ma anche i giovani di Forza Italia e An, i quali hanno anch’essi letture e linguaggi diversi e talvolta inconciliabili.

Tutte queste pulsioni sono rimaste sopite a lungo, ma alla fine l’incompatibilità è diventata pubblica e si è saldata con la rabbia di chi sperava di contare di più nel nuovo partito e in questo governo. Il risultato è che adesso il protofiniano Fabio Granata va in giro a dire che cambiare la legge su cui si era trovato l’accordo con Berlusconi e i suoi «è un dovere». Ma allora qualcuno dovrebbe spiegare perché Fini, una settimana fa, aveva detto che quello stesso testo difendeva la legalità, e l’ufficio di presidenza - finiani inclusi - lo aveva votato all’unanimità. Quelli di FareFuturo, poi, sfidano il premier ad andare davvero al voto anticipato per la legge sulle intercettazioni e a giustificare agli elettori una scelta simile in tempi di crisi economica. Ragionamento che non farebbe una grinza, se solo si avesse il coraggio di chiamarlo col suo nome: ricatto.

Ma la vera domanda non è perché adesso questi si rivoltino contro il resto del Pdl, facciano di tutto per ottenere l’applauso della sinistra e non abbiano gli strumenti per reggere l’urto della campagna avviata da Repubblica. Queste sono cose normali per chi, come loro, ha di Berlusconi e dei suoi un’idea simile a quella che ne ha la sinistra, e da una vita anela a farsi riconoscere dai “rossi” la dignità di interlocutore alla pari. La domanda vera è perché, all’epoca, certi esponenti di An scelsero di allearsi con uno come Berlusconi, che rappresentava il contrario di tutto ciò per cui si erano battuti sino ad allora. Forse lo fecero perché credevano che sarebbe stato una meteora, e che dopo a comandare sarebbero stati loro. Aspirazione legittima, che però si è rivelata sbagliata. Oppure lo fecero perché capirono che solo seguendo lui avrebbero finalmente potuto ottenere potere ed emolumenti. Calcolo legittimo anche questo, che però non ha portato dove si voleva, se oggi sono pronti a sfasciare tutto.

Non che i loro progetti abbiano poi tutta questa importanza: il punto di non ritorno ormai è stato passato e, comunque vada questa storia delle intercettazioni, l’unione innaturale è destinata a finire molto presto.

© Libero. Pubblicato il 16 giugno 2010.

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venerdì, giugno 11, 2010

La presa in giro del taglio delle province

di Fausto Carioti

Basta che adesso non riattacchino con la litania dei soldi che non si trovano, con l’impegno solenne a ridurre i costi della politica, col fatto che governo e maggioranza hanno le mani legate dai poteri più o meno forti. Perché la storia del taglio delle province, finita ieri come era prevedibile, e cioè in barzelletta, insegna proprio il contrario. I soldi si possono trovare: almeno 11 miliardi l’anno. L’abbattimento dei costi della politica, con cui tutti si riempiono la bocca, è uno slogan elettorale che nessuno intende onorare. E stavolta i poteri non elettivi che frenano l’azione dell’esecutivo e del Parlamento non c’entrano nulla: se non sarà soppressa nemmeno una provincia le ragioni sono tutte interne al sistema dei partiti e degli eletti. Colpa della classe politica, insomma, ma soprattutto della maggioranza e del governo, che questo impegno con gli elettori l’avevano preso.

Da Montecitorio hanno fatto sapere che il presidente della commissione Affari costituzionali, Donato Bruno, del PdL, aveva presentato un emendamento per sopprimere l’articolo 14 della Carta delle autonomie, al voto in questi giorni. Cioè l’articolo che stabiliva di ridurre, anche se di poco, il numero delle province. Per abolirlo si sono espressi i deputati del PdL, della Lega e del Pd. Quelli dell’Api, la nuova “cosa” di Francesco Rutelli, si sono astenuti, mentre l’Udc ha votato contro. La spiegazione del sottosegretario Aldo Brancher non fa una grinza: «Il relatore si è reso conto che si sarebbe ridotto un numero molto ristretto di province. Di fatto, non aveva un forte significato mantenere questa norma».

In altre parole, prima si è svuotato il provvedimento, rendendolo applicabile a sole quattro province. Quindi, invece di renderlo più robusto, come sarebbe stato normale, si è preferito ammazzarlo. E pazienza se qualcuno aveva creduto a quanto scritto nel programma del PdL: «Ridurremo la spesa pubblica nella sua parte eccessiva. A partire dal costo della politica e dell’apparato burocratico (ad esempio delle province inutili)».

Che il vento soffiasse in questa direzione lo si era capito da un pezzo. Cioè da quando la Lega aveva messo il veto sul taglio delle province, con la motivazione - nient’affatto segreta - che molte di queste sono governate dal Carroccio. Sulla spinta di Libero e di parte dell’opinione pubblica, e vista la disperata necessità di rimediare soldi, si era deciso comunque di fare qualcosa. Così, nella manovra correttiva, era spuntata la soppressione delle province «la cui popolazione residente risulti inferiore a 220mila abitanti», a patto che non confinino con altri Stati e siano in regioni a statuto ordinario. In pratica sarebbero state tagliate dieci province: Biella, Vercelli, Massa Carrara, Fermo, Ascoli Piceno, Rieti, Isernia, Matera, Crotone e Vibo Valentia. Poche, rispetto al totale di 110. Ma comunque sufficienti a dare il segnale dell’inversione di tendenza.

Le province condannate, ovviamente, mobilitavano i propri amici in Parlamento. Così il provvedimento scompariva dal testo della manovra (un decreto) ed entrava dopo qualche giorno nella Carta delle autonomie (disegno di legge, assai più aggredibile). Il nuovo taglio era riservato alle sole province con meno di 200mila abitanti. Ma anche in questo caso il numero dei caduti era superiore a quello che la politica italiana è in grado di sopportare. Un emendamento del PdL interveniva allora per salvare dalla mannaia le province che hanno almeno 150mila abitanti, se il loro territorio è «montano almeno per il 50 per cento». Terminati gli improbabili calcoli sulla montuosità delle province italiane, sulla lista nera ne restavano appena quattro: Vercelli, Isernia, Fermo e Vibo Valentia.

Ora, che senso ha tagliare solo quattro province, creando un grande sconquasso tra gli elettori e i politici locali, ottenendo per di più risparmi modesti? Per non parlare della comprensibile rabbia delle vittime: perché tutti gli altri sono stati salvati e noi no? Appunto. Così, ieri si è posto fine all’equivoco: non se ne taglia nessuna, abbiamo scherzato. Buono a sapersi. Per la cronaca: le province italiane costano, a seconda dei calcoli, tra i 14 e i 20 miliardi l’anno, e abolirle senza licenziarne i dipendenti, ricollocandoli cioè nel resto della pubblica amministrazione, garantirebbe un risparmio annuale di 11 miliardi.

© Libero. Pubblicato l'11 giugno 2010.

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giovedì, giugno 10, 2010

Ma quale "eversivo"

di Fausto Carioti

Che Silvio Berlusconi abbia un’idea di democrazia diversa da quella prevista dalla Costituzione italiana è fuori di dubbio. Lo si è visto anche ieri. Lui stesso, ormai da tempo, non fa nulla per nascondere il proprio grande progetto: svecchiare le istituzioni per rendere più rapida l’azione del governo, rafforzando il legame diretto tra il premier e gli elettori. Ma si tratta pur sempre di un’idea di democrazia legittima, simile a quella di democrazie ben più solide e datate della nostra. Cosa che la sinistra finge di non sapere, accusando Berlusconi di voler creare «una democrazia plebiscitaria» (Walter Veltroni), di «eversione» (Luigi Zanda), di «fascismo» (Antonio Di Pietro, ovviamente).

«Vista da dentro, l’attività del governo e del Parlamento nel fare leggi è un inferno. Abbiamo un’architettura istituzionale che rende difficilissimo trasformare i progetti in leggi compiute, concrete e operanti», ha attaccato ieri il presidente del Consiglio, scatenando il diluvio di reazioni da parte dell’opposizione. Eppure che la Costituzione debba essere cambiata nella direzione indicata da lui, lo hanno detto più volte gli stessi leader del centrosinistra. Lo ripete spesso Giorgio Napolitano, quando lancia i suoi appelli a riscrivere specifiche norme della Carta, «in particolare per quel che riguarda la forma di governo». E a che cosa doveva servire la commissione bicamerale presieduta da Massimo D’Alema tra il 1997 e il ’98, se non a rivoltare la seconda parte della Costituzione, cambiando - come recita la legge che la istituì - «forma di Stato, forma di governo e bicameralismo»? A missione fallita (anche per colpa di Berlusconi), D’Alema accusò «il coalizzarsi di forze conservatrici, compresa quella parte della borghesia che in realtà vuole la politica debole e ricattabile». Discorso non molto diverso da quello fatto in questi giorni dal premier contro le «lobby» della conservazione.

Quando Berlusconi, come ha fatto ieri, si lamenta perché la Costituzione è «datata» e l’ordinamento italiano prevede «permessi, autorizzazioni, concessioni e licenze tipici di uno Stato totalitario», sempre alla stessa cosa si riferisce: lo scopo della Carta del ’48 e dell’ordinamento che ne è derivato, infatti, non era rendere spediti i processi decisionali, ma garantire cittadini, famiglie e imprese da decisionismi troppo azzardati. Imbrigliare, dunque. Obiettivo comprensibilissimo per un Paese appena uscito dal Ventennio mussoliniano, ma senza senso adesso che l’Italia deve misurare le proprie politiche con quelle di Paesi come Stati Uniti, Francia, Regno Unito. Dove, in un modo o nell’altro, i governi e chi li guida possono azionare leve che a palazzo Chigi non esistono.

Il presidente degli Stati Uniti è eletto direttamente dal popolo ed è il capo del governo, nomina e revoca i ministri e non dipende dalla fiducia del parlamento. Nel modello francese il presidente della repubblica, eletto dai cittadini e non dipendente dalle Camere, sceglie il primo ministro e gli altri membri dell’esecutivo. Può sciogliere l’Assemblea Nazionale. E l’elezione quasi contemporanea del presidente e del parlamento rende molto improbabile che il primo non sia, al tempo stesso, anche il leader della coalizione che vince le politiche. Nel modello inglese, il premier è il capo del partito di maggioranza, sceglie e revoca i ministri e può ottenere lo scioglimento anticipato delle Camere. È a questi Paesi e alle altre grandi democrazie che guarda Berlusconi. Ritenere «plebiscitario», «eversivo» o «fascista» il suo progetto, per il semplice fatto che si basa sull’elezione diretta di chi guida il governo e sull’aumento dei poteri dell’esecutivo, è come dire che gli Stati Uniti, la Francia o l’Inghilterra non sono democrazie: il che fa un po’ ridere, specie sulla bocca di uno come Di Pietro.

Berlusconi non è nemmeno il primo a porre il problema. Il tentativo di cambiare la legge elettorale portato avanti nel 1953 dal leader democristiano Alcide De Gasperi aveva come scopo ultimo proprio quello di rafforzare e rendere più stabile il governo. Ed era una legge che, decenni dopo, ha ricevuto apprezzamenti tardivi anche a sinistra. Ad esempio da parte di Giuseppe Vacca, presidente dell’Istituto Gramsci, il quale ha ammesso che una simile riforma avrebbe accelerato la transizione italiana verso una democrazia più moderna. Se fosse stato in vigore un simile sistema elettorale, ha scritto Vacca, «il compimento della evoluzione riformistica» del Pci e il problema del suo distacco dall’Urss si sarebbero imposti molto prima».

Berlusconi, insomma, ha ottimi motivi per credere che, tra qualche decennio, la Storia e la sinistra, almeno su questo, gli daranno ragione. Il suo problema immediato, però, è cambiare la Costituzione in questa legislatura. Se il presidente del Consiglio ieri ha ammesso di aver sbagliato tutto con il piano casa («Avevo pensato che fosse una genialata vera, ma non mi risulta che ci sia un solo cantiere aperto») vuol dire che qualche dubbio sulle capacità realizzative di Berlusconi è venuto anche a lui.

© Libero. Pubblicato il 10 giugno 2010.

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sabato, giugno 05, 2010

I conti di Bersani smontati dall'Eurostat

di Fausto Carioti

Adesso lo dice anche l’Eurostat: si scrive Pier Luigi Bersani, si legge ragionier Ugo Fantozzi. Giovedì sera, durante Annozero, ricordandosi il motto degli strateghi di Bill Clinton («It’s the economy, stupid!»), il segretario del Pd ha riversato sul governo la colpa della crisi economica. A dargli man forte, le schede preparate dalla redazione di Michele Santoro, con i numeri montati ad arte in modo da far apparire l’Italia come il Paese europeo ridotto peggio. Esempio: sulla tenuta dei redditi delle famiglie, dove l’Italia (da lustri) arranca, la scheda metteva a confronto il nostro Paese con Francia e Germania, ovviamente in situazioni migliori. Ma sulla disoccupazione, dove malgrado tutto l’Italia brilla, lo stesso confronto non è stato fatto, e Santoro si è limitato a dare i numeri dei senza lavoro italiani. I suoi telespettatori non devono sapere che la Francia sta messa molto peggio di noi, né che la disoccupazione media europea (9,7%) è più alta di quella italiana (8,9%). Per non parlare del confronto con la Spagna di José Luis Zapatero, che il Pd prendeva a modello fino a poco tempo fa, dove oggi la disoccupazione supera il 20%. Così Bersani ha potuto accusare Giulio Tremonti e il governo di aver commesso clamorosi «errori nelle politiche economiche e di finanza pubblica». Ovvio: se gli altri vanno meglio, da queste parti qualcuno deve avere sbagliato. «Come mai siamo così bassi con la crescita?» chiedeva Bersani al ministro. Niente di nuovo: non avendo idee da proporre agli elettori, il Pd tifa crisi.

Ma al povero Bersani di questi tempi non ne va dritta una. Ieri mattina l’Eurostat, l’istituto statistico dell’Unione europea, ha diffuso i nuovi dati sulla crescita economica. Nel primo trimestre del 2010 il prodotto interno lordo italiano è cresciuto dello 0,5%, dopo che negli ultimi tre mesi del 2009 era sceso dello 0,1%. Eurolandia, in media, sale appena dello 0,2%. Il Pil francese aumenta solo dello 0,1%, quello tedesco dello 0,2%, il Regno Unito cresce dello 0,3%. La morale è chiara: piaccia o meno a Bersani e Santoro, in questo momento l’economia italiana corre più delle altre e sembra avere appena visto il primo vero segnale di ripresa. L’Istat, confermando che a maggio le richieste di cassa integrazione sono rimaste stabili rispetto ad aprile, dà altri motivi per sperare che il peggio sia davvero alle spalle. Mentre il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, si spinge a prevedere per il Pil italiano un balzo dell’1,2% nell’anno in corso. Bersani dovrà mettere da parte la crescita economica e sforzarsi di trovare altri argomenti.

Certo, il governo Berlusconi non può continuare a gratificarsi con il brutto andamento degli altri Paesi europei. Forse lo hanno capito anche i ministri: al premier che chiedeva a Tremonti interventi per lo sviluppo dopo la mazzata della manovra da 25 miliardi, il titolare dell’Economia sembra aver dato finalmente risposta positiva. Lo ha fatto nel suo stile, come sempre: a costo zero per le casse dello Stato. Tremonti, infatti, ieri ha annunciato una «rivoluzione liberale» che non comporta aggravi di spesa, da attuarsi in due mosse: una riforma dell’articolo 41 della Costituzione, per incentivare l’iniziativa privata rendendo «possibile tutto ciò che non è vietato», e la sospensione temporanea dei controlli e delle verifiche per le piccole e medie imprese. Per aprire un’azienda, in sostanza, i requisiti, anziché prima, saranno esaminati dopo che la ditta è stata avviata. Fosse vero, sarebbe un bel taglio ai «lacci e lacciuoli» di cui parlava Guido Carli trent’anni fa. E comunque, per gli amanti delle statistiche, si tratta del primo annuncio liberista fatto dall’interventista Tremonti in questa legislatura.

I motivi per essere scettici sulla realizzazione di questa deregulation non mancano: gli imprenditori che non hanno potuto usufruire delle agevolazioni accuseranno il governo di sottoporli alla “concorrenza sleale” dei nuovi arrivati. Le corporazioni si inalbereranno e qualcuno nella maggioranza si chiederà se, dopo gli statali, è il caso di inimicarsi anche piccoli imprenditori e professionisti. La legge sulle intercettazioni, del resto, insegna che questo governo spesso parte per abbattere le montagne e finisce per arrancare sui tornanti. Però, oltre al taglio della burocrazia, altre scelte a disposizione dell’esecutivo non se ne vedono. Almeno fin quando Tremonti non deciderà che è giunta l’ora di tagliare le tasse.

© Libero. Pubblicato il 5 giugno 2010.

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giovedì, giugno 03, 2010

La solitudine di Tremonti

Fausto Carioti

È nel momento in cui sembra essere diventato l’uomo più potente d’Italia che si scopre quanto è fragile Giulio Tremonti. Il titolare dell’Economia ha scritto la manovra da 25 miliardi passando con i propri cingoli sui piedi degli altri ministri. È la superstar del governo: il Corriere della Sera gli ha appena riservato una di quelle interviste molto lunghe, profonde e assai poco leggibili che di solito sono privilegio delle grandi “riserve della Repubblica”. Le trasmissioni di sinistra fanno a gara per invitarlo. Ultimo caso, il Ballarò di martedì, dove dai curiosi sondaggi di Nando Pagnoncelli è emerso che gli italiani in maggioranza (51%) bocciano la manovra, ma allo stesso tempo assegnano a Tremonti, autore dell’odioso provvedimento, un gradimento del 55%, unico caso di consenso crescente nel centrodestra. Luciana Littizzetto, intanto, lo ha eletto volto presentabile del centrodestra italiano.

Un tripudio. Eppure, mai come adesso, Tremonti è stato inviso alla maggioranza e ai colleghi di governo. Un po’, ovviamente, è colpa proprio dei risultati ottenuti, che suscitano invidie. Lui, però, ci aggiunge del suo, mettendo dietro al suo ego crescente il resto del governo e della coalizione. Berlusconi incluso. A Ballarò, per dire, il ministro ha gongolato dinanzi a quel sondaggio che lo premiava, ma si è guardato bene dal difendere il presidente del Consiglio e l’esecutivo. E questa è stata una delle molle che hanno spinto l’imbufalito Berlusconi ad intervenire in diretta, facendo fare a Tremonti la figura di quello che, lasciato da solo, non sa - o non vuole - battersi per gli amici.

Pure lui si è reso conto di aver sbagliato qualcosa, al punto da ammettere che era stato un errore voler cancellare i finanziamenti a 231 enti culturali senza discuterne con nessuno. Tant’è che, alla fine, i tagli sono stati ridotti e - ciò che più conta - sarà il ministero di Sandro Bondi a decidere su quali enti incidere. Ma è così con tutti. L’altro giorno è sbottato Ignazio La Russa, ministro della Difesa: «I geni della finanza e dell’economia ci lascino carta bianca, noi sappiamo cosa fare meglio di loro». Altri coltivano il rancore in silenzio, sentendosi scavalcati non solo da Tremonti, ma anche dai suoi collaboratori: «Giulio lascia troppo potere ai tecnici del Tesoro. In certi casi addirittura li aizza. E loro se ne approfittano per compiere piccole e grandi vendette», lamenta un esponente del governo.

I nemici di Tremonti, però, confidano che il vento stia per cambiare. Presto la manovra arriverà in Parlamento. Da dove tanti, anche nel PdL, contano di farla uscire ben diversa da come è entrata. È allo studio la richiesta di estendere ad altri dicasteri la soluzione adottata per i Beni culturali, ovvero di affidare ai singoli ministri il compito di decidere dove tagliare nei rispettivi settori, in base al principio per cui ognuno pota le piante nel proprio giardino, a patto che ottenga i risultati previsti. Un progetto condiviso da Berlusconi, il quale ha visto con favore le uscite anti-tremontiane di Bondi e La Russa e ieri ha detto ai suoi che la manovra «è migliorabile in Parlamento».

Anche quanto accaduto ieri pomeriggio a palazzo Grazioli fa riflettere. Tremonti si è presentato verso l’una ed è uscito due ore e mezza dopo. L’incontro con il Cavaliere, però, è durato poco più di mezz’ora. Berlusconi, infatti, aveva altra compagnia a pranzo. Tremonti ha dovuto vedersela con Gianni Letta e solo dopo ha potuto discutere con il premier di quanto accaduto a Ballarò e della manovra, sulla quale il Cavaliere si è limitato a dire che il saldo finale dovrà restare invariato: non la rassicurazione completa che il ministro cercava, insomma. Berlusconi, del resto, comincia a vedere Tremonti come il candidato premier dei poteri forti, e trova nell’attenzione che gli dedica il Corriere della Sera la conferma a certi sospetti. Dalla propria parte il premier crede di poter avere il governatore di Bankitalia, Mario Draghi, che lunedì ha chiesto di ridurre le tasse e di varare provvedimenti per lo sviluppo. Messaggio rivolto innanzitutto a Tremonti. Berlusconi - raccontano -ha molto gradito anche questo.

© Libero. Pubblicato il 3 giugno 2010.

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martedì, giugno 01, 2010

Lo strappo istituzionale

di Fausto Carioti

Ci vuole un fisico bestiale e chissà se Silvio Berlusconi ce l’ha ancora. Il premier ha archiviato da poche ore la pratica della manovra con la sospiratissima firma di Giorgio Napolitano. Ha appena incassato una promozione dal governatore Mario Draghi, sia per quanto fatto in politica economica negli ultimi due anni, sia per la manovra appena varata, perché «nelle nuove condizioni di mercato era inevitabile agire». Insomma, tutto pare promettere bene. Anche gli scontri istituzionali sembrano alle spalle. Ma è una sensazione che dura poco. A cancellarla ci pensa Gianfranco Fini. A metà pomeriggio, il presidente della Camera interviene per esprimere «dubbi sul testo al Senato del disegno di legge sulle intercettazioni»: la norma transitoria, inserita per rendere applicabile il provvedimento ai processi in corso, secondo Fini «è in contrasto con il principio di ragionevolezza». Concetto col quale si può concordare o meno. Però non ci sono dubbi che, nella commedia di questa legislatura, Fini si diverta sempre più a coprire due ruoli diversissimi tra loro: da un lato alta figura istituzionale, dall’altro capo di una corrente minoritaria del PdL.

Non è la prima volta che Fini li mette in corto circuito. Nell’agosto scorso assicurò che avrebbe fatto «il possibile per correggere alla Camera» il disegno di legge sul testamento biologico, perché così com’era non gli andava bene. A che titolo parlava, come presidente di Montecitorio, carica super partes, o come capo dell’area laicista del PdL? Come ambedue le cose, è evidente. Da lì, l’equivoco è proseguito.

Ieri, però, il presidente della Camera si è spinto oltre: ha messo il becco nelle faccende dell’altro ramo del Parlamento, dove si trova il disegno di legge sulle intercettazioni. È uno strappo grave nei confronti della prassi costituzionale, secondo cui le due Camere hanno pari dignità e sono autonome l’una dall’altra. Schifani, racconta chi era con lui quando ha letto l’attacco di Fini, non è riuscito a trattenere la rabbia. «Intanto perché il presidente della Camera ha dato giudizi sui lavori del Senato, compiendo un’interferenza pesante», raccontano da palazzo Madama. «E poi, a rendere il suo gesto ancora più grave, c’è il fatto che il Senato non si era ancora pronunciato sul disegno di legge». Le dichiarazioni di Fini, infatti, sono uscite a lavori in corso, e per i senatori della maggioranza sapere che quello che stavano facendo sarebbe stato smontato dal presidente della Camera è stato un oltraggio istituzionale.

A complicare ancora di più i rapporti tra i due presidenti, il fatto che la sortita sia arrivata proprio nel momento in cui Schifani stava tessendo un’opera di mediazione parlamentare con l’opposizione. Un sabotaggio vero e proprio, insomma, anche se i berlusconiani preferiscono definirla «una bomba a orologeria, un’uscita a gamba tesa fatta nel modo peggiore e nel momento peggiore». Nonché «un tradimento», giacché nei giorni scorsi, quando il plenipotenziario del premier Niccolò Ghedini era andato a trattare sulla legge con Fini, costui non gli aveva fatto presagire nulla delle sue intenzioni. Difficile, insomma, dare torto al forzista Gaetano Quagliariello quando chiede a Fini di «superare il conflitto d’interessi che deriva dal suo doppio ruolo». Che non è una richiesta di dimissioni, come piace leggerla al Pd per gettare benzina sul fuoco della maggioranza, ma l’invito a smettere di coprire due ruoli incompatibili. Invito che però Fini, come scriverà oggi il Secolo (e non è che ci fossero dubbi), non ha alcuna intenzione di accettare.

A questo punto, per la rottura del PdL, non è questione di «se», ma di «quando». Berlusconi in questo momento già se la deve vedere con la Lega che chiede l’attuazione immediata del federalismo (auguri), con la speculazione internazionale sulla tenuta dei conti pubblici, con Tremonti che non vuole tagliare le tasse. Tutti temi più importanti, agli occhi degli elettori, della legge sulle intercettazioni, e Fini lo sa benissimo. Per questo, nonostante tutto, alla fine è probabile che uno straccio di accordo tra i due salti fuori. «Ma è chiaro», spiega un forzista vicino al premier, «che ormai con Fini abbiamo passato il punto di non ritorno. Ora è evidente a tutti perché riteniamo incompatibili i suoi due ruoli. Quello che ha appena fatto rappresenta un nuovo passo, decisivo, verso il divorzio».

© Libero. Pubblicato il 1 giugno 2010.

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