venerdì, maggio 28, 2010

Lo scettro dell'anti-politica passa di mano

di Fausto Carioti

Il mondo alla rovescia. Silvio Berlusconi era abituato ad apparire davanti alla platea di Confindustria con indosso i panni nei quali si muove meglio: quelli dell’antipolitico, dell’uomo del fare insofferente dei bizantinismi. A Vicenza, in una performance diventata oggetto di culto sul web, fece vendemmia di applausi e consensi spronando gli imprenditori: «Veniamo un po’ meno in Confindustria, rimaniamo in azienda a lavorare». Notare la prima persona plurale: perché lui è come loro (nel senso che lui è migliore, e visti i fatturati è difficile dargli torto), uno che conosce i mercati e i clienti, e che se solo potesse far marciare il governo e la maggioranza come i suoi consigli d’amministrazione avremmo tutti il reddito pro-capite del Lussemburgo. Un’altra epoca. Ieri, nell’assemblea annuale di Confindustria, Berlusconi si è trovato nel ruolo opposto, trasformato nella sua nemesi storica: il politico di professione, che non riesce a fare ciò che vorrebbe per colpa della congiuntura, della speculazione finanziaria, dei cavilli parlamentari. Quasi costretto a giustificarsi davanti agli imprenditori per non aver potuto lanciare alcuna riforma per lo sviluppo, cioè per non essere ancora riuscito a tagliare le tasse. Lo scettro dell’antipolitica, poco prima, gliel’aveva rubato Emma Marcegaglia. Assieme agli applausi degli imprenditori.

La presidente di Confindustria si è presentata determinatissima a prendere le distanze dal governo. Nei limiti del possibile, s’intende, perché poi la manovra varata dall’esecutivo agli imprenditori va benissimo, e per capirlo basta sfogliare il Sole-24 Ore, il quotidiano della casa. Però quello che altri giornali hanno scritto sulla Marcegaglia ha lasciato il segno, soprattutto su di lei. L’accusa di «collateralismo», di eccessiva contiguità col governo, le piove addosso da molte parti, anche da personaggi che a viale dell’Astronomia sono di casa. Uno di questi è Massimo Calearo, ex presidente di Federmeccanica, entrato in politica con Walter Veltroni e poi passato nell’Api di Francesco Rutelli. Pochi giorni fa Calearo l’ha attaccata con un’intervista in cui sostiene che l’associazione di viale dell’Astronomia «è inginocchiata davanti al governo» e che «sono molti, in questo momento, a lamentarsi della poca indipendenza di Confindustria». Per di più, l’intervista era apparsa sul Mondo, settimanale del gruppo Rcs, i cui azionisti in Confindustria non sono proprio degli outsider. Stesso discorso, una settimana prima, sull’Espresso, in un articolo al curaro: «Fin dalla sua nomina Emma Marcegaglia ha deciso di puntare tutto su Silvio Berlusconi». Risultato: «Non ha incassato niente dal governo. E ora tra gli imprenditori tira aria di rivolta».

Esagerazioni maligne, per carità. Ma simili attacchi sono campanelli d’allarme, non si può fare finta di niente. «Emma», racconta a Libero una fonte confindustriale, «in questi giorni si è sentita sotto assedio. Così ha dovuto essere fredda nei confronti di Berlusconi, prendere le distanze dal governo». Già mercoledì, durante l’assemblea privata che l’ha confermata in carica per la seconda metà del mandato, la figlia di Steno Marcegaglia aveva assicurato che non è più tempo di pappa e ciccia con il Cavaliere. «In questi giorni sono stata oggetto di attacchi ingiuriosi, costruiti su notizie false, prive di chiara provenienza», aveva detto all’assise degli imprenditori. Promettendo: «Fino all’ultimo giorno io sarò con voi per l’indipendenza della nostra istituzione e per la sua difesa». In parole povere, un impegno a distanziarsi dal governo, assai apprezzato dall’“ala sinistra” di Confindustria, quella dell’ex presidente Luigi Abete. Il quale, in cambio, ha chiesto agli associati di sollevare critiche «in maniera trasparente, dentro agli organismi dell’associazione piuttosto che sulle pagine dei giornali». Un patto di non belligeranza, insomma, o qualcosa che gli assomiglia molto.

Il risultato, ieri nell’auditorium del Parco della Musica, è stato un discorso che non avrebbe stonato sulla bocca di Beppe Grillo. Il numero uno degli imprenditori ha attaccato la politica sprecona «che in Italia dà occupazione a troppa gente ed è l’unico settore che non conosce crisi né cassa integrazione». La manovra di Berlusconi, in questa direzione, ha fatto poco: «Sacrosanta, ma è solo l’inizio». La Marcegaglia ha anche messo in guarda dal federalismo, che è come dire il patto che unisce Umberto Bossi al premier: «O il federalismo riduce sprechi e inefficienze, o non ci interessa». E ha invocato le forbici su buste paga e costi della politica: «È arrivato il momento nel quale i politici italiani, dal parlamento giù giù sino all’ultima comunità montana, taglino i propri stipendi e le dotazioni per le loro segreterie e collaboratori».

Manco a dirlo, sono stati proprio questi passaggi “anti-casta” quelli in cui «Emma» ha ottenuto il maggior numero di applausi dalla platea in grisaglia. La quale, certo, non è stata ostile al Cavaliere. Ma il feeling tra lui e i suoi “colleghi del fare” ha visto giorni migliori.

© Libero. Pubblicato il 28 maggio 2010.

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giovedì, maggio 27, 2010

Aridatece Berlusconi

di Fausto Carioti

A questo punto devono dircelo: ma Silvio Berlusconi, quello vero, dove lo hanno messo? E quando ce lo restituiscono? Quello che è apparso ieri sera accanto a Giulio Tremonti per spiegare le ragioni della manovra finanziaria, più che l’unico premier europeo col vento in poppa sembrava un sottosegretario interinale all’Economia, un cultore della scienza triste che nulla aveva in comune col bombastico presidente del consiglio eletto dagli italiani.

Dopo aver discusso la manovra in privato, anche in modo molto duro, quando questa è stata varata Berlusconi si è assunto con responsabilità il compito di “venderla” agli italiani, di presentarla come il male minore. E l’intervento da 24 miliardi di euro preparato dal governo forse è davvero quanto di meno peggio potesse capitare ai contribuenti. Eppure stavolta il grande venditore fallisce la missione, forse perché non crede nel prodotto (che è la prima regola per avere successo, come spiegò lui stesso a Mike Bongiorno quando lo convinse a fare le televendite su Canale 5).

Seduto davanti ai giornalisti a palazzo Chigi, il Cavaliere non indossa la solita faccia. Non ride, manco sorride, non sfodera nemmeno una barzelletta. Non è lui, è il suo clone depresso, che si è consegnato nelle mani di Tremonti. Si capisce che la retorica dei «sacrifici necessari», espressione che pure pronuncia e chiaramente fa scalpore, non gli appartiene. Deve intervenire Tremonti, prendendosela con i soliti giornalisti cattivi che avevano attribuito al solo ministro dell’Economia la paternità del decreto, per dire che «la manovra la fa il presidente del consiglio, non una parte del governo o un singolo ministro». Non ci crede nessuno, almeno non stavolta, però è quello che andava detto. Berlusconi annuisce perché gli tocca farlo. A un certo punto il premier riesce persino a dire che «l’Italia, come la vecchia Europa, sta vivendo al di sopra delle proprie possibilità». E vedere una frase simile spuntare sulla bocca di colui che poche settimane fa invogliava gli italiani a spendere per rimettere in moto l’economia - quello sì che è il suo linguaggio - fa un certo effetto. Pure il consueto appello finale alla fiducia - «perché c’è una ripresa. Non sarà veloce, sarà lenta, ma c’è» - risulta loffio.

Il Berlusconi tremontizzato, quasi commissariato, appiattito sul ministro dell’Economia anche quando costui vara provvedimenti che fanno torcere le budella al Cavaliere, è la vera novità della politica. Non è dato sapere quanto durerà, se giusto il tempo di presentare la medicina agli italiani o fino a quando l’ariaccia che tira sui mercati sarà passata - e in questo caso potrebbero volerci mesi. L’unica cosa certa è che si tratta di un ruolo che non piace al premier, e nemmeno ai suoi.

Scene come quella vista ieri mandano in fibrillazione il popolo berlusconiano, dentro e fuori il Parlamento. Perché difficilmente le partite Iva riusciranno a capire la tracciabilità dei pagamenti sopra ai 5.000 euro, così come gli albergatori escono pazzi all’idea che questo governo applichi un nuovo balzello sui turisti che arrivano nella capitale. Capiscono benissimo, gli ex forzisti, che l’abolizione delle province andrebbe fatta sul serio, mica solo dove la Lega dà il lasciapassare. Subiscono con sempre più malcelato fastidio la tracotanza che fa dire a Umberto Bossi, forte dell’asse con Tremonti, cose tipo «se mi toccano la provincia di Bergamo dobbiamo fare la guerra civile». E temono che una manovra che poggia così tanto sul blocco degli stipendi degli statali regali all’opposizione l’intera categoria per i prossimi decenni.

Sono le stesse contestazioni che l’altro Berlusconi - quello vero - aveva fatto a Tremonti nei giorni scorsi. Ottenendo come risposta una minaccia di dimissioni. Ma perdere un ministro dell’Economia, di questi tempi, equivale ad assegnare un calcio di rigore a porta vuota alla speculazione internazionale, anche ieri additata dal presidente del Consiglio come il vero nemico da sconfiggere: «La speculazione ha posto nel mirino i debiti sovrani, la stabilità dei nostri Bot e Btp, per questo abbiamo deciso di intervenire». E, sempre per questo, Tremonti non si tocca.

Quello inaugurato ieri, però, è un equilibrio instabile. Con un Berlusconi lontano anni luce dal proprio karma, che resta quello del taglio delle tasse sempre e comunque, anche nei momenti di crisi, convinto che solo così possa ripartire davvero l’economia. Con gli ex forzisti, che già non hanno digerito il passaggio al Carroccio di due regioni importanti come Piemonte e Veneto, costretti ad assistere alle esibizioni muscolari di Tremonti e Bossi, e timorosi che queste siano le anticipazioni di quello che accadrà quando Berlusconi passerà la mano, magari proprio all’economista di Sondrio. Con l’elettorato tradizionale del PdL che al Nord potrebbe essere tentato di farsi un giro sul Carroccio, perché da quelle parti sì che sanno come difendere certi interessi. Tutti buoni motivi per cui il presidente del Consiglio deve sperare che la crisi finanziaria sia di breve durata. Prima il Berlusconi vero torna in scena e riprende il comando, meglio è per lui e i suoi.

© Libero. Pubblicato il 27 maggio 2010.

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mercoledì, maggio 26, 2010

La mutazione genetica di Tremonti (e del Pdl)

di Fausto Carioti

Qualcuno avvisi il Pd: il governo ha appena varato una manovra da 24 miliardi di euro, annunciata dallo stesso braccio destro del premier come un intervento zeppo di «sacrifici duri». Ma del principale partito d’opposizione non c’è traccia: oggi l’intera dialettica politica nasce e si consuma all’interno del centrodestra. Pier Luigi Bersani e i suoi, ammesso che davvero esistano e che non siano figuranti messi lì dal Cavaliere per allietare la scena, non hanno ancora capito se devono scendere in piazza con la Cgil di Guglielmo Epifani o limitarsi a fare un po’ di casino ma alla fine, senza darlo troppo a vedere, accogliere l’invito di Giorgio Napolitano a «condividere» la manovra per senso di responsabilità. Probabile che anche stavolta scelgano la terza via, dividendosi e confermando così la loro irrilevanza politica.

Con la manovra di ieri, poi, Silvio Berlusconi ha tolto al Pd uno dei pochi titoli dei quali poteva ancora fregiarsi, più per tradizione che per meriti attuali: quello di essere il “partito del rigore”, il consesso dei custodi dell’ortodossia delle regole europee. Titolo che adesso spetta al sempre più tremontizzato Popolo della Libertà. La mutazione genetica del ministro dell’Economia è ormai giunta a termine: la macchietta incapace di far quadrare i conti che Corrado Guzzanti scherniva in televisione con il suo «povca puttana», l’omino della finanza creativa e del taglio facile delle imposte è diventato, nel bene e nel male, il prosecutore della austera politica economica e fiscale dei Vincenzo Visco (sì, proprio lui) e dei Tommaso Padoa-Schioppa (non a caso quest’ultimo, intervistato dal Fatto, la scorsa settimana ha avuto parole di miele per Tremonti, incoronandolo come suo successore).

Perché adesso il centrosinistra s’indigna, ma la verità è che tanti degli interventi contenuti nella manovra varata ieri sera dal Consiglio non avrebbero sfigurato affatto in una delle finanziarie dell’Ulivo o dell’Unione prodiana. Ad esempio la tracciabilità dei pagamenti ai professionisti e il taglio agli stipendi di ministri e sottosegretari. Con la differenza che il centrodestra, ieri, ha varato provvedimenti, come l’innalzamento rapido dell’età pensionabile delle dipendenti statali a 65 anni e il taglio drastico alle consulenze degli amministrazioni pubbliche, che il centrosinistra, preoccupato di mantenere le proprie clientele, non avrebbe mai firmato. E difficilmente Romano Prodi o Massimo D’Alema avrebbero avuto il coraggio di chiudere il rubinetto dei finanziamenti pubblici al museo storico della Liberazione, al Meeting per l’Amicizia tra i popoli e alle fondazioni intestate ad Alcide De Gasperi o allo stesso Bettino Craxi.

Certo, il centrosinistra aveva il vizietto di mettere le mani nelle saccocce altrui. Cosa che il governo Berlusconi, anche stavolta, non ha fatto. Ma il risultato non cambia di molto: la manovra ha dato nuove responsabilità alle regioni e agli enti locali, col risultato che presto molti tra questi avranno la necessità di introdurre nuovi balzelli o di aumentare quelli esistenti (e a questo punto, grazie alla manovra, disporranno pure dell’alibi per farlo).

Il risultato è che, alla fine, tutto convive dentro Berlusconi e il suo governo. La linea del rigore europeista, appunto, ormai magnificamente incarnata da Tremonti. «Ma anche», come diceva Maurizio Crozza imitando Walter Veltroni (Berlusconi gli ha scippato pure questo), l’impegno a tagliare le tasse e rilanciare consumi e investimenti appena la congiuntura lo renderà possibile, e comunque entro la fine della legislatura, che è la promessa su cui il Cavaliere basa la sua esistenza politica. Il fondo da 200 milioni annui per finanziare Roma capitale, che poi è quello che chiedeva il sindaco ex aennino Gianni Alemanno. Ma anche il pedaggio sul Raccordo anulare, nuove tasse di soggiorno per i turisti a Roma, l’aumento delle bollette elettriche sulle rive del Tevere e il blocco dei salari dei ministeriali: tutte misure sgradite agli abitanti della città, ritenute però necessarie per rimettere in equilibrio i conti del Campidoglio e renderli indipendenti dai “regali” del Nord. C’è il condono edilizio, ma accanto a questo figurano nuove norme sull’accertamento fiscale, che incentivano i Comuni a stanare gli evasori. Alla fine del giro nemmeno la Lega può dire di esserne uscita indenne, se è vero che la mannaia della manovra taglia le province al di sotto dei 220mila abitanti.

Così la manovra “lacrime e sangue” non lascia alla sinistra e al Pd molto cui aggrapparsi, al di fuori di un generico appello al normale malcontento che segue un intervento tanto duro. Anzi, l’opposizione ha un argomento in meno, quello del rigore in nome della stabilità europea, da poter sbandierare. Un tema che oggi è monopolio di Berlusconi e che molti elettori dimostrano persino di apprezzare, se è vero il sondaggio dell’Istituto Crespi secondo il quale la maggioranza degli italiani avrebbe addirittura voluto tagli ancora più drastici. Tanto, in tempi di crisi internazionale, può la paura.

© Libero. Pubblicato il 26 maggio 2010.

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domenica, maggio 23, 2010

I soldi si trovano, ma è la fiducia che manca

di Fausto Carioti

Il consenso c’è: lo si è visto alle elezioni regionali e - nonostante tutto quello che è successo - lo confermano i sondaggi. I soldi scarseggiano e sono già motivo di scontro, ma quelli, in un modo o nell’altro, alla fine saltano sempre fuori. E comunque l’assenza di un’opposizione degna di questo nome consente a chi governa margini di errore amplissimi. Il problema vero, per la maggioranza, è che manca l’ingrediente più importante: la fiducia tra i suoi leader. Senza la quale non si può fare nulla, nemmeno proseguire la legislatura. Il gelo tra il premier e Gianfranco Fini è solo l’esempio più visibile, e nemmeno il più pericoloso.

Assai più rischioso, in questo momento, è il fronte tra Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti. In discussione non c’è la linea del rigore, che è stata apprezzata da Bruxelles e ha dato modo al presidente del Consiglio di farsi bello con il lavoro del suo ministro. Il punto, semmai, è come attuarlo, questo rigore. Il Cavaliere, racconta un alto esponente del suo partito, «si sente messo all’angolo da Tremonti. Per lui è innanzitutto una questione di identità: sente che stavolta, con la manovra di Tremonti, può finire per sempre la sua connotazione liberista, che l’accompagna dal 1994». Per essere chiari: provvedimenti quali la tracciabilità dei pagamenti rischiano di passare come una vessazione nei confronti dei professionisti, tradizionale bacino elettorale del centrodestra, e non fanno parte della cultura di Berlusconi. «Cose simili, semmai, era lecito aspettarsele da Vincenzo Visco», mugugna un deputato berlusconiano della prima ora.

Al premier non piace nemmeno il progetto di intervenire sulle buste paga degli statali, e in questo - per una volta - si trova a pensarla come Fini. Sia perché così si perdono consensi, sia perché il taglio degli stipendi dei dirigenti pubblici rischia di essere bocciato dalla Corte costituzionale. Le perplessità del premier celano il sospetto che Tremonti stia lavorando per Umberto Bossi, preparando una manovra più dura del dovuto per mettere fieno in cascina in vista dell’avvio del federalismo fiscale, che - almeno in fase di partenza - rappresenta un’incognita per le casse pubbliche. Così, quando Berlusconi ieri ha detto che la manovra «non aumenterà le tasse» né toccherà «la sanità, le pensioni, la scuola e l’università», parlava ai suoi elettori, ma in realtà fissava i paletti per l’azione del ministro.

Pure la Lega vede le sue scorte di fiducia esaurirsi. L’altro giorno Bossi, dicendosi «molto preoccupato» per il federalismo, ha espresso un pensiero che è di molti esponenti del Carroccio. Anche perché i ministri del PdL intendono vederci chiaro. Per tutti loro, berlusconiani e finiani, ha già parlato Renato Brunetta: «Se qualcuno mi dice che il federalismo costa, io dico meglio non farlo». La Lega inizia a guardare con il fiato sospeso anche le mosse di Tremonti: finora il ministro ha mostrato di mettere il rigore prima di tutto. Lo metterà anche prima del federalismo? Perché se la risposta è «sì», per vedere realizzato il federalismo fiscale si dovrà aspettare la ripresa economica. Insomma, si rischiano tempi ben più lunghi di quelli previsti da Bossi. Il quale, intanto, ieri ha ammesso che i conti della manovra faticano a tornare: «Ci incontreremo sia con Berlusconi sia con Tremonti, perché non è che tutte le cose siano chiare».

A conferma del fatto che in questa fase il problema più grave non è la convivenza tra Berlusconi e Fini, c’è la richiesta, presentata dal ministro finiano Andrea Ronchi, di «condividere» la manovra con le parti sociali e discuterla all’interno dello stesso PdL. Tradotto: Tremonti si scordi di fare tutto da solo. Lui, ovviamente, non ha alcuna voglia di sottoporsi a un tale esame. La stessa richiesta, peraltro, era stata avanzata dai forzisti durante l’ultimo consiglio dei ministri. Racconta una fonte di governo che da anni è vicina a Berlusconi : «Tra noi e i finiani c’è la convinzione unanime che la manovra debba essere discussa con le parti sociali, con i gruppi parlamentari, con i partiti della coalizione e in particolare con il PdL». Tremonti ha risposto che non c’è tempo per fare tutti questi giri, ma il resto del partito non la pensa allo stesso modo. Prosegue la fonte: «La situazione è delicata, ma non c’è alcuna urgenza. C’è tempo sino al prossimo appuntamento europeo, che sarà il vertice Ecofin del 7 giugno. Quindi va bene il rigore invocato da Tremonti, ma drammatizzare è sbagliato. Anche perché l’economia reale inizia ad andare bene».

In un colloquio teso che ha avuto l’altra sera davanti a Berlusconi e Gianni Letta, Tremonti è tornato a ventilare l’ipotesi di dimettersi se le cose non andranno come chiede lui. L’unico risultato che ha ottenuto, raccontano, è stato quello di accrescere la diffidenza di Berlusconi: dopo gli americani che entrano a gamba tesa sulla legge sulle intercettazioni, Giorgio Napolitano che gli intima di non varare più decreti «troppo eterogenei», Fini che è quello che è e i magistrati che fanno quello che fanno, il premier adesso vuole evitare di aggiungere il nome del ministro dell’Economia alla lunga lista dei suoi nemici.

© Libero. Pubblicato il 23 maggio 2010.

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sabato, maggio 22, 2010

Asse Obama-Napolitano sulle intercettazioni

di Fausto Carioti

La lotta alla mafia è senza dubbio importante, ma per gli Stati Uniti quella al terrorismo lo è ancora di più. Ed è innanzitutto a questa che pensava ieri Lanny A. Breuer, sottosegretario del Dipartimento penale americano, quando, parlando in una conferenza stampa all’ambasciata di via Veneto, ha detto: «Non vorremmo mai che succedesse qualcosa che impedisse ai magistrati italiani di fare l’ottimo lavoro svolto finora. Le intercettazioni sono uno strumento essenziale per le indagini». Uno stop che più chiaro non si può alla legge messa in cantiere dal governo Berlusconi, al quale poco o nulla toglie la precisazione di rito fatta in serata dallo stesso Breuer: «Non spetta a me entrare nel merito di decisioni politiche o giudiziarie riguardanti l’Italia».

Proprio le divergenze di opinioni su questa norma tra l’esecutivo di Washington e quello di Roma stanno rafforzando i rapporti che legano Barack Obama a Giorgio Napolitano. Del resto, non da oggi, la Casa Bianca ritiene il presidente della Repubblica un interlocutore più in sintonia con i desideri americani di quanto non lo sia il Cavaliere. Motivo che ha spinto Obama a chiedere un incontro, organizzato in tempi da record: il 17 maggio, subito dopo aver accettato l’invito del presidente americano, Napolitano ha annunciato che si recherà a Washington il 25 maggio, per una visita-lampo. A rendere la prassi ancora più insolita c’è il fatto che il presidente americano sia piuttosto parco nel concedere visite ai leader europei, ma Napolitano, evidentemente, rappresenta l’eccezione. In rappresentanza dell’esecutivo, ad ogni buon conto, sarà con lui il ministro degli Esteri, Franco Frattini.

Dunque, anche se agli occhi del governo Berlusconi e di tanti italiani quello compiuto ieri da Breuer è un intervento a gamba tesa negli affari interni di un Paese alleato, per gli americani ancora una volta tutto, o quasi, si spiega con la lotta al terrorismo, che a Washington ritengono sia affare di loro competenza più o meno esclusiva. Appelli come quello lanciato nei giorni scorsi dal procuratore aggiunto di Milano Armando Spataro, secondo il quale «se passasse la legge sulle intercettazioni sarebbero a rischio anche le indagini sul terrorismo internazionale», poiché spesso queste iniziano da «reati secondari, come l’immigrazione clandestina e la falsificazione di documenti», non sono passati inosservati. Specie a quei settori dell’intelligence americana che hanno bisogno che nel Paese al centro del Mediterraneo i controlli telefonici continuino ad essere fatti ad ampio raggio e con grande discrezionalità. E l’amministrazione Obama, al pari di quella che l’ha preceduta, fa presto a tradurre questi allarmi in una questione politica di primo livello.

Il fatto che ieri Breuer abbia preferito parlare di lotta alla mafia, anziché di lotta al terrorismo, può spiegarsi anche con la volontà di evitare ricordi imbarazzanti: l’ultima volta che gli Stati Uniti si sono occupati di contrasto al terrorismo in Italia fu quando agenti della Cia rapirono l’imam egiziano Abu Omar, e sappiamo come andò a finire.

La richiesta di cambiare la legge sulle intercettazioni, prima di diventare pubblica, era stata avanzata dall’amministrazione americana in modo riservato. Ad esempio durante il pranzo che la scorsa settimana l’ambasciatore a Roma, David H. Thorne, ha avuto con il ministro dell’Interno, Roberto Maroni. O nei tanti colloqui che i rappresentanti diplomatici di Washington hanno avuto con esponenti dell’esecutivo e del PdL, incluso lo stesso sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta. Però manca, agli occhi del Dipartimento di Stato e della stessa Casa Bianca, un interlocutore affidabile, capace di garantire che certe operazioni vadano a buon fine, o quantomeno in grado di dare una risposta chiara e definitiva. Lo stesso Gianfranco Fini, che i suoi amano dipingere come il nuovo oggetto delle brame di Washington, sempre in cerca di leader “emergenti” su cui puntare, in realtà oltre oceano non è visto come un cavallo vincente.

Napolitano, invece, unisce alla sua autorità un feeling eccellente con Obama. Sulla legge per regolare le intercettazioni c’è piena identità di vedute: più volte il presidente della Repubblica italiano è intervenuto nel dibattito per chiedere «regole condivise» e «senso della misura». Appello rivolto a tutte le parti, ma in primis a governo e maggioranza. E a livello personale i suoi rapporti con Obama sono idilliaci. Non da oggi: lo scorso luglio il Times di Londra, nelle cronache del G8 abruzzese, riportava che «Barack Obama si è lanciato in un copioso elogio per un grande leader nazionale, che ha l’ammirazione di tutto il popolo italiano. Obama non parlava di Silvio Berlusconi, ma del Capo dello Stato Giorgio Napolitano».

Normale che il Cavaliere non sia entusiasta di questo rapporto privilegiato. E la notizia dell’imminente trasvolata oceanica del presidente della Repubblica non ha migliorato il suo umore. Gli sherpa diplomatici gli hanno spiegato le motivazioni protocollari, prima tra tutte il fatto che il presidente degli Stati Uniti è capo di Stato e quindi è preferibile che abbia incontri con i propri omologhi, come Napolitano. Ma, a quanto raccontano, sono argomentazioni che non hanno persuaso Berlusconi.

© Libero. Pubblicato il 22 maggio 2010.

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giovedì, maggio 20, 2010

Santoro, ovvero la perdita dell'innocenza

di Fausto Carioti

Anime belle, creaturine innocenti che il giovedì sera si mettevano lì, davanti al televisore, come nemmeno le suore filippine dinanzi a Ratzinger che legge il Vangelo: ma ci credevate sul serio? Davvero pensavate che quello fosse diverso, fatto di una pasta distinta da quella di noialtri (e voialtri) mortali, immune all’avidità e alla vigliaccheria? Eravate convinti che uno al quale mettono in mano una buonuscita da tre milioni di euro, o quanti ne sono, magari di più, ci avrebbe sputato sopra solo per la bella faccia vostra, che nemmeno vi ha mai visto?

Perché a leggere quello che avete scritto dopo che Michele Santoro ha siglato il patto col diavolo, facendosi pagare per chiudere Annozero, pare proprio di sì. Su Internet, sui blog, sulla pagina Facebook che il soldato giapponese Sandro Ruotolo continua ad aggiornare dalla giungla: ovunque lasciate traccia del vostro sconcerto. «Michele mi hai deluso, lasceremo l’Italia in balia di Minzolini e di false verità». «Ora almeno investi il vile denaro nelle tue idee. Lo devi a te stesso e a tutti quelli che ti hanno seguito». «Ogni giovedì sera, dopo una giornata di merda a farmi in quattro a spiegare ai miei compagni che Berlusconi è un maiale, vedevo Annozero e non mi sentivo più il solo combattente di una guerra occultata». «Ti prego non ci abbandonare, per me Annozero è religione». Essì, fate tanto i laici, ma adesso sembrate quei poveri gonzi che per anni hanno portato i soldi al guru indiano, finché un giorno aprono i giornali e scoprono che l’asceta ci si è comprato una villa a Bel Air, con piscina e attricette in perizoma incluse.

Eppure, insomma, il suo curriculum lo conoscevamo un po’ tutti. Sappiamo che ha lavorato a Mediaset, e che i soldi del «maiale» a lui e ai suoi non hanno mai fatto schifo, anzi. Sappiamo pure che quando gli è servito non ci ha pensato due volte a mettersi sotto un comodo ombrello da eurodeputato diessino, senza lasciare in Europa alcuna traccia di sé che non fossero i bonifici intestati sul suo conto dal Parlamento europeo. Eppure ogni volta gliel’avete perdonata, ogni volta avete trovato un alibi, più per voi stessi che per lui. Vi siete autoconvinti che in fondo era entrato in Mediaset per «destrutturare il Biscione», «combattere il nemico dall’interno» e queste robe qua. Vi eravate bevuti la storia che fosse davvero andato a Strasburgo per cambiare il mondo. Certo, sì, stavolta è un po’ più dura.

Anche perché è chiaro che mamma e papà non vi avevano detto nulla, e che questa è la vostra perdita dell’innocenza, il passaggio all’età adulta, magari un po’ tardivo ma pazienza, meglio tardi che mai («Ormai hai vent’anni, è tempo che tu sappia di chi sei figlio», diceva Alberto Sordi in un film del ’54). Proprio per questo, però, non prendetevela con Santoro: ringraziatelo. Fate tesoro del suo insegnamento: di tutte le cose che vi ha detto in questi anni, la più grande lezione di vita che vi ha dato è il modo con cui ha intascato i soldi della Rai berlusconiana per andarsene, raccontando a voialtri di «aver agito ancora una volta nell’interesse del pubblico». E già che ci siete, cogliete l’occasione per iniziare a conoscere voi stessi: prima di accusarlo di ipocrisia, pensate a quello che avreste fatto voi al suo posto, con quell’assegno davanti. Magari scoprirete che l’ipocrita Santoro è in buona compagnia.

© Libero. Pubblicato il 20 maggio 2010.

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mercoledì, maggio 19, 2010

Torna il "fisco etico"

di Fausto Carioti

Nel bel mezzo della più grave crisi finanziaria che l’Europa ricordi, Pier Luigi Bersani pensa bene di andarsene a Pechino per incontrare un tale He Guokiang, membro della segreteria nazionale del Partito comunista cinese. Il segretario del Pd arriverà in Cina il 23 maggio e ci resterà per cinque giorni, nella certezza che in Italia nessuno si accorgerà della sua assenza. Infatti, ora che c’è, nessuno si accorge della sua presenza. Il Pd non ha ancora deciso se dire sì o no al federalismo demaniale, che si voterà oggi, e già che c’è deve anche mettersi d’accordo con se stesso su cosa fare con la manovra correttiva da 27 miliardi che il governo porterà presto in Parlamento, e che il Pd è tentato di condividere per senso di responsabilità, ma anche no. Quanto a proporre qualcosa di autonomo su come raddrizzare i conti pubblici, fosse mai: se Bersani lo facesse, si scoprirebbe che metà del Pd dissente. Meglio la Cina, decisamente.

Il che, però, apre un buco, anzi una voragine a sinistra. Chi presidia la trincea attorno alla moneta unica, voluta dai padri dell’Ulivo? Chi difende i pensionati e gli altri poveri cristi minacciati dalla crisi dell’euro? Chi se la prende con i mandarini e i ricchi grand commis di Stato? Chi taglia le buste paga dei politicanti al potere? Chi dà la caccia agli evasori? Chi assicura che i ministri presi con il sorcio in bocca non la faranno franca? Chi manda il messaggio che in momenti come questo è immorale spendere milioni di euro per una squadra di calcio? Tranquilli. Convinto - da bravo imprenditore attento alla ottimizzazione delle risorse - che nessuno spazio politico debba restare libero, Berlusconi ha trovato la soluzione: ci pensano lui e il suo governo, a fare la sinistra. Meno male che il compagno Silvio c’è.

Il Berlusconi che ostenta la ricchezza e sdogana il profitto, quello che difende chi non paga le tasse perché «se lo Stato ti chiede il 50-60% di ciò che guadagni, ti senti un po’ giustificato a mettere in atto procedure di elusione e a volte anche di evasione», sono reperti del Giurassico. Giacciono sepolti sotto metri di terra, e chissà mai se torneranno alla luce. Il Berlusconi di oggi manda avanti Giulio Tremonti a dire che quella in arrivo sarà «una manovra etica», della quale dovranno preoccuparsi solo «i falsi invalidi e i veri evasori». Dove il «fisco etico», usato come strumento di educazione della società, qui alla sua prima apparizione ufficiale nel vocabolario del berlusconismo, è una novità che può produrre crampi allo stomaco dei superstiti della prima ora, i forzisti liberisti del ’94, allievi di Sergio Ricossa.

Il Berlusconi del 2010, anno della crisi che minaccia di travolgere l’euro, è quello che ha varato la linea dura contro Claudio Scajola e gli altri sospettati di corruzione e ora sta pensando di rivolgersi alla nazione, col cuore in mano, per appellarsi al senso di responsabilità di tutti gli italiani: tutti saranno chiamati a stringere un po’ la cinghia, ma ai deboli non sarà levato uno spicciolo. Equo e solidale, il Cavaliere: i primi a pagare saranno quelli della “casta”, pronti per una volta a spennare se stessi. «Ho sentito parlare di tagli agli stipendi dei parlamentari nell’ordine del 5%. Mi viene da sorridere. Per me è solo un aperitivo», ghigna il solito Tremonti. Nessuno stravolgimento, invece, per le pensioni: «Abbiamo il sistema previdenziale più stabile d’Europa».

E anche se ieri ha smentito per l’ennesima volta, non è un segreto che il premier stia valutando l’idea di cedere il Milan. Niente più di un gesto simile darebbe l’idea di quanto sono cambiati, lui e l’Italia. Le campagne acquisti fantamiliardarie, l’ostentazione dei grandi campioni, l’elicottero che atterra al centro del campo e lui che ne esce col sorriso a 32 denti non sono più in sintonia col Paese di oggi. E Berlusconi, da quel grande venditore che è, ciò che passa per la testa dei suoi clienti lo ha capito da un pezzo. Così magari non venderà la squadra nemmeno in questo giro, anche perché mica è facile trovare chi se la compra. Ma cercherà comunque di adeguarsi allo spirito del tempo, metterà il suo karma in linea con quello degli elettori: far quadrare i conti, cavare tutto il possibile da quello che si ha in dispensa. Fare le nozze con i fichi secchi, se serve. Più che far sognare, oggi occorre essere credibili. E si è credibili solo se si è morigerati. Nello sport come nella politica, ammesso che per il Cavaliere si tratti di due cose distinte.

© Libero. Pubblicato il 19 maggio 2010.

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martedì, maggio 18, 2010

Gli stipendi da tagliare

di Fausto Carioti

Gli schiaffoni rimediati in queste settimane dalla classe politica (ieri, per dire, è stato arrestato per corruzione l’ex sindaco di Gallipoli, incidentalmente dalemiano) hanno già prodotto un risultato: gli stipendi di ministri e parlamentari saranno tagliati, almeno del 5%. Troppi politici ansiosi di rifarsi l’immagine, ormai, si sono sbilanciati a prometterlo sull’onda delle inchieste giudiziarie e della crisi finanziaria, e tirarsi indietro sarebbe imbarazzante persino per gli standard cui ci hanno abituati. Se poi un ministro assennato e vicino al premier come Franco Frattini assicura a Libero (nell’intervista pubblicata domenica) che presto la proposta del taglio degli stipendi sarà fatta propria da Silvio Berlusconi, è il caso di prenderlo sul serio. Anche ammesso, però, che le cose vadano davvero così, resta da capire fin dove si debba arrivare. Vanno tagliati pure gli stipendi dei politici locali? E soprattutto: è giusto ridurre anche le buste paga più pingui del settore pubblico, come quelle di magistrati, grand commis e alte cariche dello Stato, incluso lo stesso presidente della Repubblica? Sì.

E non per i risparmi che simili interventi possono produrre. Ma perché nel momento in cui si chiede l’ennesimo sacrificio ai dipendenti pubblici, a chi si prepara ad andare in pensione e a tutti i contribuenti, l’errore peggiore che si potrebbe commettere è confermare l’impressione che l’Italia sia ancora quella raccontata da Giuseppe Prezzolini nel 1921: un Paese diviso tra «furbi» e «fessi», nel quale «se uno paga il biglietto intero in ferrovia, non entra gratis a teatro; non ha un commendatore zio, amico della moglie e potente nella magistratura, nella Pubblica Istruzione ecc.; dichiara all’agente delle imposte il suo vero reddito, questi è un fesso». Che le cose stiano ancora così è fuori discussione, ma se per una volta i furbi evitassero di darlo a vedere, i fessi apprezzerebbero. E buona parte dei furbi, ancora oggi, occupa cariche - non necessariamente elettive - nei livelli alti e medio-alti delle istituzioni. Dove è vero che gli stipendi non raggiungono quasi mai gli standard del settore privato, ma è vero anche che si hanno garanzie non paragonabili a quelle dei posti di lavoro esposti ai rischi del mercato.

Ad esempio: quando Umberto Bossi avverte che anche i magistrati devono «dare una mano», perché il loro stipendio è legato a quello dei parlamentari, dice una cosa di banale buon senso. Ma il sindacato delle toghe gli risponde gridando all’ennesimo «attacco all’indipendenza dei giudici». E perché mai? Gli stipendi dei magistrati variano dai 37.400 ai 122.300 euro lordi. Grazie agli incarichi extragiudiziali, poi, tante toghe riescono a portare a casa cifre più alte. È chiaro, allora, che ai livelli più bassi da raschiare non c’è nulla, ma a quelli più elevati di grasso da togliere ce n’è tanto, e farlo non avrebbe nulla di scandaloso in un momento come questo.

Discorso analogo per gli alti funzionari pubblici. Congelare gli aumenti degli statali, incluso chi guadagna 1.400 euro al mese, come sta pensando di fare il governo, è economicamente insensato e moralmente offensivo se non si accompagna a interventi più drastici su stipendi al top. Come quelli dei dirigenti universitari, che viaggiano sui 97.800 euro l’anno, o dei capi dipartimento dei ministeri (236.300 euro). E non si capisce per quale motivo la Rai, società a capitale pubblico dove i consiglieri d’amministrazione ricevono tra i 195.000 e i 400.000 euro l’anno, debba restare fuori dalla mannaia. Il paragone con i rivali di Mediaset, poi, non giustifica i cachet di certi conduttori, giornalisti e altri volti più o meno noti. Mediaset, infatti, è una società quotata che produce utili, e se non lo fa è un problema dei suoi azionisti; la Rai, invece, ai suoi finanziatori coatti - i contribuenti - non solo non stacca alcuna cedola, ma chiede ogni anno un intervento per coprire l’immancabile buco.

Dire che simili tagli porterebbero in cassa una quota minima dei 27 miliardi che sta cercando il ministro Giulio Tremonti non coglie il punto vero della faccenda. Ovvero che la politica - specie nei momenti di difficoltà - vive anche di simboli, degli esempi che dà ai cittadini. Dicono che Berlusconi l’abbia capita: presto vedremo se è vero. Proprio per questo è importante che dal Quirinale arrivi un segnale chiaro. Se tutta la politica riduce il suo budget del 5%, è giusto che lo stesso accada per il bilancio della presidenza della Repubblica (228 milioni di euro l’anno) e per lo stipendio di Giorgio Napolitano (218.000 euro). E siccome nel governo e in parlamento nessuno ha il coraggio di dirlo chiaro e tondo, ma ci si limita a invocare tagli alle buste paga delle «alte cariche», sarebbe il caso che Napolitano facesse un passo avanti, chiedendo - lui per primo - una simile decurtazione: la sua autorità morale e politica potrebbe rendere l’esempio contagioso.

Quanto alla Lega, che si è fatta portabandiera di questa campagna di moderazione salariale della politica, se davvero non sta realizzando solo un’operazione di facciata, metta subito tra le cose da fare l’abolizione delle province, iniziando da quelle inutili, come si legge nel programma di governo scritto da Berlusconi e accettato da Bossi. Qualche amministratore del Carroccio resterà senza lavoro, ma è anche dal rispetto di simili impegni che si valuta l’appartenenza alla categoria dei «furbi».

© Libero. Pubblicato il 18 maggio 2010.

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sabato, maggio 15, 2010

E Bossi passa al comando

di Fausto Carioti

Di questi tempi il centrodestra ricorda molto quei consigli d’amministrazione nei quali Enrico Cuccia dettava legge pur controllando una quota minima del capitale. «Le azioni si pesano, non si contano», spiegava il dominus di Mediobanca. Sostituendo la grisaglia con la camicia verde, è quello che sta facendo Umberto Bossi dentro la maggioranza: il suo pacchetto di voti sarà pure minoritario, ma oggi pesa tanto da renderlo il vero socio forte. Ruolo in cui Bossi resterà fin quando Silvio Berlusconi non troverà modo di sfilarsi dal pantano in cui le vicende giudiziarie hanno infilato il suo governo e il suo partito.

Le analogie con via Filodrammatici finiscono qui: non essendo cresciuto alla scuola dell’understatement, Bossi esibisce volentieri in pubblico la forza politica di cui dispone. Ieri, per dire, l’iniziativa l’hanno presa in mano lui e i suoi. E sui poveri alleati del PdL ha iniziato a piovere sin dal mattino. Prima, dalle colonne di Repubblica, il sindaco di Verona, Flavio Tosi, ha usato parole dure nei confronti dei vicini di coalizione: «Il presidente del Consiglio dovrebbe avere la determinazione e il coraggio di fare una seria operazione di controllo dei ranghi interni. Soprattutto in alcune aree del Paese, dove queste collusioni sono più presenti». In altri tempi dal PdL sarebbe stata spedita a Tosi una risposta in romanesco verace, traducibile in un accorato invito a occuparsi degli affari del proprio partito. Ma gli alleati sono così sotto schiaffo che gli hanno quasi dato ragione. Anche Luca Zaia, presidente del Veneto, ci ha messo del suo, dicendo di aspettarsi «pulizia totale» da parte di Berlusconi se le indiscrezioni apparse in questi giorni dovessero trovare conferma. Il risultato è che il premier, annunciando «nessuna indulgenza per chi ha sbagliato», dà l’impressione di essere costretto a subire le loro richieste.

E siccome sono tipi svegli e la politica la sanno fare pure se non hanno letto Ralf Dahrendorf e Zygmunt Bauman (anzi, forse proprio per questo), a quelli della Lega è venuta pure l’idea che sarebbe tanto servita al presidente del Consiglio per dare il primo colpo d’ala e staccarsi dal fango: «Tagliare almeno del cinque per cento gli stipendi di ministri e parlamentari». L’ha tirata fuori Roberto Calderoli, ministro per la Semplificazione legislativa. Il leghista ha detto che la proporrà al governo nel momento di scrivere la manovra correttiva, che potrebbe avere un importo superiore ai 25 miliardi previsti e già promette lacrime e sangue. Se Berlusconi è furbo la fa subito sua, spiegando che spetta alla “casta”, soprattutto in un momento come questo, dare il buon esempio e tirare per prima la cinghia (si fa per dire). Ma la fretta e il momento in cui Calderoli se l’è giocata, assieme a mille altri fattori (ad esempio il giudizio favorevole sull’operato della magistratura), fanno capire che la Lega, in questa fase, è interessata più a competere con il PdL, a fregarlo sul tempo e a contendergli elettori, che a collaborare. Segno che l’ipotesi del voto anticipato è presa in seria considerazione dagli uomini di Bossi.

Il Carroccio, del resto, vince comunque. Vince se il governo resiste, perché se l’esecutivo va avanti vuol dire che riesce a mantenere gli impegni presi sul federalismo. Vince se si fa un nuovo governo, perché tutti, anche nell’opposizione, sanno che per crearne uno diverso da questo occorre il lasciapassare della Lega, che ovviamente lo rilascerà alle proprie condizioni. Ne ha dovuto prendere atto persino il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini, che ha legato la realizzazione dell’ipotetico «governo di responsabilità nazionale» da lui caldeggiato alla costruzione del federalismo. La Lega vince pure se si va alle urne, perché è l’unico partito in grado di raccogliere i delusi del PdL e del Pd. Non a caso tutti i sondaggi la premiano, e lo faranno ancora di più se la “questione morale” diventerà dirompente. Così, alla prossima legislatura, che probabilmente avremo già tra un anno, si ritroverà in Parlamento più forte e numerosa di prima, nonché decisiva nella partita per la nomina del presidente della Repubblica.

© Libero. Pubblicato il 15 maggio 2010.

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venerdì, maggio 14, 2010

Se Berlusconi smette di coprire i suoi

di Fausto Carioti

Niente dà l’idea dell’emergenza meglio di Silvio Berlusconi che smette di fare il garantista e annuncia la linea dura nei confronti dei suoi: chi dovesse essere accusato di aver grufolato nella mangiatoia dell’imprenditore Diego Anemone, fuori. Raus, via dal governo e dal PdL. Lui non li coprirà più, Claudio Scajola docet. Questi propositi il premier li ha annunciati durante la cena che ha avuto mercoledì sera con un gruppo di imprenditori amici: non proprio delle anime candide insomma, ma gente che sa come gira il mondo e che magari avrebbe intonato con lui la litania del trappolone ordito dalle toghe rosse. E invece.

Il segnale per i suoi è chiaro: Berlusconi non intende caricarsi sulle spalle il peso delle loro colpe. Già si sente esposto su tanti fronti: il duello eterno con quel rompiscatole di Gianfranco Fini, l’attuazione del federalismo fiscale che scricchiola sotto i colpi della crisi finanziaria e getta incognite sul rapporto con la Lega, la manovra da 25 miliardi (forse più) che entro l’anno dovrà essere varata, i provvedimenti sulla giustizia da approvare in corsa. L’ultima cosa di cui ha bisogno, adesso, è un ministro o un presidente di commissione che gli chiede di tirarlo fuori dai guai perché si è fatto beccare col sorcio in bocca.

Racconta un senatore forzista che gli ha parlato da poco: «Berlusconi è amareggiato. Anzi, diciamo pure che è estremamente incazzato, ed è chiaro che se dice queste cose è perché è a conoscenza di altri fatti. È preoccupato dalle reazioni della gente: per tanti elettori, è meglio intascare una tangente che farsi regalare una casa». E se invece di un sorcio si tratta di un topolino, non è una scusante. Anzi. «Berlusconi la vede così: “Ho fatto in modo che questi facessero i parlamentari o avessero un posto nel governo, tanto da guadagnare ventimila euro al mese. Ma che bisogno avevano di farsi fare gratis lavoretti alle finestre o alle mansarde, che avrebbero pagato sì e no 10mila euro?”». Ragionamento impeccabile.

Pure la decisione di prendere tempo per sostituire Scajola alla guida del ministero dello Sviluppo Economico è dovuta alle preoccupazioni del premier. Perché una cosa è dover rimpiazzare un ministro solo; un’altra doverne nominare due o tre, nel caso in cui ulteriori ministri - come si vocifera da giorni - dovessero cadere sotto la mannaia di qualche procura. Nel secondo caso, infatti, si dovrebbe mettere mano a un vero e proprio rimpasto di governo, se non addirittura alla nascita di un nuovo esecutivo e magari a un allargamento della maggioranza.

Nell’ipotesi migliore, ci sarebbe comunque da accontentare i crescenti appetiti del Carroccio. Dove le parole di Umberto Bossi, più che tranquillizzare, inquietano: «Finché ci siamo io, la Lega e Tremonti, il governo non lo buttano giù». Ma figuriamoci se Berlusconi può digerire l’idea di restare al governo sotto la tutela di Tremonti, Bossi o chiunque altro. Lo stesso Fini, quando - parlando da capo-corrente - annuncia che i suoi non faranno imboscate al governo, suona minaccioso: «Certo che non intende far cadere l’esecutivo», commenta un sottosegretario ex An passato con Berlusconi, «il suo obiettivo è cuocerci tutti a fuoco lento...». Nessuno, comunque, crede che il faccia a faccia tra Berlusconi e Fini, ammesso che mai si faccia, possa ricomporre la frattura tra i due.

Per questo tutti stanno cercando una via d’uscita, che al momento non si vede. L’incertezza è tale che assume una qualche consistenza persino il fumosissimo «governo di responsabilità nazionale» evocato nei giorni scorsi da Pier Ferdinando Casini. L’ipotesi, bocciata in fretta e furia negli ambienti berlusconiani, in queste ore è oggetto di attenta rivalutazione. Il deputato azzurro Osvaldo Napoli, che dapprima aveva etichettato il progetto casiniano come espressione di «una deriva nostalgica per una politica fatta di alchimie che nascono nel chiuso di laboratori e lontano dai problemi dei cittadini», ieri ha usato toni assai più possibilisti: «Se le aperture di Casini e dell’Udc alla Lega per un confronto senza pregiudiziali sul federalismo e su altre questioni fossero autentiche, il vantaggio per il Paese sarebbe davvero importante». Casini, del resto, ha fornito ampie assicurazioni che il suo progetto non è contro Berlusconi, ma punta a tenerlo in gioco anche se l’esecutivo attuale dovesse crollare. A rendere le trattative con l’Udc interessanti agli occhi del premier c’è pure il fatto che non piacciono a Fini, il quale si è appena detto contrario alle «marmellate politiche».

Di sicuro, nel Pd più di uno è tentato. Matteo Colaninno non sarà un politico di lungo corso, ma è persona molto prudente e se invoca un «esecutivo con un’amplissima maggioranza» e non si fa problemi nell’affidarne la guida allo stesso Berlusconi, vuol dire che ha fiutato l’aria che tira non solo in Confindustria, ma anche nel suo partito. Dove l’unica cosa chiara è che, pur di evitare il ricorso anticipato alle urne, venderebbero l’anima al diavolo. La crisi finanziaria, da questo punto di vista, sembra arrivata al momento giusto: col pretesto dell’emergenza si può fare tutto. O quasi.

© Libero. Pubblicato il 14 maggio 2010.

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giovedì, maggio 13, 2010

De Benedetti silura Bersani

di Fausto Carioti

Carlo De Benedetti è un gatto e la sinistra è il suo gomitolo. La prende a zampate, la srotola, l’arrotola. Fin quando non si stufa e decide di passare a qualcos’altro. Tanto, a fare e disfare, quando lui non c’è, ci pensano Repubblica e gli altri suoi giornali. Ogni volta il gomitolo rosso ne esce un po’ più malconcio e sfilacciato di prima. Ma è sempre lì, a disposizione. De Benedetti ha appena ricominciato a ronzarci attorno.

Che non avesse grande stima per Massimo D’Alema, il quale affettuosamente ricambia, è cosa nota. Che l’Ingegnere e i direttori delle sue testate si siano assegnati la missione di dettare la linea alla sinistra e ai suoi leader, è un dato di fatto. Si era intuito, ad esempio, che Pier Luigi Bersani non va a genio a tutti costoro. Poche settimane fa Ezio Mauro, che di Repubblica è il direttore, aveva posato una lapide sulle ambizioni del segretario del Pd. Intervistato dall’Espresso, il settimanale del gruppo, con quella modestia che da sempre contraddistingue casa Scalfari, Mauro aveva spiegato al Partito democratico e alla opposizione tutta cosa devono fare. Primo punto: rottamare Bersani. Per carità, «è una persona per bene, gode di una leadership forte legittimata dalla primarie, conosce i problemi del paese». Però «dovrebbe capire che la speranza da cui è nato il Pd era un’altra». Secondo: accogliere «energie nuove», farsi guidare nella sfida contro Silvio Berlusconi da «un leader che non risponda ad apparati e cursus honorum tradizionali. Che esprima una discontinuità». Un «papa straniero», insomma. Tutti avevano pensato a Luca Cordero di Montezemolo. Mauro, raccontano i suoi, in realtà ha in mente Mario Draghi, governatore della Banca d’Italia. Il quale, però, a farsi asfaltare da Berlusconi per simpatia nei confronti di Repubblica non ci pensa proprio. Così l’unica cosa che i comuni mortali riescono a capire del Mauro-pensiero è che il leader del centrosinistra può essere chiunque, ma non Bersani o D’Alema.

Però, insomma, ancora non si era arrivati ai livelli che si possono leggere nel libro “Guzzanti vs De Benedetti”. Dice l’Ingegnere in queste pagine: «Io credo che D’Alema abbia fatto tantissimi errori e non capisca più la sua gente, come il caso Puglia insegna. In quanto a Berlusconi, il mio giudizio su di lui come uomo politico è estremamente negativo, ma almeno Silvio ha fatto qualcosa. D’Alema e quelli come lui non hanno fatto niente». Il che, detto dal peggiore nemico di Berlusconi nonché editore di riferimento della sinistra, un po’ fa pensare. Se il giudizio di De Benedetti su D’Alema può comunque essere messo nel conto, quello sul segretario in carica è inedito, se non altro per la durezza dei toni: «Io stimo moltissimo Bersani: è stato un eccellente ministro e di lui come persona e uomo di governo posso soltanto dir bene. Ma come leader? Suvvia, è totalmente inadeguato. Lui e D’Alema stanno ammazzando il Pd».

Tipico: l’Ingegnere e i suoi sono specializzati nel battezzare in anticipo - e seppellire con fretta ancora maggiore - i leader della sinistra. Spesso si tratta degli stessi personaggi: prima costruiti come candidati premier, poi - una volta demoliti alle urne da Berlusconi - condannati all’oblio dei perdenti. Prendete Francesco Rutelli e Walter Veltroni, i due sui quali De Benedetti, in vista del declino del suo amico Romano Prodi, aveva scommesso già nel 2005. Li lanciò alla guida del centrosinistra dicendo in pubblico: «È il vostro secolo». Preparò l’incontro di Rutelli con George Soros, il re degli speculatori, presentandogli il suo pupillo come «un giovane brillante politico italiano». Al Corriere rivendicò di avere avuto un ruolo nella candidatura di Rutelli nel 2001. E lodò Veltroni: uno «giovane, intelligente e moderno». Fosse stato per lui, sarebbe stato candidato premier già nel 2006. Era il 30 novembre del 2005 quando, a un convegno della Margherita con Veltroni e Rutelli, De Benedetti si disse pronto a essere dei loro: «La tessera numero 1 del Partito democratico la prendo io, se volete». Due anni dopo era in fila ai gazebo per votare Veltroni alle primarie. Repubblica, manco a dirlo, la pensava proprio come lui. Magnificava i due dioscuri e randellava i loro rivali. Soprattutto quelli interni.

Poi, però, nel 2008 succede che Veltroni perde in malo modo contro Berlusconi. E Rutelli è sconfitto da Gianni Alemanno nella corsa al Campidoglio. In pochi mesi, le «giovani» speranze lanciate da Repubblica sono diventate due pensionati baby della politica. De Benedetti se ne fa subito una ragione: «Non ho e non avrò mai la tessera di alcun partito». E quella richiesta di prendere la tessera del Pd di Veltroni e Rutelli? «Era una battuta». Il gatto si era stufato.

Da allora, però, lui e Repubblica non sanno che pesci prendere. Aspettano quel «papa straniero» che non arriva e forse non ci sarà mai. Nell’attesa scrutano le mosse del ticket nascente, quello composto da Veltroni e Nichi Vendola. Ma è chiaro che lo fanno solo per dare fastidio a Bersani e perché non hanno nulla di meglio tra le mani. Per un po’ si erano illusi che l’uomo giusto fosse Renato Soru, l’imprenditore sardo fondatore di Tiscali. Pure lui ci aveva creduto: intervistato dall’Espresso, già parlava da leader del centrosinistra: «Dimostrerò che Berlusconi si può battere. Come ha fatto Prodi due volte». Soru si riferiva alle regionali sarde, dove era candidato come governatore. Da lì avrebbe potuto fare il salto alla guida della coalizione nazionale. Però quelle elezioni, un anno fa, sono state vinte da Ugo Cappellacci, figlio di un commercialista del Cavaliere. E la testa impagliata dell’Obama di Sanluri è finita tra i trofei di villa Certosa. Confermando una delle battute più diffuse nell’infame ambiente del giornalismo: l’appoggio di Repubblica, per un politico, è il bacio della morte.

© Libero. Pubblicato il 13 maggio 2010.

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venerdì, maggio 07, 2010

Avessimo fatto come Zapatero

di Fausto Carioti

Verrebbe da prendersela con Moody's, l'agenzia di rating americana infallibile nell'accorgersi delle crisi quando sono già esplose (memorabile la “tripla A”, il giudizio di massima affidabilità rilasciato da Moody's, di cui si fregiava la banca d'affari Lehman Brothers il giorno prima che fallisse). Comportamento al quale di solito prova a rimediare a crac avvenuto, distribuendo randellate a destra e sinistra nel tentativo di rifarsi una verginità. Ieri, pagarne il prezzo è toccato a noi. Prima Moody's ha fatto sapere che la crisi finanziaria greca avrebbe potuto contagiare le banche di alcuni Paesi, inclusa l'Italia. Le cose, in realtà, non stavano proprio così, e dopo poco provava a spiegarlo un'altra agenzia di rating, la Fitch: dall'inizio della crisi, due anni fa, «le banche italiane hanno reagito bene, si sono mosse nella giusta direzione rafforzando il patrimonio e basandosi sul loro punto di forza, la raccolta diretta tra la clientela». E questo attenua di molto il rischio e scaccia gli spettri evocati da Moody's.

Ma ormai era scattato il panico a piazza Affari, dove i titoli degli istituti di credito - che già avevano visto giorni migliori - stavano passando di mano a prezzi da saldo, trascinando al ribasso tutto il listino. Intuita la portata del danno (ci vuole pazienza, so' ragazzi) quelli di Moody's hanno provato a metterci una pezza: in una nuova comunicazione hanno spiegato che il sistema bancario italiano sino a oggi è stato «relativamente robusto», e quanto al rischio di un contagio dalla Grecia si tratta di una eventualità che può diventare concreta solo se «le pressioni dei mercati sui rating sovrani aumenteranno». A quel punto, però, la speculazione era partita e si preparava a lasciare il mercato borsistico in macerie: l'indice delle blue chips ha chiuso in calo del 4,27% e i titoli bancari hanno segnato un crollo tra il 6 e l'11%.

Attaccare Moody's è comunque inutile. Anche perché, dalle nostre parti, non abbiamo bisogno di aiuti dall'estero: a dipingere la situazione assai peggiore di come è ci riusciamo benissimo da soli. Massimo D'Alema, per citarne uno, va in giro a dire che «non c'è una politica per la ripresa né una politica per il sostegno alle imprese e questo vuoto sta aggravando gli effetti della crisi economica». Lui, invece, la ricetta ce l'aveva. Era la primavera del 2006, Romano Prodi si preparava a tornare al governo e D'Alema, all'epoca presidente dei Ds, indicava all'Italia la via da percorrere: «Vi illustro tre ragioni per fare come Zapatero. La Spagna quest'anno è cresciuta del 3%, mentre Berlusconi ci ha lasciato a stecchetto. In due anni Zapatero ha creato un milione di posti di lavoro veri. Inoltre la Spagna si è sostituita all'Italia nel promuovere il dialogo con i Paesi del Mediterraneo».

Da qualche tempo, però, D'Alema e compagni hanno smesso di citare il socialista José Luis Zapatero come punto di riferimento. Adesso, infatti, si ha un'idea più precisa di ciò di cui la sua politica economica è capace. Quest'anno, secondo le ultime stime della Commissione europea, il prodotto interno lordo spagnolo scenderà dello 0,4%, mentre quello dell'Italietta berlusconiana salirà dello 0,8. La disoccupazione in Spagna è arrivata al 20,05%: la più alta d'Europa. Quella italiana, pari all'8,8%, è invece inferiore alla media della Ue. A conti fatti, da quando è andato al governo, Zapatero ha raddoppiato la disoccupazione (nel 2004 era all'11%), creando due milioni e mezzo di nuovi senza lavoro. Anche in Spagna, lo statalismo al potere si è confermato una catastrofe. Ma D'Alema non sembra farsene un cruccio e incolpa il governo Berlusconi della «molto preoccupante» situazione economica italiana. Avessimo dato retta a lui, chissà come la definirebbe.

Anche Pier Luigi Bersani fa la sua parte: l'Italia «ha la febbre alta», risponde ogni volta che dall'esecutivo qualcuno lancia messaggi di speranza. Fosse per il governo, assicura il segretario del Pd, il nostro Paese sarebbe «sul traghetto per la Grecia», che come slogan per convincere gli investitori ad andare altrove pare efficace. Bersani ha saputo trovare le parole giuste anche per tranquillizzare i lavoratori: in questa crisi, ha detto, l'Italia si avvia a perdere «un milione di posti di lavoro». Pure il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani, ha un elenco di buoni motivi per cui gli imprenditori dovrebbero usare i loro soldi per creare posti di lavoro all'estero: «Il nostro Paese è l'unico rimasto sostanzialmente fermo. Se non si ha un'idea, un progetto, si finisce per galleggiare. Manca una coesione sociale, pagheremo questo in modo caro». E la ripresa di cui già si inizia a parlare? «È praticamente invisibile. È una fase che si prolungherà, purtroppo».

Il migliore di tutti, come al solito, resta Antonio Di Pietro: in confronto a quella dipinta da lui, l'Italia morta di fame raccontata da trasmissioni come Annozero e Ballarò è l'America di Ronald Reagan. Il leader dell'Idv è riuscito a dire che: «La crisi non è stata risolta né tantomeno è finita. Si può dire che siamo appena all'inizio»; «Il paese reale è fatto di aziende che chiudono, di lavoratori che perdono il posto e di giovani che non hanno futuro»; «Tutto il Paese è al collasso»; «La rivolta sociale sta per arrivare, è alle porte»; le conseguenze della crisi economica sull'occupazione «potranno porre una questione di tensione sociale, non esclusi anche momenti di violenza sociale». Chissà come ci è rimasto male quando gli hanno spiegato che quella che facevano vedere in televisione era la Grecia.

© Libero. Pubblicato il 7 maggio 2010.

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giovedì, maggio 06, 2010

L'incubo del carciofo

di Fausto Carioti

Non è un caso se Gianfranco Fini e Umberto Bossi, manco si fossero messi d’accordo, ieri hanno abbandonato Silvio Berlusconi, smentendo la sua tesi della «offensiva giudiziaria» contro il PdL e il governo. «Non c’è nessuna congiura o accanimento dei giudici contro l’esecutivo», ha detto il presidente della Camera nella sua ennesima apparizione televisiva. «Mi sembra che i magistrati facciano solo il loro lavoro», gli ha fatto eco il leader della Lega. Niente di strano che i due, per una volta, parlino la stessa lingua. È che ambedue sono intenzionati a raccogliere i dividendi dello tsunami giudiziario che, secondo radio Montecitorio, sta per abbattersi sugli uomini del Cavaliere. I segni, per chi vuole vederli, ci sono già tutti: alle dimissioni di Claudio Scajola ieri ha fatto seguito la notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati di Denis Verdini, uno dei tre coordinatori del PdL, accusato di corruzione. E già si fanno scommesse su chi sarà la prossima vittima.

Ad avvalorare le paranoie del premier c’è un dato di fatto: Scajola e Verdini sono stati in questi anni i suoi uomini forti, gli organizzatori delle missioni impossibili. Tanto che, ogni volta che Verdini era dato per partente dal ruolo di coordinatore, il nome che si faceva al suo posto era quello dell’ex democristiano di Imperia. Difficile immaginare chiunque altro, al di fuori di questi due, nel ruolo di grande uomo macchina berlusconiano. E ora, nel giro di ventiquattr’ore, succede che Scajola è costretto a uscire di scena, forse per sempre, e sul capo di Verdini piomba una tegola di discrete dimensioni. Così Berlusconi va in giro dicendo di essere vittima della «strategia del carciofo»: via una foglia dopo l’altra, finché la parte centrale non resta scoperta, pronta per essere addentata. Non è un segreto il timore del Cavaliere che dalle procure sia in arrivo qualche brutta sorpresa per Gianni Letta, l’uomo a lui più vicino.

Né Fini né Bossi, però, hanno di questi problemi. Il primo, dato per partente dal PdL prima delle prossime elezioni, ha scelto proprio il tema della giustizia e della legalità per accreditarsi come esponente “di destra” (anche perché, nel resto del suo “programma”, di destra c’è poco o niente). Facile prevedere che sarà su questi temi che, in parlamento, si spaccherà il PdL. Anche perché gli uomini della maggioranza e del governo che secondo le voci di queste ore sono destinati a finire coinvolti nelle inchieste giudiziarie, tanto per essere chiari, provengono sia da Forza Italia che da An, ma oggi sono tutti schierati con Berlusconi. A Fini, insomma, stavolta non costa davvero nulla stare con i magistrati e dire cose assai simili a quelle di Antonio Di Pietro.

Quanto a Bossi, ha fiutato aria di elezioni anticipate. Lui preferirebbe che questa legislatura arrivasse a scadenza naturale dopo aver trasformato in legge il federalismo. Ma, se l’alternativa è mantenere in vita un parlamento impantanato dalla “secessione finiana” e incapace di votare i provvedimenti che ha a cuore la Lega, il Senatur non si farà problemi a dare lui stesso il colpo di grazia alla legislatura, per andare al voto nella primavera del 2011. Intanto si prepara a raccogliere gli elettori che dovessero allontanarsi dal PdL perché sconcertati dagli acquisti immobiliari a prezzo di saldo da parte dei ministri berlusconiani e da tutto quello che si leggerà nei prossimi mesi sulle cronache giudiziarie. Prendere le distanze dal Berlusconi che attacca i magistrati è il primo segnale di interesse che Bossi invia a tutti costoro.

© Libero. Pubblicato il 6 maggio 2010.

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mercoledì, maggio 05, 2010

Aspettando la valanga

di Fausto Carioti

Le dimissioni di Claudio Scajola hanno segnato il battesimo ufficiale dell’asse politico che lega i finiani, in materia di giustizia, all’opposizione e alla magistratura. E hanno dato il via a una guerra di posizione all’interno del PdL il cui esito più probabile è la spaccatura definitiva del partito e la fine traumatica della legislatura. Se gli uomini del premier e quelli del presidente della Camera sono ancora alle schermaglie iniziali, è solo perché su una cosa sono tutti d’accordo: il treno che ha travolto il ministro dello Sviluppo Economico sta per investire altri esponenti del PdL. Nessuno, ieri, si è stupito a leggere sulla Velina rossa, il foglio d’informazione parlamentare del dalemiano Pasquale Laurito, che «nuovi nomi del governo nei prossimi giorni o nelle prossime settimane potrebbero trovarsi coinvolti in nuovi scandali». Meglio, quindi, prima di far partire l’artiglieria, capire bene i contorni dell’inchiesta di Perugia. Pubblicare questi nomi adesso non ha senso, anche perché nessuno di costoro risulta indagato (al pari del povero Scajola). Basta sapere che le voci che girano tra Roma e il capoluogo umbro vedono coinvolti ex forzisti ed ex aennini, oggi tutti vicini a Silvio Berlusconi. Se queste voci dovessero essere confermate, difficilmente i finiani si metterebbero a piangere.

Guarda caso, proprio sulla giustizia ieri si è consumato un primo scontro. Anche se diversi berlusconiani sono perplessi dalla condotta di Scajola, infatti, tutti ritengono che quanto accaduto sia un’aberrazione: un ministro non indagato, che ancora deve essere ascoltato dai magistrati come persona informata sui fatti, si è dovuto dimettere per questioni giudiziarie, in seguito a una campagna di indiscrezioni giornalistiche resa possibile dalla fuga di notizie partita (o «orchestrata», secondo la versione più gettonata) dalla procura di Perugia. Insomma, gli uomini del premier hanno appena incassato un duro colpo, ma già si preparano a subirne altri e vedono nella vicenda la conferma della necessità di una riforma della giustizia che renda impossibile il ripetersi di simili «barbarie giudiziarie».

Pure la pattuglia del presidente della Camera è convinta che quanto accaduto dia loro ragione. Ma per motivi opposti a quelli dei rivali interni. Già ieri mattina, Italo Bocchino e gli altri hanno chiesto di approvare in una settimana il disegno di legge anti-corruzione varato a marzo dal governo, proprio perché «la vicenda di Scajola ripropone la questione della trasparenza di chi amministra la cosa pubblica». Il direttivo del partito, però, ha subito bocciato la loro proposta. Come dire che il problema vero del caso Scajola, secondo la linea ufficiale del PdL, non è il comportamento della politica, ma quello della magistratura. «È stato un errore», ha sentenziato la minoranza interna che fa capo a Fini. E in questo si è trovata in perfetta intesa con l’opposizione, soprattutto con l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. Iniziamo a farci l’abitudine, succederà sempre più spesso.

© Libero. Pubblicato il 5 maggio 2010.

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domenica, maggio 02, 2010

Faccia a faccia con Claudio Scajola

di Fausto Carioti

Stressato, è stressato, ma Claudio Scajola sembra uno di quelli che in certi momenti tira fuori energie nascoste. Riceve Libero nell’ala nobile del primo piano del ministero che guida, quello per lo Sviluppo Economico. È in camicia, senza giacca. Appare intenzionato a combattere sino in fondo. Se qualcuno si attendeva da lui mezze ammissioni sullo strano caso del suo appartamento a due passi dal Colosseo, acquistato sei anni fa, rimarrà deluso: Scajola non molla di un millimetro. Anzi, contrattacca.

Signor ministro, intende raccontare tutta la storia del suo appartamento?
«Mi trovo ogni giorno su tutti i giornali da una settimana. Non ho nessun problema a raccontare la verità. Che mi pare molto semplice. E allora ho deciso di rispondere alle domande che mi vengono poste».

Innanzitutto, lei è indagato per questa vicenda?
«No, non sono indagato».

Quando ha acquistato il suo appartamento vicino al Colosseo?
«Nei primi giorni del luglio 2004».

Da chi ha comprato il suo appartamento?
«Dalle sorelle Barbara e Beatrice Papa».

Quanto lo ha pagato?
«L’ho pagato esclusivamente la somma pattuita al momento del rogito: 610mila euro».

Da dove arrivavano questi soldi?
«Li avevo reperiti quasi tutti attraverso un mutuo acceso con il Banco di Napoli. Lo si può verificare facilmente».

Seicentodiecimila euro sembrano pochi per un appartamento simile.
«Si tratta di un ammezzato in uno stabile degli anni Sessanta, in condizioni non ottimali».

Quanto è grande l’appartamento?
«Centottanta metri quadri».

Pare proprio che lei abbia fatto un buon acquisto.
«Un ottimo acquisto. Ma in questi giorni mi sono documentato. Sono andato a vedere i prezzi immobiliari, in quella zona, nel 2004. E sono in linea con il prezzo del mio atto d’acquisto».

L’architetto Angelo Zampolini, legato al costruttore Diego Anemone, ebbe qualche ruolo nell’acquisto o nella ricerca dell’appartamento?
«Fu l’ingegnere Angelo Balducci, che all’epoca era provveditore alle Opere pubbliche del Lazio, che conoscevo da tempo e del quale avevo grande stima, che si offrì per aiutarmi a cercare una casa che potesse andare bene. Ritengo che Balducci si fosse poi rivolto a Zampolini per aiutarlo a trovare qualche soluzione adatta a me. Io all’epoca non avevo casa, vivevo in albergo».

Quanti appartamenti le proposero?
«Tre o quattro. Li andammo a vedere. Mi sembrò che quello in zona Colle Oppio, vicino al Colosseo, fosse un buon affare. Lo presi».

Quindi Zampolini l’aiutò a trovare l’appartamento.
«È Balducci la persona che mi aiutò».

Balducci oggi è agli arresti. Di lui si è parlato molto negli ultimi mesi per il ruolo centrale che avrebbe svolto nella “cricca” degli appalti per il G8.
«Balducci all’epoca era gentiluomo del Papa, conosciuto da tutti come persona stimabile. Tanto che, pure ai tempi del governo Prodi, ricoprì un ruolo importante a palazzo Chigi. Prima ancora era stato responsabile del Giubileo 2000 a Roma. E mi lasci ricordare che nella nostra Costituzione vige il principio della presunzione d’innocenza, fino a sentenza definitiva».

È vero, come raccontano le sorelle Papa, che all’inizio delle trattative lei ha consegnato loro, “brevi manu”, 200mila euro in contanti come anticipo per l’acquisto dell’appartamento, dei quali non appare traccia nella vostra transazione ufficiale?
«Assolutamente no. E comunque io non ho letto queste dichiarazioni delle sorelle Papa. Ho visto solo i resoconti giornalistici, tra l’altro contraddittori. Ad esempio sulla posizione del notaio, che secondo un giornale confermerebbe quanto sostenuto dalle sorelle Papa, mentre secondo un’altra testata lo negherebbe».

Come spiega che ottanta assegni circolari provenienti dal conto di Zampolini alla Deutsche Bank, per un valore complessivo di 900mila euro, coperti dai contanti di Anemone, siano stati intestati alle sorelle Papa?
«Ho appreso dell’esistenza di questi ottanta assegni dai quotidiani di questi giorni. Prima non ne sapevo nulla, e ora continuo a non capire perché sarebbero stati versati a mia insaputa. Io so solo come ho comprato l’appartamento, in quale data e a quale prezzo. Se poi è successo qualcos’altro, non è di mia conoscenza».

Quindi non fu lei a ricevere questi assegni da Zampolini e girarli alle sorelle Papa?
«Ma figuriamoci. Le parrebbe normale un comportamento di questo tipo? E poi avrei pagato quell’appartamento a un prezzo che non sarebbe stato più quello di mercato. Comunque non è problema che mi riguardi: io non sono indagato».

Conosceva l’imprenditore Diego Anemone?
«L’ho conosciuto quando ero ministro dell’Interno, perché la sua impresa stava mettendo in sicurezza l’alloggio di servizio del ministero».

Ha mai assegnato appalti ad Anemone?
«Io non ho mai dato appalti a chicchessia. E sarà facile riscontrarlo documentalmente».

Quando era ministro dell’Interno aveva mai fatto qualche tipo di favore a Balducci, Anemone, Zampolini o a chi per loro?
«Lo escludo in modo categorico. All’epoca dei fatti ero ministro per l’Attuazione del programma, che come noto è un ministero senza portafoglio. Al Viminale, che avevo lasciato due anni prima, non mi ero mai occupato di appalti. Dunque, quale tipo di “favori” avrei mai potuto fare a tutti costoro? Mi permetta di aggiungere che, se fosse emerso qualcosa in questo senso, oggi non sarei semplicemente persona informata dei fatti, ma indagato».

Quindi, secondo lei, avrebbero mentito Zampolini, le sorelle Papa e - con loro - il notaio Gianluca Napoleoni, che sembra sottoscrivere la versione delle sorelle. Per quale motivo avrebbero dovuto farlo?
«Che tutti costoro abbiano detto queste cose lo dice lei».

Non lo dice solo Libero. Lo dicono tutti i giornali.
«Appunto. Al momento le dichiarazioni attribuite ai testimoni ascoltati dal pm di Perugia sono solo indiscrezioni, frasi riportate da terze persone. A me non risulta che i verbali con le loro dichiarazioni siano già stati depositati. E comunque anche le versioni lette sui giornali mi sembrano discrepanti. Le dirò di più: sono convinto in maniera assoluta che nessuno possa aver detto che io ho consegnato somme di denaro al di fuori di quella versata al momento del rogito, alla presenza del notaio. Nessuno lo può aver detto e nessuno lo può dire».

Ma se qualcuno di quelli che oggi sembrano accusarla confermasse le indiscrezioni che la riguardano, lei sporgerebbe querela nei suoi confronti?
«Dubito che qualcuno possa aver rilasciato dichiarazioni che non corrispondono alla verità. Attendo la pubblicazione degli atti per conoscere le dichiarazioni originali di tutte le persone seguite in questa vicenda. Se emergesse che sono state rilasciate davvero affermazioni del genere, chiare ed esplicite, non esiterei ad andare a qualunque confronto. Sino alle estreme conseguenze».

Il pm ha chiesto di vederla?
«Sì, ma solo come persona informata dei fatti».

E lei andrà da lui?
«Certo, ho già proposto al giudice un incontro a breve, compatibile con i miei impegni di governo».

Se dovesse essere indagato cosa farebbe?
«Andrei a chiarire tutta la vicenda davanti al mio giudice naturale».

È vero che giovedì, quando si è recato dal premier Silvio Berlusconi, lei era pronto anche a dimettersi dal suo incarico di ministro?
«Il presidente del Consiglio ha la responsabilità collettiva del governo. Io sono un ministro del governo Berlusconi, sono suo amico e suo grande estimatore. Mi pareva logico che potesse fare le sue valutazioni, alle quali mi sarei attenuto. Ma mi faccia aggiungere che se in questo Paese, prima di accertare le verità, si dovessero già dare le condanne, sarebbe un Paese di barbari».

Le sue dimissioni da ministro rientrano tra gli esiti possibili di questa vicenda?
«Non c’è nessun motivo per cui io mi debba dimettere. Ci sono invece motivi per cui le “stranezze” che sto registrando siano chiarite, nel rispetto delle regole».

Gli esponenti della Lega non si sono sprecati in dichiarazioni di solidarietà nei suoi confronti.
«Ieri sera (giovedì, ndr) ero seduto proprio qui. A quel telefono là mi ha chiamato Roberto Calderoli, con Umberto Bossi accanto, per esprimermi tutta la loro vicinanza».

Gianfranco Fini e i suoi si sono fatti sentire?
«Sempre allo stesso telefono, nella stessa serata, mi ha chiamato Fini. Anche lui voleva esprimermi la propria vicinanza».

© Libero. Pubblicato il 1 maggio 2010.