venerdì, aprile 30, 2010

Dal Dalemoni al Dalemini

di Fausto Carioti

A Massimo D’Alema si è rimpicciolito il progetto. Dal Dalemoni di qualche anno fa l’ex premier è passato a un più modesto Dalemini. Dal grande inciucio bipolarista con Silvio Berlusconi, che doveva ridisegnare la seconda repubblica e trasformarla nella terza, all’inciucino centrista con Gianfranco Fini, magari Pier Ferdinando Casini, forse Francesco Rutelli, chissà Luca Cordero di Montezemolo. Un progettino piccino picciò, per di più con zero possibilità di andare in porto. Che non è digerito nemmeno da tre quarti del Pd. Svillaneggiato dall’Unità, il giornale che D’Alema aveva diretto dal 1988 al 1990: «Imbarchiamo dalla nostra parte qualsiasi essere respirante abbia da dire contro Berlusconi: che siano giornalisti di destra, o ex fascisti che hanno messo in piedi leggi violente contro l’immigrazione», ha scritto Francesco Piccolo.

Ecco, tra questi «imbarcatori» da ieri c’è pure D’Alema. Il quale, intervistato dal Corriere, esaurite le premesse di rito («Fini non è l’alleato di operazioni strumentali»), ha spiegato la sua strategia: «Fini è l’interlocutore importante - e per questo dialogo con lui da anni - di un centrosinistra che capisce che il Paese non si può più governare in questo modo». A parte che al resto del mondo era sembrato che D’Alema, semmai, dialogasse con Berlusconi e Umberto Bossi, e non con Fini, il quale comunque gli preferiva Walter Veltroni, la nuova avventura di D’Alema merita di essere presa sul serio. Come stanno facendo a sinistra, dove - conoscendo ciò di cui il personaggio è capace - hanno già avviato i rituali apotropaici.

Anche perché questa strategia non attrae solo l’ex ministro degli Esteri. Il politologo finiano Alessandro Campi, tanto per dirne uno, l’ha invocata in un’intervista a Repubblica come soluzione ai mali del berlusconismo (poi si chiedono come mai il Cavaliere non si fidi di loro). Il segretario del Partito democratico, Pier Luigi Bersani, ha proposto un nuovo Comitato di liberazione nazionale che tenga dentro tutti tranne Berlusconi e Bossi. Cioè i vincitori delle elezioni: democratico davvero, questo Pd. I centristi Francesco Rutelli, Bruno Tabacci e Pier Ferdinando Casini, ognuno col suo viaggio ognuno diverso, in fondo non vedono l’ora di incontrarsi con gli altri in qualcosa di più grande e più bello, nella solita convinzione che unendo tre o quattro debolezze si possa dar vita a una mezza forza. E anche se ciò che tutti quanti questi vogliono fare insieme non è ancora chiaro nemmeno a loro, quello che non vogliono lo sanno benissimo: sono le elezioni anticipate, che raderebbero al suolo le loro speranze di resurrezione e lancerebbero Berlusconi verso il Quirinale.

Una spanna sopra costoro, poi, aleggia sempre Luca Cordero di Montezemolo. Ora che non guida più la Fiat, l’ex presidente di Confindustria gode da matti a far credere che un giorno potrebbe pure entrare in politica. Gliel’hanno chiesto per l’ennesima volta l’altro giorno, alla Luiss. Lui prima si è rifiutato di rispondere, poi ha detto: «Lo farò quando la Ferrari vincerà dieci gran premi di fila». Intanto ha fatto sapere di considerare il voto anticipato una iattura e continua a randellare l’attuale classe dirigente, lasciando intendere che con lui al timone sì che le cose sarebbero diverse. Facile indovinare come finirà: dopo aver illuso un po’ tutti non si concederà a nessuno, perché il personaggio adora piacere e detesta dividere. Però qualcuno che ci casca c’è sempre.

Proprio il Secolo (toh) gli sta strizzando l’occhio. L’altro giorno il quotidiano finiano citava un sondaggio del Sole-24 Ore secondo il quale, se nel progetto politico del presidente della Camera «fossero cooptati anche il numero uno dell’Udc, Pier Ferdinando Casini, e il leader di Alleanza per l’Italia, Francesco Rutelli», il pacchetto di consensi sarebbe pari al 13%. «Per arrivare addirittura al 16% se della partita fosse anche Luca Montezemolo». E ieri il Secolo ha messo Montezemolo in prima pagina, dopo che, assieme a Fini, ha proposto un patto «perché l’Italia torni a essere un Paese per giovani».

È lo stesso Secolo che nel maggio del 2007 avvertiva che «il progetto di Montezemolo e Casini costituisce un pericolo grave, perché dietro si nasconde un progetto di governance tecnocratica che si inserisce in una visione del mondo in definitiva sospettosa e dubbiosa della sovranità popolare e finalizzata a ricostruire il nesso poteri forti-gestione della politica. Si tratta, in ultima istanza, di un progetto conservatore, contro il quale la destra politica dovrebbe innalzare i suoi argini». Da allora, a quanto pare, è cambiato qualcosa, e non si tratta né di Montezemolo né di Casini.

Il problema di queste ambizioni, come sempre, sono i numeri. Nel Paese e prima ancora in Parlamento. L’unico dato positivo che Berlusconi può trarre dagli eventi degli ultimi giorni, infatti, è che i ranghi dei finiani - anche di quelli più fedeli al presidente della Camera - sono tutt’altro che compatti e determinati. Ieri hanno preferito evitare di contarsi sulle dimissioni di Italo Bocchino, lasciando al suo destino il vicecapogruppo dei deputati del PdL, piuttosto che affrontare una votazione dalla quale sarebbero usciti divisi persino tra di loro. Insomma, il Dalemini ha tutti i presupposti per fare la stessa fine del Dalemoni. Con buona pace delle menti raffinatissime che l’hanno partorito.

© Libero. Pubblicato il 30 aprile 2010.

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giovedì, aprile 29, 2010

Finisce male

di Fausto Carioti

Su una cosa l’ultrà finiano Fabio Granata ha ragione da vendere: «Così finisce male». Perché ormai c’è più isteria nel PdL che sulla tangenziale di Roma nell’ora di punta, e basta un incidente, anche minimo, perché partano gli insulti e il Partito dell’Amore rischi di finire (in tutti i sensi) a manate in faccia. Gianfranco Fini ha moderato i toni rispetto a quelli usati durante la direzione che lo vide puntare il dito verso Silvio Berlusconi. Ma la sfiducia tra i due leader rimane intatta, anche perché restano le cause che l’hanno generata. Berlusconi non digerisce che Fini sia allo stesso tempo presidente della Camera - ruolo super partes per definizione - e capo di una corrente. Mentre Fini, nonostante le rassicurazioni del Cavaliere, continua a vedere la mano di Berlusconi dietro ogni attacco che gli lancia il Giornale (l’ultimo ieri, con la ripresa dal sito Dagospia della notizia degli appalti affidati dalla Rai alla società della suocera di Fini). Riassume bene il pidiellino Osvaldo Napoli: «Ho il presagio che i chiarimenti tra i due siano soltanto all’inizio».

Eppure dentro al partito non si parla d’altro. Con quali risultati, lo si è visto ieri alla Camera, dove il centrodestra è riuscito ad andare in minoranza sul disegno di legge per la nuova disciplina del lavoro, nel quale - per un solo voto di scarto - è stato inserito un emendamento presentato dal Pd. È la quarantaseiesima volta che il governo viene battuto a Montecitorio, ma ieri è stata diversa, proprio a causa del clima mefitico che si respira nel PdL. Alcuni berlusconiani hanno subito accusato la pattuglia finiana di aver teso un «agguato». In effetti, il dubbio viene: nel momento del voto, i pochi fedelissimi rimasti a Fini quasi tutti assenti: Italo Bocchino, Carmelo Briguglio, Fabio Granata, Flavia Perina… Buona parte di costoro, peraltro, era impegnata a discutere sulle strategie della loro «componente».

La stessa cosa, però, avveniva sul fronte dei berluscones. Fabrizio Cicchitto, il capogruppo, era assente «giustificato», in quanto in missione: doveva andare a Porta a Porta per discutere dei problemi interni al PdL. Assenti anche il coordinatore Denis Verdini e altri uomini fidati del Cavaliere. La morale è che nemmeno un falco come Giorgio Straquadanio se la sente di gettare la croce sui finiani: «Non so se è stato un agguato. Ma so che c’erano novanta assenti e che stiamo costringendo il sottosegretario Paolo Bonaiuti a stare in aula, quando ha molte altre cose da fare. È folle che debba essere qui per rimediare agli assenteisti».

Questo è l’andazzo, tendente allo sfascio, e al momento non si vedono motivi per cui debba migliorare. Fini sta facendo il giro delle sette reti per spiegare in televisione la sua idea di destra «moderna, senza bava alla bocca», insomma ammiccante alla sinistra, ma comunque - ripete lui - leale al governo e alla coalizione. Ancora non è dato sapere quanti italiani stia convincendo. Si sa con certezza, però, che questo suo iperattivismo sta provocando forti mal di pancia a Berlusconi, sempre più convinto che un presidente della Camera debba avere un comportamento molto diverso da quello di Fini. Il fatto che l’ex leader di An non abbia preso le distanze dai suoi pasdaran, come Bocchino e il politologo Alessandro Campi (quello che ha proposto un governo tecnico con i finiani alleati della sinistra) rende poi meno credibili le sue professioni di lealtà.

Peggio di così si può? Certo che sì, e magari lo vedremo già oggi, quando i deputati del PdL si riuniranno per decidere la sorte di Bocchino. Il quale prima ha presentato le dimissioni da vicecapogruppo, poi ha spiegato che queste erano legate alle dimissioni del capogruppo, cioè di Cicchitto, e ora rischia di essere accontentato per la prima parte e non per la seconda. L’idea che si votino le dimissioni di Bocchino, e quindi divenga ufficiale la spaccatura nel suo partito, non piace a Berlusconi. La conta garba poco anche a diversi finiani, perché potrebbe rivelare che sono ancora meno del previsto. Così prende corpo l’ipotesi che Bocchino venga abbandonato dai suoi, e le sue dimissioni accettate senza alcuna votazione. In ogni caso, è una ferita che resterà. Con quali conseguenze, lo capiremo presto.

© Libero. Pubblicato il 29 aprile 2010.

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martedì, aprile 27, 2010

Bersani ci prova con Fini

di Fausto Carioti

Da un lato c’è Gianfranco Fini. Il cui consigliere politico, Alessandro Campi, prospetta a Repubblica un governo tecnico che lavori all’«unico spazio di accordo possibile tra il centrosinistra e i finiani», ovvero «il cambio di questa legge elettorale». Dall’altro c’è Pier Luigi Bersani. Il segretario del Pd teorizza un «patto repubblicano» che «non escluda Fini» e si chiede: «Si può tornare a votare con questa legge elettorale?». Domanda retorica: certo che no, bisogna cambiarla. Campi apprezza e Fini pure. Così, adesso, c’è persino un programma per un governo alternativo a quello attuale. Quanto ai numeri in Parlamento necessari a sorreggerlo, la cosa è più complicata. Ma non impossibile, almeno sulla carta.

Al momento la grande ammucchiata che va da Bersani a Fini e passa per tutti i centristi, incluso magari chi sta fuori come Luca Cordero di Montezemolo, è solo uno di quei “ragionamenti” con i quali ci si riempie la bocca nel Transatlantico di Montecitorio. Contiene molti «se»: se davvero il PdL si spacca, se davvero tanti parlamentari finiani sono pronti a tradire Berlusconi (una cosa è fare la minoranza del PdL, altra è allearsi con gli ex comunisti per far cadere un governo voluto dagli elettori), se Giorgio Napolitano avalla una roba simile. Però è uno degli sbocchi possibili della crisi attuale tra i due co-fondatori del PdL. Lo sa bene Repubblica, che ha fiutato l’aria e da un po’ di giorni spinge in questa direzione. Il motivo è semplice: se cade il governo e si va a votare subito, Berlusconi torna in sella più bello e più forte che pria, e il giorno dopo può mandare Mario Catalano, il suo architetto di fiducia, a prendere le misure delle stanze del Quirinale. Ma se il governo cade o vivacchia, incapace di fare alcunché in quanto condizionato dai finiani, e non si va al voto, Berlusconi si logora e la sua avventura si conclude qui. Insomma, la convergenza tra Fini e Bersani è nei fatti: ambedue vogliono che si vada al voto il più tardi possibile e che con le prossime elezioni inizi una nuova partita. Senza Berlusconi, se possibile.

La riforma elettorale scritta dai finiani in combutta col centrosinistra non servirebbe solo a dare un senso “istituzionale” a questa unione in apparenza contronatura, ma anche a introdurre regole meno gradite al leader del PdL. «L’atteggiamento della sinistra è strumentale», annuisce il berlusconiano Lucio Malan, esperto di meccanismi elettorali. «Se la prendono con la legge elettorale attuale perché non ha le preferenze. Ma in realtà puntano a introdurre una legge che possa mettere in difficoltà Berlusconi. Ad esempio qualcosa di simile al sistema tedesco». Con un occhio di riguardo per Fini, che deve difendere la rielezione sua e degli uomini che gli sono rimasti fedeli.

Per tutti questi motivi, Berlusconi non riesce a fidarsi di quello che ha detto ieri il presidente della Camera. Fini ha assicurato che «non è in discussione la nostra permanenza nel PdL e nella maggioranza». E ha chiesto ai suoi di «garantire la massima lealtà alla coalizione e al programma di governo». Detto da uno che aveva minacciato Berlusconi di voler creare gruppi parlamentari autonomi, qualcosa significa.

Ma la retromarcia di Fini si può spiegare anche con il bisogno di guadagnare tempo. L’ex leader di An dovrà fare ben altro se vorrà ricreare un clima di fiducia nel PdL. Berlusconi ieri ha ricordato che «per litigare bisogna essere in due, per divorziare basta uno». Il Cavaliere e i suoi, infatti, sono sul chi vive. «Abbiamo fissato un’asticella», spiega a Libero un consigliere del premier. «I finiani si sono impegnati a essere solo una minoranza che vuole animare il partito, e non una corrente. Vedremo come si comporteranno nelle votazioni in Parlamento e vedremo se quello che hanno annunciato ieri sarà solo un convegno per presentare le loro proposte o sarà il congresso fondativo di una nuova corrente. Se supereranno l’asticella, la nostra reazione sarà immediata». Il voto anticipato, a quel punto, sarà davvero dietro l’angolo.

© Libero. Pubblicato il 27 aprile 2010.

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venerdì, aprile 23, 2010

Verso il voto anticipato

di Fausto Carioti

Gianfranco Fini non lascia il PdL né la presidenza della Camera, e la sua pattuglia di fedelissimi ieri non ha voluto mettere ai voti un proprio documento. Può sembrare un gesto distensivo, in realtà è una dichiarazione di ostilità: i finiani rinunciano alla guerra aperta, ma solo perché si stanno preparando alla guerriglia. Il rischio della “vietnamizzazione” delle votazioni parlamentari, grande timore di Silvio Berlusconi, adesso è molto più concreto. I problemi della vigilia restano tutti insoluti: per il PdL, e quindi per la maggioranza e di conseguenza per il governo. E le tensioni sono diventate ancora più aspre dopo il durissimo faccia a faccia pubblico tra i due co-fondatori, dove è apparso evidente che Berlusconi, se avesse potuto, avrebbe cacciato via Fini, e non l’ha fatto solo per non consegnare a quest’ultimo l’aureola del martire. La rappacificazione sembra impossibile, se è vero che persino Gianni Letta ha smesso di crederci. Lecito ipotizzare il peggio: l’uscita dei finiani dal PdL e la fine anticipata della legislatura sono l’epilogo più probabile della vicenda, e Berlusconi lo sa benissimo.

La buona notizia, per il Cavaliere, è che, alla prova dei fatti, i finiani si sono rivelati ancora meno del previsto: il documento di «gratitudine» a Berlusconi e di critica alle «ambizioni personali e le correnti», insomma l’aperta condanna a quanto combinato nelle ultime settimane da Fini e i suoi, ha ottenuto un plebiscito di consensi e appena 12 voti contrari su un totale di 172 membri della direzione. Con Fini, quindi, si è schierato il 7 per cento degli aventi diritto: una miseria. Ancora ieri mattina il presidente della Camera era accreditato di 18-20 voti. Tanto che il suo fedelissimo Fabio Granata ha dovuto giustificare il desolante risultato con il fatto che diversi finiani «hanno visto come è andata la direzione e dunque si sono allontanati». La verità è che, se c’era un’occasione in cui dovevano farsi trovare pronti al voto, era proprio quella di ieri. Le assenze, insomma, autorizzano Fini a temere che i suoi ranghi si siano ulteriormente assottigliati.

Una vittoria morale per il presidente del Consiglio, alla quale però dovranno seguire vittorie politiche nelle aule parlamentari, dove il gioco sarà molto più complicato. E di certo non aiuta il fatto che Fini presieda il ramo del Parlamento notoriamente più ostico per l’esecutivo. Alla Camera, infatti, tra deputati in missione, altri che hanno impegni di governo e i soliti assenti più o meno giustificati, la maggioranza spesso la sfanga per pochi voti, e ormai non si contano più le occasioni in cui l’opposizione è riuscita ad avere la meglio (l’ultima appena due giorni fa, in commissione Lavoro, su un emendamento del governo sui lavoratori esposti all’amianto).

Così da oggi, tra Montecitorio e palazzo Madama, i parlamentari rimasti fedeli all’ex leader di An avranno molte occasioni per giocare ai vietcong. In Senato sta per arrivare il disegno di legge sulle intercettazioni. Poi sarà il turno di immigrazione, federalismo, norme della giustizia e riforme istituzionali. Anche se i parlamentari “a disposizione” di Fini dovessero rivelarsi meno dei 52 messi in conto (ed è scontato che dentro al PdL adesso inizia il mercato delle vacche...), i rischi per la maggioranza e il governo sono alti.

Che la tensione sia elevatissima lo conferma la preparazione, da parte del gruppo del PdL alla Camera, di una mozione di sfiducia nei confronti di Italo Bocchino, vicepresidente dei deputati pidiellini e uomo di punta dello schieramento finiano. Si prende di mira Bocchino per colpire Fini, il quale non può essere rimosso dalla guida di Montecitorio. Una bomba che sarà sganciata in segno di rappresaglia appena i finiani avranno condotto a termine il loro primo attacco alla maggioranza. A questo punto fermare l’escalation sarà impossibile, e se Berlusconi nel frattempo non sarà riuscito a svuotare i ranghi finiani la sorte della legislatura sarà segnata.

I tempi potrebbero essere brevi: ieri, uscendo dall’auditorium di Santa Cecilia al termine della direzione del PdL, Fini si è rivolto minaccioso a Sandro Bondi: «Presto vedrete scintille in Parlamento», gli ha detto. «Ne risponderai agli elettori», è stata la risposta del ministro. Il conto alla rovescia è iniziato, prepariamoci al peggio.

© Libero. Pubblicato il 23 aprile 2010.

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giovedì, aprile 22, 2010

Clegg, ultimo peluche a sinistra

di Fausto Carioti

Fa tenerezza che abbiano sempre un peluche di riserva, da abbracciare nel momento del bisogno. Adesso tocca a Nick Clegg, leader dei liberaldemocratici inglesi. Ma in principio fu Bill Clinton. Era il 1996, l’Ulivo italiano era appena nato e quelli che lo avevano fatto già sognavano l’Ulivo mondiale. A guidarlo, ovviamente, sarebbe stato il nuovo Kennedy, da poco insediato alla Casa Bianca. Il sogno iniziò ad ammosciarsi mentre Monica Lewinsky si alzava da sotto il tavolo dello Studio Ovale. La mazzata finale all’American Idol la dette lo stesso Clinton, entrando in guerra contro la Serbia. Massimo D’Alema e il suo governo erano con lui, ma metà della sinistra stava ancora lì, a cantare “Give peace a chance”, quando sopra le loro teste rombarono i B-52 a stelle e strisce. Erano segni premonitori. Avrebbero dovuto far capire alla sinistra italiana che era meglio accontentarsi di chi aveva in casa, senza farsi prendere da smanie esotiche, che non sai mai come vanno a finire. Ma quelli niente.

Si guardarono un po’ intorno, poi scelsero il più figo della piazza: il premier inglese Tony Blair, inventore del New Labour. L’uomo che aveva fatto uscire la sinistra britannica dal coma profondo in cui l’avevano spedita undici anni di conservatorismo firmati Margaret Thatcher. Blair ci stava. Eccome. Propose anche di creare una internazionale del centrosinistra alla quale avrebbero dovuto partecipare quei partiti, come i democratici americani, estranei alla tradizione socialista. Walter Veltroni era in brodo di giuggiole, e sulla scia di Blair proponeva di trasformare la vecchia Internazionale socialista in “Internazionale dei democratici e dei socialisti”: vuoi mettere.

L’Ulivo planetario era lì, dietro l’angolo, se leggevi Repubblica potevi toccarlo con mano. Riformista, moderno, un po’ eccitava e un po’ spaventava la sinistra italiana. Che comunque, ancora una volta, era pronta a concedersi allo straniero. D’Alema? Giuliano Amato? Ma per carità, i Ds italiani avevano già scelto le camicie botton down e gareggiavano a chi appariva più “new labour”. Il welfare delle garanzie? Roba vecchia, da anticaglia cigiellina, ferma alla questione operaia. La nuova frontiera era il welfare delle opportunità, era il ceto medio. Meglio se medio-alto.

Poi, però, come nelle canzoni di Francesco De Gregori, succede che «la storia non si ferma davvero davanti a un portone», nemmeno se è quello di Downing Street. Perché va bene essere riformisti, ma questo Blair parla come la Thatcher. Va bene anche essere filo-atlantici, ma l’asse iracheno con il presidente repubblicano George W. Bush, quello proprio no. Se ne accorge per primo il compagno Fabio Mussi. Strano esponente di sinistra, costui: ai broker di Londra continua a preferire i portuali di Livorno. Dice: «Blair merita rispetto, ma non può essere la nostra musa». Dopo un po’, sarà il suo collega Cesare Salvi a chiedere l’epurazione del leader britannico dall’Internazionale socialista: «Blair assume sempre di più il ruolo di leader della destra europea, liberista nel campo economico e sociale e militarista in quello delle relazioni internazionali». E fuori due.

Ma la voglia resta. Con tutta la buona volontà, un elettore mica può eccitarsi davanti a Piero Fassino. Gli occhioni ammiccanti di José Luis Rodríguez Zapatero, che evocano trasgressioni latine, arrivano al momento giusto. Il compagno Maurizio Crozza traduce in musica il desiderio: «Zapatero, Zapatera, l’un per cento de tu carisma me serve aquì». Appena arrivato, Zapatero ritira le truppe spagnole dall’Iraq, legalizza i matrimoni tra omosessuali, fa impazzire il Vaticano, apre le porte agli immigrati. La sinistra italiana ha deciso, l’anti-Berlusconi è lui.

I primi segni che qualcosa non va arrivano dalle due enclave spagnole in Africa, Ceuta e Melilla, militarizzate dal nuovo governo socialista. Qui, tra pallottole e filo spinato, muoiono decine di nordafricani che provano a entrare nel territorio spagnolo. Ma il disastro vero è quello dell’economia: con lui la disoccupazione supera il 19%, livello che non era toccato dal 1997. E l’istituto di statistica europeo fa sapere che l’Italietta di Berlusconi, con tutti i suoi difetti, sta per superare la Spagna nella classifica del reddito pro-capite. Inutile allo scopo: anche Zapatero è andato.

Meno male che, nel frattempo, alla Casa Bianca è arrivato un democratico nero. È giovane e bello, specchiarsi in lui ripaga delle apparizioni di Pier Luigi Bersani a Ballarò. Con Barack Obama niente sarà più come prima. O almeno è quello che pensano. Fin quando non scoprono che a) Obama intende ritirare con molta calma i soldati dall’Iraq; b) in compenso ne spedisce subito altri in Afghanistan, dove si bombarda e si spara più di prima; c) la chiusura della prigione di Guantanamo, simbolo delle nefandezze di Bush, è rimandata a data imprecisata; d) la Cia è libera di continua a rapire i sospetti di terrorismo in giro per il mondo. Queste, e altre mosse, gli guadagnano il nomignolo di Barack W. Bush. Non bastasse, costui ostenta pure una certa confidenza con Berlusconi. Se solo arrivasse qualcuno nuovo, a cui concedersi...

Massì, forse gli inglesi non erano così male. Questo Clegg, ad esempio. Classe 1967, belloccio, laico, cosmopolita, ha già preso le distanze dalle «guerre illegali» degli Stati Uniti. Dice di voler andare oltre la destra e la sinistra, che suona sempre bene. Si può provare. Mezzo Pd è già lì che fa il tifo. E se va male anche con lui, salterà fuori qualcun altro: l’importante è non smettere di sognare.

© Libero. Pubblicato il 22 aprile 2010.

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mercoledì, aprile 21, 2010

La marcia indietro e la minaccia

di Fausto Carioti

Il succo del discorso è tutto lì, nelle parole dette ieri da Gianfranco Fini ai suoi affinché Silvio Berlusconi intendesse: «Non ho intenzione di togliere il disturbo né di stare zitto». Frase che contiene una marcia indietro e una minaccia. La marcia indietro è evidente: l’intenzione di «togliere il disturbo», creando gruppi parlamentari propri, autonomi dal PdL, Fini ce l’aveva eccome. L’aveva annunciata nel faccia a faccia con Berlusconi e iniziata a mettere in pratica nelle ore seguenti, telefonando ai “suoi” parlamentari. Che poi, in buona parte, ha scoperto essere passati armi e bagagli con il Cavaliere.

Il voltafaccia del co-fondatore del PdL è ancora più lampante se si volge lo sguardo indietro di qualche mese. Nel congresso che sancì lo scioglimento di Alleanza nazionale Fini disse che il PdL «mai e poi mai dovrà pensarsi e organizzarsi secondo la degenerazione della democrazia che è la correntocrazia. Nessuno pensi di fare la corrente di An nel PdL». Altrimenti, chiosò, «non sarebbe stato meglio tenersi un partito del 10-12 per cento?». Già. E invece una nuova corrente di ex aennini è proprio quello a cui sta lavorando. Per carità, in politica è difficile trovare chi non si sia contraddetto una dozzina di volte. Però Fini queste cose le disse tredici mesi fa. Un po’ pochi, per chi oggi si presenta come il portabandiera della coerenza.

Per consentire a Fini di restare nel Popolo della libertà senza perdere la faccia, gli stessi uomini dell’ex leader di An hanno scelto di gettare la croce sulle spalle di Italo Bocchino. Il vice capogruppo del PdL alla Camera è indicato sia come il cattivo consigliere, sia come l’esecutore maligno che si è voluto spingere molto più in là di dove Fini gli avrebbe detto di fermarsi. Fini, infatti, non ha mai ammesso in pubblico di voler creare gruppi parlamentari autonomi.

Ora, Bocchino avrà pure commesso errori nel gestire la vicenda, e di sicuro poteva comportarsi molto meglio durante il confronto televisivo col forzista Maurizio Lupi. Però ha ragione quando dice, nell’intervista pubblicata ieri da Libero: «Non faccio atti o dichiarazioni che non corrispondono a quanto da me concordato con Fini». Anche i divani, a Montecitorio, sanno che Bocchino ha agito su mandato del presidente della Camera. Il quale, peraltro, avrebbe potuto sconfessarlo in pubblico con una dichiarazione di due righe, e la faccenda dei gruppi autonomi - preludio alla scissione - si sarebbe chiusa lì. Ma si è guardato bene dal farlo.

Il problema, per Berlusconi, non è però che Fini si sia rimangiato le sue velleità autonomiste e sia pronto a restare. Il problema è la sua volontà di «non stare zitto». Di per sé, parlare è una gran bella cosa. Specie se fai parte di una cosa che si chiama Parlamento. Solo che, in bocca a Fini, quelle tre parole assumono un inequivocabile significato minaccioso. E per capirlo non ci volevano i propositi raccontati a Repubblica da alcuni finiani, che hanno spiegato così cosa fare a Berlusconi una volta organizzata la loro “corrente di minoranza”: «Lo facciamo impazzire. Chiediamo la direzione ogni mese. Su ogni problema possiamo frastagliare il partito, come avvenuto con la legge sulla caccia. Ci possiamo mettere di traverso su tutto». Insomma, l’intenzione è quella di mandare in scena, con Fini protagonista, “Marco Follini 2, la vendetta”, film al quale il premier non ha alcuna voglia di assistere.

Di sicuro, l’ambizione della nuova sfida di Fini è inversamente proporzionale alle sue forze. Ieri c’è stata la prima vera conta tra i parlamentari del PdL provenienti da Alleanza nazionale. La notizia è che Maurizio Gasparri, Ignazio La Russa, Gianni Alemanno e Giorgia Meloni (anche il sindaco di Roma e la giovane ministra hanno scelto questo lato della barricata) hanno scritto un documento in cui riaffermano la loro scelta «irreversibile» di stare nel PdL. E questo testo è stato firmato da 75 parlamentari provenienti da An, ai quali se ne dovrebbero aggiungere altri.

Anche se i firmatari hanno avuto la delicatezza di dire che non è un documento contro Fini, è chiaro che si tratta proprio una risposta al loro ex leader. I colonnelli sono cresciuti e hanno messo sotto scacco il generale che li comandava. Al quale non resta che accontentarsi di qualche caporale e un po’ di soldati semplici. Infatti, convocando i parlamentari a lui vicini, Fini ha scoperto che sono 51, e nemmeno così noti. Li avesse chiamati a raccolta per sancire la scissione, anziché per creare una minoranza interna al PdL, sarebbero stati ancora meno. Tanto che l’ex leader di An ha confidato a chi gli stava vicino una certa delusione per le tante assenze illustri. Fini si è consolato dicendo di Gasparri, La Russa, Alemanno e gli altri «credo che in cuor loro siano d’accordo con me, ma ufficialmente non vogliono che si sappia». Frase che ha il sapore di quelle bugie consolatorie che ogni uomo è capace di raccontare a se stesso quando le cose non gli vanno per il verso giusto.

© Libero. Pubblicato il 21 aprile 2010.

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martedì, aprile 20, 2010

Scienziati italiani contro la teoria del Global warming

di Fausto Carioti

Prepariamoci agli strepiti. Sta per uscire in Italia (vivaiddio) un libro serio sul rapporto tra attività dell’uomo e temperatura del pianeta. Avete presente lo slogan per cui «I cambiamenti climatici sono tutta colpa dell’uomo», che poi è quello con cui Greenpeace chiede di intascare il nostro 5 per mille, insomma il tentativo di farci sentire in colpa per il semplice fatto di esistere e quindi di inquinare? Ecco, il libro in questione è proprio l’esatto contrario di questa roba qui. S’intitola “No slogan. L’eco-ottimismo ai tempi del catastrofismo”. Lo hanno scritto in tre. Due sono fior di scienziati: Teodoro Georgiadis, dell’Istituto di Biometeorologia del Cnr, e Luigi Mariani, esperto di Agrometeorologia dell’Università di Milano. La terza firma è quella di Mario Masi, giornalista esperto di tematiche ambientali. Lo pubblicano le edizioni Sangel. Il volume sarà presentato giovedì nella sede del Consiglio nazionale delle ricerche. Libero ha potuto leggerlo in anteprima.

Quale sia lo stato attuale del dibattito sul clima, è cosa nota. La tesi per cui la Terra si sta surriscaldando in modo anomalo per colpa dell’uomo è data per scontata dalla grandissima parte dell’informazione, inclusi i telegiornali di qualunque orientamento politico. Addossare la colpa all’industrializzazione (e quindi al capitalismo) e profetizzare sventure apocalittiche che solo politiche stataliste possono evitare, è esercizio facile che porta consensi e onorificenze. Come conferma il caso di Al Gore, che da candidato trombato alla Casa Bianca è diventato Nobel per la Pace. Eppure, che la teoria del global warming non sia così “provata” come vogliono far credere, lo si capisce anche da quelle email, per fortuna diventate pubbliche, nelle quali alcuni tra i più noti difensori americani ed inglesi di questa teoria si scambiavano consigli su come truccare numeri e grafici, in modo da fare apparire incontrovertibile il riscaldamento del pianeta. E meno male che erano scienziati.

Viceversa, fare notare le tante incongruenze della teoria dell’origine antropica del riscaldamento globale, sollevare dubbi sull’esistenza del fenomeno e sulle sue cause, equivale a prendersi l’accusa di «negazionisti», nemici dell’umanità. Con tutto quello che ne consegue: qualche anno fa finì sui giornali la storia dello scienziato Timothy Ball, che aveva ricevuto minacce di morte via email subito dopo aver espresso in televisione le sue perplessità sul riscaldamento globale. Richard Lindzen, che insegna Scienza atmosferica al Massachusetts Institute of Technology e che dei «negazionisti» è uno dei capifila, ha raccontato come gli scienziati che dissentono dalla linea allarmista vedano i fondi sparire e loro stessi etichettati come tirapiedi delle industrie.

Insomma, il libro di Georgiadis, Mariani e Masi arriva nel bel mezzo di una guerra di religione, nella quale persino gli scienziati usano toni e anatemi più adatti a mullah afghani che a uomini di scienza. Lo scopo dei tre autori, spiegano invece loro stessi, è «richiamare alla necessità di stare ai fatti, evitando la rituale equiparazione dell’uomo a cancro del pianeta e mirando a dare risposte all’esigenza di preservare la vita e l’ambiente». Un approccio quanto più possibile “laico”, che poi dovrebbe essere il normale metodo scientifico.

I tre lo mettono in pratica, per iniziare, su tanti slogan che sono sulle bocche di tutti, ma che con la scienza hanno poco a che fare. Esempio: «Le temperature di questi ultimi trent’anni non hanno precedenti negli ultimi mille anni». Vero? No. Spiegano gli autori: «Lo slogan è frutto di un errore dello scienziato statunitense Michael Mann il quale, utilizzando in modo errato una metodologia statistica, ha “appiattito” le temperature precedenti riuscendo a far scomparire la grande fase calda medioevale. L’errata interpretazione di Mann è stata pubblicata sull’“autorevole” rivista scientifica “Nature” e utilizzata come “pezzo forte” dal Report 2001 dell’Ipcc (l’Intergovernmental Panel on Climate Change, il gruppo intergovernativo sul mutamento climatico). (...) Sull’intenzionalità dell’errore di Mann è difficile pronunciarsi; fatto sta che, anche a fronte di contestazioni scientifiche rigorose, Mann non ha mai ammesso l’errore compiuto».

Altro slogan modaiolo: «Le previsioni climatiche eseguite con i modelli matematici su cui si basa il protocollo di Kyoto sono attendibili». Il trattato di Kyoto, per capirsi, è quello in base al quale il mondo industrializzato dovrebbe rinunciare a una parte della (poca) ricchezza che sta producendo in questi anni per tagliare una quota minima delle emissioni dei gas responsabili dell’effetto serra. Ma la verità, spiegano Georgiadis, Mariani e Masi, è che «modelli basati sulla stessa tecnologia faticano a prevedere una temperatura al suolo di qui a 5 giorni e le cose vanno peggiorando per previsioni a 15 giorni o a 3 mesi. Non si vede dunque in che modo il problema possa essere superato per le previsioni a 100 anni». Ad esempio, «non abbiamo a disposizione modelli in grado di prevedere con la benché minima accuratezza il comportamento futuro delle nubi, il cui ruolo è tanto importante che un aumento futuro delle nubi basse (cumuli, strati) porrebbe il mondo di fronte al problema del raffreddamento globale, mentre viceversa un aumento delle nubi alte (cirri) porterebbe ad un riscaldamento globale».

Chi vuole sapere cosa scrivono gli autori di slogan come «Il cambiamento climatico è la causa dell’assenza di sicurezza alimentare a livello globale» oppure «Per colpa del global warming i deserti avanzano», non ha che da leggere il libro. Dove si spiega anche quali sono le differenze tra le temperature del passato e quelle di oggi, cosa stia accadendo davvero ai ghiacciai della Terra, si discute delle teorie alternative a quella del global warming. Insomma, si fa scienza in modo pacato, documentato e divulgativo.

Ora resta solo da attendere il primo talebano - su Micromega, Repubblica o altrove - che accuserà i «negazionisti» Georgiadis, Mariani e Masi di essere finanziati da qualche industria inquinatrice, e che processerà il Cnr per aver dato spazio alla presentazione di libri tanto “pericolosi”. Coraggio, nemici del dubbio e seguaci del luogo comune, che già vi fremono le mani.

© Libero. Pubblicato il 20 aprile 2010.

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venerdì, aprile 16, 2010

Gianfranco, fine

di Fausto Carioti

L’affondo di Gianfranco Fini non è giunto inaspettato. Silvio Berlusconi ne era al corrente da mercoledì sera. Era stato il finiano Italo Bocchino, vicepresidente dei deputati del PdL, all’ora di cena, ad avvertire gli uomini del Cavaliere. «Guardate che Fini fa sul serio. O Berlusconi dà il trenta per cento del partito a uomini di sua assoluta fiducia, oppure è pronto a fare gruppi parlamentari autonomi». Apprese le intenzioni dell’alleato-rivale, ieri mattina Berlusconi aveva lanciato il suo, di avvertimento, chiamando al telefono Ignazio La Russa e Gianni Alemanno. Ovvero due ex aennini non catalogabili né come berlusconiani puri né come finiani. Il messaggio era rivolto a loro affinché lo recapitassero a Fini: «Ricordate, io ho fatto il PdL in un giorno e ve l’ho detto dopo. E adesso, se voglio, lo disfo in mezza giornata senza dirvi nulla».

Dietro queste parole già affiorava la solita tentazione di Berlusconi: usare l’arma atomica contro Fini e il centrosinistra, ovvero ottenere dal Quirinale elezioni anticipate. Tentazione che il recente voto alle regionali e alle amministrative ha reso più forte: l’opposizione, in questo momento, è semplicemente inesistente, e assieme a Bossi il Cavaliere si sente in grado di vincere nei due terzi del Paese. Inoltre la prossima legislatura sarà quella in cui dovrà essere eletto il successore di Giorgio Napolitano. Perché farsi sfuggire l’occasione? Già.

Così, quando Berlusconi si è presentato a Montecitorio per il pranzo con Fini, scortato da Gianni Letta che ieri ha compiuto gli anni, tutto o quasi era già stato scritto. Durante il pranzo l’atmosfera era tesa, ma l’“urlometro” è stato insolitamente basso. Berlusconi non si è sforzato per trattenere Fini. Gli ha snocciolato sondaggi dai quali emerge che il partito di Fini, da solo, avrebbe meno del 3% dei voti. Gli ha anche fatto presente che deve al PdL la presidenza della Camera, e che quindi se lui lascia il partito deve abbandonare pure lo scranno più importante di Montecitorio, e lo ha invitato a pensarci bene prima di rompere. Terminato il colloquio, il premier è uscito dalla sala da pranzo tranquillo e soddisfatto e, con serenità strafottente, se ne è andato in giro a fare shopping.

Sul documento di separazione consensuale ora manca solo la firma finale dei due, per la quale il Cavaliere si è preso 48 ore di tempo, utili per vedere cosa combina Fini. Il quale ha bisogno di almeno venti deputati per creare un proprio gruppo alla Camera e di dieci senatori per fare altrettanto a palazzo Madama. Già oggi, a Montecitorio, la maggioranza che il centrodestra riesce a ottenere nelle votazioni è risicata, e spesso - come raccontano le cronache parlamentari - nemmeno di maggioranza si tratta. L’uscita di una ventina di deputati dal PdL sarebbe pesantissima. Ma l’ingovernabilità non terrorizza Berlusconi, il quale - anzi - è convinto che spaventi più i finiani che i suoi.

Tant’è vero che il premier, ieri sera, ha mandato avanti il presidente del Senato, Renato Schifani, per “avvertire” gli uomini di Fini. «Quando una maggioranza si divide non resta che dare la parola agli elettori», ha sentenziato Schifani. Il messaggio del Cavaliere è chiaro: chi se ne va con Fini ha i giorni da parlamentare contati, perché le elezioni sono dietro l’angolo e dovrà cercarsi una candidatura al di fuori del comodo ombrello del PdL. È iniziato così uno scontro in apparenza paradossale, nel quale gli scissionisti finiani, spaventati dal voto anticipato, dicono che il governo deve comunque restare in carica sino al termine della legislatura, mentre chi il governo lo guida, e cioè Berlusconi, freme per spingerli fuori dalla maggioranza e ottenere lo scioglimento delle Camere.

Comunque vada, Berlusconi è convinto che per Fini questo sarà il colpo decisivo. Se l’ex leader di An sarà sconfessato dai suoi e non riuscirà a mettere in piedi gruppi autonomi, Berlusconi confida che si dimetterà da presidente della Camera. Se invece Fini dovesse riuscire nel suo intento, sancirà la fine della maggioranza che aveva vinto le elezioni nel 2008. E siccome maggioranze alternative non sono possibili, come ripeteva ancora ieri sera il premier ai suoi, «in base al principio del rispetto della sovranità popolare si dovrà andare quanto prima al voto». Con Fini, e quelli che lo avranno seguito, fuori dal PdL.

© Libero. Pubblicato il 16 aprile 2010.

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martedì, aprile 13, 2010

Da Fini e Udc buoni segnali per Berlusconi

di Fausto Carioti

Il massacro elettorale perpetrato ai danni della sinistra nei ballottaggi non è l’unica buona notizia incassata ieri da Silvio Berlusconi. Altre piacevoli novità sono arrivate dalle sue due tradizionali spine nel fianco: l’Udc e Gianfranco Fini hanno capito che le elezioni le ha vinte lui (se non da solo, poco ci manca) e gli mandano segnali di disponibilità.

Che il partito di Pier Ferdinando Casini avrebbe cambiato atteggiamento era chiaro già due settimane fa, dopo il voto delle regionali. L’alleanza con il Pd, anche se sottoscritta a macchia di leopardo, si era rivelata un fallimento. L’appoggio a candidati come Mercedes Bresso aveva ottenuto il duplice risultato di irritare le gerarchie ecclesiastiche e di essere bocciato dagli elettori. Mentre la scelta pugliese di candidarsi in autonomia dai poli era servita a far vincere Nichi Vendola (anche lui, non proprio un beniamino delle gerarchie vaticane). Quel che è peggio, il Pd si è mostrato un alleato inaffidabile in prospettiva futura: soggetto ai diktat dei Radicali e dell’Italia dei valori, senza una direzione politica forte, privo di obiettivi chiari, a partire dalle alleanze e dai candidati.

Così chi, nell’Udc, pensava ad aprire un dialogo con Pier Luigi Bersani in vista delle prossime elezioni politiche, è rimasto freddato dal voto delle regionali. Lo stesso Casini, al quale i dalemiani avevano fatto balenare l’ipotesi di essere il nuovo Prodi, quello che alla guida del centrosinistra avrebbe dato a Berlusconi la sconfitta definitiva, ha avuto modo di capire che, se abbocca, il pensionato della politica, nel 2013, rischia di essere lui.

Insomma, che l’Udc ricominciasse a strizzare l’occhio al centrodestra era nell’ordine delle cose. Ma i toni e i modi in cui questo è avvenuto colpiscono. Il presidente dell’Udc, Rocco Buttiglione, ieri ha detto senza giri di parole che appoggiare la candidatura della Bresso è stato «un grave errore». «Era indigeribile per il nostro elettorato, che, infatti, non ci ha seguito», ha ammesso. Un’autocritica, certo. Ma anche un’accusa a Casini, che si era fatto convincere dal plenipotenziario piemontese dell’Udc, Michele Vietti, ad accettare l’unione innaturale con la Bresso.

Ancora più clamoroso il riconoscimento delle virtù eroiche e cristiane della Lega, cioè del partito che aveva sancito la conventio ad excludendum nei confronti dell’Udc («Se Casini vuole fare accordi con la Lega al di sopra del Po, deve sapere che non c’è spazio»: Umberto Bossi dixit). Da bravo penitente, dopo essersi battuto il petto, Buttiglione ha provato a scambiare un gesto di pace con gli avversari in camicia verde: «Dopo di noi, la Lega è l’unico partito che ha il coraggio di affermare un’identità cristiana».

Per ora, a prenderne atto, è il ministro Gianfranco Rotondi, uno di quelli che lavora a infoltire la presenza cattolica nel centrodestra. «L’analisi di Buttiglione sull’ispirazione cristiana della Lega è innovativa e può essere premessa di evoluzioni molto importanti», ammicca. Tradotto, vuol dire che il segnale che ci si attendeva è arrivato, adesso sta al PdL e alla Lega dare un seguito. E nel Popolo della Libertà ce ne sono diversi, dai berlusconiani Fabrizio Cicchitto, Gaetano Quagliariello e Osvaldo Napoli al finiano Italo Bocchino, che aprirebbero volentieri le porte di casa al figliol prodigo. Anche per creare un contrappeso alla Lega dentro alla maggioranza.

Da Fini, invece, è arrivato quello che Berlusconi può interpretare come un gesto distensivo, in vista del faccia a faccia tra i due, previsto per giovedì. Il presidente della Camera ha detto che fare le riforme con l’opposizione, come chiede il Quirinale un giorno sì e l’altro pure, è una cosa «opportuna, ma non indispensabile». Secondo Fini, in altre parole, si potrà anche andare avanti a colpi di maggioranza. Che poi è quello che vogliono sentirsi dire Berlusconi e i suoi, convinti che il Pd non avrà il coraggio di portare sino in fondo il dialogo, e che quindi PdL e Lega si troveranno presto davanti alla scelta tra fare le riforme per conto loro o non farle per niente.

Certo, Fini ha subito precisato che sarebbe meglio accordarsi con l’opposizione, se non altro per evitare i referendum, che scattano automaticamente nel caso in cui le modifiche alla Costituzione non siano approvate da una maggioranza dei due terzi. Ma quella di ieri resta comunque la prima dichiarazione del presidente della Camera non allineata con le posizioni di Giorgio Napolitano da diversi mesi a questa parte. Fini si è anche detto pronto a rinunciare al “modello francese” puro, che prevede di affiancare al semi-presidenzialismo, accettato anche da Berlusconi, un sistema elettorale a doppio turno, del quale il premier invece non vuole sentire parlare.

Salvo sorprese - sempre possibili tra due personaggi che non si sopportano più da tempo - l’incontro tra i due fondatori del PdL rischia così di essere più tranquillo e proficuo di quanto vorrebbe l’opposizione. Le richieste dei forzisti sono riassunte da Osvaldo Napoli: «Primo, Fini deve prendere atto che Berlusconi ha vinto le regionali. Secondo, deve ammettere che il doppio turno è l’antitesi della democrazia, come conferma la bassa percentuale dei votanti a quest’ultimo ballottaggio. Terzo, non farebbe male a dare una bacchettata sulle dita dei suoi amici che parlano di “repubblica sudamericana” solo perché noi non vogliamo il doppio turno». Concetti che, in parte, Fini ha già espresso ieri. E se la tregua tra i due sopravvive al faccia a faccia di giovedì, Berlusconi metterà l’ennesima ciliegina sulla torta del 2010.

© Libero. Pubblicato il 13 aprile 2010.

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domenica, aprile 11, 2010

Le balle nucleari di Concita

di Fausto Carioti

Il compagno Mao diceva che «chi non fa inchieste non ha diritto di parola». Il compagno Mao è stato dimenticato troppo in fretta dalla sinistra italiana. Lo conferma anche la disinvoltura con cui ieri, sull’Unità, la direttrice Concita De Gregorio si è messa a sparare dati sul nucleare. L’intento - sai che novità - era quello di crocifiggere Silvio Berlusconi, stavolta con l’accusa di essersi legato alla tecnologia atomica francese. Solo il ritorno al nucleare, scrive la De Gregorio, è in grado di risvegliare «reazioni collettive» degli italiani contro il governo. «Tocca a noi», è il nuovo grido di guerra.

La direttrice dell’Unità ci tiene molto a fare i suoi raffrontini con gli Stati Uniti. Specie da quando sono governati da Barack Obama, l’uomo che ha rivoluzionato l’approccio politico a ogni possibile argomento (il giorno dopo la sua vittoria elettorale, l’Unità gli dedicò la fotografia della Terra vista dalla Luna e il titolo «Nuovo mondo»). Così ieri la De Gregorio scriveva che «negli Stati Uniti non si costruisce una centrale dal 1970, noi ricominciamo nel 2010». Come dire che nemmeno nella patria del capitalismo energivoro, da quarant’anni, si prendono quelle scelte scellerate che adotta oggi il regime italiano. E poi vuoi mettere i reattori del Caimano nucleare con le energie verdi, solari e rinnovabili dell’eco-compatibile Obama?

Tesi simpatica, che purtroppo per l’Unità e i suoi lettori non trova però appigli nella realtà. Innanzitutto: è vero che «negli Stati Uniti non si costruisce una centrale dal 1970»? Manco per sogno. La centrale di Grand Gulf, nel Mississippi, è entrata in funzione nel 1985; quella di Hope Creek, nel New Jersey, nel 1986; quella di Watts Bar, nel Tennessee, nel 1996; il secondo reattore della centrale di Beaver Valley, in Pennsylvania, è entrato in funzione nel 1987; i due reattori della centrale di Limerick, nello stesso stato, hanno iniziato a produrre elettricità nel 1986 e nel 1990; quelli di Catawba, nel South Carolina, nel 1985 e nel 1986. E l’elenco potrebbe continuare a lungo. Insomma, la De Gregorio scrive di cose che non sa.

Quelle cui si riferisce, probabilmente, sono le conseguenze dell’incidente avvenuto alla centrale di Three Miles Island, nel 1979, in seguito al quale negli Stati Uniti non si approvarono più nuovi progetti di centrali (anche perché si riteneva più conveniente produrre elettricità mediante il gas, che allora era a buon mercato). I progetti esistenti, però, andarono avanti. Le centrali disegnate in quel periodo furono costruite nei decenni seguenti e le ultime di esse sono entrate in funzione pochi anni fa. Tanto è vero che la dipendenza degli Stati Uniti dall’energia atomica, negli ultimi trent’anni, è aumentata in modo vertiginoso: nel 1980 le centrali nucleari statunitensi generavano 251 miliardi di chilowattora, pari all’11 per cento della produzione nazionale; nel 2008 l’elettricità prodotta mediante l’atomo era più che triplicata, salendo a 809 miliardi di chilowattora, pari al 20% del totale.

Adesso, però, c’è Obama, quello del «nuovo mondo» e delle energie pulite. Appunto. Il suo annuncio, tutt’altro che sconvolgente, è di poche settimane fa: «Il nucleare rimane la maggiore fonte energetica che non produce emissioni inquinanti. Per cui, per raggiungere i nostri crescenti bisogni energetici e prevenire le peggiori conseguenze del cambiamento climatico, dobbiamo aumentare il ricorso all’atomo». Più chiaro di così. Finita la costruzione delle centrali progettate all’epoca, il presidente democratico ha deciso di ripartire di corsa con il nucleare, stanziando subito 8,3 miliardi di dollari per la costruzione di nuovi impianti. «Ed è solo l’inizio», ha assicurato Obama, il quale ha intenzione di triplicare la cifra. È chiaro che per mettere in contrapposizione l’Italia con gli Stati Uniti, scrivendo che loro sono fermi da quarant’anni mentre noi «ricominciamo nel 2010», occorre essere ignoranti e/o in malafede.

E le energie «meno costose, ecologiche, sicure», di cui parla la De Gregorio? Quelle che «sfruttano il sole, il vento»? Ecco, a quelle non crede nemmeno Obama. Sono buone per produrre qualche punticino percentuale del fabbisogno nazionale di elettricità, come vogliono fare negli Stati Uniti e come ha in mente anche il governo italiano, ma il grosso deve venire dalle centrali atomiche. Il «nuovo mondo» di Obama non è così diverso da quello che ha in mente Berlusconi. Come facciano a sbrodolare per il primo e a inveire contro il secondo, è uno dei tanti misteri buffi della sinistra italiana.

© Libero. Pubblicato l'11 aprile 2010.

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sabato, aprile 10, 2010

Solo Fini può salvare Bersani

di Fausto Carioti

Il Cavaliere ha i suoi problemi con Umberto Bossi e non si fida sino in fondo di Giulio Tremonti. Per non parlare di quello che gli combina Gianfranco Fini, che è appena tornato a mettersi di traverso, stavolta sulla legge elettorale. Pier Luigi Bersani e il suo Pd, però, restano una garanzia: su di loro Silvio Berlusconi può sempre contare a occhi chiusi. Basta guardare questa storia delle riforme. Qui, delle due l’una: o l’opposizione si presenta con una proposta definita, e su di essa tratta con il centrodestra, ottenendo qualcosa e rinunciando a qualcos’altro, oppure va avanti in ordine sparso, limitandosi a dire «no» a ogni cosa che propongono governo e maggioranza. L’esito scontato, in questo secondo caso, è che Berlusconi finisca per fare come gli pare, giocandosi la partita con i soli Bossi e Fini, e non è che gli dispiaccia. Siamo ancora agli inizi, ma l’aria che tira è proprio questa.

Starebbe a Bersani, leader del primo partito d’opposizione, trovare uno straccio d’intesa dentro la minoranza, cioè con l’Idv (sua alleata) e con l’Udc (con la quale vorrebbe allearsi). Ma come può riuscirci, pover’uomo, se già dentro al suo partito non ce ne sono due che la pensino allo stesso modo e se oggi l’unica cosa chiara nel centrosinistra è che non sarà lui il candidato premier nel 2013? Non a caso, Bersani preferisce parlare del luogo delle riforme: si fanno in Parlamento, ha detto. Bene. Ma ciò che conta, anche in democrazia, è cosa si ha da dire: in aula, in commissione, a palazzo Grazioli, al bar dietro l’angolo. E il problema vero, per Bersani, è proprio questo: al momento non ha nulla di concreto da dire.

La proposta del PdL, anche se non è stata messa nero su bianco, ha già i contorni chiari. Anche ieri Berlusconi è stato prodigo di dettagli. Primo: pur preferendo l’elezione diretta del premier, il Cavaliere è pronto ad accettare un modello semi-presidenzialista alla francese, nel quale il presidente della Repubblica, eletto dal popolo, non è il capo del governo, ma “solo” colui che sceglie quest’ultimo. Per limitare i rischi di “coabitazione”, cioè che vi siano un presidente e un primo ministro di colore opposto, le elezioni politiche si terrebbero assieme a quelle per il Quirinale. Secondo: la legge elettorale va bene com’è, e comunque mai il leader del PdL ne accetterebbe una col doppio turno. Terzo: serve una grande riforma della giustizia, che separi il più possibile lo status dei magistrati giudicanti da quello della pubblica accusa.

Al cantiere di centrodestra, che va avanti spedito (la Lega vuole il federalismo, e per ottenerlo è disposta a cedere su gran parte del resto), il Pd assiste con l’elettroencefalogramma piatto, capace solo di produrre piccoli distinguo o le frasi fatte di Bersani, tipo «le riforme non può farle uno solo» e «il problema numero uno si chiama lavoro». L’inconsistenza del Pd è tale che ieri è dovuto intervenire Giorgio Napolitano per mettere qualche paletto ai progetti di Berlusconi e indicare la strada al Partito democratico.

Il presidente della Repubblica ha messo in guardia dal cambiare la forma di governo ricorrendo a «presidenzialismo, premierato e così via», che negli ultimi quindici anni sono stati protagonisti di “tentativi falliti” (una forma di premierato che ricordava quella inglese fu bocciata dal referendum del giugno 2006). Napolitano, comunque, si è guardato bene dallo scippare il lavoro al Parlamento e tantomeno si è sognato di porre veti. E nemmeno ha nominato in modo esplicito il semi-presidenzialismo, al quale pensa Berlusconi, tra le strade “rischiose”.

In compenso, c’è una parte del suo discorso che è piaciuta molto al PdL: quella in cui il Capo dello stato dice che «si pongono all’ordine del giorno questioni di riforma del fisco, così come questioni di riforma del sistema di sicurezza sociale», nonché «esigenze di riforma della giustizia, al fine di assicurare la certezza del diritto». Un invito chiaro ad agire a 360 gradi, giustizia inclusa, che è musica per chi ha in mente le cose da fare e possiede i numeri per realizzarle e complica ancora di più il ruolo di chi sta all’opposizione senza avere nulla da proporre. A questo punto Berlusconi può andare avanti, avendo l’accortezza di non perdere il contatto col Quirinale. Il cui inquilino, almeno fin quando l’opposizione non darà segni di risveglio, intende controllare da vicino quello che combinano PdL e Lega.

Anche se Napolitano sta facendo di tutto per riuscire a coinvolgere l’opposizione nella partita delle riforme, l’unico che davvero appare in grado di togliere il Pd dal ruolo di spettatore è Fini. Il presidente della Camera ha appena chiesto a Berlusconi di cambiare la legge elettorale e ha bocciato l’adozione del modello francese, perché il semi-presidenzialismo alla parigina «funziona solo con una legge elettorale maggioritaria a doppio turno» (proprio quella che Berlusconi non vuole, perché convinto che penalizzerebbe il suo partito). Parole e concetti non molto diversi da quelli del presidente della Repubblica, ed è difficile credere che tale assonanza sia figlia del caso. Questo asse con il Quirinale, e il fatto che la terza carica dello Stato stia cercando di arruolare tra i suoi consiglieri uno stratega di rilievo come Giuliano Ferrara, confermano che nella partita delle riforme Fini intende giocare un ruolo di primo piano. Il problema di Fini, come sempre, sono i numeri, giacché non può contare nemmeno sull’appoggio di tutti gli ex di An confluiti nel PdL. Anche a buona parte del Pd, però, almeno a parole, l’attuale legge elettorale non va bene.

Sfruttare il piccolo varco aperto da Fini nella maggioranza, a questo punto, è una scelta obbligata per Bersani e i suoi. Ma per riuscirci sul serio è necessario trovare una proposta da proporre ai finiani, tentando di allargare il consenso all’Udc, all’Idv e a chi ci sta. E pretendere che il Pd di oggi riesca a fare qualcosa di simile sembra davvero troppo. Malgrado la benevolenza del Quirinale, il rischio che Bersani e i suoi finiscano emarginati è altissimo. Berlusconi saprà farsene una ragione. Fini, chissà.

© Libero. Pubblicato il 10 aprile 2010.

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venerdì, aprile 09, 2010

Contro il Nobel per la pace a Internet

di Fausto Carioti

Premesso che quello per la Pace è il più ridicolo dei Nobel (lo hanno vinto il capo terrorista palestinese Yasser Arafat per quello che aveva fatto e Barack Obama per quello che non ha mai fatto, e tanto dovrebbe bastare), la smania giovanilista di assegnarlo a Internet, molto in voga in questi giorni, è l’ultima cavolata da mettere in conto al politicamente corretto. Come tale sta ottenendo un ampio consenso bipartisan. Ovviamente nessuno ha il coraggio di dichiararsi pubblicamente contrario. Si sa: Internet è giovane, Internet è il futuro, Internet è trendy e molto cool, e pazienza se chi lo dice sta al mouse e al touch-screen come l’uomo di Neanderthal stava alle posate da pesce.

La candidatura ufficiale del Web al Nobel per la pace, lanciata in Italia dal mensile Wired, è sponsorizzata - tra gli altri - dal presidente della Camera Gianfranco Fini, da Giorgio Armani, da Umberto Veronesi e da parlamentari dei diversi gruppi. Nelle motivazioni della candidatura c’è molta elegia e poca sostanza. La sostanza è riassumibile in questa frase, pubblicata su Wired: «Internet è la prima arma di informazione di massa. Un formidabile strumento di democratizzazione del sapere e di libera espressione». Bella, libera e democratica: fosse tutta qui, la questione sarebbe chiusa. Però non è tutta qui. Anzi.

Perché la Rete, in sé, non è né democratica né libera, così come non è né buona né malvagia. Su Internet c’è di tutto: ci sono le testimonianze dei blogger iraniani, certo. Ma c’è anche l’odio razziale, di classe, politico, tribale e religioso: verso i neri, gli ebrei, i cristiani, gli uiguri, gli interisti e ogni “etnia” di questo mondo. E pure questa è Internet. Ci sono i video della polizia americana che picchia persone indifese e scalda le coscienze dei difensori delle libertà civili: bene, bravi, applausi per Internet. Ma ci sono anche i video dei deficienti italiani che picchiano il ragazzo down a scuola, o montano la videocamera sul manubrio della moto e si mettono contromano a duecento all’ora: morti loro, morti i poveretti - padri, madri, figli - che hanno avuto la sfortuna di incontrarli. Tanto poi ci pensa qualche idiota al cubo a mettere il filmato su Youtube, e centinaia di migliaia di contatti sono assicurati, perché “alla gente” piace vedere certe cose. E anche questa è Internet. Ci sono tanti bei libri gratis, sul Web. E se tu sai una cosa e la condividi con me, siamo più ricchi in due: molto bello e molto democratico, come no. Ma sul Web, nei posti giusti, trovi anche le istruzioni per fabbricare una bomba nel garage di casa e andare ad ammazzare il prossimo, o gli indirizzi degli autori delle vignette ritenute blasfeme dai musulmani, così puoi andarli a trovare e sbudellarli nel nome di Allah. E pure queste sono informazioni che possiamo scambiarci con i bit, anche questa è Internet. Ci sono i siti che predicano l’amore e la tolleranza. E ci sono i siti dei pedofili, con le foto dei bambini violati. E anche questa è Internet.

Dire che Internet merita il Nobel per la Pace è come dire che la letteratura o la televisione meritano un tale riconoscimento. Ci sono i libri e le trasmissioni che solleticano gli istinti più bassi e quelli che ci elevano lo spirito e magari ci cambiano la vita. Allo stesso modo, Internet è uno specchio della vita e dell’umanità: nobile e infame allo stesso tempo.

L’alternativa ci sarebbe: dare il Nobel per la Pace, o meglio ciò che resta di esso, alle “Damas de blanco”, le “donne in bianco” di Cuba, le familiari dei prigionieri politici messi in carcere da Fidel Castro. Non sono trendy e non sono cool. Molte di loro sono anziane, non hanno i cellulari e nelle loro case non c’è l’antenna parabolica (grazie, compagno Fidel). Sono anti-moderne e molto poco fotogeniche. Dare il Nobel a loro sarebbe un gesto scomodo, che punterebbe ancora una volta l’attenzione del mondo sulla dittatura dei fratelli Castro e su ciò che avviene nelle carceri cubane (che mica c’è solo Guantanamo, da quelle parti). Farebbe andare in bestia Gianni Minà, Ignacio Ramonet e tutte le cheerleader del regime cubano, e già solo per questo ne varrebbe la pena. Invece delle quotazioni di Google, un simile riconoscimento aiuterebbe la causa dei prigionieri politici cubani e magari di tutti gli altri prigionieri politici del mondo. C’è arrivato persino Piero Fassino: «Le Dame in Bianco di Cuba», ha detto, «vanno sostenute in tutti i modi, perché stanno conducendo una battaglia per la libertà e la democrazia. Non solo per i loro congiunti, ma per tutti i cittadini cubani». Insomma, capirlo non è difficile.

© Libero. Pubblicato l'8 aprile 2010.

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venerdì, aprile 02, 2010

Nel Pd è iniziata la fuga dal 2013

di Fausto Carioti

Per capire cosa accade a sinistra di questi tempi tocca recuperare la summa filosofica del “furbetto” Stefano Ricucci, che non sarà il più fine degli analisti ma ha l'indubbio pregio della sintesi: «È facile fare i froci col culo degli altri». Perché due cose sono chiare nell'opposizione dal momento in cui si sono saputi i risultati delle regionali. La prima è che Pier Luigi Bersani è già bollito. Non solo nessuno pensa di farne il candidato premier del centrosinistra nel 2013 (cosa non troppo normale per il leader del principale partito d'opposizione), ma è anche chiaro a tutti, dalla figlia di Walter Veltroni in su, che come segretario del Pd ha già fallito. La seconda certezza - che ci riporta alla metafora evocativa di Ricucci - è che nessuno osa fare un passo avanti e dire: tocca a me, mi candido io. Al contrario: tutti criticano Bersani, in pubblico e in privato, ma al momento di arrivare al dunque si bloccano lì, sfoderando la frase di rito: «La leadership di Bersani non si discute». Complimenti al coraggio.

La verità è che il voto nelle tredici regioni ha tolto gli ultimi dubbi che ancora giravano, trasformandoli in una certezza: a meno di eventi imprevisti ed imprevedibili, le elezioni del 2013 finirà per vincerle il solito Silvio Berlusconi. Quelle che si sono appena svolte erano a tutti gli effetti elezioni di metà mandato, e si è visto come sono andate: c'è la crisi economica, la disoccupazione è in aumento, i magistrati lo inseguono più di prima, i giornalisti lo spiano sin dentro la camera da letto, lo hanno accusato di essere un seduttore di minorenni e un puttaniere, sono scesi in piazza in migliaia per dargli del mafioso e dello stragista, un italiano su tre non va a votare e quello, facendo due sole settimane di campagna elettorale con uno slogan che manco le Orsoline («L'amore vince sempre sull'invidia e sull'odio»), ha strappato quattro regioni ai suoi avversari, assieme a Umberto Bossi controlla il Nord e la conferenza Stato-Regioni ed è più forte che mai. Se poco poco nei prossimi tre anni l'economia si risolleva (e prima o poi dovrà accadere) e lui riesce a dare una sforbiciatina alle tasse, potrà fare la campagna elettorale per le prossime politiche dalla sua villa di Antigua, per tornare in Italia con l'elicottero che atterra direttamente sul Quirinale. Ma anche se il Cavaliere non dovesse essere così fortunato, la consistenza di quel semolino chiamato opposizione è tale che Berlusconi rischia di stravincere comunque.

A sinistra lo hanno capito. Dopo il voto di domenica e lunedì, i denti aguzzi e scintillanti del Caimano incutono ancora più terrore. Così è cominciata la gara a chi si tira indietro per primo, lasciando avanti il povero Bersani, che se si gira scopre di essere rimasto solo. Prendete il sindaco di Torino: Sergio Chiamparino, lo “sceriffo rosso”, la grande speranza del Pd del Nord e dell'Italia tutta. Prima del voto aveva detto che Bersani si muove «a zig zag, senza dare l'impressione di tenere la barra dritta», che «non siamo ancora usciti dal passato e il nuovo va ancora costruito», insomma che il Pd gli faceva schifo, che dopo le regionali si sarebbe dovuta costruire una forza nuova e che lui stesso non escludeva di candidarsi per la leadership. «Finalmente uno con gli attributi», hanno pensato i depressi elettori di sinistra. Poi si va al voto, il Pd perde tutte le regioni che può perdere e arretra persino nelle sue roccaforti storiche. E l'unica cosa che Chiamparino riesce a dire è che Bersani «ha fatto il massimo» e non deve essere messo in discussione.

Poi ci sarebbe Enrico Letta, che di questo passo rischia di fare la fine di quei calciatori tipo Alvaro Recoba, che hanno perso tutti i treni buoni e chiuso la carriera con un grande avvenire dietro le spalle. Se il nipote di zio Gianni si salverà da questa sorte sarà solo perché in Italia un politico è giovane sino a sessant'anni e può arrivare a palazzo Chigi o al Quirinale pure avendone ottanta. Ma anche lui, di affrontare adesso il suo destino, non ha nessuna voglia. Altri sopravvissuti alla strage berlusconiana non se ne vedono. Berlusconi ha assassinato ogni leader della sinistra, inclusi quelli futuribili, tipo il suo clone in scala uno a mille, Renato Soru. Gli altri nomi che girano, come quello di Nicola Zingaretti, al momento hanno un orizzonte di credibilità limitato al raccordo anulare. Fuori dal Pd, l'unico che prende voti è Nichi Vendola, ma la sua collocazione è tale che non può certo candidarsi alla guida dell'opposizione. Cosa che invece potrebbe - e vorrebbe - fare il leader dell'Udc, Pier Ferdinando Casini. Il quale, però, è appena uscito con le ossa rotte dalle regionali, e con il suo 4% circa può spostare gli equilibri in qualche regione, ma non certo a livello nazionale.

La situazione è tale che, per sfidare Berlusconi tra tre anni, iniziano a girare i nomi più improbabili: Luca Cordero di Montezemolo è stato affiancato dal governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, e dall'economista Mario Monti. Nomi che sono indici della disperazione. Intanto perché segnano la resa totale dei partiti di centrosinistra, che in questo modo ammettono di non essere in grado di presentare un candidato credibile e sono costretti a rivolgersi a personaggi estranei allo loro storia (Romano Prodi, almeno, aveva già avuto incarichi di governo con la Dc ed era il simbolo del dossettismo in salsa bolognese). E poi perché questi grand commis, tirati in ballo ogni volta che la sinistra non sa che pesci prendere, al momento buono sono bravissimi a ringraziare e dire che loro, alla politica, non ci pensano proprio. Che poi, tradotto, vuol dire che non hanno nessuna intenzione di andarsi a schiantare contro il muro di Arcore.

L'impressione è che in molti, nell'opposizione, inizino davvero a sperare che Berlusconi vada al Quirinale, e che intendano muoversi solo dopo quel momento. Almeno, tolta di mezzo una simile ira di dio, si potrà tornare ad avere qualche speranza di vittoria. Prima di fare certi calcoli, però, dovrebbero capire bene quale tipo di riforme istituzionali e di presidenzialismo intende introdurre Berlusconi. Uno così, se diventa presidente della Repubblica, non lo fa certo per il messaggio di fine anno.

© Libero. Pubblicato il 2 aprile 2010.

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