mercoledì, marzo 31, 2010

Ora o mai più

di Fausto Carioti

Bene Silvio, forza Berlusconi, applausi al grande premier. La vittoria alle regionali è tutta sua, e se proprio deve condividerne il merito con qualcuno è con i grandi strateghi del centrosinistra, che per l’ennesima volta hanno abboccato all’amo e ingoiato esca, lenza e mulinello, trasformando le elezioni amministrative in un referendum sul presidente del Consiglio. Che è finito come gli altri cento referendum che lo hanno preceduto: con Berlusconi che passa all’incasso e le menti dell’opposizione che si interrogano su dove hanno sbagliato. Reso omaggio al vincitore, però, ora tocca richiamarlo ai suoi doveri: Berlusconi faccia le riforme, le faccia sul serio e inizi a farle subito, se davvero vuole terminarle entro la legislatura. Ne va della sua faccia e delle sue ambizioni future (vedi alla voce Quirinale). La frase con cui ieri il premier ha annunciato che intende lavorare «alle riforme necessarie per l’ammodernamento e lo sviluppo del nostro Paese» promette bene, ma siccome non è la prima volta che la ascoltiamo (ad esempio la si era già sentita all’inizio della legislatura, e da allora sono passati due anni) sarà meglio capovolgere subito la clessidra.

Non perché sia vero quello che dice la sinistra, e cioè che l’esecutivo sinora non ha fatto nulla. La riforma della scuola voluta da Mariastella Gelmini, per dirne una, è lì a dimostrarlo. Ma perché è vero che gli elettori si attendono molto di più da un governo come questo, che in ambedue i rami del Parlamento può contare su una maggioranza solidissima, e da una coalizione che stavolta non ha l’Udc tra le scatole. Tanto più ora che sono iniziati tre anni senza elezioni degne di questo nome: le prossime saranno le politiche del 2013, e quindi il tempo per lavorare bene c’è tutto. Il triennio si è aperto ieri con quel forte sostegno politico, espresso dal voto alle regionali, che Berlusconi aveva chiesto proprio per avere la forza necessaria ad affrontare le riforme. Ora il presidente del Consiglio ha davanti un’opportunità irripetibile per cambiare l’Italia. Da adesso in poi non ci sono scuse. Ora o mai più.

Ad esempio. «La giustizia italiana ha bisogno di una grande riforma perché siamo ancora lontani da un corretto equilibrio tra la domanda di giustizia e la capacità di risposta giudiziaria. L’emergenza penale ha consentito in alcuni casi di costruire indagini senza riscontri e di pronunciare condanne senza prove». Sembra detta ieri, vero? Invece è stata pronunciata da Berlusconi nell’ottobre del 2001. Sono dieci anni che gli italiani attendono una riforma della giustizia. Da allora la situazione nei tribunali è peggiorata, e aver tergiversato non è servito a rasserenare i rapporti tra politica e magistratura. Al contrario, questi si sono incancreniti giorno dopo giorno. Qualche norma sulla giustizia, nel frattempo, è stata varata. Ma si tratta in gran parte di norme utili a sottrarre lo stesso Berlusconi e i suoi dalle grinfie di toghe più o meno rosse. Non che non ce ne fosse bisogno: se la magistratura ha dichiarato guerra alla politica, o anche al solo Berlusconi, chi è eletto dal popolo ha il diritto di difendersi. Diamo pure per scontato che continuerà a farlo. Gli italiani che votano Berlusconi, ormai, la pensano come lui: da un recente sondaggio fatto da Demos per Repubblica emerge che 7 elettori su 10 del PdL e 6 su 10 della Lega considerano i magistrati «attori politici, alleati, anzi la guida dell’opposizione». Mica gli angeli senza macchia dipinti da Antonio Di Pietro. Però, appunto, non si può pretendere di ridurre i problemi della giustizia a questo. C’è altro, che riguarda tutti, e spetta al governo e alla maggioranza trovare la soluzione.

Oppure la riforma fiscale. La «drastica riduzione delle aliquote» Irpef per arrivare all’aliquota unica del 30% è stata la prima grande proposta berlusconiana, e risale nientemeno che al 1994, quando a passare le idee al premier era un certo Antonio Martino. È chiaro che a Giulio Tremonti non è mai andata giù. Il ministro dell’Economia adesso sembra distinguere tra «riforma» del fisco e riduzione della pressione fiscale, come se la prima si potesse fare senza la seconda. Ma più che il suo parere, salvo prova contraria, conta quello di Berlusconi. E il premier non ha mai smesso di mettere in cima alle priorità una riforma che tagli le tasse. Ecco, se vuole mantenere l’impegno il momento è questo, qualunque cosa ne pensino Tremonti e gli altri.

E attento alle trappole. Giorgio Napolitano svolge il suo ruolo ecumenico chiedendo a Berlusconi «riforme condivise», come ha fatto anche ieri. Vale la pena di provarci, come no. Ma con il dovuto scetticismo. Perché il leader del maggiore partito d’opposizione, Pier Luigi Bersani, a parole continua a dirsi disponibile a discuterne, ma non sembra avere la forza politica necessaria a reggere l’urto con i suoi elettori, molti dei quali sono pronti ad abbandonarlo per Di Pietro al minimo cenno di intesa con l’odiato Caimano. Il «no» del Pd a molte novità, come la separazione delle carriere dei magistrati, è scontato sin d’ora, e la nobile esigenza di condividere le riforme con l’opposizione rischia di tradursi presto nell’ennesimo veto della minoranza.

Non che il Cavaliere sia tipo da farsi abbindolare dal Quirinale o dall’opposizione. Ma che possa usare le riottosità altrui come alibi per la propria inerzia e per le incapacità della sua coalizione, questo sì, e non sarebbe manco la prima volta. Se un simile retropensiero c’è, meglio che sparisca subito. Ed è bene anche mettere in conto sin d’ora tutti gli ostacoli interni. Gianfranco Fini ha dovuto prendere atto della forza elettorale del Cavaliere e ieri ha riconosciuto ufficialmente che il vero vincitore delle regionali è stato il premier. Il presidente della Camera ha anche chiesto un incontro per trovare una proposta di riforme condivisa con l’alleato-rivale. Ma simili idilli tra i due, di solito, durano poco. E sinora, quando si è trattato di scegliere tra Berlusconi e Napolitano, i finiani non hanno mostrato dubbi nel preferire il secondo al primo. Inoltre gli uomini di Fini hanno un’idea di presidenzialismo assai più morbida di quella berlusconiana. Loro guardano alla Francia e al suo sistema semi-presidenziale, nel quale il primo ministro non è eletto dal popolo, ma nominato da un presidente della Repubblica, che è scelto a sua volta a suffragio universale. Mentre il leader del Popolo della Libertà, se potesse, adotterebbe in Italia qualcosa di molto simile al modello statunitense.

Quanto alla Lega, è chiaro che fa un gioco tutto suo, e i siluri con cui a Venezia ha appena affondato Renato Brunetta lo spiegano meglio di mille discorsi. Insomma, Berlusconi dovrà prendere scelte difficili e tirare la corda con gli alleati. Ma è anche da come naviga tra simili scogli che un leader si guadagna il diritto di passare alla storia. Di sicuro, gli elettori non perdonerebbero tre anni di inerzia, ed è al solo Berlusconi che li imputerebbero.

© Libero. Pubblicato il 31 marzo 2010.

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martedì, marzo 30, 2010

Tre buone notizie per Berlusconi

di Fausto Carioti

Silvio Berlusconi aveva trasformato le elezioni regionali in un referendum su se stesso. E alla fine, come regolarmente gli accade in questi casi, il referendum lo ha vinto lui. Conquistando sei regioni delle tredici in palio, e soprattutto strappandone quattro al centrosinistra. Oggi PdL e Lega controllano undici regioni italiane, incluse le quattro economicamente più forti: Lombardia, Lazio, Veneto e Piemonte. Meglio di così, al premier non poteva andare. Se qualcuno - anche nel centrodestra - aveva pensato che queste potessero essere le prime elezioni del dopo-Berlusconi, dovrà rimandare le sue aspettative di qualche lustro.

Notoriamente più realisti del re, i berluscones ieri sera avevano almeno tre buoni motivi per dirsi soddisfatti. Primo, la vittoria di Renata Polverini nel Lazio, conquistata in extremis e sul filo di lana. Vittoria che i forzisti e lo stesso premier non attribuiscono certo alla candidata né ai finiani, ma all’ennesimo «miracolo» del premier, che si è caricato sulle spalle la campagna elettorale della Polverini dopo la prova di disorganizzazione fornita durante la presentazione delle liste. Chi, nell’entourage di Gianfranco Fini, contava di creare un asse aennino tra il comune di Roma, retto da Gianni Alemanno, e la nuova Regione di centrodestra, è subito invitato a ricredersi: «Ancora una volta la differenza l’ha fatta Berlusconi, loro erano stati capaci solo di combinare guai», commenta un noto berlusconiano romano.

Seconda ragione di soddisfazione, la sostanziale tenuta del PdL al Nord dinanzi allo straripare della Lega, riconosciuta dallo stesso Umberto Bossi. Perché è vero che Luca Zaia ha stravinto in Veneto con il 60%, risultato assai superiore a quello (50,6%) ottenuto cinque anni fa dal forzista Giancarlo Galan, e che alla fine Roberto Cota ha preso il Piemonte, operazione non riuscita nel 2005 al berlusconiano Enzo Ghigo. Però in Piemonte il PdL è risultato il primo partito, mentre in Lombardia il temuto sorpasso della Lega non c’è stato: il Popolo della Libertà le ha inferto un distacco di cinque punti. Anche se in questa regione, rispetto al 2005, il Carroccio ha quasi raddoppiato i consensi, superando il 26%, lo ha fatto ai danni del centrosinistra: nella regione più ricca d’Italia, operaia per eccellenza, oggi il Pd è il terzo partito. Insomma, come notavano ieri notte dal quartier generale berlusconiano, Bossi è cresciuto di molto, ma facendo male alla sinistra, piuttosto che agli alleati. E questo limita la preoccupazione per le conseguenze politiche del suo exploit. Anche se tutti, Berlusconi per primo, sanno benissimo che il Carroccio si prepara a presentare il conto.

Ultima ragione di soddisfazione tra i forzisti, la marginalizzazione dell’Udc. A conti fatti il partito di Pier Ferdinando Casini, che come noto ha scelto la “politica dei due forni”, appoggiando ora i candidati del centrodestra e ora quelli del centrosinistra, ha ottenuto quasi ovunque risultati deludenti. In Emilia-Romagna il candidato governatore dell’Udc è arrivato ultimo, doppiato anche dallo sconosciuto candidato dei grillini, e in Puglia l’Udc non è stata in grado di portare la Poli Bortone oltre l’8%. Pure nel Lazio, dove l’Udc è stata decisiva per la vittoria della Polverini, ha ottenuto meno del 5%, nonostante a molti elettori fosse impedito votare per il PdL. «Risultati di cui il Vaticano e i vescovi non potranno non tenere conto», commentava ieri sera di uno dei berlusconiani impegnati a tenere il filo dei rapporti con l’altra parte del Tevere, «così come non potranno ignorare che in Piemonte Casini ha rischiato di far vincere l’abortista Bresso». Se la caccia alle spoglie del berlusconismo è rimandata a data da destinarsi, quella alle spoglie dell’Udc rischia di aprirsi già oggi. E potrebbero essere proprio i berlusconiani ad avviarla.

© Libero. Pubblicato il 30 marzo 2010.

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sabato, marzo 27, 2010

L'attacco politico a Ratzinger e le bufale di Repubblica

di Fausto Carioti

Ci sono solo due cose chiare nella storia degli abusi sessuali compiuti da un sacerdote del Wisconsin tra gli anni Cinquanta e Settanta, oggetto della recente inchiesta del New York Times. La prima è che quegli abusi nei confronti dei piccoli sordomuti ci furono, e che quindi una parte della Chiesa (negli Stati Uniti di sicuro, altrove è da capire) è colpevole. La seconda certezza è che per la sinistra italiana l’attacco americano a Joseph Ratzinger è arrivato nel momento migliore: quello in cui occorre delegittimare il Vaticano per motivi elettorali. Da qui la lunga serie di illazioni e vere e proprie bufale, allo scopo di screditare il papa e tutti quelli che, dentro alle mura leonine e nella Conferenza episcopale, condividono la sua battaglia in difesa dei «valori non negoziabili» della vita.

Piaccia o meno, lo scontro tra «pro-life» e «pro-choice», cioè tra chi difende la vita e chi il diritto della madre a scegliere di abortire, è il tema più caldo di questa campagna elettorale. Se non altro perché chiama in causa Emma Bonino e Mercedes Bresso, le candidate del centrosinistra in Lazio e Piemonte, che per coincidenza sono le regioni date in bilico da tutti i sondaggi. Anche ammesso che gli elettori sensibili ai temi bioetici non siano molti, in queste due regioni possono essere decisivi, proprio perché basterà poco per fare la differenza.

Se i vescovi italiani, come da tradizione, sono divisi tra chi mette al primo posto la difesa della vita (tema gradito al centrodestra) e chi le affianca la questione sociale (sulla quale il centrosinistra si trova più a suo agio), Ratzinger è stato chiarissimo su quali debbano essere le priorità: no all’aborto in tutte le sue forme, no a ogni tipo di eutanasia, difesa della famiglia formata da uomo e donna. Una linea fatta propria anche da Avvenire, il quotidiano della Cei, e sulla quale il giornale della Santa Sede, l’Osservatore romano, è invece apparso più tiepido. Proprio Avvenire ieri ha pubblicato le pagelle ai candidati alle regionali, ai quali era stato sottoposto il manifesto del Forum delle associazioni in difesa della famiglia. Risultato: «Il tema della famiglia è assunto quale priorità - almeno nelle intenzioni - dai candidati dell’Udc e dalla gran parte di quelli del PdL e della Lega. Sembrerebbe invece interessare solo una minoranza dei politici di una grande forza popolare come il Partito democratico e poco o nulla gli esponenti dell’Italia dei valori». Insomma, i politici non sono uguali davanti alla Chiesa. Stavolta meno che mai.

A sinistra lo hanno capito benissimo. E Ratzinger è diventato un nemico da screditare. L’accusa è un classico: «Non poteva non sapere», doveva essere al corrente degli episodi di pedofilia, e se non ne ha parlato è perché ha voluto insabbiare. Il corollario politico è evidente: papa Benedetto XVI e le sue gerarchie non hanno alcuna autorità morale per dare indicazioni di voto. Succede così che l’Unità di Concita De Gregorio, fino a qualche tempo fa cauta verso Ratzinger, si mette a gareggiare in anticlericalismo col Manifesto, inizia a fare le battutine sul «Papa e Papi» e nota con soddisfazione che «a cinque giorni dal voto le gerarchie vaticane sono scese in campo invitando a non sostenere i candidati filoabortisti. A tre giorni dal voto i giornali cattolici sono costretti a difendere il Papa dalle accuse pubblicate in prima pagina sul New York Times». Mentre nel PdL c’è la ressa per fare quadrato attorno al pontefice, quelli del Pd disposti a spendere una parola per Ratzinger sono i pochissimi cattolici rimasti nel partito: Enrico Letta e un paio di altre persone. In compenso Luigi De Magistris, dell’Idv, chiede a Ratzinger di andare in tribunale a dire tutto quello che sa sui casi di pedofilia in Germania.

Il fronte progressista è talmente infervorato che finisce per pubblicare in prima pagina le più solenni bischerate. Tipo quelle apparse ieri nell’editoriale di Repubblica, firmato da Giancarlo Zizola. Che inizia lodando il grande accusatore del Papa, citato in questi giorni dal New York Times, «l’arcivescovo di Milwaukee monsignor Weakland», definito da Repubblica «una delle figure più luminose del cattolicesimo degli Stati Uniti», il cui comportamento fu «irreprensibile di fronte ai doveri della coscienza verso la verità e verso la Chiesa sugli abusi sessuali del clero». Un pastore, ricorda commosso Zizola, «morto con parole di perdono per coloro che lo avevano ingiustamente coinvolto in accuse infamanti».

Ci sarebbe da commuoversi davvero. Se non fosse, come nota nel suo blog il vaticanista dell’Espresso Sandro Magister, che: 1) questa «figura luminosa» del cattolicesimo americano, questo paladino della lotta agli abusi sessuali del clero, «non è più arcivescovo di Milwaukee dal 2002, quando fu “dimissionato” dopo che un ex studente di teologia l’aveva accusato di violenza carnale, rompendo il segreto che lo stesso Weakland gli aveva imposto in cambio di 450 mila dollari detratti dalle casse dell’arcidiocesi»; 2) Weakland non è «morto con parole di perdono» nei confronti di nessuno, per il semplice fatto che è ancora vivo; 3) «Tutto quello che Zizola scrive di lui», nota ancora Magister, «non corrisponde alla sua biografia, ma a quella del cardinale Joseph Bernardin, arcivescovo di Chicago, lui sì “irreprensibile” e morto nel 1996 dopo aver perdonato colui che lo aveva falsamente accusato di atti carnali».

A Repubblica sarebbe bastato controllare l’enciclopedia online Wikipedia per evitare di cadere così in basso. Se i portabandiera del pensiero laico non sanno (o non vogliono) fare nemmeno questo, vuol dire che stanno davvero con la bava alla bocca.

© Libero. Pubblicato il 27 marzo 2010.

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giovedì, marzo 25, 2010

Il martello di Berlusconi

di Fausto Carioti

Occhio a non prendere l’appello con cui Silvio Berlusconi chiede ai cittadini di dire cosa pensano del presidenzialismo per l’ennesima sparata pre-elettorale del premier, buona solo per scaldare gli animi degli ultrà. C’è molto di più dentro questa sua evocazione della piazza e del popolo dei gazebo: c’è il filo conduttore della politica che farà il leader del PdL nei prossimi tre anni e - soprattutto - c’è un’anteprima del volto nuovo che intende dare al partito. In quattro parole: ci sarà da divertirsi.

Come ha scritto il politologo Robert Kagan in un saggio in cui parla di tutt’altro, «a chi ha un martello tutti i problemi sembrano chiodi, ma a chi non possiede un martello, nessun problema sembra un chiodo». Berlusconi il martello ce l’ha: è la sua gente, sono gli elettori, peraltro l’unico strumento accettabile in una democrazia. A patto di usarlo in modo responsabile. E, per quanto i suoi avversari dicano il contrario, sinora questo Berlusconi l’ha saputo fare, se è vero che, da quando è sceso in campo, dalla sua parte non è giunto alcun atto di violenza politica (lo stesso non si può dire per la sinistra).

Gli altri, il popolo non ce l’hanno. O almeno non hanno nulla di paragonabile a quello berlusconiano: come scrisse Peppino Caldarola, ex direttore dell’Unità, Berlusconi «sembra l’ultimo giapponese, poi scopri che nella giungla ha addestrato guerriglieri senza paura. C’è un esercito di fedeli, la più affollata setta del mondo, disposti a seguirlo». Pure quelli di Azione Giovani, ragazzi che non hanno mai letto Julius Evola ma nel simbolo hanno ancora la fiamma tricolore, sabato erano in piazza San Giovanni a gridare «un presidente, c’è solo un presidente». E non è a Gianfranco Fini che si riferivano.

Spiazzati dall’ennesima invenzione del premier, i suoi avversari adesso cercano di far passare il messaggio per cui, invece di varare le riforme ascoltando i cittadini, è più democratico farle fregandosene di costoro, come peraltro è sempre avvenuto. Così la sinistra si scandalizza e lancia l’ennesimo allarme per la «deriva plebiscitaria». Loro, infatti, il “martello” non ce l’hanno: quelli che hanno riempito metà piazza del Popolo il 13 marzo non avevano nulla in comune tra loro, se non l’avversione per Berlusconi. Erano, a loro modo, una piazza “berlusconiana”, e hanno dato ragione al premier quando dice, come ha fatto ieri, che da sedici anni «il grande collante» della sinistra è lui, capace di fare sfilare insieme i garantisti radicali di Marco Pannella e i manettari di Antonio Di Pietro, per i quali il sospetto non è più solo «l’anticamera della verità», come sostenevano anni fa padre Ennio Pintacuda e Leoluca Orlando, ma una condanna già passata in giudicato.

Allo stesso modo, Fini s’inalbera e avverte che per le riforme serve un approccio «senza strumentalizzazioni di tipo propagandistico». Parole che sono miele per Berlusconi, che infatti promette di tirare dritto: «Sono stato criticato perché ho detto che saranno i cittadini a decidere se dovrà essere eletto direttamente da loro il presidente della Repubblica o il presidente del Consiglio. Sono felice di queste critiche, perché sono convinto della giustezza della mia posizione».

Ma se per la definizione delle riforme, alla fine, il premier dovrà fare i conti con le procedure costituzionali e i numeri del parlamento, per ridisegnare il partito avrà la mano molto più libera. Berlusconi vuole un PdL carismatico e leaderistico, nel quale il rapporto tra il capo e gli elettori sia diretto, non mediato da organismi e burocrazie di partito. Ieri, a modo suo, lo ha detto: «Il Pdl è nato per ascoltare il popolo». Gaetano Quagliariello, che oltre ad essere vicecapogruppo vicario dei senatori azzurri è anche un politologo appassionato di Charles De Gaulle, pesa le parole, ma il concetto è chiaro: «Berlusconi è impegnato a costruire un partito democratico, nel quale ci sia spazio anche per una ipotetica minoranza. Sa bene pure lui, però, che il PdL non potrà mai sfuggire del tutto da un elemento genetico, che in fondo rappresenta il vero vantaggio del centrodestra sullo schieramento opposto. In piazza San Giovanni abbiamo visto un popolo stringersi attorno al suo leader; in piazza del Popolo avevamo assistito a divisioni e ripicche sedate solo dall’antiberlusconismo».

Il PdL come popolo che «si stringe attorno al suo leader» (o come leader che si appella direttamente al suo popolo) contro il PdL partito “normalizzato”, in cui il rapporto tra la base e il vertice passa attraverso organismi territoriali, dirigenti e quadri: sarà questo il vero scontro tra Berlusconi e Fini. Ed è già iniziato, prima di quando si potesse immaginare.

© Libero. Pubblicato il 25 marzo 2010.

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mercoledì, marzo 24, 2010

Operazione Aumma Aumma

di Fausto Carioti

Almeno la buonanima di Achille Lauro aveva il buon gusto di pagarsi i voti con i soldi propri. La scarpa sinistra prima del voto, la destra solo se al seggio elettorale hai fatto il bravo. Nell’attesa, pacchi di pasta per tutti: con la panza piena si ragiona meglio e non si corre il rischio di mettere la croce sul nome sbagliato. Roba da magliari? Aspettate di vedere i bravi amministratori della sinistra di oggi: al loro confronto Lauro era l’arbiter elegantiarum della democrazia. Questi sono così micragnosi che il regalino a chi li deve votare lo fanno con i soldi degli elettori stessi. Soldi pubblici.

In Campania - per dire un posto a caso - è saltato fuori un concorsone indetto dall’amministrazione partenopea di Rosa Russo Iervolino. Un capolavoro di ingegneria pre-elettorale. Funziona così: il Comune di Napoli, notoriamente in stato di florida salute finanziaria (1,5 miliardi di debiti, pari a 1.555 euro per ogni napoletano, neonati inclusi) e dotato di organici sottodimensionati (appena 12mila dipendenti), ha emesso un bando per 534 nuove assunzioni. Sessanta ragionieri, 165 assistenti sociali e così via. Il termine per iscriversi al concorso è scaduto il 15 marzo. Hanno presentato domanda in 112.572 e molti di questi - diciamo così - avranno sentito un certo bisogno di rendere più solida la loro candidatura contattando i referenti politici locali, i quali ovviamente sono interessati al buon esito delle elezioni regionali. Insomma, un accordo tra persone volenterose lo si può trovare. Sede, giorno e ora in cui si terranno le prove selettive saranno comunicati il 30 marzo, cioè il giorno dopo le elezioni. E se state pensando alla scarpa destra di Lauro, vuol dire che siete proprio maliziosi.

Dinanzi a tanto attivismo la Regione Campania, governata da Antonio Bassolino, non poteva farsi trovare inoperosa. Così l’Ente autonomo Volturno, controllato dall’amministrazione regionale, ha provveduto ad avviare assunzioni per chiamata diretta. Senza perdere tempo con quelle noiose formalità burocratiche che sono i concorsi pubblici, insomma. In pochi giorni sono state assunte in questo modo 49 persone. La giunta Bassolino ha anche provveduto, stavolta in proprio, a prorogare i contratti a 50 dirigenti esterni, che quindi rimarranno al loro posto anche nel malaugurato caso in cui il controllo della Regione dovesse passare nelle mani del centrodestra. L’operazione “Aumma aumma” è completata da mance e mancettine varie, tipo i 667mila euro girati proprio ieri dalla stessa giunta regionale al teatro Trianon di Forcella.

Malcostume da meridionali? Niente affatto. Su queste stesse pagine ieri e oggi si è raccontato della pioggia di soldi pubblici dati nelle ultime settimane alle associazioni amiche dal presidente uscente del Piemonte, Mercedes Bresso, anche lei del Pd. E a Bologna il PdL ha presentato in procura un faldone sugli sprechi e le regalie attribuiti a Vasco Errani, governatore dell’Emilia-Romagna.

Va da sé che certe cose non accadono solo sotto le insegne della sinistra. Anche sul fronte opposto c’è chi usa mezzi simili per ottenere gli stessi risultati. Ma almeno, di solito, ha la delicatezza di farlo senza riempirsi la bocca con la questione morale, il rinnovamento della politica e altre menate del genere, magari sbandierate in un’intervista all’Unità o a Repubblica. E soprattutto non va in giro con il ditino alzato a dare lezioni al prossimo. Non sarà molto, ma di questi tempi tocca consolarsi con quello che passa il convento.

© Libero. Pubblicato il 24 marzo 2010.

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martedì, marzo 23, 2010

Quel conticino che nessuno ha voglia di fare

di Fausto Carioti

C’è una gara a dipingere un PdL a un passo dal baratro e un Silvio Berlusconi agli sgoccioli (auguri a chi ci spera davvero). Nessuno, però, sembra voler perdere tempo con un conticino banale banale. Nemmeno Pier Luigi Bersani, che vanta competenze economiche - e quindi si spera anche aritmetiche - sembra essersene accorto, dal momento che ha fatto sapere che si riterrà soddisfatto se, delle tredici regioni in palio domenica e lunedì, al centrodestra ne dovessero andare “solo” sei. Il conticino è questo: a Berlusconi basterà vincere in cinque regioni per poter dire che la maggior parte delle regioni italiane sono controllate dalla sua coalizione. E se davvero il centrodestra dovesse ottenere sei governatori, malgrado l’entusiasmo di Bersani, il raggio d’azione amministrativo del Partito democratico avrebbe raggiunto il suo minimo storico. Insomma, il rischio che lunedì sera finisca un’epoca è molto concreto, ma l’epoca che potrebbe chiudersi è quella dello strapotere territoriale degli eredi del Pci, con il sorpasso di Berlusconi ai danni degli avversari di sempre.

Anche perché quello delle cinque regioni è un obiettivo alla portata del Cavaliere. A questo punto bisognerebbe spiegare bene quali sono le distanze tra i candidati nelle regioni in bilico, dove queste distanze si stanno riducendo o ampliando e a favore di chi. Però non si può fare. Perché la legge sulla par condicio voluta nel 2000 dal centrosinistra (cioè dagli stessi che in questi giorni si atteggiano a paladini della libertà d’informazione repressa dal governo) vieta di dare agli elettori simili informazioni, proibendo la diffusione dei risultati dei sondaggi nelle ultime due settimane prima del voto. Diciamo allora che la coalizione PdL-Lega ha buoni motivi per sentirsi la vittoria in tasca in Lombardia e Veneto, ovvero le uniche due regioni in palio dove il centrodestra già governa. Aggiungiamo che il PdL vanta ottime chances di vincere in Campania e in Calabria. E siamo a quattro. La quinta vittoria, secondo le aspettative degli uomini del Cavaliere, dovrebbe arrivare dal Piemonte o - nonostante tutto - dal tribolatissimo Lazio.

Mettiamola in questo modo: l’aria che tira in tutta Italia dopo la chiamata alle armi da parte del premier, e Piemonte e Lazio non fanno eccezione, autorizza il centrodestra a sognare almeno un 5-8 per il centrosinistra. Per questo sul Predellino, il giornale online degli ultrà berlusconiani, il deputato azzurro Giorgio Stracquadanio - uno dei pochi che si è fatto i conti, e che ovviamente è al corrente dei sondaggi che girano a palazzo Grazioli - ipotizza che tra una settimana, tirando le somme a livello nazionale, «le bandierine issate sulle regioni vedranno il centrodestra in vantaggio».

Popolo della Libertà e alleati, al momento, sono al governo in Lombardia, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Abruzzo, Molise, Sicilia e Sardegna. E domenica si vota solo nelle prime due regioni. Basterebbe non perderle (e non sarà difficile) e aggiungerne altre tre (ed è chiaro su quali si punta) e il centrodestra uscirebbe dalla tornatona elettorale con la bellezza di dieci regioni sotto il suo controllo. Mentre il centrosinistra, a questo punto, conterebbe solo su nove regioni (la ventesima, la Val d’Aosta, è fuori dal confronto, essendo da sempre amministrata dalle forze autonomiste).

Vero: non sarebbe la prima volta. Accadde per due anni, grazie alle elezioni del 2001 in Molise e Sicilia, dove il centrodestra vinse portando il conto nazionale sull’11 a 8 per le bandierine azzurre. Ma quelle del 2001 furono davvero elezioni locali. Stavolta, invece, gli italiani sono davanti a una mega-tornata elettorale di tredici regioni, dal fortissimo sapore politico, che Berlusconi ha voluto trasformare - riuscendoci - nell’ennesimo referendum su se stesso.

L’ultima volta che ci fu un voto per le regionali con un significato nazionale di portata simile fu nel 2005, e anche allora Berlusconi era a palazzo Chigi. Al termine di quella tornata elettorale, il centrosinistra aveva in mano la bellezza di quindici regioni, mentre Berlusconi e i suoi alleati ne governavano appena quattro. Solo cinque anni dopo l’odiato Caimano, davanti a un identico appuntamento, è a un passo dal piantare i denti nella maggior parte delle regioni italiane. E anche se non raggiungesse questo risultato epocale, con ogni probabilità il suo partito sarebbe comunque alla guida in almeno nove di esse. A sinistra bisogna essere davvero molto ottimisti per crederlo moribondo.

© Libero. Pubblicato il 23 marzo 2010.

Post scriptum. Come noto, il sito di riferimento per le corse clandestine dei cavalli è Nota Politica.

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domenica, marzo 21, 2010

Dopo la piazza e il voto, il PdL andrà alla conta

di Fausto Carioti

E adesso? Dopo la prova di forza di ieri e - soprattutto - dopo il voto che si terrà tra una settimana, cosa accadrà al PdL? Molto meno di quanto scriva (e speri) la gran parte dei giornali. Intanto, comunque vada il voto, non ci sarà alcuna scissione. Nessun addio da parte dei finiani. E questo per il più banale dei motivi: non conviene a nessuno, ai finiani per primi. Perché lasciare un partito dove nel giro di tre o quattro anni si deciderà la successione a Silvio Berlusconi? La presenza in massa dei finiani alla manifestazione berlusconiana di ieri è la conferma che strappi in vista non ce ne sono.

Ciò nonostante, il PdL cambierà moltissimo. Se ne è parlato nelle ultime settimane tra le diverse componenti del partito, e si è già abbozzata un’intesa di massima. Certo, molto dipenderà dalle elezioni regionali. Ma grosse sorprese non dovrebbero arrivare. Nel PdL si dà per scontata la vittoria in Lombardia e Veneto; si dà per molto probabile quella in Campania e Calabria; si dà per possibile, anche se ardua, la conquista di Lazio e Piemonte. Dal resto d’Italia, se dovesse arrivare qualcosa, sarà tutto grasso che cola. Tirando le somme, il risultato minimo accettabile è ritenuto la vittoria in quattro regioni su tredici. Se le vittorie saranno cinque sarà un bel risultato, se saranno sei un successone. Dove le cose andranno molto male, cadrà la testa del coordinatore regionale. Nel PdL c’è anche chi farebbe fuori volentieri Denis Verdini, il più potente dei tre coordinatori. Ma il buon risultato della manifestazione di ieri, da lui organizzata in tempi da record, lo ha rafforzato. Il resto, su di lui e su altri, lo dirà il risultato elettorale.

Ma la rivoluzione vera sarà un’altra. Perché su una cosa, ormai, sono tutti d’accordo: la spartizione del partito secondo la logica del 70-30 (sette posti su dieci agli ex forzisti, tre agli ex aennini), non ha più senso. Il nuovo confine è quello tra berlusconiani e finiani. Tutto sommato è una buona notizia: vuol dire che l’amalgama Forza Italia-An, almeno in parte, è riuscito. A questa “fase 2” si potrebbe arrivare anche tramite una transizione soft. Berlusconi e Fini si siedono a un tavolo e si mettono d’accordo: questi sono i tuoi, questi i miei, questi sono i rapporti di forza tra le due “anime” del partito. È un’ipotesi, però, alla quale credono in pochi. A parte le incompatibilità permanenti tra i due, si è visto che simili intese calate dall’alto durano pochi mesi, e che presto tornano a riproporsi gli stessi problemi. E comunque ci vorrebbe un ottimo risultato alle regionali per dare lo slancio necessario ad adottare una simile soluzione, ma è difficile che questo risultato arrivi.

E allora la cosa più probabile è che, subito prima o subito dopo l’estate, si vada alla conta. Con un congresso? Difficile. Fare una battaglia congressuale vuol dire affidare le sorti del partito ai signori delle tessere, e l’idea non piace a Berlusconi. Più plausibile la convocazione del consiglio nazionale, del quale fanno parte parlamentari, ministri e viceministri, coordinatori regionali e provinciali, presidenti delle Regioni e delle Province e altri. In alternativa, potrebbe esserci la conta dei soli parlamentari. È proprio in vista di questa sfida che, nei giorni scorsi, Berlusconi ha dato mandato ad alcuni dei suoi per avviare un’operazione di “recupero” dei parlamentari finiani.

Alla fine di questo conteggio, il PdL avrà una sua maggioranza, ovviamente di stretta osservanza berlusconiana, e una sua minoranza, più o meno folta. Posto che tutti o quasi gli ex forzisti si schiereranno con Berlusconi, resta da capire cosa faranno gli ex di An. Alcuni di loro si dà per scontato che stiano con Berlusconi. Maurizio Gasparri, ad esempio, qualche tempo fa è stato chiaro: «Fini», ha detto, «ha diritto di avere idee nuove, ma io preferisco restare nei confini di quella destra che rappresenta le mie idee». Stessa scelta che potrebbe fare Ignazio La Russa. Italo Bocchino è scontato che si schieri con Fini. Altero Matteoli, Gianni Alemanno e altri saranno chiamati a scegliere. Al termine di questa operazione, ogni carica sarà distribuita secondo i nuovi rapporti di forza.

Se questa operazione di stabilizzazione del PdL riuscirà, il governo potrà affrontare con più tranquillità gli ultimi tre anni della legislatura. Vista la mancanza di appuntamenti elettorali, Berlusconi potrà concentrarsi sulle riforme (giustizia, tasse, presidenzialismo...), per tentare poi, nella legislatura successiva, la scalata al Quirinale. Se invece il logoramento del partito dovesse proseguire, l’esecutivo non arriverebbe al 2013. Per Berlusconi, politicamente parlando, sarebbe la fine. Ma non solo per lui.

© Libero. Pubblicato il 21 marzo 2010.

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giovedì, marzo 18, 2010

Il dittatore che non c'è

di Fausto Carioti

Benito Mussolini, Fidel Castro e gli altri dittatori chiamati in causa in questi giorni dall’opposizione possono continuare a vivere indisturbati nel boschetto della fantasia di Tonino Di Pietro e Nicola Latorre. Evocarli come termine di paragone per Silvio Berlusconi trasforma le loro tragedie in farsa e offende le loro vittime. Qui, semmai, siamo all’opposto della dittatura. Il problema, dalle nostre parti, è che c’è un capo del governo che troppo spesso non riesce a decidere su nulla. Nemmeno sulle cose che gli stanno più a cuore, se è vero che non sa come impedire che le televisioni pubbliche alimentino il clima d’odio nei suoi confronti. Un capo del governo che non mette paura a nessuno, ma che ha ottime ragioni per temere per l’incolumità sua e di quelli che gli sono accanto.

Chi vede nelle intercettazioni diffuse in questi giorni la prova della deriva cesarista di Berlusconi, vuol dire che le ha sfogliate con l’occhio di chi aveva già emesso la condanna. Perché a leggerle tutte, invece, è la sensazione opposta che comanda: quella dell’impotenza. Ma che dittatore è uno che è costretto a ricorrere a Giancarlo Innocenzi, misconosciuto commissario del garante per le Comunicazioni, per impedire la messa in onda di una trasmissione in cui sapeva già che sarebbe stato accusato di essere mafioso e stragista, e al quale, dopo tutto questo gran daffare, non resta che sedersi davanti al televisore per assistere al pluriomicida Gaspare Spatuzza che lo infama?

Balbettava incredulo il premier, il 9 dicembre scorso, al telefono con Innocenzi: «Giovedì sera c’era ancora il processo Spatuzza e fanno il processo a me come appartenente alla mafia… allora se voi non riuscite veramente a fare questa roba qua… non lo so io…». Parole di un povero cristo che già si è rassegnato al peggio. E infatti, puntuale, il 10 dicembre la puntata di Annozero va in onda, si intitola “Minchiate”, il protagonista è proprio Spatuzza, la vittima predestinata il solito Berlusconi e alla fine l’Auditel dirà che se l’è vista oltre il venti per cento degli italiani.

Più che strapotente e sicuro di sé, come piace dipingerlo ai suoi avversari e come piace atteggiarsi anche a lui, è un Berlusconi spaventato quello che emerge dai brogliacci della surreale inchiesta di Trani. Come si legge nell’intercettazione pubblicata su queste pagine, il 14 novembre il premier racconta i suoi timori al solito Innocenzi: «È venuto fuori che volevano farmi un attentato accostando una macchina alla mia nel percorso da casa mia a palazzo Chigi, allora ti domandi… Oggi Ghedini ha ricevuto una cosa con cinque pallottole in cui gli dicono che lo aspetta un caricatore intero, che sarà per lui, per sua moglie, per sua sorella, per suo figlio. Che sanno dove va a scuola suo figlio, che sanno dove va a giocare e gli hanno praticamente rovinato la vita. E allora non si può più vedere i Di Pietro che fanno quella faccia in televisione, non si può più avere poi un pubblico di parte, con quello che dice “applausi” e questi che approvano quando c’è una cosa che è contraria al vero».

Ecco, queste sono le confessioni private del tremendo dittatore italiano, questa è la vita sua e della sua “corte”: insultati sui canali del servizio pubblico e minacciati, assieme alle loro famiglie. Senza che riescano a farci nulla. E infatti, un mese dopo questo sfogo di Berlusconi, Massimo Tartaglia gli sfascerà il volto in piazza del Duomo e ai magistrati di Milano che lo interrogheranno dirà (come raccontato sull’Unità del 15 dicembre): «L’ho fatto per il Paese, ho votato per Di Pietro».

E quando il Cavaliere si lamenta con il solito Innocenzi perché in nessun altro Paese europeo il governo viene trattato così sulle televisioni di Stato, dargli torto è difficile. Nel 2004, il presidente della Bbc Gavyn Davies e il direttore generale Greg Dyke si dovettero dimettere dopo che l’emittente pubblica aveva insinuato che il premier Tony Blair avesse mentito al Parlamento sulle ragioni che avevano spinto il governo a partecipare al conflitto in Iraq. La Bbc fu anche costretta a presentare «scuse senza riserve». Vaglielo a spiegare, a Berlusconi, che quelli sono i liberal e che lui - che da anni prova a mandare a casa Michele Santoro senza riuscirci - è il bieco dittatore.

© Libero. Pubblicato il 18 marzo 2010.

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martedì, marzo 16, 2010

Napolitano si è rotto di Repubblica

di Fausto Carioti

Alle undici del mattino di ieri la notizia è diventata ufficiale: Giorgio Napolitano si è rotto le scatole di Repubblica. È dall’inizio della legislatura che quelli di largo Fochetti lo tirano per la giacca. Su ogni legge approvata dalla maggioranza, su ogni decreto varato dal governo si ripete la solita scena: prima Repubblica scrive che la norma in questione è un attentato alla democrazia, alle libertà fondamentali dell’uomo, alla pace nel mondo o a tutte queste cose messe insieme più altre. Poi assicura che Napolitano è orientato a non firmarla perché la ritiene incostituzionale (confondere la realtà con i propri desideri, e spacciare questa operazione per scoop, è una delle specialità più antiche di casa Scalfari). Però il capo dello Stato, che pure si consulta con dotti giuristi, alcuni dei quali vicini a Repubblica, alla fine decide con la testa sua, non con quella dei confidenti del quotidiano. E infatti, nove volte su dieci, la firma la mette. A questo punto ai lettori di Repubblica, prima illusi poi delusi, non resta che prendersela con Napolitano, colpevole di avallare le liberticide norme berlusconiane. Ecco, a questo giochino il Quirinale ha detto basta.

In cima alla rassegna stampa del Colle, ieri mattina, spiccava proprio l’articolo apparso sulla prima pagina di Repubblica. Già il titolo ha fatto sobbalzare il pover’uomo: «Il no di Napolitano alla legge che evita l’articolo 18». La norma presa di mira stavolta era «il famigerato ddl 1167-B, quello che introduce la possibilità preventiva di ricorrere all’arbitro, invece che al giudice, in caso di controversie di lavoro». Dopo aver garbatamente ricordato al presidente della Repubblica che alla manifestazione di sabato c’era gente che ostentava magliette viola con la scritta «Pertini non avrebbe firmato» (sottinteso: il decreto salva-liste approvato in fretta e furia dal governo per rimediare agli errori commessi dal PdL in Lazio e Lombardia, peraltro rivelatosi inutile), Repubblica faceva sapere che il capo dello Stato «sta meditando seriamente di rinviare alle Camere» la legge in questione.

Napolitano, che ne aveva già subite tante, non ha retto e ha dettato al suo ufficio stampa poche righe, molto dure: «È priva di fondamento l’indiscrezione di stampa secondo la quale il Presidente della Repubblica avrebbe già assunto un orientamento a proposito della promulgazione del disegno di legge 1167-B». Per essere ancora più chiari, e far capire che non è il caso di continuare con certi trucchetti, la nota del Quirinale dice che Napolitano respinge «ogni condizionamento che si tenda a esercitare nei suoi confronti anche attraverso scoop giornalistici». Insomma, compagni di Repubblica, smettetela che tanto non funziona. Il sito web del quotidiano, dove fino a quel momento campeggiava orgogliosa la “notizia” del «no» di Napolitano, ha riconvertito la home page in fretta e furia. Da conservare per i momenti tristi la risposta data online al capo dello Stato, dove si spiega a Napolitano che in realtà Napolitano non la pensa come dice Napolitano, ma come sostiene Repubblica.

E dire che la casistica avrebbe dovuto far intuire da tempo a Ezio Mauro e ai suoi che, in questo modo, l’unico risultato che ottengono è quello di far incavolare il capo dello Stato (a proposito, chi gli ha parlato ieri assicura che ormai Napolitano sopporti quelli di Repubblica persino meno di quanto riesca a sopportare Berlusconi, il che è tutto dire). Avevano spiegato che il decreto salva-liste non andava firmato, perché - parole di Mauro, che di Repubblica è il direttore - «intervenire da soli, ex post, con norme retroattive, a meno di un mese dalla scadenza elettorale, scrivendo decreti che ricalcano clamorosamente gli sbagli commessi per cancellarli, è un precedente senza precedenti, che peserà nel futuro della Repubblica». Napolitano aveva risposto mettendo la firma su una versione corretta del decreto, perché «non era sostenibile» che alle elezioni «potessero non partecipare nella più grande regione italiana il candidato presidente e la lista del maggior partito politico di governo».

In precedenza era toccato allo scudo fiscale e alla legge sulla sicurezza: anch’esse (a detta di Repubblica) norme da fine della democrazia e della civiltà, anch’esse firmate da Napolitano, per questo accusato di «viltà» dal pacato Antonio Di Pietro. Adesso i repubblicones, sempre più nostalgici di Carlo Azeglio Ciampi, contano di rifarsi con le norme sulla giustizia, iniziando dal legittimo impedimento: già approvato dal Parlamento, attende l’avallo finale del Quirinale. Manco a dirlo Repubblica, nei giorni scorsi, ha fatto sapere che la firma di Napolitano è «a rischio». Presto si vedrà cosa c’è di vero.

Di sicuro, però, la legge sul lavoro che introduce la possibilità, per abbreviare i tempi delle controversie, di rivolgersi a un arbitro invece che al giudice ordinario (solo con il consenso dei lavoratori e se previsto dal contratto nazionale), e che tanto indigna Repubblica, non è una di quelle leggine “di parte” approvate di corsa per volontà di Berlusconi. È un provvedimento che è stato esaminato per ben due anni e in quattro letture dal Parlamento, e che tra le altre cose permette a chi svolge lavori usuranti di andare in pensione prima ed estende la durata dei congedi parentali. Novità viste con favore da tutti i sindacati, incluse Cisl e Uil. Unica eccezione, la Cgil. Deciderà Napolitano se firmare o meno, ma il rischio che il capo dello Stato stia per dare a Repubblica l’ennesimo dispiacere è concreto.

© Libero. Pubblicato il 16 marzo 2010.

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giovedì, marzo 11, 2010

Le due piazze

di Fausto Carioti

C’è una vulgata curiosa che si va diffondendo, e che nei prossimi giorni diventerà un tormentone: il ricorso alla piazza organizzato dal centrosinistra è un sano esercizio di democrazia, mentre il ricorso alla piazza annunciato da Silvio Berlusconi è un preoccupante rigurgito di deriva plebiscitaria. Solo che non se ne capisce il motivo. O meglio: si spiega con la pretesa della sinistra italiana di incarnare per definizione tutto ciò che è democratico, e di dipingere un Berlusconi perennemente intento in trame para-eversive. Eppure, tra le due chiamate alla piazza, grandi differenze non ce ne sono. Anzi, se ce n’è una più vicina all’essenza della democrazia - una testa, un voto - è proprio quella del Cavaliere.

I toni usati nei confronti delle istituzioni, innanzitutto. Sono durissimi da ambedue le parti. Berlusconi attacca i giudici, e nel suo messaggio ai Promotori della Libertà di Michela Brambilla accusa le toghe di volere «impedire a milioni di persone di votare per il PdL», compiendo «un sopruso violento e inaccettabile». Parole chiare. Dal fronte opposto, però, l’attacco agli organi costituzionali è ancora più esplicito. Lasciamo perdere le accuse rivolte a Berlusconi da Antonio Di Pietro, che anche ieri ha detto «invitiamo tutti a scendere in piazza contro Lucifero-Berlusconi, il nuovo dittatore». O gli insulti rivolti al premier dal popolo viola. Roba simile ormai fa parte del folklore quotidiano e manco fa più notizia. La vera novità di questi giorni è che si è deciso di passare il segno con il presidente della Repubblica. Prima Di Pietro ha minacciato di mettere Giorgio Napolitano in stato d’accusa. Poi il suo rivale dentro l’Italia dei valori, Luigi De Magistris, ha rincarato la dose dicendo che il capo dello Stato «sta avallando l’attuazione del piano di rinascita democratica ideato da Gelli e oggi realizzato dal premier piduista Berlusconi».

Che quella di sabato sarà anche una manifestazione contro la prima carica dello Stato è evidente, e per capirlo non c’è bisogno che il popolo viola metta su Facebook le fotografie delle magliette da indossare per l’occasione, quelle con scritto «Napolitano, il peggior capo dello stato degli ultimi 150 anni». È una situazione che nel Pd hanno ben presente, come confermano i tentativi disperati dello stato maggiore del partito per scongiurare il disastro. Dapprima volevano impedire a Di Pietro di parlare dal palco, proprio per evitare che attaccasse Napolitano mentre loro sono in piazza a sventolare le bandierine. Ma figuriamoci se quello si lascia sfuggire un’occasione simile a due settimane dal voto. Infatti agli illusi del Pd ha risposto: «Vorrei ricordare che ho lanciato io la manifestazione, ho prenotato io la piazza dopo aver avuto l’idea, ho convocato le persone, predisposto i pullman, coordinato la logistica. E adesso vorrebbero che non parlassi?». Insomma, il padrone di casa è lui, quelli del Pd sono gli ospiti, e non è che gli si possa dare torto. Così hanno provato a sottoporgli una «piattaforma comune» nella quale si sostiene che la colpa di tutto è sempre e solo di Berlusconi. Tonino sottoscrive, ma Bersani e gli altri stanno già pregando che una volta in piazza tenga a freno la lingua e non dica troppe scemenze sul Quirinale. Auguri.

Poi c’è da dire delle motivazioni. E qui la bilancia pende tutta dalla parte del Cavaliere. Parliamoci chiaro: il motivo vero delle proteste e della manifestazione della sinistra è che vogliono andare al voto senza avversari. Che non è il massimo della democrazia, come ha cercato di spiegare lo stesso Napolitano. Mentre del Berlusconi di questi giorni tutto si può dire, tranne che non abbia un obiettivo democratico: consentire a un partito che rappresenta un terzo degli elettori di essere presente in lista. Un’esigenza difesa molto bene, sulle colonne di Avvenire (quotidiano che, dopo quanto accaduto a Dino Boffo, di certo non può essere accusato di simpatie berlusconiane), dal giurista Francesco D’Agostino: «Il valore ultimo del diritto non è il rispetto delle forme, ma la giustizia. E giustizia vuole che in una competizione elettorale gli elettori di un partito radicato e a vocazione maggioritaria nel Paese non possano essere esclusi dal voto». Punto. Tutto il resto è un arrampicarsi sugli specchi per giustificare la pretesa di correre senza avversari.

Impossibile, infine, prendere sul serio la sinistra quando dice - come ha fatto Pier Luigi Bersani - che i partiti di governo non scendono in piazza. Perché non è vero: fosse così, le manifestazioni elettorali (e la chiamata in piazza di Berlusconi è a tutti gli effetti una manifestazione elettorale, al pari di quella organizzata dal centrosinistra per sabato) sarebbero riservate alla sola opposizione. E così non è, per fortuna.

© Libero. Pubblicato l'11 marzo 2010.

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mercoledì, marzo 10, 2010

Pronto il trucco per non estradare Battisti

di Fausto Carioti

La condanna a due anni di reclusione per uso di documenti falsi, emessa il 5 marzo da un tribunale di Rio de Janeiro, può rivelarsi la migliore delle notizie possibili per il terrorista rosso Cesare Battisti, condannato in Italia per quattro omicidi. Nascosta tra gli articoli del trattato bilaterale siglato da Italia e Brasile, infatti, vi è la possibilità di differire l'estradizione qualora il detenuto sia ancora alle prese con procedimenti penali non conclusi e condanne da scontare nel Paese che deve concedere l'estradizione. I difensori di Battisti avranno così l'opportunità di presentare ricorso contro la condanna appena ricevuta, con il risultato di allungare i tempi di conclusione del procedimento penale e quindi la permanenza in Brasile del loro assistito. Si tratta di una mossa che fonti diplomatiche italiane ritengono assai probabile. Tanto che le certezze manifestate nei giorni scorsi dai legali che rappresentano il nostro governo («Quando e se il presidente brasiliano Lula autorizzerà l'estradizione, Battisti potrà venire in Italia», aveva assicurato l'avvocato Ricardo Vasconcelos subito dopo la condanna rimediata da Battisti in Brasile) hanno lasciato il posto a un'enorme cautela.

Tutto dipende dall'articolo 15 degli accordi bilaterali di estradizione Italia-Brasile, che furono siglati nel 1989 e convertiti in legge due anni dopo. Esso prevede che «se la persona da estradare è sottoposta a procedimento penale o deve scontare una pena nel territorio della Parte richiesta per un reato diverso da quello che motiva la domanda di estradizione», anche in caso di accoglimento di questa domanda, la consegna «potrà essere differita finché il procedimento penale non sia concluso o la pena non sia stata scontata». Il nodo vero, ovviamente, è politico, non tecnico: i cavilli servono solo a giustificare una decisione che, secondo diversi media brasiliani, Lula ha già preso: quella di non estradare Battisti.

Ufficialmente, il nostro governo attende la risposta favorevole di Lula entro aprile, cioè subito dopo che il Supremo tribunale brasiliano avrà pubblicato le motivazioni della sentenza con cui, a metà dicembre, aveva stabilito che Lula non potrà comportarsi in modo discrezionale, ma dovrà rispettare gli accordi di estradizione. Intanto, però, non è affatto detto che Lula si attenga ai tempi auspicati. Il suo secondo mandato, che in base alla costituzione sarà anche l'ultimo, scade a fine anno, e molti indizi lasciano credere che il presidente brasiliano intenda far scorrere questi dieci mesi senza prendere alcuna decisione su Battisti. Alla luce degli ultimi fatti, poi, anche se Lula concederà l'estradizione in primavera, la consegna del prigioniero potrà essere rimandata a quando si sarà concluso l'intero procedimento penale per i passaporti falsi con cui Battisti entrò in Brasile. Insomma, sarà cosa che riguarderà il successore di Lula.

Inoltre, almeno in teoria, Battisti - oggi rinchiuso nel carcere di Papuda, nel distretto di Brasilia - potrebbe scontare la pena che gli è stata appena inflitta svolgendo lavori socialmente utili, e cioè in un regime di semilibertà, perché così ha deciso il giudice che lo ha condannato. E di certo i suoi legali spingeranno per questa soluzione. Inutile dire che una simile ipotesi renderebbe concreta la possibilità di fuga da parte del terrorista. Agli avvocati che rappresentano l'Italia sarebbe stato comunque assicurato che nessuna concessione del genere sarà fatta a Battisti fino a quanto su di lui penderà la richiesta di estradizione del nostro governo.

A dicembre, dopo che il Supremo tribunale federale brasiliano sembrava aver inchiodato Lula alle sue responsabilità, autorità diplomatiche italiane avevano assicurato a Libero che il nostro governo manteneva, nei confronti di quello brasiliano, un atteggiamento «di fiducia e fermezza». Adesso, ufficialmente, la fermezza c'è ancora, ma la fiducia in Lula è diminuita assai. Intanto, come noto, il viaggio che Berlusconi doveva fare in Brasile nei giorni scorsi è stato annullato. Gli sherpa delle due diplomazie stanno lavorando per organizzare la trasferta brasiliana di Berlusconi durante la prima settimana di aprile, subito dopo le elezioni regionali. Ma la data non è ancora stata fissata, ed è probabile che anche stavolta non se ne faccia nulla. Col risultato di rendere ancora più misterioso lo stato reale dei rapporti tra i due Paesi.

© Libero. Pubblicato il 10 marzo 2010.

Sulla stessa vicenda, sempre da questo blog:
Tempi lunghi per l'estradizione di Cesare Battisti
Cesare Battisti, Redentore dell'Umanità

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martedì, marzo 09, 2010

Quelli che la democrazia non si poteva esportare

di Fausto Carioti

Con quale faccia Repubblica ieri esultava in prima pagina perché «In Iraq la democrazia ha vinto»? Quanto sprezzo del ridicolo ci vuole, a largo Fochetti, per mettere in prima pagina le foto delle dita delle donne irachene sporche di inchiostro viola, simbolo del voto appena effettuato? Fosse stato per il quotidiano di Ezio Mauro, e per quei pacifisti che Repubblica incitava e difendeva, in Iraq non ci sarebbe stato alcun polpastrello viola, non si sarebbe insediata alcuna democrazia. L’Iraq sarebbe ancora il giardino di casa Hussein, in cui il dittatore fa quello che vuole, e cioè cose ben più gravi del negare il diritto al voto, dal momento che includono gli omicidi di stato e le stragi di massa. E questo vale per Repubblica, ma anche per tutta quella sinistra italiana che contro la missione in Iraq aveva messo le bandiere della pace nei propri manifesti, sui simboli elettorali, sugli striscioni nelle piazze, e adesso applaude imbarazzata - o nei casi più dignitosi fa finta di niente - davanti all’ennesimo passo in avanti della neonata libertà irachena.

Perché va bene che adesso alla Casa Bianca non c’è più George W. Bush, ma un santo laico come Barack Obama, e quindi qualunque cosa accada sotto l’ombrello degli Stati Uniti assume inevitabilmente un sapore diverso, più nobile e solare. Anche quando fanno le stesse cose di prima (il lavoro sporco in Iraq e in Afghanistan, il carcere di Guantanamo la cui chiusura rischia di essere posticipata per l’ennesima volta) con gli stessi uomini di prima (Robert Gates, segretario alla Difesa di Obama, svolgeva identico ruolo nell’amministrazione Bush), gli Stati Uniti ora non sono più l’emanazione del lato oscuro della forza. Però qui si è passati direttamente dal crocifiggere Bush-Darth Vader perché voleva «esportare la democrazia» nel mondo all’elegia della democrazia irachena esportata dai soldati americani, senza nemmeno avere il buon garbo di dire grazie (figuriamoci chiedere scusa) all’unico che ci aveva creduto sul serio, e che proprio per questo avevano deriso e insultato.

Tanto per capirsi: il 10 maggio del 2004 il direttore di Repubblica, Ezio Mauro, aveva chiesto all’Italia di rompere la «solidarietà occidentale» e ritirarsi dall’Iraq. Perché «la guerra era sbagliata, perché mancavano sia le armi di distruzione di massa, sia i legami operativi tra Saddam e Bin Laden, cioè le due pseudoragioni del conflitto. Era illegittima perché fuori dalla legalità internazionale, atto fondativo dell’unilateralismo libero e autonomo della superpotenza egemone. Era un errore anche politico perché spaccava l’Europa tra vecchia e nuova e rompeva la lunga alleanza novecentesca tra i due continenti». Peccato che le cancellerie europee, disinteressate - per non dire contrarie - a esportare la democrazia in qualsivoglia posto del mondo, non avessero alcuna intenzione di rimuovere Saddam Hussein. Ci voleva il biasimato «unilateralismo» della deplorevole «superpotenza egemone» per far sloggiare il tiranno. Il cinismo e la presunzione europei erano riassunti bene, sempre su Repubblica, da Eugenio Scalfari, che a fine agosto del 2004 sentenziava: «È caduta l’illusione di esportare in Iraq la democrazia, sia pure con imperfezioni vistose e adattamenti al costume locale». Roba simile, scritta su quelle pagine negli ultimi anni, se ne trova a bizzeffe.

Poi, come se nulla fosse, succede che su Repubblica di ieri l’inviato da Bagdad inizia il suo articolo così: «La chiamo “la battaglia della democrazia” e credo proprio di avere ragione. Non si possono definire altrimenti gli avvenimenti, a tratti micidiali ma in complesso esemplari, a volte persino esaltanti, che hanno ritmato le elezioni». Capito come funziona, da quelle parti? Basta passare con nonchalance dalla «illusione della democrazia da esportare» alla elegia della «battaglia della democrazia», vinta con un’affluenza altissima, semplicemente fingendo di non avere sbagliato tutto quello che si poteva sbagliare, e confidando come sempre sulla scarsa memoria altrui.

La strada, del resto, l’ha tracciata lo stesso Obama. Lui che nel 2007, da semplice senatore dell’Illinois, aveva votato contro la legge sul rifinanziamento della missione in Iraq, dicendo «sono orgoglioso di essermi opposto a questa guerra fin dall’inizio», e che nei dibattiti elettorali, poche settimane prima del voto che lo elesse presidente, diceva: «Ancora non capisco perché abbiamo invaso l’Iraq. La guerra in Iraq ci è già costata 700 miliardi di dollari e continua a costarci 10 miliardi al mese», l’altro giorno, quando si è capito che sarebbe stato un successo, ha definito il voto iracheno «una pietra miliare» per la storia del Paese. Si fossero comportati tutti come lui, i senatori americani, quella pietra non sarebbe mai stata posata. E di sicuro Obama avrebbe fatto una figura migliore se avesse speso mezza parola per il suo predecessore, e per quei pazzi dei neocon repubblicani che avevano creduto alla possibilità di trasformare l’Iraq in una democrazia. I fatti dicono che avevano ragione loro, ma ammetterlo, per i loro avversari, è ancora troppo imbarazzante.

© Libero. Pubblicato il 9 marzo 2010.

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domenica, marzo 07, 2010

Il migliore alleato di Berlusconi

di Fausto Carioti

Per fortuna di Silvio Berlusconi, Antonio Di Pietro non è in vendita: è in regalo. Uno così, per il Cavaliere, vale tanto oro quanti congiuntivi sbaglia. Nel caso ci fossero ancora dubbi su chi ha vinto davvero la partita delle liste, l’ex pm ieri ha provveduto a dissolverli. La sua minaccia di avviare l’impeachment, cioè di mettere in stato d’accusa il presidente della Repubblica, “colpevole” di aver firmato il decreto che consente agli elettori di centrodestra di Roma e della Lombardia di votare, è la ciliegina che mancava alla torta di Berlusconi. Con la sua sortita, Di Pietro è riuscito a spaccare l’opposizione, mettendo in serio imbarazzo la dirigenza del Partito democratico, e ad alzare un muro tra il centrosinistra e Giorgio Napolitano, unico esponente del Pd che occupa una carica istituzionale, per giunta la più alta. Un capolavoro.

Al punto che, se solo avesse un po’ più senso dell’umorismo, Berlusconi potrebbe prendere sul serio i propositi di Di Pietro, appoggiare la richiesta di impeachment, liquidare Napolitano e fare eleggere dal Parlamento un nuovo presidente della Repubblica (indovinate chi avrebbe le maggiori chances di vittoria). Ovviamente non andrà così, ma questo la dice lunga sul gioco del leader dell’Idv, il quale, pur di grattare un altro po’ di voti al Pd e racimolare qualche altro consenso tra i forcaioli viola, non si fa problemi a inguaiare l’intera opposizione. E infatti gli stessi esponenti del PdL che ieri ufficialmente attaccavano Di Pietro, a microfoni spenti lo benedicevano commossi, ringraziando Nostro Signore per avergli dato quali avversari uno come lui e uno come Pier Luigi Bersani, incapace di trovarsi una linea politica autonoma da quella dell’Italia dei valori. Il Pd costretto a manifestare al seguito di chi chiede la testa di Napolitano, come è avvenuto ieri pomeriggio a Roma, è infatti la rappresentazione plastica della sudditanza politica dei suoi dirigenti.

Il premier, così, può passare all’incasso. Avere garantito la presenza delle liste sulle schede è la vittoria più evidente, ma non è la sola che ha conseguito in queste ore. Intanto, malgrado tutte le reciproche diffidenze con il Quirinale, ha fatto capire a Napolitano che il PdL è un interlocutore affidabile, a differenza del Pd, che anche stavolta ha finito per portare acqua al mulino di chi accusa il presidente della Repubblica. Al di là poi degli aspetti tecnici della vicenda, che di sicuro non hanno appassionato gli elettori, il decreto del governo, come ha spiegato lo stesso Napolitano, non fa che garantire il diritto al voto, che è il fondamento della democrazia, e quindi è difficile che gli italiani capiscano le manifestazioni inscenate da chi avrebbe voluto partecipare alle elezioni senza avversari. Simili proteste di piazza, tra l’altro, hanno l’abitudine di non spostare manco mezzo voto, ottenendo l’unico risultato di radicalizzare ancora più gli avversari del Cavaliere e di allontanare gli elettori moderati dal centrosinistra. Lo sfascio dell’opposizione è completato dalla minaccia dei radicali di ritirarsi dalle elezioni per protestare contro il decreto salva-liste: per il povero Bersani, che "obtorto collo" ha accettato la candidatura di Emma Bonino nel Lazio, attirandosi per questo le ire del Vaticano e di tutto il mondo cattolico, sarebbe la beffa finale.

Insomma, se il centrosinistra vuole far dimenticare agli elettori la pessima figura rimediata dal PdL con la presentazione delle liste, non deve fare altro che continuare con queste scenate. Berlusconi, che tanto per cambiare sogna una campagna elettorale in cui si parli solo di lui, ci spera molto. Può stare tranquillo, non lo deluderanno manco stavolta.

© Libero. Pubblicato il 7 marzo 2010.

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sabato, marzo 06, 2010

Vi piace vincere facile, vero?

di Fausto Carioti

Avete presente lo spot dello scacchista che fa scacco matto a un lattante? Ecco, il modello politico è quello. C’è una sinistra “Gratta e vinci” alla quale piace vincere facile. Gareggiando da sola, se possibile. Lo si è visto ieri, quando il governo ha approvato il decreto per consentire la partecipazione di Roberto Formigoni alle elezioni regionali lombarde e della lista del PdL nella provincia di Roma, in sostegno a Renata Polverini. Lì si è capito che certe frasi dei giorni scorsi, in cui tutti assicuravano di voler garantire a ogni elettore il diritto di votare, erano false come una banconota da 15 euro. Perché, appena l’esecutivo ha reso effettivo questo diritto, gli stessi personaggi hanno gridato allo scandalo. Pier Luigi Bersani ha annunciato la «ferma opposizione» del Pd. Antonio Di Pietro, che evidentemente ritiene pernicioso per una democrazia che anche gli elettori del centrodestra possano votare, parla di «un palese abuso di potere» che andrebbe bloccato «con l’intervento delle forze armate». La sinistra italiana è fatta da gente così, che riesce persino a farti rivalutare quelle menti del PdL che non sono state in grado di presentare le liste nei tempi e nei modi corretti: errore grave, ma che non può essere fatto pagare agli elettori della maggioranza, i quali hanno la sola colpa di essere migliori di gran parte di quelli che pretendono di rappresentarli.

Varare il decreto salva-liste venendo a patti con il Quirinale e isolando la sinistra, però, è stata la parte facile del lavoro. Ora a Berlusconi tocca vincere le elezioni. Una sfida che adesso è tutta in salita. L’unico dato positivo è quello di partenza: delle tredici regioni in palio a fine mese, al momento undici sono governate dal centro-sinistra. Una proporzione difficilmente peggiorabile. Tutto il resto, però, fa paura a guardarsi. I sondaggi confermano che la figuraccia rimediata dai Polli delle Libertà nella presentazione delle liste ha lasciato il segno sugli elettori. Non solo in Lazio e in Lombardia, ma in tutta Italia, dove il PdL ha perso, a seconda delle rilevazioni fatte in questi giorni, da uno a tre punti percentuali. Voti che in molte delle regioni in bilico (Piemonte, Liguria, Lazio, Campania) possono fare la differenza tra vittoria e sconfitta. La vicenda, inoltre, ha reso evidente il clima da film di Sergio Leone che si respira dentro al PdL, dove tutto sembra condurre al duello finale tra berlusconiani e finiani.

Tempo per rimediare ce ne è, e tanto per cambiare toccherà a Berlusconi tirare la carretta per tutti, caricandosi sulle spalle la campagna elettorale dei candidati in difficoltà e provando a compattare i ranghi locali del PdL, affinché siano evitate faide fratricide. La sua voglia di combattere è testimoniata proprio dalla testardaggine con cui ieri ha spinto il Consiglio dei ministri a varare il “decreto interpretativo” che consentirà a tutti gli elettori di votare. Un provvedimento per il quale il premier è venuto a patti con Giorgio Napolitano. Il presidente della Repubblica dapprima non voleva sentirne parlare, ma alla fine ha capito che quel decreto era di gran lunga il male minore e ieri notte lo ha firmato, dopo averne discusso il testo con il governo. Una bella vittoria di Berlusconi, che toglie la copertura del Quirinale alla sinistra intenta a gridare al colpo di Stato. Non fossero quello che sono, gli antiberlusconiani di professione dovrebbero ammettere che il loro chiodo fisso, stavolta, se l’è cavata alla grande.

© Libero. Pubblicato il 6 marzo 2010.

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martedì, marzo 02, 2010

Repubblica certifica l'inutilità di Repubblica

di Fausto Carioti

Niente da fare, non se li filano proprio. Più quelli di Repubblica e del Fatto inzuppano nel livore chilometri quadrati di carta stampata, più gli italiani se ne fregano. Più Michele Santoro e Marco Travaglio processano Guido Bertolaso e la Protezione civile, più quelli li difendono. Più il popolo viola e l’opposizione scendono in piazza a dire che così è un’indecenza, che dobbiamo vergognarci dinanzi al resto d’Europa, che solo da noi signora mia succedono cose simili, più Silvio Berlusconi e il suo governo possono stare tranquilli. È da quando è iniziata l’inchiesta di Firenze che i nostalgici dei bei tempi di Tangentopoli si stanno sbattendo in tutti i modi per convincerci che stavolta è come il 1992. Anzi, a ben guardare è persino peggio. E invocano una ribellione di massa delle coscienze, nella speranza che travolga Berlusconi. Risultati? Noia e sbadigli. Come certifica la più insospettabile delle conferme.

A proclamare la propria inutilità, infatti, provvede direttamente Repubblica. Dove ieri è apparso un sondaggio commentato dal politologo Ilvo Diamanti, che della truppa degli indignati di Repubblica è di sicuro quello meno livoroso. Però, appunto, sempre a quella tribù appartiene. E per quanto Diamanti si sforzi di puntellare le posizioni del suo giornale, i dati parlano chiaro. Esaurite le premesse di rito, e cioè che oltre 7 italiani su 10 sono convinti che la corruzione sia ancora molto diffusa eccetera eccetera, al momento di tirare le somme il risultato (per Repubblica) è deprimente.

Primo: i magistrati non sono più visti dagli italiani come l’ultimo baluardo della società sana contro politici corrotti e imprenditori corruttori. A pensarla così, infatti, oggi è solo il 45,7% degli italiani. Una percentuale analoga, il 41,9, critica infatti le toghe a causa della loro «eccessiva politicizzazione». Ammette Diamanti sconsolato: «Quindici anni di polemiche frontali, lanciate dal premier e dal centrodestra, hanno lasciato il segno. Per questo oggi Tangentopoli non ha lo stesso significato, lo stesso impatto politico dei primi anni Novanta».

Su Guido Bertolaso, ovvero il simbolo di ciò che di buono ha fatto sino ad oggi il governo, e che proprio per questo è stato attaccato in tutti modi dall’opposizione e dai giornali (Repubblica per prima), i risultati sono ancora più devastanti per i sobillatori. Bertolaso e la protezione civile, nota Diamanti, «godono comunque di consensi elevatissimi. E trasversali. A destra come a sinistra. L’Abruzzo, ad oggi, conta molto più de La Maddalena». Non male, per essere scritto sul giornale che ogni giorno crocifigge Bertolaso e il governo proprio per come hanno gestito la vicenda abruzzese.

E al momento di votare, almeno lì, tutto questo casino, tutto questo pompare la nuova questione morale per scaricarla sulle spalle di Berlusconi, a qualcosa sarà servito? Macché, ennesimo flop. «L’opposizione», scrive Diamanti, «non ha beneficiato di questo clima. Il Pd fatica a risalire la china. L’Idv, peraltro, non sembra avvantaggiarsi di questa ondata di inchieste. E Berlusconi e il PdL, per quanto indeboliti rispetto a qualche mese fa, dopo l’aggressione di Milano, non mostrano segni di cedimento. Mentre la Lega conferma e consolida la crescita elettorale degli ultimi anni». Una Caporetto, insomma.

Il problema, adesso, è spiegare la dura realtà agli altri editorialisti di Repubblica. Tipo Giorgio Ruffolo, che fu ministro dell’Ambiente con Giovanni Goria, Ciriaco De Mita e Giulio Andreotti e adesso scrive contro la corruzione. Nel suo articolo di ieri si è chiesto se siamo davanti a una nuova Tangentopoli. «Secondo me», si risponde da solo, «molto peggio». Per Ruffolo la colpa - ma forse qualcuno c’era già arrivato - è di Berlusconi, perché parla male del prelievo fiscale, che è un «elemento centrale della democrazia» (lo è anche delle dittature, ma fa niente).

Oppure Oscar Luigi Scalfaro, che essendo stato ministro dell’Interno di Bettino Craxi dal 1983 al 1987 può parlare con la consapevolezza dell’esperto. Ieri Scalfaro ha tradito Repubblica per il suo fratello minore, la Stampa, ma a largo Fochetti resta comunque di casa. «Dal 1992 ad oggi c’è stato un abbassamento della soglia etica», insiste l’ex presidente della Repubblica intervistato dal quotidiano torinese, dando pure lui la colpa a Berlusconi per tutti i motivi che si possono intuire.

Ecco, ieri è arrivata un’autorevole conferma, dal loro giornale di riferimento, che questi signori parlano a se stessi, che non spostano un voto, e soprattutto che l’Italia vera non è né quella che vorrebbero né quella in cui sono convinti di vivere.

© Libero. Pubblicato il 2 marzo 2010.

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