sabato, febbraio 27, 2010

Berlusconi scarica Di Girolamo su Fini

di Fausto Carioti

La procura di Milano è servita: «Il processo andrà avanti e voglio venirne fuori con un’assoluzione piena», assicura in pubblico Silvio Berlusconi, e preso in parola vuol dire che non intende avvalersi della prescrizione. Un impegno nobile, che se mantenuto rischia però di rivelarsi suicida. Vedremo. Gli esponenti finiani che volevano metterlo in difficoltà giocando a fare i surfisti sull’onda dell’indignazione moralista: serviti anche loro. Avete presente il senatore del PdL Nicola Di Girolamo, quello accusato di essere stato eletto all’estero con i voti della ‘ndrangheta? Ecco, di costui ieri Berlusconi ha detto che «non è stato portato da gente di Forza Italia: è stato portato da un responsabile di Alleanza Nazionale che non ho il piacere di conoscere». Et voilà. Un colpo ai magistrati «talebani» e un altro, meno evidente ma assai più duro, agli alleati-avversari di ciò che resta di Alleanza nazionale. Ci fosse stata pure un’opposizione parlamentare, ieri il premier ne avrebbe avute anche per loro, ma per il Pd che perde un pezzo al giorno, e oggi è costretto ad accodarsi all’adunata del popolo viola, basta e avanza Fabrizio Cicchitto.

Insomma, il gioco si è fatto duro e il premier non ha alcuna voglia di farsi trovare morbido. La ricetta tradizionale, che a poche settimane dal voto prevede di ingoiare rospi in silenzio e magari fingendo di sorridere, non lo convince più. Anche perché Berlusconi è convinto di non essere stato lui a iniziare. Due giorni fa, su questo quotidiano, si leggeva che «complice l’offensiva giudiziaria delle procure, Fini e i suoi hanno capito di avere davanti un terreno, quello delle leggi per la moralizzazione della politica, su cui Berlusconi agisce da neofita, e hanno deciso di non fargli sconti». Da qui, ad esempio, l’isolamento di Guido Bertolaso, che Berlusconi aveva quasi fatto ministro, ad opera di molti esponenti della vecchia Alleanza nazionale. Oppure la richiesta di leggi dure contro tutti i corrotti avanzata da Giulia Bongiorno, che Repubblica ovviamente si è divertita a contrapporre ai tentennamenti, veri e presunti, dei fedelissimi del Cavaliere. Il più inquieto di tutti i finiani, Fabio Granata, giovedì si è persino presentato al camper del popolo viola - quelli che avevano già organizzato la manifestazione del 5 dicembre, nella quale Berlusconi, dal palco, era stato definito «mafioso» - per farsi dare la patente di bravo deputato legalitario.

Mai, però, sottovalutare le risorse di Berlusconi. Il «neofita» ha subito capito le regole del gioco e ieri ha scaraventato il corpaccione del povero Di Girolamo sul tavolo di Fini: tieni, questo è roba tua. Così come è «un regalo di An», mugugnano i berluscones, la legge elettorale per gli italiani all’estero, che si presta a ogni tipo di compravendita e per questo va cambiata (anche se l’impressione è che gli uomini del Cavaliere, se potessero, risolverebbero il problema cancellando il voto agli emigrati). Le tensioni dovrebbero aumentare nei prossimi giorni, se è vero che tra gli ultrà berlusconiani c’è chi sta pensando di chiedere conto a Fini dell’isolamento politico subíto dall’avvocato Enzo Fragalà, ex parlamentare di An e garantista doc, massacrato di bastonate martedì sera e morto ieri. Attacchi ai quali è facile prevedere reazioni altrettanto dure da parte del presidente della Camera e dei suoi.

Un atteggiamento, quello del PdL in questa campagna elettorale, che da un lato sconcerta per il tasso di litigiosità, ma dall’altro fa capire bene che il centrosinistra non spaventa davvero nessuno. Al punto che il PdL può permettersi di creare in casa quell’opposizione che, altrimenti, non ci sarebbe.

© Libero. Pubblicato il 27 febbraio 2010.

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domenica, febbraio 21, 2010

Berlusconi nel Kindergarten

di Fausto Carioti

Che succede attorno a Silvio Berlusconi, costretto ieri ad alzare la voce per rimettere ordine nel Kindergarten chiamato PdL? Almeno tre cose. La prima è che Denis Verdini è stato infilzato dall’inchiesta di Firenze, e che adesso l’attenzione degli inquirenti pare spostarsi su Gianni Letta. Il quale - tanto per essere chiari - non essendo parlamentare, non gode della relativa immunità. La seconda è che si è capito che le elezioni regionali non saranno, per il PdL, quella vendemmia che ci si attendeva qualche settimana fa. Il terzo evento è la definizione delle liste elettorali, che da quando esiste la democrazia è il momento di maggiore conflittualità interna per ogni partito. Stavolta, poi, si tratta delle ultime elezioni degne di nota sino al 2013: chi non riuscirà a piazzarsi in questo giro, resterà scoperto sino alle elezioni politiche. Ma la composizione delle liste, quantomeno, è destinata a concludersi in breve tempo. Le prime, invece, sono due situazioni che peseranno a lungo.

Il Popolo delle Libertà si regge sul delicato equilibrio delle sue tre gambe: il PdL “governativo”, che ovviamente ha la maggiore visibilità, cui fanno capo ministri e sottosegretari; il PdL “parlamentare”, che poggia sul lavoro dei capigruppo e vice-capigruppo del Senato e della Camera (Maurizio Gasparri, Gaetano Quagliariello, Fabrizio Cicchitto e Italo Bocchino) e il PdL “partito”, retto dai tre coordinatori (Verdini, Sandro Bondi e Ignazio La Russa). Tra queste anime l’atmosfera non è sempre idilliaca, se non altro per il fatto che il partito, e soprattutto i gruppi parlamentari, hanno il compito, spesso poco gradevole, di portare acqua al mulino dell’esecutivo.

Come nelle migliori aziende, però, finché si fanno profitti c’è gloria per tutti. Anche le prossime elezioni regionali andranno bene, se si prende come riferimento la situazione attuale, che vede la sinistra governare in undici delle tredici regioni in palio. Ma rispetto alle aspettative trionfali di qualche settimana fa, il bilancio non potrà che essere più magro. E bisogna aggiungere che il Veneto, una delle poche regioni “sicure”, andrà a un esponente della Lega. Insomma, con ogni probabilità il PdL non conquisterà la maggioranza delle regioni in cui si vota. Però incrementerà i suoi governatori e, se conquisterà Lazio e Campania (cosa niente affatto scontata), potrà anche dire di controllare le regioni più ricche e popolate. Resta il fatto che la vittoria dilagante, che avrebbe dovuto ridurre il Pd a un «partito appenninico», appare fuori portata.

Questo da solo, forse, non sarebbe bastato a scatenare lo scaricabarile preventivo al quale stiamo assistendo. Che però ha preso il via nel momento in cui si è saputo che Verdini è indagato per corruzione. E siccome tocca al partito definire le liste elettorali e aiutare i candidati, mentre il governo non si muove - gli interventi di spesa chiesti da Berlusconi e dai ministri più sensibili al tema elettorale, come Renato Brunetta, ricevono rifiuti continui da parte di Giulio Tremonti - ai piani alti del PdL l’aria si è fatta pesante. I mal di pancia dei dirigenti locali che non saranno candidati a causa dell’operazione “liste pulite” non rasserenano certo il clima. E leggere che, in caso di risultati poco brillanti alle regionali, Berlusconi potrebbe lasciare la guida del partito al solo Bondi, magari affiancato dal finiano Italo Bocchino, ha fatto saltare il tappo.

La Russa, che non ha intenzione di diventare il capro espiatorio, ieri si è detto pronto a fare «un passo indietro», lasciando subito il ruolo di coordinatore. La sua è una sfida: se esistono soluzioni migliori, avanti. Ma è chiaro che nulla può cambiare, di sicuro fino alle regionali e magari ben oltre, anche perché il tandem Bondi-Bocchino suscita nel partito diverse perplessità. Lo ha capito benissimo Berlusconi, che ieri ha difeso Verdini da chi, nel PdL, lo colpisce alle spalle: gente che usa la stampa «per giochi di potere personali, per cercare di indebolire chi, come l’onorevole Verdini, si è speso e si spende giorno per giorno per costruire la struttura del PdL».

Le sue parole nette blindano, almeno per ora, il coordinatore indagato, e confermano l’attuale assetto del partito. È vero anche, però, che se la difesa di Berlusconi fosse arrivata tre giorni prima, il PdL si sarebbe risparmiato tante fibrillazioni. Ma il premier - che chi ci ha parlato definisce «stanco e preoccupato» - aveva per la testa il caso di Gianni Letta, che potrebbe essere il prossimo a finire nel tritacarne. Ieri la Stampa annunciava «nuovi arresti in arrivo» e ipotizzava l’esistenza di un fascicolo con la registrazione di telefonate tra Letta e Guido Bertolaso. Dovesse accadere qualcosa del genere, ci vorrà tutto l’impegno di Berlusconi per impedire che la faida degli ultimi giorni si ripeta, ma con toni molto più esasperati.

© Libero. Pubblicato il 21 febbraio 2010.

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giovedì, febbraio 18, 2010

Il lato ironico della politica

di Fausto Carioti

Mica è vero che la politica è sempre noiosa e priva di ironia. Vi avessero detto un mese fa che alle regionali della Campania il PdL avrebbe candidato una schiera di cherubini contro un imputato in due processi (e anche condannato, fa sapere Marco Travaglio), appoggiato da Antonio Di Pietro e dal Partito democratico, ci avreste creduto? E invece.

Tutto parte dal fatto che Silvio Berlusconi, a modo (molto) suo, sa essere persino moralista. L’idea che un suo assessore o un consigliere finisca invischiato in vicende di corruzione degne di un ladro di polli lo manda in bestia. Non perché Berlusconi non sappia di che pasta sono fatti gli esseri umani (figuriamoci), ma perché non sopporta che uno si permetta di correre il rischio di rovinare, oltre se stesso, il partito di cui fa parte. Soprattutto in un momento delicatissimo come questo, in cui le procure di tutta Italia sembrano avere nel mirino gli uomini del PdL - con l’intenzione, magari, di risalire e puntare al bersaglio grosso - e con il Cavaliere che ha trasformato le elezioni regionali di fine marzo in un voto sull’operato del governo. Insomma, basta con le cavolate. Perché una cosa sono le inchieste “politiche”, quelle mosse contro di lui e contro la ristretta cerchia che lo circonda, e una cosa sono le inchieste che invece hanno un fondamento solido, perché qualcuno del PdL si è fatto beccare con il sorcio in bocca. Così, dopo avere indossato infiniti abiti, dal presidente-operaio al presidente-costruttore al presidente-partigiano, arriva anche il presidente-giudice. Che guarda dentro il cesto del PdL e sceglie le mele: quelle marce, via.

L’operazione “liste pulite” parte dalla Campania (e sarà interessante vedere se si fermerà in questa regione o andrà avanti nelle altre). Qui il PdL ha deciso che non candiderà né condannati né rinviati a giudizio. Quanto agli indagati, dovranno spiegare la loro situazione, documentandola, a un “tribunalino” del PdL, che deciderà se candidarli. Le stesse regole, sempre in Campania, Berlusconi e i suoi intendono imporle alle liste alleate, Udc e Mpa, che pare le abbiano persino accettate. Insomma, un’iniziativa della quale si sentiva un certo bisogno, e che sarebbe bene non restasse circoscritta. Sia per tranquillizzare Berlusconi. Il quale a pensare che le procure siano pronte a usare ogni pretesto per farlo fuori fa peccato, ma in molti casi ci azzecca. Sia - ed è la cosa più importante - per dare un segnale agli elettori del PdL. I quali non sopportano i politici ladri così come non sopportano la spocchia e il razzismo morale di tanti elettori ed esponenti del centrosinistra.

Ecco, stavolta chi voterà per la coalizione di centrodestra, in Campania, avrà buoni motivi per sfottere i rivali. Non solo per la pulizia delle liste che stanno facendo in queste ore i vertici del partito. Ma anche perché il candidato governatore scelto alla fine da Berlusconi, Stefano Caldoro, ha un curriculum giudiziario lindo e pinto. Mentre il suo rivale appoggiato anche dall’Idv, Vincenzo De Luca, sindaco diessino di Salerno, è imputato in due processi. E, se è vero quanto scritto ieri sul Fatto da Travaglio, è stato persino condannato: il 25 giugno 2004, a «quattro mesi di reclusione e 12mila euro di ammenda per aver violato le norme igienico-sanitarie del decreto Ronchi, autorizzando lo sversamento di rifiuti (una montagna di 20 mila tonnellate) in un sito di stoccaggio provvisorio e abusivo». Non male, per uno che si è detto pronto a dimettersi da governatore alla prima condanna.

© Libero. Pubblicato il 18 febbraio 2010.

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martedì, febbraio 16, 2010

Dove non arriva l'opposizione

di Fausto Carioti

Silvio Berlusconi avrà pure qualche eccesso di paranoia nel vedere ovunque trame editorial-politico-giudiziarie ai suoi danni. Però bisogna ammettere che i suoi avversari certe fissazioni fanno di tutto per avvalorargliele. Ieri, ad esempio, la giornata del Cavaliere è iniziata con la prima pagina del Corriere della Sera, dove ha letto che «nelle carte dell’inchiesta sugli appalti appaiono anche i nomi di Matteoli, Verdini, Pepe e Viceconte» (per la cronaca: Altero Matteoli è ministro delle Infrastrutture, Denis Verdini è uno dei coordinatori del PdL, Mario Pepe e Guido Viceconte sono due parlamentari dello stesso partito). E si è conclusa con la notizia che Verdini è indagato per concorso in corruzione. Quelli che sperano di assistere a una nuova Tangentopoli si fregano le mani dinanzi al possibile remake. Berlusconi e i suoi, invece, trovano conferme alla loro sindrome da accerchiamento.

Chi le vuole vedere, le prove della trama le trova dappertutto. Prima è toccato a Guido Bertolaso. Cioè all’“uomo dei miracoli” del governo. Con il taglio delle tasse che non arriva e con le grandi riforme che latitano, l’esecutivo poteva dire almeno di aver risolto la grana dei rifiuti in Campania e l’emergenza abitativa causata dal terremoto in Abruzzo. Adesso sull’artefice di queste operazioni pesa l’accusa di essersi fatto corrompere tramite favori sessuali. In attesa di capire quanto è solida questa accusa, Bertolaso, e con lui lo stesso Berlusconi, hanno dovuto incassare due colpi: la mancata nomina di Bertolaso a ministro - che sembrava cosa fatta - e la rinuncia alla norma che trasforma la Protezione civile in società per azioni. L’articolo che la istituiva è stato stralciato, e probabilmente non se ne parlerà mai più.

Dopo il colpo al governo, ieri è arrivato quello al cuore del Popolo della Libertà. Verdini, per il PdL, è quello che Fedele Confalonieri rappresenta per Mediaset: l’uomo d’ordine, la garanzia non che tutto vada come vuole Berlusconi (perché Verdini, come Confalonieri, molto spesso decide di testa sua), ma almeno che tutto funzioni. La coltellata che fa più male, quella alla famiglia, al Cavaliere era arrivata tre settimane fa dalla procura di Milano, con l’apertura delle indagini nei confronti del figlio Pier Silvio, coinvolto nell’inchiesta Mediatrade-Rti per la compravendita di diritti cinematografici.

Così, dopo mesi se non anni, persino un incredulo Partito democratico, che aveva chiesto proprio lo stralcio della norma che trasforma la Protezione Civile in Spa, trova un motivo per festeggiare. Riuscissero a costringere Bertolaso alle dimissioni, per Pier Luigi Bersani e compagni sarebbe il tripudio. Anche se il merito, tanto per cambiare, non è dell’iniziativa politica del Pd, che era e resta inesistente, ma di un’inchiesta della magistratura. Una conferma sinistra alle parole rilasciate ieri da Francesco Saverio Borrelli a Repubblica: «La magistratura è sostanzialmente costretta dalle mancanze della politica a svolgere un ruolo di supplenza funzionale». Frase che, agli occhi dei berlusconiani, ieri sera appariva molto chiara: vuol dire, né più né meno, che dove non arriva l’opposizione arrivano i magistrati.

© Libero. Pubblicato il 16 febbraio 2010.

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sabato, febbraio 13, 2010

Gli imbarazzi di Bersani sul caso Bertolaso

di Fausto Carioti

Occhio al Partito democratico. E occhio a Pier Luigi Bersani. In piena campagna elettorale, incalzato da Antonio Di Pietro, che più di una volta lo ha costretto a seguirlo sulle sue posizioni, il segretario del Pd sta maneggiando la vicenda che vede coinvolti Guido Bertolaso, la Protezione civile e diversi costruttori, con una cautela estrema, inusuale per un partito d’opposizione. Bertolaso, fedelissimo di Gianni Letta, è un uomo chiave nello schema berlusconiano: a lui si devono la soluzione dell’emergenza rifiuti in Campania e la soluzione dell’emergenza abitativa in Abruzzo dopo il terremoto, tanto che Silvio Berlusconi era pronto a nominarlo ministro. Insomma, affondare lui vuol dire colpire almeno metà delle cose buone fatte dal governo. Eppure Bersani si è guardato bene dal chiedere le dimissioni di Bertolaso, limitandosi a rimettere la questione alla sua «sensibilità». Ieri il leader del Pd è intervenuto per dire che «eventuali responsabilità personali saranno stabilite dalla magistratura»: un atteggiamento garantista, ben diverso da quello del minoritario Dario Franceschini e dell’alleato-rivale Di Pietro, che hanno chiesto a Bertolaso di andarsene.

L’Italia dei Valori ha già presentato alla Camera una mozione di sfiducia, nella quale si chiede al governo di «invitare Guido Bertolaso a confermare la sua sensibilità istituzionale rassegnando le dimissioni». Bene, dal Pd hanno fatto sapere che non appoggeranno questa mozione: o voteranno contro di essa o sceglieranno di astenersi. Così il primo effetto di questo nuovo tourbillon di politica, soldi e (presunto) sesso è la spaccatura dell’opposizione. Non male, come biglietto da visita in vista delle regionali.

A differenza di Di Pietro, e di quanto vorrebbero molti suoi elettori, Bersani ha preferito concentrare le critiche sul decreto che dovrebbe trasformare la Protezione civile in società per azioni. Argomento tecnico di non facile comprensibilità per il popolo di sinistra. Il minimo sindacale, insomma.

Come mai Bersani è così cauto? L’atteggiamento da sinistra “responsabile” che vuole dare al suo partito forse c’entra, ma di sicuro non spiega tutto: in altri casi Bersani non si è fatto problemi a legarsi al carro dipietrista. L’unica cosa concreta, sinora, sono le carte dell’ordinanza di custodia cautelare disposta dal Gip di Firenze. E lì, come spiega in queste pagine Franco Bechis, appare un nome che nella storia dei Ds, soprattutto di quelli della capitale - dove il centrosinistra, con Francesco Rutelli e con Walter Veltroni, ha comandato dal 1993 al 2008 - vuol dire qualcosa. È il nome di Emiliano Cerasi, uno dei costruttori romani più attivi in questi anni.

Vicinissimo all’ex sindaco Veltroni, Cerasi è stato anche in grado di aggiudicarsi l’appalto per la costruzione del nuovo Teatro della Musica di Firenze. Nell’ordinanza si legge che questa gara era stata «inizialmente illecitamente promessa, dall’ingegner Balducci, all’Impresa Giafi Costruzioni Spa, riferibile all’imprenditore Carducci Valerio». Ma poi era stata aggiudicata all’impresa Sac Spa, «riferibile all’imprenditore Cerasi Emiliano, che, secondo quanto emerso dai dialoghi intercettati, aveva pure goduto di illecite pressioni politiche in favore della sua impresa». In parole povere, secondo il Gip fiorentino Rosario Lupo, le «illecite pressioni politiche» spese in favore di Cerasi erano state persino più forti del sistema di potere che aveva garantito tanti appalti agli amici di Angelo Balducci, il presidente del Comitato superiore dei lavori pubblici arrestato mercoledì e interrogato ieri.

L’ordinanza non dice da quali politici provenissero queste pressioni. Non resta che provare a dedurlo dalla storia e dalle amicizie di Cerasi. Molte delle quali, peraltro, sono di dominio pubblico, avendo partecipato - lui e gli altri membri della sua famiglia - alle cene elettorali per finanziare la corsa a sindaco di Rutelli e di Veltroni. Pure Balducci, del resto, vanta ottimi rapporti con la sinistra, e ha ricoperto incarichi di vertice nell’assegnazione dei lavori pubblici anche sotto il governo Prodi.

Questo non vuol dire che Bersani e il suo partito debbano avere a tutti i costi qualcosa da temere. Vuol dire, però, che un filo che conduce a loro, con ogni probabilità, tra quelle carte già c’è. E spesso le inchieste finiscono anche per andare a guardare dove non dovrebbero. Nel dubbio, meglio essere molto cauti. Proprio come sta facendo Bersani.

© Libero. Pubblicato il 13 febbraio 2010.

Aggiornamento. Oggi della stessa questione si è occupato anche il Corriere della Sera. Capita l'aria, questa mattina Bersani è uscito dall'impasse dicendo che Bertolaso deve dare le dimissioni: «Spero che lo capisca da solo, se no bisognerà chiederle». Tutto da capire, ancora, se il Pd appoggerà la mozione dell'Idv.

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mercoledì, febbraio 10, 2010

Perché la Chiesa non può prescindere da Berlusconi

di Fausto Carioti

Nel giorno in cui tutti incensano Beppino Englaro e lo consacrano nuova icona del pensiero laico, Silvio Berlusconi fa una scelta che più controcorrente e antimoderna non si può. Scrive una lettera scarna, priva di retorica, alle suore Misericordine di Lecco, quelle che accudirono Eluana per diciassette anni. Il presidente del Consiglio le ringrazia «per la discreta e tenace testimonianza di bene e di amore» data in questi anni e si dice rammaricato per non aver potuto evitare la morte della ragazza. Quindi chiede alle suorine di pregare per l’Italia. L’errore che la sinistra non deve fare, e che invece ieri ha puntualmente ripetuto, è quello di interpretare anche queste poche righe come l’ennesima trovata politica del Cavaliere. Perché, se c’è una occasione in cui Berlusconi e i suoi hanno agito più con il cuore che con le logiche della convenienza, è stata proprio la vicenda di Eluana.

Lo confermano i colloqui privati che ebbe il Cavaliere in quei giorni, ma soprattutto lo confermano i fatti pubblici: il premier e il PdL avrebbero avuto tutto l’interesse a tenere buono il rapporto con il Quirinale e a non spaccare l’opinione pubblica - e quella dello stesso centrodestra - su un tema così complesso e trasversale. Invece tirarono dritto, e nei confronti di Giorgio Napolitano al Senato fu lanciata l’accusa, manco troppo velata, di essersi reso oggettivamente complice di un omicidio. Avessero pensato solo alle norme sulla giustizia e agli affaracci loro, come piace dipingerli all’opposizione, tutto questo non sarebbe successo. A maggior ragione, un anno dopo, Berlusconi si sarebbe risparmiato l’iniziativa di ieri, che ha avuto l’effetto immediato di far irrigidire Gianfranco Fini.

Ma proprio questo atteggiamento di Berlusconi spiega quello che la sinistra trova scandaloso e incomprensibile: che il rapporto tra il Cavaliere e la Chiesa cattolica, e in particolar modo con i vertici della Conferenza episcopale italiana, riesca a resistere a tutto, incluso il caso delle dimissioni di Dino Boffo da Avvenire, il quotidiano della Cei, nelle quali ha avuto un ruolo decisivo il quotidiano della famiglia Berlusconi. Se i vertici della Cei non mollano il PdL e il governo non è certo per simpatia verso Berlusconi o per approvazione della sua condotta privata, ma perché solo il PdL, sui temi “irrinunciabili” del papato di Benedetto XVI - come testamento biologico, pillola abortiva e difesa della famiglia formata da uomo e donna - dà quelle garanzie politiche che persino l’Udc di Pier Ferdinando Casini, impegnata a tenere viva la fiamma del forno con il Pd alle elezioni regionali, non può più dare.

E sarà un caso, ma proprio con l’avvicinarsi del voto di fine marzo si intensificano i segnali dalle colonne di Avvenire, tutti con un messaggio molto chiaro: spiegare con chi deve stare il popolo cattolico. Ieri è toccato a Marco Tarquinio, successore di Boffo alla guida del quotidiano dei vescovi italiani, scrivere che «quando le cose, dentro di noi e nelle comunità di cui facciamo parte, sono così chiare, è facile capire che cosa è giusto e che cosa è sbagliato. Chi sta con la vita - chi è per la vita - mai la ferisce e mai arbitrariamente la finisce. Chi coltiva un’idea di morte - chi si allea con la morte - fa l’esatto contrario». È questo il vero spartiacque per i vertici della Chiesa italiana, davanti al quale tutto il resto è secondario, a partire dalla questione sociale (almeno finché Joseph Ratzinger sarà papa, e anche di questo la sinistra dovrebbe farsene una ragione).

© Libero. Pubblicato il 10 febbraio 2010.

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lunedì, febbraio 08, 2010

Anche gli inglesi sempre più scettici sul global warming

Dopo gli americani, anche gli inglesi sono sempre meno convinti dalla bufala del global warming. Da un sondaggio Populus appena svolto per la Bbc emerge che la percentuale degli inglesi convinti del surriscaldamento sono scesi al 75% (a novembre erano l'83%). Ma soprattutto oggi sono solo il 26% quelli che credono che il surriscaldamento esista e sia dovuto all'attività dell'uomo (a novembre erano il 41%).

«Gli inglesi sono scettici sul contributo dell'uomo al cambiamento climatico, e lo stanno diventando sempre di più. Ora i dubbiosi sono più di quelli fermamente convinti», spiega chi ha fatto il sondaggio. Immancabile il grido d'allarme dello scienziato dell'organizzazione governativa finanziata proprio per combattere il global warming, che chiede una «azione urgente» per convincere gli inglesi che «il cambiamento climatico è una cosa seria».




Per la cronaca: secondo un recente sondaggio del Pew Research Center oggi gli americani convinti che vi siano prove concrete del surriscaldamento terrestre sono il 57% (crollo verticale: nel 2008 erano il 71%), mentre quelli convinti che questo surriscaldamento sia dovuto all'attività dell'uomo oggi sono il 36% (nel 2008 erano il 47%).

Post scriptum: da leggere anche Lorrie Goldstein sul Toronto Sun: The storm over climate change. Oltre al solito, imperdibile Mark Steyn: Credibility is what’s really melting.

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Il Partito delle Leggende Metropolitane

di Fausto Carioti

Eppure stavolta Antonio Di Pietro ci aveva provato a parlare di politica. Niente di elevato, per carità, ma due idee in croce, diverse dai soliti insulti a Silvio Berlusconi, le aveva esposte. Aveva detto che puntava a battere il Cavaliere politicamente - e cioè con le elezioni e non a colpi di escort e di pentiti - e che era pronto a fondere l’Italia dei Valori con il Pd. Magari non era vero niente, però lo sforzo andava apprezzato. Poi, come ospite d’onore al congresso dell’Idv, è arrivato Gioacchino Genchi, l’“orecchione” che per conto del la procura di Catanzaro si è fatto gli affaracci telefonici di qualche centinaio di migliaia di italiani e adesso è indagato a Roma per abuso d’ufficio e violazione della privacy. Dal palco, Genchi è riuscito a dire che «nel lancio della statuetta del duomo di Milano a Berlusconi non c’è nulla di vero». Per sostenere questa tesi ha citato nientemeno che la sua «esperienza in polizia» (sulla quale, a questo punto, forse sarebbe il caso di fare una attenta retrospettiva) e «i video che tanti giovani propongono su YouTube». Standing ovation per lui, fine di ogni tentativo di far decollare il congresso dell’Idv. Qui si è capito che tutto sarebbe finito in barzelletta. Come sempre quando c’è Di Pietro di mezzo.

Le frasi di Genchi hanno fatto diventare scuri in volto i dirigenti dell’Italia dei Valori, che pure passano le giornate ad ascoltare Di Pietro e ormai credevano di averle sentite tutte. Lo stesso Tonino, imbarazzato, è dovuto intervenire per dire che la teoria di Genchi è «inimmaginabile e fantasiosa». Anche Genchi ha provato a metterci una pezza, sostenendo di essere stato «totalmente frainteso». Ma il danno era fatto: l’allegra compagnia di manettari e dietrologi da osteria presente in platea aveva applaudito unanime e convintissima le sue frasi, a dimostrazione del potere che hanno le leggende metropolitane sulle menti semplici e poco scolarizzate (i tre libri messi in vendita al congresso dell’Idv fan no fare agli stand delle sagre leghiste la figura della Biblioteca Vaticana).

Del resto, Genchi è stato definito da Marco Travaglio «un integerrimo funzionario di polizia in aspettativa, che lavorava già con Falcone e da 15 anni è consulente di varie procure, Palermo compresa, per delicate inchieste di mafia, catture di latitanti, indagini sui mandanti occulti delle stragi di Capaci e via d’Amelio, sui fiancheggiatori di Provenzano, nonché nei processi Dell’Utri e Cuffaro». Insomma, la giusta via di mezzo tra un poliziotto di Csi Miami e papa Giovanni XXIII. Uno che quando parla dice cose serie.

Per questo fior di investigatore, tutto si spiega con il “cui prodest”: per capire “davvero” per ché una cosa è avvenuta, occorre vedere a chi ha giovato. «Dopo l’outing della moglie di Berlusconi e il fuori onda di Gianfranco Fini», sorpreso a Pescara a sussurrare a un magistrato cose non proprio carine sul premier, «provvidenziale è arrivata quella statuetta che miracolosamente ha salvato Berlusconi dalle di missioni che sarebbero state imminenti», ha argomentato ieri Genchi. Ma sì, che fortunato è stato il Cavaliere a prendersi dritta sui denti quella statuetta del duomo scagliata da Massimo Tartaglia. Il quale, certo, poi ha detto ai magistrati di aver colpito Berlusconi «per il bene del Paese» e di aver «votato per Di Pietro» alle ultime elezioni, come svelato il 15 dicembre dall’Unità. Ma grazie a Genchi e a quei video messi sul Web adesso siamo in grado di capire che l’Unità, Tartaglia e i magistrati milanesi che lo hanno interrogato fanno parte del grande complotto berlusconiano.

Peraltro, applicando in modo rigoroso questo ragionamento del “cui prodest” (e mica potrà essere usato solo con Berlusconi), è possibile avviare una riscrittura niente affatto banale della storia d’Italia. Ad esempio, si può sostenere che Enrico Berlinguer sarebbe stato eliminato dai suoi compagni di partito per far fare al Pci il pieno di voti alle elezioni europee del 1984. Oppure che l’Inter avrebbe pagato dei figuranti per insultare Mario Balotelli dagli spalti di Torino e far squalificare il campo della Juventus. L’unico limite al criterio usato dall’«integerrimo» Genchi è la fantasia.

È questa l’Italia, anzi la grande cospirazione planetaria, in cui vivono i discepoli di Di Pietro, l’apostolo Genchi e i coraggiosi «giovani di YouTube», portatori di verità che i governi vogliono tenere nascoste (da un altro video seguitissimo su YouTube, ad esempio, abbiamo appreso che Barack Obama è l’Anticristo). I quali vanno benissimo quando si deve scendere in piazza o fare casino su Internet per insultare il «nano mafioso» (come viene definito Berlusconi dai fan di Di Pietro sul blog del loro leader). Ma quando occorre dare un colpo d’ala per fingersi presentabili e fare politica sul serio, gente simile rappresenta la zavorra che ti blocca nel fango. Grandissima parte degli elettori di Di Pietro e degli esponenti del suo partito è fatta così, perché è così che lui li ha plasmati. Finora simili personaggi sono stati la sua forza, ieri si è capito che sono anche il suo grande limite.

© Libero. Pubblicato il 7 febbraio 2010.

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venerdì, febbraio 05, 2010

Anche Ahmadinejad aiuta Berlusconi

di Fausto Carioti

Il terzo giorno è resuscitato. Giunto il primo febbraio in Terra Santa, Silvio Berlusconi ne è uscito rimesso a nuovo. Il presidente iraniano, Mahmoud Ahmadinejad, ieri gli ha persino ricostruito la verginità internazionale. Dicendo che Berlusconi ha reso «servigi ai padroni israeliani» per aver benedetto la guerra contro Gaza, Ahmadinejad ha allontanato da lui i sospetti di essere l’anello debole del fronte atlantico. E ha messo in secondo piano i rapporti che il premier italiano intrattiene con Vladimir Putin, che avevano creato malumori pure alla Casa Bianca. Il presidente russo ha in Ahmadinejad, sul fronte della gestione dei giacimenti di idrocarburi, e in Berlusconi, dal lato delle forniture di gas, i migliori alleati della sua strategia espansionista. Ma è un calcolo che Berlusconi pare non avere fatto, tanto che a Gerusalemme ha usato parole durissime per il despota iraniano, paragonandolo ad Adolf Hitler. E adesso, al pari di Barack Obama, si trova bersaglio delle invettive di Ahmadinejad. Per la prima volta da chissà quanto tempo, insomma, l’Italia può contare su un leader davvero occidentale.

La consacrazione da parte del leader iraniano arriva al termine di una serie di giornate che hanno rilanciato Berlusconi anche sul fronte interno. Riavvolgendo la videocassetta di un paio di mesi, si assiste a un film del tutto diverso da quello odierno. Intanto allora non era ancora stata trovata la strada giusta per tirare fuori Berlusconi dalle grinfie delle procure. Il Quirinale era sempre più perplesso, per non dire ostile, dinanzi alle iniziative del centrodestra. L’Udc non solo avviava la politica dei due forni in vista delle regionali, ma di lì a breve avrebbe fatto capire di preferire il forno di sinistra. E non c’era giorno in cui Gianfranco Fini e i suoi non ponessero un nuovo problema. Uno stillicidio. Al punto che lo stesso Berlusconi aveva confidato di voler andare a elezioni anticipate, perché è meglio regolare subito i conti con i nemici, interni ed esterni, che farsi logorare così per anni.

Quella cui si assiste adesso è tutta un’altra storia. Per il problema dei problemi, quello giudiziario, si è trovata una soluzione che potrebbe anche essere definitiva. Accantonata la norma per l’introduzione del processo breve, che il Quirinale non digeriva, si è puntato sul legittimo impedimento, che permetterà al premier e ai ministri di rinviare di sei mesi in sei mesi le udienze dei processi che li vedono imputati. A sinistra si aspettavano che, su questo testo, a Montecitorio si consumassero chissà quali vendette interne al PdL. Riletta oggi, Repubblica del primo febbraio (appena quattro giorni fa) fa sorridere: «Sono un incubo da giorni i voti segreti sul legittimo impedimento. Il capogruppo del Pdl Cicchitto se li sogna di notte e si prefigura le nefaste conseguenze di una possibile débacle se i franchi tiratori colpissero. Le opposizioni, se volessero, potrebbero chiedere moltissimi scrutini coperti. E lì, nelle pieghe di quei voti, potrebbe manifestarsi un duplice e pesante dissenso, tutto interno agli ex forzisti».

Si sa come è andata: le votazioni sono filate lisce come l’olio, di dissenso interno al PdL non si è vista l’ombra, l’Udc non ha votato contro, limitandosi all’astensione, e i voti segreti, «incubo» del PdL, non sono stati chiesti dal Pd perché Pier Luigi Bersani sapeva benissimo che tra i suoi c’era chi, di nascosto, avrebbe votato con la maggioranza. E al Senato, come da tradizione in questa legislatura, le cose per il centrodestra non potranno che essere più facili. Insomma, il primo scoglio è stato passato nel modo migliore e l’approvazione definitiva del testo appare a portata di mano. Nulla esclude, poi, che in caso di emergenza si possa ripescare il processo breve, già approvato a palazzo Madama e messo in freezer. Intanto saranno state incardinate le riforme costituzionali per introdurre una nuova immunità parlamentare, che già vede disponibili diversi esponenti del Pd.

Proprio quanto accaduto a Montecitorio conferma che la tregua nel PdL potrebbe durare almeno sino alle elezioni regionali, nelle quali è importante che gli uomini di Fini votino i candidati berlusconiani e viceversa. Anche l’Udc, toccata con mano la pochezza di Bersani (quanto combinato in Puglia, dove il Pd è riuscito a non candidare un suo esponente e a perdere l’alleanza con i cattolici, è da manuale di come non si deve fare politica), ha capito che è meglio provare a riannodare il dialogo con Berlusconi, iniziando dalla giustizia.

Ciliegine sulla torta, lo sbriciolamento del Pd, che ormai ha più correnti della vecchia Dc, con la differenza che quella stava al governo e aveva il doppio dei voti; il groviglio nel quale si è avvolto Antonio Di Pietro, imbarazzato davanti alle foto che lo ritraggono insieme all’ex funzionario del Sisde Bruno Contrada, pochi giorni prima che costui fosse arrestato; le disavventure giudiziarie di Patrizia D’Addario, che si trova indagata per associazione a delinquere e vede il suo entourage di giornalisti, avvocati e magistrati sospettato di aver organizzato un complotto ai danni del premier.

Incognita delle procure a parte, le brutte notizie, nei prossimi mesi, potrebbero arrivare a Berlusconi solo dal voto di marzo, dove non bisogna scordare che, delle tredici regioni in palio, undici oggi sono amministrate dalla sinistra. L’eventualità che il centrodestra vinca in sole cinque o sei piazze è concreta. Gli ultimi sondaggi vedono comunque i candidati del PdL guadagnare consensi in alcune regioni in bilico, come il Lazio. Riuscisse a raddrizzare anche questa situazione, Berlusconi potrebbe dire di aver azzerato l’opposizione per i prossimi anni.

© Libero. Pubblicato il 5 febbraio 2010.

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