venerdì, gennaio 29, 2010

Pdl verso la vittoria dimezzata

di Fausto Carioti

In gergo borsistico si chiama “profit warning”. È la comunicazione che una società quotata dà al mercato quando si trova costretta a rivedere le stime sugli utili: ci spiace, contavamo di incassare 10, dovremo accontentarci di 4. Inutile dire che è uno di quegli annunci che non rendono felici né chi guida l’azienda né gli azionisti, ma devono essere fatti per evitare shock dell’ultimo minuto. Silvio Berlusconi, che guida il suo partito come se fosse un’azienda, dovrebbe fare qualcosa di simile in vista delle prossime regionali. Di sicuro, anche se la comunicazione al pubblico non è ancora avvenuta, negli ultimi giorni a palazzo Grazioli le aspettative si sono ridimensionate, e di parecchio. Al punto che sta cambiando la definizione stessa di vittoria.

Fino a pochi giorni fa, l’obiettivo dichiarato era incassare la grande maggioranza delle tredici regioni in palio. Il ministro Altero Matteoli, ex An, che di certo non è un sprovveduto, nemmeno due settimane or sono diceva che «a conti fatti otto regioni sono alla nostra portata. Sette sarebbero una delusione». Ecco, Matteoli ha buona probabilità di restare deluso. E peggio di lui rischiano di rimanere quelli che nel centrodestra sognavano un Pd «appenninico»: ridotto cioè a governare l’Emilia-Romagna, la Toscana, l’Umbria e poco più. Mica perché il partito di Pier Luigi Bersani stia facendo chissà cosa. Figuriamoci: il Pd, con i suoi errori, era e resta il migliore alleato del PdL. Ma il suo involontario aiuto potrebbe non bastare a compensare gli sbagli e le incertezze del centrodestra, nonché il ruolo giocato dall’Udc.

«Pier Ferdinando Casini sta facendo il furbo», commenta amaro il deputato berlusconiano Osvaldo Napoli. «In Campania e Calabria si prenderà gli assessori con il PdL. In Puglia, se appoggerà Adriana Poli Bortone contro il nostro candidato, probabilmente avrà già pronto un accordo sottobanco con Nichi Vendola per prendersi, anche lì, qualche assessore. Mentre in Piemonte l’anti-cattolica Mercedes Bresso ha già promesso la vicepresidenza della Regione al deputato dell’Udc Teresio Delfino».

Il resto dei casini il centrodestra se li sta creando da solo. La richiesta di Berlusconi a Rocco Palese, affinché ritirasse la candidatura in Puglia, è stata seguita nemmeno ventiquattr’ore dopo dal rilancio della candidatura dello stesso Palese, prima che partissero nuove trattative con l’Udc per candidare insieme Nicola De Bartolomeo, presidente regionale di Confindustria. Risultato: candidati confusi, elettori non ne parliamo. Mentre il Secolo, quotidiano ex An, spara fuoco amico sul leghista Roberto Cota, candidato della coalizione in Piemonte, perché «sta facendo molto poco» per contrastare il centrosinistra.

Così dal pallottoliere escono risultati poco confortanti, almeno se paragonati a certe aspettative. Delle tredici regioni in cui si voterà, solo in quattro oggi il centrodestra ha la ragionevole certezza di vincere: Lombardia, Veneto, Campania e Calabria. Anche il Pd può sentirsi la vittoria in tasca in quattro regioni: Emilia-Romagna, Toscana, Umbria e Basilicata. Alle quali, se non si troverà una candidatura che unisca PdL e Udc, andrà aggiunta la Puglia. In tre delle regioni in bilico - Piemonte, Liguria e Marche - la bilancia pende in favore del centrosinistra. Infine nel Lazio, nonostante il disastro lasciato da Piero Marrazzo, quella vittoria che sembrava facile appare ora un obiettivo alla portata, ma duro da raggiungere. Il titolo con cui ieri Repubblica avvertiva che Berlusconi rischia «di perdere 7 a 6», potrebbe rivelarsi persino troppo ottimistico per il premier.

Meglio, insomma, tornare con i piedi per terra. Ricordando, ad esempio, che solo in due delle regioni in cui si voterà - Lombardia e Veneto - oggi governa il centrodestra, e che è anche in base a questo dato di partenza che si dovrà capire chi ha vinto. «E non dimentichiamo», ammonisce Osvaldo Napoli, «che di recente abbiamo strappato al centrosinistra la Sardegna, l’Abruzzo e il Friuli-Venezia Giulia. Che vanno messe nel conto». Tutto vero. Ma è vero anche che nel PdL, slogan a parte, nessuno oggi pronostica più una vittoria travolgente. E molti firmerebbero al volo per vincere a marzo in «sole» sei o sette regioni.

© Libero. Pubblicato il 29 gennaio 2010.

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sabato, gennaio 23, 2010

Non è un paese per poliziotti

di Fausto Carioti

Prima aggrediti, poi processati e quindi condannati. È successo a tredici poliziotti dopo il G8 di Genova (e poteva andare molto peggio, visto che gli agenti imputati erano 29). È accaduto l’altro giorno in Piemonte, con il dirigente della questura di Torino che nel dicembre del 2005 aveva protetto dai manifestanti i lavori per l’Alta velocità: indagato dalla Corte dei Conti «per comportamento lesivo dell’immagine del Corpo e dello Stato», così impara. Si è ripetuto ieri a Napoli, con dieci condanne in primo grado per i vicequestori e gli agenti che, durante il Global Forum del marzo 2001, avevano dovuto tenere a bada picchiatori e squadristi no-global. Ci vogliono coraggio e spalle larghe, di questi tempi, per indossare una divisa in Italia.

Il caso di Napoli, a modo suo, è un ottimo esempio di come funziona la giustizia in questo Paese. Erano i giorni di metà marzo di nove anni fa, ed erano anche i tempi di quel “popolo di Seattle” che metteva paura a tutti e che pochi avevano il coraggio di chiamare con il nome giusto: un esercito di teppisti a volto coperto, armati di spranghe e bulloni. Nel capoluogo campano fecero le prove generali in vista del G8 di Genova, dove nel luglio dello stesso anno sarebbe successo quello che sappiamo. Le cronache partenopee riferirono di cariche contro le forze dell’ordine (cinquanta feriti tra poliziotti, carabinieri e finanzieri), autovetture sfasciate, incursioni contro negozi e sedi di banche, lanci di sampietrini e molotov, aggressione a una troupe del Tg4 (dieci giorni di prognosi per un operatore Mediaset). Persino i Comunisti italiani, compagni di letto dei no-global, dovettero prendere le distanze da quello che i loro concubini avevano combinato in piazza: «Gli incidenti di Napoli vanno deplorati con fermezza, visto anche l’alto numero di feriti tra i manifestanti e gli agenti di polizia».

Primo ministro - anche questo è bene ricordarlo, perché stavolta la favoletta del governo berlusconiano e “cileno” non ce la possono raccontare - era Giuliano Amato, mentre il ministro dell’Interno si chiamava Enzo Bianco. Due tipi tutt’altro che tosti, insomma. Nei giorni che precedettero il forum il governo dell’Ulivo, nel suo genuflettersi davanti ai nuovi padroni delle piazze, aveva invitato i rappresentanti del “popolo di Seattle” a partecipare al Global Forum come relatori. Quelli, ovviamente, avevano rifiutato: mica erano arrivati fin lì per parlare.

Ieri, il degno finale: gli agenti che avevano portato in una caserma di polizia i responsabili degli scontri per isolarli dal resto dei teppisti, identificarli e interrogarli, sono stati condannati per sequestro di persona. E pazienza se la legge consente loro di trattenere i fermati in caserma per 24 ore. Chissà se Amato e Bianco troveranno il coraggio di spendere mezza parola in loro difesa. Di sicuro, la prossima volta poliziotti e carabinieri ci penseranno due volte prima di fare il loro mestiere.

© Libero. Pubblicato il 23 gennaio 2010.

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venerdì, gennaio 22, 2010

Consiglio non richiesto a Renata Polverini

Che tanti elettori berlusconian-liberisti del PdL (massì, qualcuno ce ne è ancora, e magari alla fine sono pure decisivi) non vadano in giro con la sciarpa e la maglietta di Renata Polverini, mi pare accertato. E comunque non per questo la candidatura della Polverini deve scandalizzare. Come si dice a Roma, oggi a me e domani a te: se vogliamo il grande partito, a turno dobbiamo turarci il naso un po' tutti quanti.

Però, ecco, se solo la candidata del PdL evitasse di aggiungere a tutto questo i meriti di Emma Bonino, ad esempio ricordando che la candidata radicale del Pd, tra le sue scandalose battaglie, annovera pure quelle del «referendum per l'abrogazione dell'articolo 18, l'abrogazione del servizio patronale e la proposta di legge per cambiare l'articolo 1 della Costituzione e togliere la parola lavoro», diciamo che non farebbe una lira di danno.

La prossima volta, prima di parlare, la Polverini pensi che sta chiedendo il voto anche a chi quei referendum e quelle battaglie li aveva condivisi. Indicarli come esempio di proposte da combattere non mi pare un'idea geniale.

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martedì, gennaio 19, 2010

Un aut-aut per Casini

di Fausto Carioti

«Io, politicamente, vorrei andare a letto con una persona di cui ho fiducia, che condivide con me un progetto». Metafora inquietante a parte, stavolta c’è molto di azzeccato in quello che dice Tonino Di Pietro nei confronti dell’Udc, «che non si può sposare due volte e deve scegliere se condividere un programma con un solo alleato». È un discorso che nel Pd non fa nessuno e che nel PdL, invece, ormai fanno in tanti, iniziando da Silvio Berlusconi. Tanti, ma non tutti. La voglia di mettere Pier Ferdinando Casini dinanzi al più comprensibile degli aut-aut - o con noi ovunque oppure da nessuna parte, perché mica siamo al mercato delle vacche - si ferma al momento di fare i conti delle regioni su cui piantare la bandierina: meglio andare sul sicuro con l’Udc che correre rischi senza di loro, pensano diversi esponenti del PdL, anche vicini a Berlusconi come Fabrizio Cicchitto.

In attesa di vedere il dividendo elettorale di questa operazione - tutto da verificare - il primo risultato evidente sono i guai che essa sta provocando. Tanto per fare un esempio il PdL, che in Puglia potrebbe indicare subito il candidato alla guida della regione e portarsi avanti con il lavoro, è nella situazione paradossale di dover aspettare il Pd. Perché il PdL punta ancora ad accordarsi con l’Udc e quindi a proporre un candidato gradito ai centristi, ma Casini preferirebbe allearsi con il Pd, a patto che questo partito candidi Francesco Boccia e non Nichi Vendola. Il risultato è che le primarie pugliesi del Pd, che si terranno il 24 gennaio, serviranno, di fatto, anche a decidere il candidato del PdL. Vallo a spiegare agli elettori.

Dove si presenta un candidato finiano, ad esempio Renata Polverini nel Lazio, l’Udc si schiera con il PdL. Dove c’è da contrastare la Lega, come in Piemonte, l’Udc punta sul governatore uscente Mercedes Bresso, del Pd. Altrove il partito di Casini sceglierà in base alle trattative dell’ultimo minuto. Un atteggiamento tipico della bassa politica, ma che Casini riveste con una motivazione ideale: scardinare il bipolarismo. Dimostrando che i centristi sono indispensabili, Casini renderebbe evidente che «il bipolarismo è morto e sepolto».

Già questo dovrebbe convincere i due partiti che hanno il bipolarismo nel dna, e cioè PdL e Pd, a non allearsi con chi dichiara di volerli uccidere. Però a due mesi dal voto, se ti senti destinato a una batosta sicura, non puoi rifiutare l’aiuto di nessuno. E infatti Pier Luigi Bersani, per allearsi con Casini, si sta mostrando disposto a tutto. Incluso gettare a mare il governatore uscente della Calabria, Agazio Loiero del Pd, per candidare Roberto Occhiuto, dell’Udc.

Nel PdL, almeno ai piani alti, ci si sente invece molto forti. Il Cavaliere, in privato, sbandiera un sondaggio secondo cui l’Udc non sarebbe decisiva in nessuna regione. Eccesso di ottimismo? Il berlusconiano Osvaldo Napoli è convinto di no. E spiega: «Alle elezioni europee, in Piemonte, a giugno l’Udc ha preso oltre il 6% dei voti. Ma il loro candidato alla provincia di Torino, Michele Vietti, il quale aveva detto che avrebbe appoggiato il candidato del Pd Antonino Saitta, ha preso il 4,5. Questo conferma che, quando l’Udc si schiera con la sinistra, tanti elettori non la seguono». Resta il fatto che i finiani non ne vogliono sapere di sganciare l’Udc, perché la ritengono decisiva per la Polverini. Scelta, peraltro, difesa anche da alcuni berluscones. Per far digerire la cosa agli elettori, si è deciso di attribuirla ai dirigenti locali del PdL: laddove questi ritengono che ci siano le basi per accordarsi con l’Udc, il partito è disposto ad accettare. L’occhio, insomma, finge di non vedere quello che fa la mano.

Per fortuna, Berlusconi sembra non pensarla così. Tra rischiare di incassare un governatore in meno e imbarcare un alleato che dice in pubblico di volere la tua fine e che nella regione confinante si candida contro di te, il Cavaliere pare ritenere che il primo sia il male minore. «La gente capisce il bipolarismo, mentre non capirebbe la nostra alleanza con chi si vende al miglior offerente», ripete in questi giorni a chi va a trovarlo. Di sicuro, visti i numeri propri e quelli dei suoi avversari, questo è un momento in cui Berlusconi può permettersi di rifiutare compromessi ambigui. La speranza è che stavolta sappia essere coerente sino in fondo.

© Libero. Pubblicato il 19 gennaio 2010.

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lunedì, gennaio 18, 2010

Repubblica e la balla del vaccino inutile

di Fausto Carioti

L’ultima arma di una sinistra rimasta con poco o niente cui aggrapparsi si chiama A/H1N1. È la sigla del virus per il quale il governo ha commissionato 24 milioni di dosi, costate 184 milioni di euro e rimaste in gran parte inutilizzate. E meno male che è andata così: la pandemia si è sgonfiata e le nostre vite non hanno avuto bisogno di mascherine protettive e vaccinazioni d’urgenza. Però, se gli allarmi lanciati dall’Organizzazione mondiale per la sanità si fossero rivelati fondati, i vaccini erano pronti. La storia, a questo punto, dovrebbe finire: abbiamo montato l’airbag nella vettura, l’incidente non c’è stato, ma non per questo ci lamentiamo. E invece è proprio questa la polemica che stanno piantando Repubblica e un pezzo di sinistra.

La linea del quotidiano diretto da Ezio Mauro è stata, a suo modo, esemplare. Prima ha contribuito a elevare il livello d’allarme per la diffusione del virus A/H1N1, ipotizzando scenari da b-movie fantahorror, e ovviamente accusando il governo di perdere tempo. Passata l’emergenza, Repubblica è tornata ad accusare l’esecutivo, stavolta con motivazioni opposte: aver preso l’allarme sul serio. In Italia, si sa, la memoria è breve, e così ieri il quotidiano di largo Fochetti poteva titolare: «Ecco quanto ci è costato il flop del vaccino». A parte che il flop, semmai, è stato del virus, perché il vaccino il suo mestiere ha mostrato di saperlo fare, la sostanza dell’accusa di Repubblica è: il vaccino non serviva, ma il governo ne ha comprato troppo e le multinazionali avide - presenza costante in certa produzione giornalistica - lo hanno preso per il collo. Col risultato che oggi «gran parte delle boccette sembra avviata alla scadenza».

L’archivio di Repubblica, però, racconta una storia molto diversa. È il 12 giugno 2009 quando su un titolo del quotidiano si legge: «Impossibile fermare la pandemia». Dall’articolo si apprende che «il virus della nuova influenza, attaccando i polmoni, sarebbe simile a quello della “spagnola” del ’18». Poi Repubblica inizia a spiegare che il vaccino è indispensabile. Di più: chi non si vaccina è un nemico della società. Articolo del 7 settembre, parla il Nobel per la Medicina Luc Montagnier: «La probabilità che il virus muti in una forma più perniciosa è nelle mani di chi non applica la prevenzione, ma soprattutto di chi non si vaccinerà». C’è spazio anche per il virologo Fabrizio Pregliasco, secondo il quale i giovani, che hanno una vita sociale intensa, se non si vaccinano rischiano di diventare «untori, una vera e propria bomba biologica».

Poi esce l’ordinanza di Ferruccio Fazio, che prevede la vaccinazione per il 40% della popolazione italiana: serviranno 24 milioni di dosi. Troppe? Non pare. Anzi. Il 6 novembre l’apocalittico quotidiano sostiene che siamo stati «sorpresi da una pandemia annunciata. Da un panico che si poteva prevedere. Da un corto circuito emotivo-organizzativo che sta mettendo in ginocchio l’Italia». Manca la «cabina di regia», cioè manca il governo. E i vaccini, addirittura, scarseggiano: «Molte regioni lamentano scorte ancora a secco e frigoriferi vuoti». Il farmacologo Silvio Garattini, sempre su Repubblica: «Il ritardo è delle industrie farmaceutiche, che non hanno prodotto abbastanza dosi».

Eppure erano già girati i primi sospetti che certe preoccupazioni fossero esagerate. Ma il 10 ottobre proprio Repubblica aveva provveduto a risollevare il grado d’allerta, con il solito Montagnier che spiegava: «No, l’allarme scatenato dall’H1N1 non è affatto eccessivo. Basta pensare alla Spagnola, che nel 1918 cominciò in modo blando per poi mietere un gran numero di vittime». E il 4 novembre largo Fochetti aveva gettato altra benzina sul fuoco, stavolta con un reportage dai reparti d’urgenza della capitale, dove la gente stava arrivando a frotte. Un medico del policlinico riponeva le ultime speranze proprio nel vaccino: «Se i vaccini non daranno le risposte annunciate, non sapremo davvero come fare».

Quanto al Partito democratico, ancora a novembre i suoi senatori, inclusa l’ex ministro Livia Turco, firmavano interrogazioni per chiedere al governo «un intervento massiccio in termini di distribuzione di vaccini». Nessuno, da quelle parti, sosteneva che comprare vaccini in massa fosse sbagliato. Il contrario, semmai. Già a settembre il medico Ignazio Marino, presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sul servizio sanitario, diceva che «il piano presentato dal governo per fare fronte all’emergenza dell’influenza A appare incompleto rispetto ai potenziali rischi che correremo». Il governo italiano, accusava il senatore del Pd, avrebbe dovuto spendere di più: la Francia, ad esempio, «ha stanziato 1,1 miliardi di euro solo per il vaccino». Arrivati a questo punto, non resta che confrontare il miliardo e passa speso dai francesi con i 184 milioni spesi dall’Italia, per capire quanta ragione abbia Repubblica ad indignarsi.

© Libero. Pubblicato il 17 gennaio 2010.

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venerdì, gennaio 15, 2010

Berlusconi, Fini e la necessaria sopportazione reciproca

di Fausto Carioti

È stato un confronto spigoloso, a tratti durissimo. Si è concluso senza rotture, ma con la presa d'atto delle reciproche differenze e con l'impegno di continuare a sopportarsi a vicenda, evitando grossi casini, almeno fino alle elezioni regionali. Sapendo bene che riuscirci sarebbe già un miracolo. Sembra il bilancio di un mezzo fallimento, ma la verità è che - viste le premesse - il pranzo tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini non poteva produrre nulla più di questo fragile accordo.

Fini, soprattutto, ha voluto essere crudo. Come quando ha detto a Berlusconi che non ritiene di essergli politicamente debitore. Oppure quando ha rivendicato quello che ritiene un suo diritto, e cioè essere coinvolto nelle decisioni su tutti i temi caldi, come tasse e giustizia. Si può discutere se sia giusto che Fini pretenda di agire, allo stesso tempo, come leader di un partito e come alta carica istituzionale. O se abbia i titoli per imporre una simile «concertazione» all'odiato alleato. Ed è chiaro che Berlusconi preferisce mille volte la sedia del dentista al desco del presidente della Camera. Ma quello che conta adesso, per tutto il PdL, è portare a casa, a marzo, il maggior numero possibile di regioni. La sinistra è davvero a pezzi, e un'occasione simile chissà quando ricapita.

Subito dopo il voto, poi, davanti al PdL si aprirà una prateria sconfinata: tre anni senza elezioni degne di questo nome. Trentasei mesi che - se usati bene - potranno essere quelli in cui viene riscritta la Costituzione e si fanno riforme fondamentali per l'economia, il welfare e la giustizia. E magari si mette mano pure all'assetto del PdL. Lì sì che Berlusconi e Fini avranno modi e tempi per confrontarsi, magari sino a giungere allo scontro definitivo. Ma farlo adesso non avrebbe senso. E, almeno su questo, i due si trovano d'accordo.

Berlusconi, poi, ha altri fronti aperti, ben più importanti, che gli consigliano di mantenere tiepidi i rapporti con Fini e di accettare - per ora - le sue richieste. C'è il fronte delle procure, innanzitutto. Occorre varare una legge che impedisca la condanna del premier nel processo Mills e, in successione, una legge costituzionale che renda gli eletti dal popolo immuni dalla minaccia dei Pm. Fini, che lo sa benissimo, gli ha promesso il suo appoggio, anche se non certo incondizionato, riconoscendo che Berlusconi è oggetto di persecuzione giudiziaria.

C'è il fronte delle tasse: poche storie, al premier il fatto di non averle tagliate brucia. Voleva berlusconizzare Giulio Tremonti, ma ha dovuto tremontizzare se stesso, piegando il capo a una logica - quello del braccino corto in tempo di crisi economica - che non è la sua. Il Cavaliere è convinto che proprio adesso bisognerebbe ridurre le imposte per dare slancio alla ripresa, e presto tornerà alla carica. Avere Fini e i suoi dalla propria parte, o quantomeno in posizioni non ostili, sarebbe una buona cosa.

E poi c'è Pier Ferdinando Casini. Da possibile alleato, l'Udc è tornata a essere la sentina dei vizi della vecchia politica. Il premier è sempre più tentato dalla voglia di dire a Casini: o ti allei con noi ovunque, oppure sei libero di andare con Nichi Vendola ed Emma Bonino. Fini, però, è molto più cauto. Anche perché l'Udc può rivelarsi decisiva nella corsa della “sua” Renata Polverini nel Lazio. Così ha concordato di definire «inaccettabile» la politica dei due forni dei centristi. Ma più in là non si è spinto.

In tutti questi casi - riforme della giustizia, tasse, rapporti con Casini - Fini ha chiesto di tessere tela assieme a Berlusconi, assicurando non l'adesione ai progetti del premier, ma la lealtà di un alleato di pari grado. Berlusconi ha fatto buon viso a cattivo gioco, ma la verità è che non si fida. Fini lo sa benissimo, e comunque nemmeno lui si fida dell'altro. Quello raggiunto ieri, dunque, è un patto che si potrebbe rompere anche oggi. Se non fosse per quel reciproco interesse a tollerarsi ancora per un po'.

© Libero. Pubblicato il 15 gennaio 2010.

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mercoledì, gennaio 13, 2010

Dal 13 dicembre al 12 gennaio

di Fausto Carioti

Dal 13 dicembre al 12 gennaio. Il tempo delle mele non è durato manco un mese. L’aggressione di Massimo Tartaglia a Silvio Berlusconi aveva portato a galla i grumi d’odio che caratterizzano una vasta parte della sinistra italiana. Tanti, anche nello stesso Partito democratico, erano inorriditi davanti a quella visione. Complici i canti di Natale e il taglio del panettone, da una parte e dall’altra ci si era convinti che fosse giunto il momento di lavorare per un clima nuovo. O almeno di provarci. Il Popolo della Libertà e il Pd avevano accarezzato la possibilità di fare insieme le riforme più importanti. Giorgio Napolitano e il Cavaliere si erano concessi una ricarica di fiducia reciproca, per quanto limitata. E anche tra i due co-fondatori del PdL, sebbene in modo convulso, alla fine le tensioni sembravano essersi stemperate. Di tutto questo, ieri è rimasto ben poco. Perché gli ottimisti di una parte e dell’altra avevano perso di vista il dato fondamentale: e cioè che a dettare i tempi della politica, in questo Paese, non è la politica stessa, ma sono le aule giudiziarie.

Da quando la Corte Costituzionale ha bocciato il Lodo Alfano, Berlusconi è diventato giudicabile, cioè destinato a una pressoché certa condanna in primo grado nel momento in cui il processo Mills dovesse concludersi (e non manca molto). Gli impegni istituzionali possono tenerlo lontano dal tribunale fino a un certo punto: a Berlusconi serve una legge che sfili la sua testa dalla mannaia, e gli serve in tempi rapidi. Quando il presidente del Consiglio dice che, anche in caso di condanna, lui non si dimetterà, evoca quello che gli americani chiamano «worst case scenario», l’ipotesi peggiore. Ma si tratta di uno scenario nel quale il Cavaliere non ha alcuna voglia di trovarsi, perché sa benissimo quanto una sentenza simile lo indebolirebbe politicamente. E si fida fino a un certo punto del Napolitano che dice che «nulla può abbattere un governo che abbia la fiducia della maggioranza del Parlamento». Così, piaccia o meno, Berlusconi è costretto a stringere i tempi. Dalla sua ha tanti italiani: tra tutte le riforme, quella della giustizia è la più sentita dagli elettori, il 43% dei quali la considera la più urgente, come rivelato dal sondaggio diffuso ieri a Ballarò da Ferdinando Pagnoncelli.

La maggioranza, però, non sembra avere ancora le idee chiare. Nell’ultimo mese sono girate tutte le ipotesi: le norme per processo breve, legittimo impedimento, lodo Alfano in versione costituzionale e ritorno all’immunità parlamentare, a turno, sono state seppellite, riesumate o riscritte con cadenza quasi giornaliera, anche in nome di un’intesa con il Pd che il principale partito dell’opposizione, inconfessabilmente, avrebbe avuto buoni motivi per accettare. «Diteci quale carta preferite e noi la caleremo», è stato, in sostanza, il messaggio spedito dal PdL al Pd. Non si pretendeva un appoggio entusiasta, ci si limitava a chiedere una sorta di ostilità moderata. In cambio, si offriva la massima disponibilità al confronto su tutte le altre riforme. Riaperto il Parlamento e arrivato il momento del redde rationem - ieri nell’aula del Senato si è discusso del processo breve - si è capito che Pier Luigi Bersani non ha la forza per condurre in porto nemmeno un accordo siffatto. Vuoi per la sua debolezza politica; vuoi perché il Pd è sempre più una ruota di scorta dell’Anm, il sindacato dei magistrati; vuoi perché tra poche settimane si vota per le regionali, e Antonio Di Pietro non aspetta altro per mordere al collo il partito di Bersani e succhiargli ulteriori voti. Fatto sta che la risposta del Pd è stata un «no» secco.

Il risultato è che la maggioranza ha capito che deve tirare avanti per conto suo. Tiene aperte ancora tutte le ipotesi di “norme ponte” e di revisione costituzionale, ma, per dare tempo a Berlusconi, pensa a un decreto che consenta di sospendere per tre mesi i processi a carico del premier. Il Pd si prepara alla guerra. I segnali che giungono dal Quirinale indicano che l’apertura di credito concessa da Napolitano è in via di rapido esaurimento. E Fini, in tutto questo, non ha alcuna voglia di fare da spettatore: chiede a Berlusconi di intervenire sul contenuto delle norme sulla giustizia. E, appena spunta l’ipotesi del decreto, avvisa il governo che aver vinto le elezioni non lo autorizza a scavalcare il parlamento usando la decretazione d’urgenza. Il Pd applaude a scena aperta e Napolitano - concordata o meno che fosse l’uscita di Fini - di sicuro apprezza.

Dal fronte berlusconiano si risponde facendo buon viso a cattivo gioco. Il rospo-Fini, inaspettato, viene ingoiato fingendo che sia ordinaria amministrazione. Berlusconi proverà a disinnescare il presidente della Camera domani, in un faccia a faccia durante il quale, di sicuro, si parlerà molto dei provvedimenti sulla giustizia e degli assetti interni del PdL. Insomma, tutto è tornato come un mese fa.

L’arma migliore del Cavaliere restano gli elettori: un successo del PdL - candidati finiani inclusi - alle regionali lo rafforzerebbe dal punto di vista politico. E il Pd, con le sue zuffe e le sue indecisioni, in questo caso gli stando il migliore degli aiuti possibili. Tutto sta a vedere quanto, da qui al voto, sarà peggiorata per Berlusconi la situazione. Nei palazzi della capitale, ma soprattutto nelle aule del tribunale di Milano.

© Libero. Pubblicato il 13 gennaio 2010.

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venerdì, gennaio 08, 2010

Avatar e i suoi nemici

di Fausto Carioti

E poi pretendono di non essere noiosi. È dal 1977, anno di uscita di Guerre Stellari, che ad ogni grande produzione americana che arriva sugli schermi i registi de noantri ripetono le stesse cose. Cioè che questi film sono tutti effetti speciali e niente sostanza, che Hollywood vince al botteghino solo perché può permettersi budget inarrivabili, che il cinema italiano rischia di essere strozzato da questa concorrenza sleale (e quindi, sottinteso, deve essere aiutato da noialtri contribuenti). Eccetera eccetera. L’ultima pietra dello scandalo è Avatar, pellicola visionaria e fantascientifica diretta da James Cameron (quello di Terminator, Alien e Titanic). In Italia inizierà ad essere proiettata il 15 gennaio, ma già adesso bisogna parlarne male. A farlo per prima ci ha pensato ieri Repubblica, per la penna di Roberto Faenza, il regista che ha diretto la trasposizione cinematografica de “I Vicerè” e film come “Il caso dell’infedele Klara”. Il titolo di prima pagina già dice tutto: «Film come Avatar uccidono gli attori e il nostro cinema». E gli argomenti usati da Faenza, appunto, sono prelevati con il copia-incolla dalle puntate precedenti, si chiamassero Et, Toy Story o Independence Day: «Il computer ha preso il sopravvento sulla macchina da presa»; «È il dominio del fantastico occupato manu militari con la forza del denaro più che con la creatività»; «Da una parte gli studios americani e dall’altra il cinema dei paesi europei, asiatici, africani, sudamericani. Una partita persa in partenza, vista la sproporzione delle forze in campo». Notare che Faenza, per sua stessa ammissione, non ha visto il film, ma solo qualche spezzone. Però tanto gli basta.

Che palle. Anzi: che balle. Dire che gli americani fanno meglio di noi senza ricorrere alla creatività, come fa Faenza, è un falso storico, una bugia auto-consolatoria. Anche quando il film è un lungo, interminabile effetto speciale, come quelli della Pixar-Disney, realizzati interamente al computer, la gente fa la fila al botteghino e si commuove in sala non per la grafica 3d, ma perché s’innamora della grande storia del piccolo pesce pagliaccio portato via al padre. In realtà, Faenza e i tanti che la pensano come lui non hanno nulla da temere dall’arrivo di Avatar: il cinema italiano non ha bisogno dell’aiuto di Cameron per ammazzarsi, ci sta riuscendo benissimo da solo. Proprio perché da queste parti si è persa la cosa più importante, quella per cui la gente va al cinema: la capacità di creare e raccontare storie belle e appassionanti.

I registi italiani hanno imboccato la strada intimista, quella degli stati d’animo e delle sensazioni che nascono dalle piccole storie, o quella della denuncia politica più scontata, alla Nanni Moretti. Spesso si tratta di archetipi pescati dal microcosmo in cui vivono i cinematografari stessi, lontani dalla gente vera, che infatti non si riconosce in quelle storie. Le grandi trame non ci sono più. E grandi trame non vuol dire grandi produzioni, ma storie nelle quali almeno una generazione possa identificarsi. Come fece Ettore Scola nel 1974, con “C’eravamo tanto amati”: due ore di pellicola usate non per fare la morale allo spettatore, ma per raccontare come in trent’anni la vita era riuscita a cambiare tre partigiani che avevano combattuto insieme. Per non parlare della dimensione epica del racconto cinematografico: l’ultimo italiano a conoscerla si chiamava Sergio Leone, non a caso ancora oggi il regista italiano più citato all’estero e - anche se nessuno lo ammette - il meno apprezzato dai suoi colleghi italiani.

Vale per il cinema, ma vale anche per le produzioni televisive: quelle americane si fanno vedere in tutto il mondo non perché usino effetti speciali o budget epocali - spesso sono girate in pochi interni, come “Casalinghe disperate” - ma perché vantano storie appassionanti basate su dialoghi e sceneggiature di altissima professionalità e personaggi dotati di un grande spessore psicologico (tra i poliziotti di Csi o i medici del dr House o di Grey’s Anatomy non ce ne è uno banale, uno che non abbia il suo personalissimo demone con cui fare i conti ogni sera). Al confronto, i copioni di tante serie italiane sembrano scritti da bambini delle elementari, e i personaggi che le animano (si fa per dire) girano per lo schermo con l’elettroencefalogramma piatto. Eppure chi lavora negli studios californiani raramente ha la presunzione di essere un artista: cinema e televisione sono industrie come le altre, che hanno bisogno di manovalanza qualificata, che in questo caso va da chi sistema le luci sul set allo sceneggiatore che scrive il dialogo più importante.

A questa mentalità industriale di Hollywood, un tempo il cinema italiano rispondeva con quella sana sapienza manuale che ha permesso ad artigiani come Carlo Rambaldi di entrare nel grande giro e fare incetta di premi Oscar. Adesso di questa intelligenza pratica non c’è più traccia. In compenso abbonda la spocchia da grandi artisti incompresi. Un lusso che tanti nostri registi possono permettersi solo convincendosi che, se il grande pubblico ha smesso di seguirli da un pezzo, la colpa è di quei prepotenti degli americani. Per dirla con il solito Nanni Moretti: continuiamo così, facciamoci del male.

© Libero. Pubblicato l'8 gennaio 2010.

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A proposito dell'"Islam religione di pace" e del famoso versetto contenuto nel Corano, sura della vacca, secondo il quale «Non vi è costrizione nella religione»: dei cinquanta Paesi nei quali i cristiani oggi sono più perseguitati, trentacinque sono Paesi islamici. Trentacinque su cinquanta sono tanti. Otto di questi Paesi islamici stanno nella "top ten" della infamità:
1- Corea del Nord
2- Iran
3- Arabia Saudita
4- Somalia
5- Maldive
6- Afghanistan
7- Yemen
8- Mauritania
9- Laos
10- Uzbechistan
Notare che i due Paesi non a maggioranza islamica, e cioè Corea del Nord e Laos, sono regimi comunisti. Sono i risultati più evidenti della "World Watch List 2010" sulle persecuzioni dei cristiani, appena pubblicata dalla associazione no-profit statunitense Open Doors.

La classifica è stata stilata in base alle risposte a una serie di domande:
• La Costituzione e/o le leggi nazionali consentono la libertà di religione?
• La legge consente agli individui di convertirsi al cristianesimo?
• Qual è la situazione attuale dei cristiani?
• I cristiani sono uccisi a causa della loro fede?
• I cristiani sono condannati al carcere, a campi di lavoro o inviati in ospedali psichiatrici a causa della loro fede?
• I cristiani hanno la libertà di stampare e distribuire letteratura cristiana?
• Le pubblicazioni cristiane sono censurate e/o proibite in questo Paese?
• I luoghi d'incontro e le case dei cristiani sono attaccati a causa di motivi anti-cristiani?
L'intero rapporto "World Watch List 2010" può essere scaricato da qui.
Qui si può leggere l'editoriale dedicato al rapporto dall'edizione odierna del Wall Street Journal: "Islamic Christianophobia".
Qui, invece, si può scaricare il rapporto "Global Restrictions on Religion", pubblicato a dicembre dal Pew Forum. Ne scrive Sandro Magister nel suo blog.

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giovedì, gennaio 07, 2010

Il balletto delle tasse

di Fausto Carioti

Nell’appunto quotidiano che i consiglieri di palazzo Grazioli hanno inviato ieri mattina a Silvio Berlusconi si legge: «Passate le feste, la gente si chiederà due cose su tutto. La prima riguarda la ripresa e la piena efficienza del leader del PdL e capo del governo alla sua ricomparsa ufficiale sullo scenario politico. La seconda concerne la concretezza o meno del dialogo o del confronto tra le parti di cui tanto si è parlato in queste settimane». Nel giorno dell’Epifania il premier ha voluto dare una prima risposta a questi due interrogativi. Intervenendo telefonicamente a una riunione di europarlamentari del PdL, ha assicurato che la sua forma fisica sta tornando quella dei giorni migliori («Sono stanco di così tanto riposo») e ha fissato subito i compiti ai quali i ministri e i parlamentari della maggioranza dovranno lavorare nei prossimi mesi. Il 2010, ha detto, dovrà essere «l’anno delle riforme»: giustizia, scuola e «riforma fiscale». Al Pd di Pier Luigi Bersani, Berlusconi ha concesso il minimo sindacale: «Spero che gli altri collaborino a fare le riforme, altrimenti andremo avanti da soli».

Se il premier crede nell’autosufficienza della maggioranza è anche perché è convinto che un accordo con Gianfranco Fini alla fine riuscirà a trovarlo. Sebbene i suoi uomini in queste ore evochino la possibilità di una scissione, il presidente della Camera è interessato a trovare un’intesa con l’alleato-rivale, tanto che ha offerto a Berlusconi la pace in cambio di un diverso assetto del PdL, nel quale i finiani abbiano un peso maggiore, iniziando da una poltrona di coordinatore. È previsto che i due ne parlino a quattr’occhi la prossima settimana, al ritorno del premier a Roma.
Nessun dubbio, insomma, che l’iniziativa l’abbia sempre in mano Berlusconi. Però, in modo altrettanto chiaro, ieri si è avuta anche la conferma che il raggio d’azione del premier è limitato. Il piatto più ghiotto del menù berlusconiano, la revisione del sistema tributario, non sarà infatti facile da cucinare: il suo portavoce, Paolo Bonaiuti, ha subito dovuto smentire che Berlusconi, assieme alla riforma fiscale, abbia annunciato una riduzione delle tasse nel 2010. Cosa alla quale il premier tiene moltissimo, ma il suo desiderio si scontra con la prudenza di Giulio Tremonti, ministro dell’Economia. Così, la prima uscita del premier dopo Capodanno vede la replica di quel balletto delle tasse al quale i contribuenti hanno già assistito nel 2009: anno dal quale sono usciti senza nuovi balzelli sul groppone - ed è già un mezzo miracolo, visto l’andazzo dell’economia - ma anche con una pressione fiscale pari al 43% del prodotto interno lordo, e senza speranze concrete di miglioramenti imminenti.

Eppure quello che desidera il premier è noto, anche perché volle metterlo nero su bianco nel programma di governo con il quale vinse le elezioni. Lì si annunciavano la «graduale e progressiva diminuzione della pressione fiscale sotto il 40% del prodotto interno lordo», la «introduzione del quoziente familiare», la «tassazione separata dei redditi da locazione», la «detassazione delle “tredicesime” o di una mensilità» e la «abolizione dell’Irap». Interventi promessi quando ancora non era chiara la gravità della crisi economica che si stava aprendo. Interventi che poi il governo è stato costretto a congelare a causa della recessione, anche per concentrarsi sulla spesa pubblica in difesa dei posti di lavoro. Ma che adesso Berlusconi pensa sia arrivato il tempo di togliere dal freezer, convinto che manchi poco all’uscita dal tunnel. Last but not least, il taglio delle tasse sarebbe anche il migliore biglietto da visita possibile per chiedere agli elettori di votare PdL alle regionali di marzo.

Tremonti, però, segue logiche diverse. Pure lui, come Berlusconi, vuole che il 2010 sia l’anno della riforma fiscale, anche perché è chiaro che si tratta di un’operazione da condurre in parallelo all’introduzione del federalismo fiscale, anch’esso in agenda per l’anno in corso. Ma, per il ministro, «riforma» e «taglio della pressione fiscale» non sono necessariamente sinonimi.

La revisione tributaria cui pensa Tremonti è basata su una sorta di bonus-malus: carotina fiscale per le famiglie, la ricerca e altre aree “bisognose” d’aiuto, bastone fiscale per colpire speculatori e inquinatori; meno imposte sui redditi di famiglie e imprese, più tasse sui consumi. Una manovra che, in teoria, potrebbe concludersi con un sostanziale pareggio del gettito. E comunque, anche se la riforma tremontiana dovesse rappresentare un passo in avanti verso la riduzione della pressione fiscale al 40%, questi sgravi si avrebbero solo con l’entrata in vigore della riforma, non prima. Cioè non nel 2010, ma - bene che vada - l’anno successivo. Quanto alla ipotesi di usare il gettito prodotto da qui ad aprile dallo scudo fiscale per finanziare tagli all’Irpef o all’Irap, è stata respinta in modo netto dallo stesso Tremonti, alla vigilia di Natale: «Pensate che risorse una tantum come queste siano sufficienti per sostenere progetti di questo tipo? E poi abbiamo appena fatto la Finanziaria».

Scene già viste, insomma. Nelle quali l’opposizione sguazza. Per impedire che ciò accada, bisogna spiegare agli italiani se gli obiettivi fiscali posti all’inizio della legislatura restano confermati e con quali tempi il governo intende realizzarli. Bisogna capire, e poi far capire a tutti, qual è la riforma fiscale che vuole introdurre l’esecutivo. E l’unico che può - e deve - fare questa operazione di chiarezza è il presidente del Consiglio.

© Libero. Pubblicato il 7 gennaio 2010.

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lunedì, gennaio 04, 2010

Intervista a Frattini: "La Costituzione cambiamola tutta"

di Fausto Carioti

Altro che ritocchi. Franco Frattini, ministro degli Esteri, vuole quella che lui stesso chiama «la seconda Costituzione». Mediante un processo condiviso con il Pd, che cambi anche la prima parte della Carta. Inclusi gli articoli sulla libertà di religione, scritti in un’epoca in cui l’immigrazione di massa e il multiculturalismo non si sapeva cosa fossero. «Non limitiamoci», dice Frattini a Libero. «I principi che debbono essere rivisti e rafforzati sono tanti. Non dobbiamo avere la timidezza di dire: possiamo arrivare fino a qui, ma non oltre. Altrimenti cadiamo nell’errore storico della sinistra: appena si parla di riformare la Costituzione la sinistra, o meglio una parte di essa, risponde che “la costituzione è sacra, riformarla equivale a rinnegarla”».

E invece?
«La Costituzione è stata senza dubbio un pilastro della libertà. Ma è nata in un momento nel quale il Paese era diviso. Il mondo era diviso. Oggi il mondo non è più diviso. E, dopo la caduta del muro di Berlino, anche il nostro Paese si sta ritrovando intorno ad alcuni principi. Per cui dire che l’anno 2010 può essere l’anno della seconda Costituzione, cioè di una costituzione profondamente riformata, non sottoposta solo a piccoli ritocchi, non vuole dire affatto rinnegarla».

Quali sono gli interventi più importanti?
«Innanzitutto è curioso che oggi il capo del governo non possa revocare i ministri e abbia, in sostanza, il ruolo di “primus inter pares”, e non quello di vero capo dell’esecutivo. Poi c’è la gamba del federalismo: non possiamo limitarci al federalismo fiscale, dobbiamo fare un federalismo istituzionale molto più profondo. E ancora: tutti siamo d’accordo, a parole, nel ridurre il numero dei parlamentari. Però ci sono forti resistenze persino a ridurre il numero dei consiglieri delle comunità montane. Questi sono capitoli di una riforma costituzionale che non può riguardare solo una parte della Carta».

Volete una repubblica presidenziale?
«Noi siamo presidenzialisti. Io sono fortemente presidenzialista e di sicuro il dna del Popolo della libertà, come quello di Forza Italia e di An, dice che uno Stato deve avere due gambe: una centrale, che è il governo, e una federale, rappresentata dal federalismo delle regioni. Perché queste due gambe siano equilibrate, al federalismo deve corrispondere un presidenzialismo vero. Chi guida il governo deve essere scelto dai cittadini. Di fatto, questo avviene già oggi: noi vogliamo che questo principio sia costituzionalizzato. E vogliamo che chi governa il Paese, sia esso il primo ministro o un presidente della repubblica con poteri “alla francese”, disponga del mandato dei ministri».

Manca la giustizia.
«Serve assolutamente un riequilibrio tra il potere politico e quello giudiziario. Iniziando col dare attuazione al principio della responsabilità civile dei magistrati. Con un referendum gli italiani dissero che il magistrato che sbaglia deve pagare, come ogni altro pubblico dipendente. Ma poi questo principio è rimasto lettera morta. Io, invece, se sbaglio la mia azione politica e non porto risultati al mio Paese, sarò giudicato dagli elettori».

Molti chiedono di ripristinare l’immunità parlamentare, così come prevista nel testo originario della Costituzione.
«Credo che i cittadini non lo accetterebbero. Da parlamentare, nonché magistrato in aspettativa, nemmeno io capisco l’idea che il politico debba essere immune dalla giustizia. Però l’eccesso opposto, ovvero far decidere chi candidare da un avviso di garanzia o da un ordine di cattura del magistrato, come spesso avviene adesso, mi sembra oltremodo sbagliato».

La soluzione?
«Introdurre il cosiddetto lodo Alfano in una norma costituzionale mi pare il compromesso più giusto. In questo modo non si esclude il potere del magistrato di indagare su un ministro, sul capo del governo o sul presidente di un ramo del Parlamento. Però, nel momento in cui questa persona ha la fiducia degli eletti dal popolo, il giudizio viene sospeso».

Quando chiede una «profonda revisione» della Carta pensa anche alla prima parte?
«Ma certo, perché no. Non penso all’articolo in cui si stabilisce che l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro. Ma ci sono libertà fondamentali che si sono affermate negli anni e che nel 1946, quando sostanzialmente la Costituzione fu concepita, non erano avvertite».

Ad esempio?
«Il diritto alla sicurezza, che a causa del terrorismo noi sentiamo molto più profondamente di quanto lo potessero sentire i nostri nonni. Altro esempio: nel 1946 fu scritto l’articolo 9, dove si stabiliva che la tutela del paesaggio è un diritto costituzionale. Ma quella era una tutela statica, adatta a un mondo che non sapeva che potesse esserci un dibattito come quello del vertice di Copenhagen. L’articolo 9, allora, può essere rafforzato? Secondo me sì. Terzo esempio: la libertà religiosa. I padri costituenti scrissero principi che la affermavano in un mondo in cui il multiculturalismo non era nemmeno apparso all’orizzonte. Non avevano idea di cosa potesse essere un fenomeno migratorio come quello cui assistiamo oggi».

Come cambierebbe questi principi?
«È il caso di stabilire nella nostra Costituzione che può essere cittadino italiano solo chi rispetta in modo vero e profondo i principi e i valori del nostro Paese? Che questo multiculturalismo di cui tutti oggi parlano deve avere un limite nel rispetto dei pilastri della nostra Costituzione? Io credo proprio di sì».

Chi dovrà essere il motore di queste riforme? Il parlamento? Una commissione bicamerale? Un’assemblea costituente?
«La bicamerale ha prodotto esperienze che non è il caso di ripetere. La sede naturale è il parlamento. Ma, specie se vogliamo cambiare la prima parte della Carta, mi sembra difficile non coinvolgere le parti sociali, le espressioni della società civile, il terzo settore. E sarebbe strano voler creare il Senato delle regioni senza sentire le regioni stesse, che oggi nel Parlamento non sono rappresentate. Un organismo costituente avrebbe il vantaggio di coinvolgere queste realtà. In alternativa, il parlamento potrebbe usare strumenti come le audizioni, strutturandole bene».

Meglio una riforma come quella che lei ha appena descritto, adottata a maggioranza, o una riforma che vi soddisfa a metà, ma condivisa con il Pd?
«Il valore più alto è una riforma condivisa. Il Pd deve essere coinvolto, anche perché rappresenta un terzo dell’elettorato. Di certo, l’Udc non si sottrarrà: Casini lo ha già detto con chiarezza».

Resta l’Italia dei Valori.
«Sono arrivati a dare lezioni al presidente della Repubblica sulle celebrazioni di Craxi: non mi sembra che l’Idv sia un interlocutore dallo spirito “costituente”».

Ma lei crede davvero che il Pd avrà la forza di fare con voi un accordo che lo renderebbe impopolare a molti suoi elettori?
«La forza la deve trovare, altrimenti dimostrerà di essere un partito del “no”. Il Pd è chiamato invece a dire “sì” a un percorso politico che porti a una seconda Costituzione largamente condivisa. Bersani può avere problemi con l’ala giustizialista del suo partito, se guardiamo alla riforma della giustizia. Ma se guardiamo agli altri principi che vogliamo portare avanti, nella bozza Violante c’erano tutti. È sulla giustizia che ci vorrà un po’ di coraggio».

Molto coraggio.
«Ma il Pd sa che al capitolo giustizia noi non possiamo rinunciare. È nell’interesse dei cittadini. Non si può toccare tutto tranne il rapporto tra politica e giustizia, perché sarebbe una riforma monca».

Diciamo anche che il presidenzialismo che volete voi è più robusto di quello voluto dal Pd e previsto dalla bozza Violante.
«Vero. Ma per noi sono possibili anche aperture rispetto a certe richieste della sinistra, ad esempio sulle garanzie del parlamento. Un accordo si può trovare».

© Libero. Pubblicato il 3 gennaio 2010.

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domenica, gennaio 03, 2010

Costituzione e giustizia: l'intervista a Brunetta che ha scandalizzato le anime belle

di Fausto Carioti

«Mi faccia dire una cosa che ancora non ho detto: la riforma non dovrà riguardare solo la seconda parte della Costituzione, ma anche la prima. A partire dall’articolo 1: stabilire che “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro” non significa assolutamente nulla». Renato Brunetta, ministro per la Pubblica amministrazione, parla con Libero di riforme a tutto campo. E getta ancora una volta il sasso nello stagno, dicendo a voce alta, sulle riforme da avviare nel 2010, quello che tanti si limitano a pensare.

Ministro, cosa ha che non va la prima parte della Costituzione?
«Per carità, è solo una mia opinione. Ma la parte valoriale della Costituzione ignora temi e concetti fondamentali come quelli del mercato, della concorrenza, del merito. È figlia del clima del dopoguerra. Adesso siamo in un’altra Italia. Capisco che alcuni costituzionalisti sostengano che non si riesce a cambiare la seconda parte della Costituzione proprio perché non abbiamo aggiornato la prima. Fermi restando i principi fondamentali, nei quali tutti ci riconosciamo, bisogna avere allora il coraggio di parlare anche della prima parte della Costituzione. E ritengo che debbano essere rivisti pure gli articoli della Carta sui sindacati, i partiti, l’Europa…».

Sindacati e partiti: perché?
«Perché gli articoli 39 e 49 della Costituzione, che riguardano i sindacati e i partiti, non sono mai stati seguiti da leggi. E quindi bisogna intervenire sia sulla Costituzione sia sulle leggi».

Giorgio Napolitano, nel suo di scorso di fine anno, ha chiesto per la Costituzione e la giustizia riforme «condivise».
«Parole da apprezzare, per il tono e per i contenuti. Un Paese che vuole rispondere ai bisogni della gente vive di riforme di tanti tipi: economiche, di efficienza, di giustizia, di welfare… Dentro questo grande canestro ci sono anche le riforme istituzionali. La nostra Costituzione prescrive essa stessa come deve essere riformata. Se le modifiche vengono approvate a maggioranza dei due terzi, non si va a referendum confermativo. Se questa maggioranza non viene raggiunta, e se viene richiesto, si fa il referendum. È fin troppo facile dire che è meglio fare le riforme senza avere bisogno del passaggio referendario. Bene, quindi, riflettere sulle parole del presidente della Repubblica. E iniziare subito».

Con quali riforme?
«Intanto il percorso federalista non può essere ulteriormente eluso. Anche perché pezzi di federalismo sono già stati introdotti, e se non trovano una loro regolazione costituzionale rischiano di scassare il sistema. Pensiamo alla riforma del titolo quinto della Costituzione, fatta a maggioranza dalla sinistra. Pensiamo al federalismo fiscale, che deve essere ancora implementato, ma ha bisogno di un quadro costituzionale di tipo federale. Altra riforma fondamentale, poi, sarà quella della giustizia».

Con quale obiettivo?
«Riportare, per via costituzionale, l’equilibrio tra potere politico e ordine giudiziario. Oggi il potere politico è in balia della cattiva giustizia. Bisogna reintervenire sulla immunità parlamentare».

Tornando al testo originario dell’articolo 68?
«Assolutamente sì. Le opzioni sono multiple, ma la più semplice è proprio quella di recuperare il testo malamente violentato nel 1993. Anche perché la formula usata dai padri costituenti non darebbe alibi a nessuno».

Chi deve essere il motore di queste riforme? Il parlamento, il governo o organismi nuovi, come una costituente creata per l’occasione?
«Costituenti, bicamerali e organismi simili servono solo a perdere tempo. C’è l’iniziativa parlamentare, e nulla impedisce al governo stesso di avviare l’iter».

Sistemati i parlamentari, resterà da mettere a posto il funziona mento della giustizia nei confronti dei normali cittadini...
«Diciamolo: la giustizia in Italia è organizzata in modo pre-industriale, agricolo-pastorale. Se introducessimo - e si può fare anche in tempi brevi - un’organizzazione efficiente e tecnologica mente avanzata della giustizia, ad esempio dando a un manager l’organizzazione dei tribunali, il 90 per cento dei problemi sarebbe risolto. Con benefici per decine di milioni di italiani».

Quindi per lei quello della giustizia non è un problema di risorse insufficienti?
«Assolutamente no. Per la giustizia spendiamo come gli altri Paesi europei, se non di più. Abbiamo lo stesso numero di magistrati, se non maggiore, e lo stesso vale per il personale amministrativo. Se il ministro Alfano, come ha intenzione di fare, mette mano all’organizzazione, può risolvere la grandissima parte dei problemi. Un aiuto glielo sto anche dando io, con le nuove norme sulla informatizzazione della giustizia».

Quali altre riforme dobbiamo attenderci dal governo nel 2010?
«Intanto è stata avviata una grande riforma che rischia di passare in sordina: il ritorno al nucleare. Il nucleare è la nostra libertà energetica, nonché uno stimolo industriale e tecnologico straordinario. I primi mesi del 2010 dovranno vedere l’attuazione della delega che il governo ha ottenuto su questa materia. Poi inizierà il processo di definizione dei siti».

Dal fronte della pubblica amministrazione cosa arriverà?
«Nel 2010 ci sarà la totale implementazione della mia riforma. Cambierà l’intero quadro della contrattazione: si passerà da un numero indeterminato di comparti a quattro. Saranno introdotti il merito, la trasparenza, la mobilità, i premi e le sanzioni. Questo potrà cambiare l’intera pubblica amministrazione, che vuol dire cambiare lo Stato».

Gli ultimi a lamentarsi di lei sono i sindacati della scuola: dicono che con la sua riforma i presidi avranno più poteri disciplinari nei con fronti dei docenti.
«Vivaiddio. Questo servirà a far funzionare meglio la scuola. E se nel 2010 la scuola e le università proseguiranno nel percorso tracciato dalla riforma Gelmini, migliorerà un altro pezzo importante della vita italiana».

Il 2010 dovrebbe essere anche l’anno della riforma degli ammortizzatori sociali.
«Completando la legge Biagi e introducendo lo Statuto dei lavori daremo più efficienza, più equità e più tutele a milioni di italiani».

In concreto?
«Ad esempio, adesso più grande è l’azienda nella quale si lavora, più si è protetti; più lavori in piccole aziende, più flessibile è il tuo contratto, meno sei protetto. In altre parole, i padri sono protetti, i figli no. Bisogna trovare un equilibrio meno egoisticamente concentrato sui padri e più concentrato sull’investimento in capitale umano e formazione. Sacconi ha le idee chiare».

Dal Pd cosa vi aspettate?
«Io da questo Pd mi aspetto poco. Per giocare bene una partita occorrono due squadre forti. Ma oggi c’è una squadra forte, la maggioranza, che gioca contro una squadra praticamente inesistente, sottoposta al continuo ricatto giustizialista e massimalista».

Lei stesso, però, ha appena auspicato riforme costituzionali condivise. Se il Pd non ci sta?
«Si va avanti lo stesso. Le riforme vanno fatte. Con l’impegno in più, per quanto riguarda la maggioranza, di spiegare ai cittadini le riforme che saranno sottoposte a referendum».

© Libero. Pubblicato il 2 gennaio 2010.

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