lunedì, novembre 30, 2009

Il balzello sui processi e i veri conti della giustizia

di Fausto Carioti

Ma sì che alla fine una soluzione salta fuori: siamo pur sempre in Italia, no? E allora se Silvio Berlusconi vuole avere la legge sul processo breve, e se Gianfranco Fini gli risponde che si può fare solo se aumentano i finanziamenti per la giustizia, e se Giulio Tremonti dice a tutti e due «bamboli, non c’è una lira», state tranquilli che alla fine ogni cosa si mette a posto e quei soldi si trovano. Dove? Bravi, indovinato: nelle vostre tasche.

Sta succedendo in queste ore. Il governo ha appena presentato in Parlamento un emendamento alla Finanziaria da esso stesso preparata pochi giorni fa. Con questa modifica aumenta il «contributo unificato» per le spese degli atti giudiziari. Insomma, rincara il balzello sui processi, che ovviamente deve essere pagato da chi promuove la causa. L’aumento riguarda sia il costo della tassa, sia i casi in cui esso è applicato, poiché il contributo viene esteso a fattispecie di processi che al momento ne erano esenti: nel processo penale, ad esempio, oggi di fatto il balzello non esiste. Due, spiegano dal governo, i motivi della novità: recuperare parte dei soldi per la giustizia che Berlusconi si è impegnato a trovare e indurre gli italiani, popolo litigioso, a fare meno cause, rendendo il ricorso al giudice un po’ più caro. La ragione vera, ovviamente, è la prima, perché nessuna persona sana di mente può pensare che chi è disposto a dare migliaia di euro a un avvocato si tiri poi indietro davanti a qualche banconota da dieci. Insomma, le aule di tribunale resteranno affollate come prima e l’effetto deterrente, se ci sarà, colpirà solo chi ha già problemi a mettere insieme il pranzo con la cena.

Non male, per il governo che aveva promesso di tagliare le tasse: imporre un balzello in più per finanziare un settore già foraggiato in modo abbondante. Perché quello che né Berlusconi né Fini né Tremonti né Angelino Alfano e tantomeno Pier Luigi Bersani e gli altri della sinistra hanno il coraggio di dire è che la giustizia italiana, di soldi, ne ha già abbastanza. Più di quanti ne abbiano gli apparati giudiziari di molti altri Paesi europei. I dati, pubblici, sono quelli della Commissione europea per l’efficienza della giustizia (Cepej), organismo del consiglio d’Europa. Dal cui rapporto annuale si apprende che ogni italiano paga 45 euro l’anno per il funzionamento dei tribunali: i francesi, per dire, ne sborsano 38, gli inglesi 28. E finanziare la pubblica accusa costa a ogni italiano 23 euro, laddove i francesi ne pagano 11 e gli inglesi 15. In compenso, l’Italia è vergognosamente indietro nella spesa per il patrocinio gratuito, che serve a pagare gli avvocati d’ufficio a chi non può permettersi un legale: qui si stanziano 1,5 euro per abitante, contro i 4,8 della Francia, i 6,8 della Germania e i 56,2 dell’Inghilterra.

E allora, se i finanziamenti ci sono, come mai in alcune procure manca persino la carta per fare le fotocopie? Il motivo principale è che, a differenza che nel resto d’Europa, in Italia i soldi sono usati male. E cioè soprattutto per pagare gli stipendi dei magistrati e del resto del personale, e non per mandare avanti la macchina della giustizia. Di tutti i soldi stanziati per i tribunali, in Italia il 70% è destinato agli stipendi. Solo il 2% è speso per l’informatizzazione e lo 0,06% per l’addestramento del personale. In Francia, dove le buste paga di giudici e affini non sono certo da fame, gli stipendi assorbono il 55% del budget; in Germania il 57%. E se è vero che agli inizi lo stipendio annuale di un giudice italiano (37.454 euro lordi, dati del 2006) è quasi identico a quello di un francese (35.777 euro) o di un tedesco (38.829), alla fine della carriera i nostri, con 122.278 euro l’anno, guadagnano 17.000 euro più di un francese e 35.800 euro più di un tedesco. L’Italia ha più tribunali degli altri Paesi europei, e dispone di organici più abbondanti. In compenso, secondo i dati del ministro Renato Brunetta, i nostri giudici lavorano in media non più di quattro ore al giorno, e la loro produttività (come documentato da Stefano Livadiotti nel libro “L’ultracasta”) è in calo.

Così, a conti fatti, ci sarebbero mille motivi per pretendere una giustizia più efficiente - razionalizzando gli organici, migliorando la spesa - senza spennare sempre i soliti polli. Ma è una strada politicamente impraticabile. Perché sennò le toghe dicono che il governo vuole far fallire la giustizia, e il Quirinale si schiera con loro, e Fini si dice d’accordo con Giorgio Napolitano e la sinistra figuriamoci. Gli unici che pagano e stanno zitti, per definizione, sono i contribuenti. Peccato che stavolta, ad approfittarne, sia quel governo che doveva alleggerire la pressione fiscale.

© Libero. Pubblicato il 29 novembre 2009.

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mercoledì, novembre 25, 2009

La sinistra non sa più ridere (se ne accorge persino il Manifesto)

Madonna che tristezza, che pianto, che gente lugubre. Non sanno più scherzare, non hanno più idea di cosa siano il sorriso e il sano cazzeggio. Il loro unico modello di confronto politico è la versione 2009 di piazzale Loreto.

E' successo che il mensile Rolling Stone ha eletto Silvio Berlusconi rockstar dell'anno. Basta leggere le motivazioni del gesto per capire di cosa si tratta: «Per evidenti meriti dovuti a uno stile di vita per il quale la definizione di rock&roll va persino stretta. I Rod Stewart, i Brian Jones, i Keith Richards dei tempi d'oro sono pivellini in confronto. La "Neverland" di Michael Jackson è una mansardina in confronto a Villa Certosa, e via così». Insomma, una sana goliardata. E come tale, infatti, è stata presa sia dal sottoscritto, su Libero, sia da Vittorio Macioce sul Giornale. Scrive ancora Rolling Stone, a scanso di equivoci: «Siamo ben fuori dal dispensare giudizi da destra o da sinistra. Siamo solo osservatori che constatano ciò che è avvenuto e avviene ogni giorno. I comportamenti quotidiani di Silvio, la sua furia vitale, il suo stile di vita inimitabile, gli hanno regalato, specie quest'anno, un'incredibile popolarità internazionale».

Bene. Anzi, no, male. Perché a sinistra succede il finimondo. Rivolta dei lettori di Rolling Stone (qui e qui). Gente che scrive robe simili: «Anche Rolling Stone ha contribuito a pubblicizzare l'immagine dell'uomo che sta contribuendo alla rovina della democrazia italiana»; «Ecco l'ennesimo triste primato del Nano Puttaniere: autoproclamarsi rockstar dell'anno non l'aveva mai fatto nessuno»; «La vostra ironia stile striscia che fa l'1% di satira e per il restante 99% lecca il culo sta diventando nauseante»; «Questo numero lo usero sopratutto la prima pagina per pulirmi il culo e poi vi manderò la foto» (non ho riscritto quest'ultima frase in italiano, preferendo copiarla e incollarla così come è, perché utile a definire la personalità di chi l'ha scritta). E così via, da un travaso di bile all'altro.

E meno male che c'era quel paragone con Neverland e Michael Jackson, non proprio lusinghiero, e meno male pure che quella copertina raffigura Berlusconi che strappa il tricolore, che proprio un complimento per un premier non lo è. Ma niente da fare, il riflesso pavloviano è scattato e non lo ferma più nessuno.

I neuroni dei compagni stanno messi davvero male, tanto che se ne accorge persino il Manifesto, in un articolo pubblicato oggi e ripreso sul sito di Rolling Stone. Scrive Marco Mancassola sul Manifesto: «La situazione si complica quando guardiamo alle reazioni da sinistra: per nulla entusiaste dello scherzo, perplesse e persino gelide. Al primo diffondersi della notizia la rete si riempie di dibattiti indignati. (...) Il popolo della rete, in teoria giovane e consapevole degli spiazzanti codici della comunicazione, non apprezza o forse non comprende. Alla sede della rivista confermano di ricevere una valanga di mail di insulti».

Perché questa tragedia? Scrive ancora il Manifesto: «Ora, quando una provocazione stenta a venire riconosciuta ci sono due possibilità. La prima è che si tratti di un'operazione troppo ambigua: Rolling Stone avrebbe dovuto strizzare l'occhio ai suoi lettori, dichiarare in modo più palese le intenzioni scherzose. Ma questo avrebbe sminuito la provocazione, che colpisce proprio l'ambiguità dell'era in cui viviamo: nel sistema del grande spettacolo pop, nostro malgrado, la rockstar non è chi ci piace ma semplicemente chi si prende il palco. Celebrazione e irrisione non sono sempre distinguibili e chi calca quel palco non se ne cura. Anche su questo si fonda il suo potere. L'altra possibilità è che la provocazione sia invece ben fatta, ma il pubblico italiano, anche quello giovane, anche quello di sinistra, non sia in grado di riconoscerla. Possibilità inquietante perché significherebbe che in un paese governato nostro malgrado dai codici dello spettacolo, del paradosso, del grottesco, dell'ironia più o meno postmoderna, assistiamo a un'improvvisa caduta nella capacità di comprendere e gestire questi stessi codici».

Ecco, c'è una terza possibilità, di cui il Manifesto non parla. E cioè che siano quindici anni che il popolo della sinistra viene nutrito mediante livore, odio politico e antropologico, da gente che scrive che chi non la pensa come loro è un idiota o un delinquente. E che magari pretende di fare satira intelligente invocando l'omicidio di Renato Brunetta. Con il risultato che ormai ci sono milioni di individui (pur sempre minoranza, vivaiddio) che se non gli scrivi che Berlusconi è peggio di Adolf Hitler nemmeno ti stanno a sentire. Che se poco poco ti limiti a prenderlo garbatamente per il sedere, Berlusconi, come ha fatto Rolling Stone, senza invocare su di lui il giudizio finale di qualche macellaio del popolo, ti danno del lurido fiancheggiatore.

Che pena, che tristezza.

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Berlusconi, Fini e Bersani: riforme improbabili, ma possibili

di Fausto Carioti

Non è certo l'autostrada che vuole Silvio Berlusconi, e alla fine non è detto che porti proprio dove vuole lui. È un sentiero in salita, zeppo di ostacoli. Che passa attraverso quel campo minato che sarà la campagna elettorale per le regionali. Ma per la prima volta, in questa legislatura, si intravede un percorso possibile per tirare fuori il premier dai processi, fare una riforma della giustizia degna di questo nome, sottrarre il Parlamento e il potere politico dai condizionamenti della magistratura e dare un nuovo assetto istituzionale al Paese. Un altro mondo rispetto a quello di una settimana fa, quando la legislatura sembrava a un passo dalla fine. Ovvio che il baratro potrebbe riaprirsi nel giro di ore: nella politica italiana si naviga a vista e basta poco a far precipitare la situazione. Però nessuno avrebbe scommesso un euro che in così poco tempo sarebbe cambiato tanto.

Anche perché stavolta Gianfranco Fini - che ieri, incalzato da Ferruccio De Bortoli, ha fatto capire di non avere ancora le idee chiare sul proprio futuro - non si è messo di traverso, ma è apparso cautamente disponibile a trovare un'intesa complessiva con l'odiato alleato. Fini ha detto che, anche se «si può discutere sulla bontà del provvedimento in discussione al Senato», una legge sul processo breve è comunque necessaria, perché «è giusto garantire tempi certi nei processi». Confermando così che, nonostante gli stracci volati negli ultimi giorni, l'intesa raggiunta sul disegno di legge può andare avanti, e diventerà ancora più solida se dalla proposta sarà tolta la parte gradita ai leghisti, quella che impedisce l'applicazione del processo breve ai reati legati all'immigrazione.

Un altro gesto importante è venuto dagli esponenti della vecchia Alleanza nazionale che, a Montecitorio, hanno firmato la proposta di legge per reintrodurre quella immunità parlamentare che era stata cancellata dall'articolo 68 della Costituzione nel 1993, sull'onda delle inchieste di Tangentopoli. Sono cento i deputati del PdL che l'hanno sottoscritta. Il primo firmatario, Silvano Moffa, è vicinissimo a Fini, come altri che l'hanno siglata assieme a un gruppone di berlusconiani. Lo stesso presidente della Camera ha benedetto l'iniziativa, dicendo che «non è uno scandalo» parlare di immunità, anche perché essa è già prevista per i parlamentari europei. Eppure, meno di due settimane fa, la deputata del PdL Margherita Boniver aveva presentato una proposta di legge per chiedere la stessa cosa, e nessuno dei parlamentari del suo gruppo l'aveva seguita. «I tempi non sono maturi», spiegavano. Se in tredici giorni lo sono diventati, vuol dire che qualcosa si è mossa.

Certo, non sarà l'immunità parlamentare, i cui tempi di approvazione sono lunghissimi, né la possibile introduzione del lodo Alfano all'interno della Costituzione, a salvare Berlusconi dai processi. Almeno non in prima battuta. Questo è un lavoro che, nelle intenzioni del Cavaliere, dovrà essere fatto dalla legge sul processo breve o da qualche altra norma ordinaria. Che magari finirà bocciata dalla Consulta, ma garantirà tempo quanto basta per fare approvare un solido scudo costituzionale.

Segnali di disponibilità, ieri, sono arrivati persino da Pier Luigi Bersani. Il quale ha chiesto al PdL, come condizione per sedersi al tavolo e parlare di giustizia, di far sparire subito la proposta per il processo breve. Ovviamente Berlusconi gli risponderà picche e il segretario del Pd non cederà, perché non può permettersi di regalare altri voti ad Antonio Di Pietro, che con le elezioni regionali dietro l'angolo non aspetta altro. Il dialogo possibile, tra PdL e Partito democratico, non riguarda infatti la giustizia, ma l'assetto istituzionale. E qui la nomina di Luciano Violante a responsabile del Pd per la riforma dello Stato rappresenta una discreta garanzia.

Violante, infatti, ha dato il nome alla bozza di legge approvata la scorsa legislatura in commissione Affari costituzionali, prima che il governo Prodi passasse a miglior vita e le Camere fossero sciolte. La bozza Violante prevede la riduzione dei parlamentari e la fine del bicameralismo perfetto (nasce il Senato federale, mentre la fiducia al governo la vota solo la Camera). Il premier ha il potere di nominare e revocare i ministri e viene ridotta la possibilità del governo di ricorrere ai decreti. L'opposizione ha la possibilità di far votare i suoi provvedimenti. Questo testo, ha detto ieri Fini, può diventare legge in pochissimi mesi. Bersani concorda e dice che il Pd è pronto.

Il fronte berlusconiano, invece, è molto tiepido. Gli uomini del Cavaliere ritengono la bozza Violante «una riforma parziale e micragnosa». E fanno notare ai finiani che appiattirsi oggi su una riforma disegnata dal centrosinistra quando il PdL era minoranza non è un capolavoro di alta politica. Ciò nonostante, il Popolo della Libertà è disponibile a discutere della bozza Violante, a patto che essa sia considerata un punto di partenza, non d'arrivo, e che venga affiancata da una riforma costituzionale della giustizia. Più di questo, al momento, non si può ottenere. Ma il fatto che il segretario dei Comunisti italiani, Oliviero Diliberto, già gridi allo scandalo e parli di «prove tecniche di inciucio», vuol dire che forse qualcosa di buono ne può venire fuori.

© Libero. Pubblicato il 25 novembre 2009.

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martedì, novembre 24, 2009

Silvio Rocks


di Fausto Carioti

Born to be wild. Nato per essere selvaggio. Uno come Silvio Berlusconi lo devi mettere in competizione con Mick Jagger e Bruce Springsteen, mica con Dario Franceschini, che ti addormenti solo a guardarlo. Una vita da vera rockstar, quella del Cavaliere. «Piena di guai», proprio come cantava Vasco, e come le procure di Milano e Palermo possono confermare. «Una vita che non è mai tardi, di quelle che non dormi mai», se è vera solo la metà delle cose che si leggono nel libro di Patrizia D’Addario, dal quale l’ego machista del premier rischia di uscire ulteriormente rafforzato. «Più di una volta», scrive la escort raccontando la sua notte con Berlusconi, «spero si addormenti. Ma quando sembra che dorma, lì dove avete capito che gli piace di più farlo, con la testa fra le mie cosce, si riprende, corre in bagno, si butta sotto la doccia fredda e riparte». Se il mondo della politica ancora fatica a comprenderlo, quello della cultura di massa, che invece ha gli strumenti per farlo, il fenomeno l’ha capito benissimo: l’edizione italiana di Rolling Stone, bibbia mensile della musica rock, ha appena eletto Berlusconi star dell’anno, essendosi distinto nel corso del 2009 «per evidenti meriti dovuti a uno stile di vita per il quale la definizione di rock & roll va persino stretta». Il suo rivale «abbronzato», Barack Obama, si è dovuto inchinare, classificandosi secondo. Terzo Joseph Ratzinger, «ma solo perché ha fatto questo mese un disco con la Geffen», l’etichetta dei Nirvana dei tempi d’oro, spiega la rivista. Così la prossima copertina mostrerà il Cavaliere ritratto da Shepard Fairey, lo stesso che ha fatto il manifesto-simbolo della campagna elettorale di Obama, insomma l’Andy Warhol dei tempi nostri. Pensavamo di aver eletto un premier, ci troviamo tra le mani una vera icona pop.

Il direttore di Rolling Stone, Carlo Antonelli, la spiega così: «Siamo ben fuori dal dispensare giudizi da destra o da sinistra. Siamo solo osservatori che constatano ciò che è avvenuto e avviene ogni giorno. I comportamenti quotidiani di Silvio, la sua furia vitale, il suo stile di vita inimitabile, gli hanno regalato, specie quest’anno, un’incredibile popolarità internazionale». Voglia di ironizzare sul premier? Di sicuro c’è anche quella, dato che tra le motivazioni del riconoscimento si legge che Neverland, la tenuta di Michael Jackson, «è una mansardina in confronto a Villa Certosa», e che il disegno di Fairey lo rappresenta nell’atto di strappare il tricolore. Ma c’è pure la consapevolezza che uno come lui non lo spieghi solo con le categorie della politica (e infatti i post-comunisti e i neo-bacchettoni di Repubblica ancora non capiscono come facciano gli italiani a votarlo, né lo capiranno mai). Insomma, Berlusconi difficilmente lo ammetterà, ma essere inserito tra le leggende del rock & roll lo inorgoglisce di brutto. A Pier Luigi Bersani e Gianfranco Fini, per dirne due a caso, non succederà mai.

Così come è facile immaginare il ghigno del Caimano davanti a certi passaggi di “Gradisca, presidente”, il libro della D’Addario che lui ovviamente negherà di avere mai letto. Sentite qui che roba: «Sono molto più giovane di lui, e diciamo anche abbastanza esperta. Ma a tratti temo di non farcela a reggere i suoi assalti. Prende qualcosa? Me lo hanno chiesto molte volte. Non lo so, non ne ho avuto prova». Alzi la mano, tra i maschietti, chi non vorrebbe arrivare ai 73 anni con una simile certificazione di qualità. Da vera rockstar, anche in questo caso. Almeno quanto il suo quasi coetaneo James Brown, che cantava «Stay on the scene like a sex machine». Un modo di stare sulla scena che al Cavaliere riesce benissimo. Con la differenza che, da bravo sciupafemmine latino, il nostro sa essere dolce persino il mattino dopo: «Mi bacia molto anche durante la colazione, prende i dolci, li spezza e mi imbocca. Restiamo insieme quasi un’ora», scrive la escort. Roba da fidanzatini, e stai sicuro che c’è qualche milione di italiane che ogni giorno aspetta inutilmente simili gesti di affetto dal proprio marito. Se questo deve essere il libro che fa a pezzi Berlusconi, il rischio è che ne esca ancora più glorificato.

Ora immaginate cosa può pensare uno così, che è riuscito a fare della sua vita un’opera d’arte postmoderna detestata da molti e ammirata da tanti, delle polemiche tra Giulio Tremonti e Renato Brunetta, o del simpatico ministro Gianfranco Rotondi, che a pochi mesi dalle elezioni si mette a parlare male della pausa pranzo, cioè una delle istituzioni sociali su cui si regge questo Paese. O quale opinione possa avere dei suoi avversari, che dinanzi a uno che ruba le copertine ai Rem e a Madonna fanno ancora di più la figura dei nanetti da giardino. Se ne frega, se va tutto bene. E se va male li tratta come fastidiosi impicci al suo disegno, che adesso per andare avanti ha bisogno di rimuovere il rischio di una condanna penale. The show must go on. E allora via rockeggiando verso il processo breve, il ritorno dell’immunità parlamentare, il lodo Alfano in versione costituzionale e ogni altra cosa che possa consentirgli di continuare a suonare indisturbato. Perché da quindici anni sul palcoscenico italiano c’è una sola star. Il pubblico ora lo applaude, ora s’incavola. Ma tutti gli altri stanno dieci passi indietro, e sono lì solo per fargli il coro. E il bello è che molti di loro non l’hanno nemmeno capito.

© Libero. Pubblicato il 24 novembre 2009.

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sabato, novembre 21, 2009

La Roma alta e la Roma bassa

di Fausto Carioti

Non conosci Roma, e non puoi capire vicende come quella di Brenda, di Piero Marrazzo e di tutto quel mondo ricco e potente che è passato nei seminterrati bui di via Gradoli, se non sei mai stato sulla spiaggia di Capocotta. Qui nei mesi estivi, nude o quasi, signore della Roma bene prendono il sole leggendo gli ultimi titoli del catalogo Adelphi. Ogni tanto, qualcuna si alza pigra dal lettino e va a farsi un giro tra le dune dietro la spiaggia. Dove trova ad attenderla i figli del popolo, e tutti insieme mettono in scena l’unione dell’alto con il basso, meglio ancora se con l’infimo. A rispettosa distanza, Rolex al polso, tradizione vuole che il marito cornuto si goda la scena. La fusione tra l’oro patrizio e il sangue della plebe è il rituale più antico della capitale, che all’oro e al sangue deve i suoi colori. «Senato e popolo romano» erano le due gambe dell’urbe quando stava al centro del mondo. Lo sono ancora adesso che Roma non conta più nulla e che di oro ce n’è poco. Il sangue plebeo, in compenso, continua a scorrere abbondante. E quello di Brenda non sarà certo l’ultimo.

È sulla spiaggia di Capocotta, a pochi metri dalla tenuta presidenziale di Castel Porziano, che all’età di appena sette anni la Repubblica italiana perde la sua innocenza. È la mattina dell’11 aprile del 1953. Un giovane manovale scopre sul bagnasciuga il corpo della ventunenne Wilma Montesi, scomparsa di casa due giorni prima. Indossa sottoveste e mutandine, qualcuno le ha tolto il reggicalze. Bella, con un fisico da maggiorata come si addice all’epoca. L’autopsia dirà che è morta vergine.

Non si saprà mai come è andata davvero. Le indagini però si concentreranno su quello che avveniva nella tenuta di Capocotta del marchese Ugo Montagna. Qui uomini politici di alto livello, rampolli illustri, nobili di casa in Vaticano, ufficiali di polizia e altri servitori dello Stato si sarebbero intrattenuti assieme a ragazze disponibili in festini a base di coca e sesso. Wilma Montesi, figlia di un falegname, poco prima di morire avrebbe partecipato all’ultimo di questi happening riservati alla crema di Roma. Nel tritacarne, accusato di avere ucciso la ragazza, finisce un giovane musicista: Piero Piccioni. Il prezzo lo paga suo padre Attilio, democristiano e vicepresidente del consiglio, candidato a guidare il governo: per lui la carriera è finita, la sua corsa è fermata a un metro dal traguardo. Per il quarantacinquenne Amintore Fanfani la defenestrazione di Piccioni segna invece il momento del decollo. Tanto che tutti lo indicano come il “mazziere”, l’uomo che controlla i dossier dello scandalo politico-sessuale e indirizza le indagini dove vuole. Piero Piccioni poi risulterà innocente, e la storia dei festini nella villa di Montagna sarà ridimensionata dai processi. Ma intanto Fanfani non si ferma più. E l’innocenza di un’intera classe dirigente è perduta per sempre.

Lo capiscono sulla loro pelle i comunisti, che affibbiano il termine di “capocottari” ai rivali democristiani e provano subito a cavalcare la pubblica indignazione. Uno di loro, soprattutto: l’avvocato penalista Giuseppe Sotgiu, esponente del Pci, presidente della provincia di Roma e grande accusatore al processo Montesi. Finché nel novembre del 1954, indagando sulla morte di Maria Teresa Montorzi detta “Pupa”, giovane prostituta morta per droga in circostanze sospette, il quotidiano filo-governativo Momento Sera scopre che Sotgiu e sua moglie sono habitué della casa di tolleranza di via Corridoni, in zona Prati, dove pagano ragazzi di entrambi i sessi per fare giochi erotici. E così si scopre che pure nel Pci di Palmiro Togliatti non si disdegna di sfruttare sessualmente i figli del popolo. Anche per Sotgiu, manco a dirlo, carriera finita.

Certo, a destra accade di peggio: c’è chi le figlie del popolo le ammazza. Come Giampiero Parboni Arquati, Gianni Guido e Angelo Izzo. Confusamente fascisti, impaccati di soldi, nel settembre del 1975 mettono in scena lo stupro di classe, con omicidio finale. “Rimorchiano” due ragazze di periferia, Donatella Colasanti e Rosaria Lopez e, assieme al loro complice Andrea Ghira, le violentano e provano ad ucciderle. Con Rosaria ci riescono. Donatella però sopravvive e racconta all’Italia cosa è accaduto in quella villa del Circeo e cosa passa per la testa della meglio gioventù pariolina.

Ma il massacro del Circeo risponde a un cliché si sarebbe potuto replicare in ogni parte del mondo. Roba vista anche nei romanzi di Bret Easton Ellis. Quello che solo qui può accadere, invece, è che la “Roma bene” che più bene non si può e la Roma criminale, sporca e unta, si guardino da sempre con rispetto, si frequentino e si completino a vicenda. Che poi è uno dei tanti motivi che hanno spinto Pier Paolo Pasolini a interessarsi di questa città e dei suoi angoli più bui. In uno dei quali, sull’idroscalo di Ostia, il regista perderà la vita, ammazzato al termine di una serata e di anni trascorsi a cercare sesso a pagamento con i marchettari di borgata. Lui, il poeta contadino che odiava l’urbanizzazione, l’intellettuale più potente della sinistra, costretto ad amare e inseguire quei ragazzotti che la vita in città e due soldi in tasca avevano reso - parole sue - «sciocchi, presuntuosi, vanitosi, cattivi». Gente come Pino Pelosi, detto “la Rana”, che passò con lui l’ultima notte.

Solo in una città come questa magistrati e poliziotti possono ritenere credibili, e seguire per anni, piste basate su frequentazioni tra i peggiori delinquenti della città, il politico cattolico più potente d’Italia e le somme gerarchie vaticane. L’idea che Giulio Andreotti avesse commissionato a Danilo Abbruciati (il “Nembo Kid” di Romanzo Criminale), Enrico De Pedis (il “Dandi”) e agli altri trucidi della banda della Magliana l’assassinio del giornalista Mino Pecorelli, compiuto nel marzo del 1979, ha retto per un quarto di secolo. Solo nel 2003 Andreotti è stato assolto dalla Cassazione - dopo una condanna in secondo grado a 24 anni - dall’accusa di essere il mandante. Ipotesi che sarebbe stata subito liquidata come fantapolitica ovunque, ma non qui. E solo all’ombra del cupolone possono essere prese sul serio rivelazioni secondo le quali nel 1983 monsignor Paul Casimir Marcinkus - all’epoca presidente dello Ior, la banca del Vaticano - avrebbe fatto rapire Manuela Orlandi usando la solita manovalanza della Magliana.

Perché chi cerca le prove degli intrecci più indecenti e incredibili qui a Roma le trova. Come la tomba di De Pedis collocata all’interno della centralissima basilica di Sant’Apollinare, per imperscrutabile decisione del cardinale Ugo Poletti. Il boss della mafia romana sotto l’immagine della Madonna: migliore metafora dell’eccelso e dell’infimo, che in questa città si toccano da millenni e per l’eternità, non si potrebbe trovare. Per questo il via-vai nel mondo oscuro di via Gradoli da parte della Roma altolocata, che in queste ore si nasconde impaurita, non è nulla di nuovo né può stupire. A Roma si è visto di molto peggio.

© Libero. Pubblicato il 21 novembre 2009.

venerdì, novembre 13, 2009

Il caso Cosentino rompe la tregua tra Berlusconi e Fini

di Fausto Carioti

La tregua fragile appena raggiunta da Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini, suggellata dal testo di legge sul processo breve, scricchiola e minaccia di rompersi davanti alla candidatura di Nicola Cosentino. Il sottosegretario all’Economia, per il quale un gip di Napoli ha inviato a Montecitorio la richiesta d’arresto per concorso esterno in associazione camorristica, ha confermato di voler correre come presidente della Campania, nonostante il veto di Fini. Intenzione ribadita ieri sera dopo un colloquio di mezz’ora con il presidente del Consiglio. «Sono convinto che Cosentino non sarà candidato e Berlusconi condivide l’idea che sia inopportuno candidarlo», aveva detto mercoledì sera il presidente della Camera. Ventiquattro ore dopo, uscito da palazzo Grazioli, Cosentino ha fatto capire che le cose non stanno proprio così. «Mantengo la mia candidatura. Berlusconi ne ha preso atto», ha riferito il sottosegretario. Va da sé che, se il Cavaliere avesse voluto, avrebbe potuto fermarlo con un gesto. Ma non lo ha fatto, e per Fini e i suoi questo ha il sapore di una dichiarazione di guerra.

Eppure il disegno di legge presentato ieri in Senato dal Popolo della libertà per introdurre il processo breve - e cavare il premier fuori dai guai giudiziari - sembrava aver suggellato un equilibrio, per quanto precario, tra Berlusconi e Fini. Intanto perché il testo, a conti fatti, è meno imbarazzante di quanto ci si potesse aspettare. Molto meno brutto, sicuramente, di quanto voglia far credere la capogruppo del Pd Anna Finocchiaro, che ieri ha fatto la scena madre davanti ai giornalisti, sbattendo il testo del provvedimento su una porta e sostenendo che «processi come Eternit, Thyssen, Cirio e Parmalat andranno al macero». Vivaiddio, non è così. Intanto la norma si applica solo nei casi in cui la pena prevista «è inferiore nel massimo ai dieci anni di reclusione», e già questo fa salvi i processi per i crac Cirio e Parmalat. La legge non intacca poi i processi ai recidivi né quelli per un lungo elenco di reati che possono prevedere una pena inferiore ai dieci anni, come la circonvenzione di incapaci, la pornografia minorile e il traffico di rifiuti. Niente accadrà nemmeno al caso Thyssen e a tutti gli altri processi simili, poiché le violazioni delle norme sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro sono escluse dall’applicazione della norma.

Se poi, durante l’esame del testo in Parlamento, dovessero emergere ambiguità, la maggioranza può sempre migliorarlo, facendo chiarezza sulle zone grige. Cosa che infatti non esclude Gaetano Quagliariello, secondo firmatario del disegno di legge. Il vice-capogruppo del PdL assicura a Libero che quella presentata ieri «non è una legge speciale, ma una legge parlamentare come tutte le altre, e come tale avrà il suo iter». Anche se, avverte, non saranno ammessi stravolgimenti: «È una legge sulla quale si è riflettuto, e se si riflette molto nella fase iniziale gli spazi di riflessione successiva si riducono».

Soprattutto, oltre a non essere così brutta, la legge presentata ieri è ritenuta necessaria da chi, pur non reputando Berlusconi un santo, crede che sia stato oggetto di un particolare accanimento da parte delle procure. Specie da quando ha deciso di entrare in politica. E tra chi la pensa così c’è lo stesso Fini, che pure avrebbe più di un motivo per provare a dare la spallata finale al Cavaliere.

Proprio perché la situazione è così delicata, la legge rappresenta un piccolo miracolo di equilibrismo. Come ha detto il finiano Italo Bocchino, vicecapogruppo del PdL alla Camera, quello presentato ieri «è il testo rispetto al quale c’è stata una convergenza tra Berlusconi e Fini nel colloquio dell’altro giorno». E l’ex leader di An aveva garantito che, se il testo non fosse cambiato, l’accordo avrebbe retto. Certo, dentro quelle otto pagine il presidente della Camera e i suoi hanno trovato una sorpresa che non hanno gradito: in ossequio alla Lega, tra i reati che non potranno approfittare del processo breve ci sono quelli per immigrazione clandestina. Norma che i finiani definiscono «ridicola» e che non escludono di cancellare in Parlamento. Ma che ritengono, tutto sommato, «una sbavatura che non produrrà conseguenze politiche sull’intero disegno disegno di legge». Insomma, non sarà quello il problema.

Il problema rischia invece di essere Cosentino. Che in questa fase tra lui e Berlusconi ci sia un gioco delle parti è cosa chiara a tutti, Fini per primo. Il premier non ha dato a Cosentino alcuna investitura ufficiale, ma lo stesso si può dire, al momento, di tutti i candidati del centrodestra alle regionali. Può staccargli la spina quando vuole, ma intanto non lo fa e non è detto che lo faccia. Anche da questo si capisce che Berlusconi è stanco di farsi imporre le scelte dagli alleati, dalla magistratura e dal Quirinale. La necessità di ottenere una legge che lo metta al riparo dai processi, per ora, lo costringe a tenere a freno i suoi istinti. Ma la voglia di far saltare il tavolo e tornare al voto è sempre più forte.

© Libero. Pubblicato il 13 novembre 2009.

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mercoledì, novembre 11, 2009

Le ragioni della tregua armata tra Berlusconi e Fini

di Fausto Carioti

Certo, non è finita proprio come voleva Silvio Berlusconi, ma al Cavaliere poteva andare peggio. Anche se i due si detestano, l’accordo politico con Gianfranco Fini per evitare al premier di subire una condanna di primo grado nel giro di pochi mesi è stato trovato. L’intesa è già definita, almeno quanto basta per presentare in tempi rapidissimi il disegno di legge che il Parlamento dovrà poi approvare a tappe forzate. Non è un caso, comunque, che il cammino del provvedimento inizi al Senato, cioè nella Camera in cui Berlusconi ripone più fiducia, che poi è anche quella non presieduta da Fini. E non è un caso nemmeno che, prima di decidere con l’ex leader di An (e con Umberto Bossi) le candidature per le regionali, il leader del PdL voglia assicurarsi di portare a casa il provvedimento che lo toglie dalle grinfie dei magistrati. Insomma, il rapporto umano tra i due è rovinato e difficilmente potrà essere ricomposto, ma la reciproca convenienza costringe Silvio e Gianfranco ad andare ancora a braccetto. Anche perché il provvedimento sulla giustizia che hanno concordato ieri sarà chiamato a superare diversi scogli, primi tra tutti la guerra aperta dei magistrati e le perplessità del Quirinale. E allora il logoratissimo asse Berlusconi-Fini dovrà reggere ancora una volta. Forse l’ultima.

In estrema sintesi, la legge in cantiere prevede per il processo penale una durata massima di sei anni: due per ogni grado di giudizio. Passati due anni senza che sia arrivata la sentenza, il processo si estinguerà e l’imputato non potrà più essere processato per quel reato. Anche se non si tratta della riduzione secca dei tempi di prescrizione, alla quale Fini si è opposto, gli effetti pratici non dovrebbero poi così diversi, almeno nel caso del processo Mills. Per evitare un’amnistia mascherata, il campo d’applicazione della legge è stato ristretto il più possibile: a beneficiarne saranno solo gli incensurati sotto processo per reati non gravi (niente mafia, terrorismo e rapine insomma, e si spera che anche gli accusati di stupro non possano approfittarne). La norma varrà pure per i processi pendenti, purché siano nella fase di primo grado. Inutile dire che le vicende del premier ricadono tra quelle oggetto della legge. Per rendere il tutto più presentabile, è previsto lo stanziamento di nuovi fondi per la giustizia: a Berlusconi il compito di convincere Giulio Tremonti a mettere mano al portafogli.

A conferma del fatto che dietro c’è l’impegno ufficiale di tutto il partito, il disegno di legge sarà firmato dai capigruppo del PdL o addirittura da tutti i senatori azzurri. L’idea è quella di approvare il testo entro Natale a Palazzo Madama, per poi vararlo a Montecitorio entro i primi di febbraio. Se al Senato l’atmosfera è tranquilla, lo stesso non si può dire della Camera, dove si dà per scontato che Fini, regolamento alla mano, darà il via libera per sottoporre il testo a voto segreto. E qui si capirà quanto forti sono ancora i mal di pancia dei finiani nei confronti di una legge che, fosse stato per loro, non sarebbe mai stata presentata.

L’arma con cui Berlusconi conta di convincere alleati interni ed esterni al PdL sono le candidature alle regionali. Destinate a restare nel limbo sin quando il Cavaliere non avrà certezza del buon esito del provvedimento sulla giustizia. Due personaggi molto cari a Fini, Renata Polverini e Pasquale Viespoli, sono in corsa per candidarsi, rispettivamente nel Lazio e in Campania, dove le chances di vittoria appaiono alte. Uno dei due dovrebbe essere il candidato del PdL, ma occorrerà il via libera di Berlusconi. Che certo non sarà regalato. Anche la Lega non fa salti di gioia davanti alla legge voluta dal premier, ma le trattative per le candidature al Nord sono talmente promettenti che non vale la pena di mettersi di traverso. Il Carroccio ha chances di portare a casa l’accoppiata Veneto-Piemonte o, in alternativa, la candidatura per la Lombardia: ipotesi che potrebbe avverarsi se Massimo D’Alema, candidato ufficiale del governo italiano, non riuscisse a diventare commissario europeo. In questo caso l’incarico a Bruxelles potrebbe andare a Franco Frattini, che lascerebbe la poltrona di ministro degli Esteri. Per la quale uno dei candidati naturali è Roberto Formigoni, attuale governatore lombardo. Insomma, quando si ha a portata di mano un buon risultato alle regionali il modo di mettersi d’accordo si trova. Berlusconi lo ha fatto capire anche all’Udc. Anzi, a Pier Ferdinando Casini ha offerto più di un ministero in cambio del suo rientro nella maggioranza. Casini nicchia, preferisce la politica dei due forni, ma intanto fa sapere che è disposto a trattare sulla legge che accorcia la durata dei processi.

Dal Pd di Pier Luigi Bersani non ci si attende nulla, essendo sottoposto alla concorrenza elettorale dei giustizialisti dell’Idv. E nulla ci si attende anche dall’incontro che la consulta del PdL avrà oggi con i vertici dell’Anm. Sia il sindacato unico delle toghe sia il loro organo di autogoverno, il Csm, sono sulle barricate, e la legge in arrivo non rasserenerà gli animi. Resta il Quirinale. Gli uomini del Cavaliere ostentano sicurezza. Sono convinti che Giorgio Napolitano, davanti al testo concordato da Berlusconi e Fini, non potrà mettersi di traverso, e fanno capire che il dialogo con il Colle sul nuovo provvedimento è già iniziato. Il presidente della Repubblica, però, prima di sbilanciarsi vuole studiare bene la legge in tutti i suoi aspetti. Non sono escluse sorprese.

© Libero. Pubblicato l'11 novembre 2009.

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domenica, novembre 08, 2009

La strategia del gufo

di Fausto Carioti

Se dopo il terzo cuoco in un anno ancora non si capisce se il Pd sia un piatto vegetariano o una bistecca, nouvelle cuisine o pietanza da osteria, forse il problema non è nel nome di chi sta ai fornelli, si chiami Walter Veltroni, Dario Franceschini o - da ieri - Pier Luigi Bersani. Forse il problema è l’idea in sé: il Pd non si sapeva cosa fosse quando è stato fatto e continua ad essere oggetto incomprensibile ancora oggi. A questa conclusione deve essere arrivato anche Bersani, se è vero che ha deciso di rimodellare il Pd facendone l’ennesima incarnazione del Pds. La sua ammissione secondo cui l’addio di Francesco Rutelli non lascia «fronti scoperti» fa capire che i cattolici, nel progetto del nuovo segretario, hanno una funzione poco più che decorativa. Per quelli che, a differenza di Rosy Bindi, rivendicano autonomia di pensiero rispetto agli ex di Botteghe Oscure, la porta è lì: liberi di accomodarsi fuori.

Basta questo salto all’indietro a dare senso al partito? Purtroppo per Bersani - e per fortuna del PdL, che così continuerà a campare di rendita sulle disgrazie altrui - no. Sia perché i tempi sono cambiati, sia perché la forza politica del Pci, ma anche quella di un grande partito riformista di centro-sinistra, il Pd se la sogna. E ieri lo si è capito benissimo, da quello che Bersani ha detto e dai suoi silenzi.
Dire che la giustizia italiana è lenta e va riformata, come ha fatto lui, è una ovvietà: i tre milioni di procedimenti penali e i cinque milioni di cause civili pendenti parlano da soli. Ma parte delle responsabilità di questo sfascio, secondo Bersani, può essere addebitata alla magistratura oppure no? È lecito parlare di separazione delle carriere e riforma del Csm oppure si tratta di «norme punitive», come sostiene il sindacato unico dei magistrati? In altre parole: il Pd di Bersani è forte abbastanza da liberarsi dell’ipoteca delle toghe? Quanta paura ha di scoprirsi sul fianco giustizialista, lasciando spazio all’Italia dei Valori? Il poco che si è capito dal “discorso programmatico” di ieri autorizza a credere che la forza sia poca e la paura tanta.

Nebbia fitta anche sul capitolo welfare, con il neo-segretario in bilico tra ricette interventiste e (rare) suggestioni liberiste. Bersani ieri ha detto che c’è «la necessità di uno sguardo di prospettiva sull’impianto del sistema pensionistico alla luce dei suoi effetti sulle nuove generazioni». Allude a una riforma delle pensioni? Parrebbe, ma allora perché non lo dice in italiano? Anche lui, come i suoi predecessori, ha paura del sindacato? Quando annuncia di voler trovare un posto fisso ai precari, intende cestinare pure l’odiato ma necessario pacchetto Treu, che nel 1997 - con Romano Prodi premier e un certo Bersani ministro dell’Industria - introdusse il lavoro interinale in Italia? E visto che, come avverte lui stesso, «molte piccole e medie aziende non hanno fiato sufficiente per una crisi lunga», che ne sarebbe di queste se non potessero più dosare la forza lavoro a seconda dell’andamento del mercato?

Poche idee ma confuse pure sul fronte internazionale. Il Bersani politicamente corretto ieri ha detto che chi parlava di «scontro delle civiltà» è stato smentito dai fatti. Subito dopo, però, il Bersani realista ha aggiunto che negli ultimi anni sono apparse «nuove fratture, come quella intervenuta tra occidente e mondo islamico»: proprio quello che sostengono Samuel Huntington e gli altri teorici del «clash of civilizations». Il povero iscritto al Pd è autorizzato a non capirci nulla.

Alla fine, l’unica cosa sicura è che Bersani, forse perché consapevole della debolezza del suo partito, conta sulla crisi economica per mettere alle corde Berlusconi: «La crisi non è psicologica, non è una nuvola passeggera, non l’abbiamo alle spalle. Pretendiamo che il governo si rivolga al Parlamento e al paese con un’analisi realistica». Ma “gufare” rischia di essere una strada che porta poco lontano. Anche perché l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico ha appena certificato che l’Italia è il Paese industrializzato che si sta riprendendo meglio dalla crisi. Dati di dominio pubblico, usciti due giorni fa, ma che il nuovo leader del Pd ha fatto finta di non vedere.

Certo, pesa anche lo spessore politico di Bersani. Che è quello di un apparatnik diligente, un bravo amministratore locale, che però un paio di lustri fa non sarebbe mai potuto arrivare alla guida del primo partito di sinistra. Colpa del serial killer Silvio Berlusconi, che uno dopo l’altro ha fatto fuori tutti quelli che in graduatoria stavano davanti al suo nuovo avversario. Adesso in prima fila c’è Bersani, e dovrà stare attento a non fare la stessa fine di chi lo ha preceduto. Le elezioni regionali sono dietro l’angolo.

© Libero. Pubblicato l'8 novembre 2009.

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venerdì, novembre 06, 2009

Le ragioni dei poliziotti, i torti della sinistra

di Fausto Carioti

Come nei vecchi film di Fantozzi, alla fine la polizia si è incazzata davvero. Solo che stavolta non c’è niente da ridere. Le richieste degli addetti alla sicurezza sono sacrosante e il governo dovrà tenerne conto, anche perché i risultati ottenuti nella lotta alla criminalità si debbono soprattutto al lavoro di poliziotti e carabinieri sottopagati. Chi invece avrebbe buoni motivi per tacere sono i vertici del Pd. Pier Luigi Bersani può permettersi di esprimere «solidarietà» ai poliziotti incavolati per la «situazione pessima» nella quale si trovano solo perché nessuno gli ricorda in pubblico quello che lui sa già benissimo: e cioè che questa «situazione pessima» porta innanzitutto la firma del governo Prodi, nel quale lui era ministro per lo Sviluppo economico. È a quell’esecutivo, infatti, che si deve il contratto in vigore, scaduto nel 2007 e lasciato marcire prima dallo stesso Prodi (malgrado le promesse), quindi dall’esecutivo Berlusconi. Contratto che prevedeva un aumento effettivo di appena 5 euro al mese. Quelli economici, peraltro, non sono gli unici schiaffi che la polizia ha ricevuto dal centrosinistra.

L’opposizione che ora cavalca giuliva la manifestazione dei poliziotti dello scorso 28 ottobre era al governo durante le altre tre grandi manifestazioni nazionali degli agenti. La prima avvenne nel 1999, portò in piazza diecimila agenti e fu indetta dai sindacati di polizia assieme ai Cocer di carabinieri e finanza, per protestare contro l’esecutivo di Massimo D’Alema, che aveva messo sul piatto un aumento per il rinnovo del contratto pari a 18mila lire. La seconda volta fu nel dicembre del 2006: stavolta il mal di pancia era dovuto ai 5 euro di aumento stanziati da Prodi. Per strada scesero in trentamila, e oltre alle rivendicazioni economiche gridavano slogan come «Via i terroristi dal Viminale» e «Terroristi deputati, poliziotti disgustati» (il perché lo vedremo tra poco). Prodi e i suoi ministri se ne fregarono e imposero lo stesso quello che ancora ieri un dirigente di polizia ha definito «il contratto più umiliante della nostra storia».

Il governo dell’Unione, però, in quell’occasione aveva fatto una promessa: la Finanziaria 2008 avrebbe garantito i soldi per un congruo rinnovo del contratto successivo, quello del biennio 2008-2009, tenendo conto anche della specificità del lavoro dei poliziotti. Che vuol dire riconoscere compensi adeguati per i servizi notturni, quelli esterni, i festivi lavorati e le operazioni di ordine pubblico. Per capirsi: se un agente lavora sotto copertura, è alle prese con un inseguimento o deve aspettare che gli ultrà della curva si calmino prima di farli uscire dallo stadio, non può staccare il lavoro come qualunque impiegato. È costretto a tirare avanti, magari per giorni interi. Solo che tutto questo lavoro “extra”, di fatto, negli ultimi anni non è stato mai pagato, perché sono mancati i soldi.

Appena la Finanziaria 2008 arrivò in Parlamento, gli agenti poterono rendersi conto conto di quanto valessero le promesse del governo Prodi: non un euro per il rinnovo del contratto, non un euro per la specificità del loro lavoro, non un euro per il riordino delle carriere, anch’esso atteso da anni. Così, nel dicembre del 2007, i poliziotti scesero di nuovo in piazza. Inascoltati come prima, più arrabbiati e più numerosi di prima: stavolta erano in centomila. Anche perché, a conti fatti, Prodi aveva tagliato il bilancio annuale delle forze di polizia per 1,6 miliardi. E i suoi non erano tempi di vacche magre, come quelli attuali, ma tempi di “tesoretti”, di miliardi di extra-gettito da spendere. Non per i poliziotti, però. Così si è giunti al punto che, quando i buoni-benzina scarseggiano - è successo a Roma - gli agenti delle volanti sono costretti ad anticipare di tasca loro i soldi per il pieno.

A rendere ancora più mortificante il trattamento ricevuto dal centrosinistra c’era la presenza al ministero dell’Interno, in qualità di assistente particolare del sottosegretario rifondarolo Francesco Bonato, dell’ex terrorista rosso Roberto Del Bello, finito in carcere nel 1981 e condannato per banda armata - con sentenza definitiva - a quattro anni e sette mesi. Assieme alla elezione alla Camera di Sergio D’Elia, ex dirigente di Prima Linea, che aveva scontato dodici anni di carcere perché condannato, in base alle leggi anti-terrorismo dell’epoca, per concorso nell’omicidio di un giovane poliziotto, avvenuto nel 1978. Tutte cose che non fanno piacere a chi rischia la vita per strada in cambio di 1.300 euro al mese. Tutte cose che i poliziotti non hanno dimenticato.

© Libero. Pubblicato il 6 novembre 2009.

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giovedì, novembre 05, 2009

Alla Casa Bianca la sbornia è finita

di Fausto Carioti

Farsi assegnare il Nobel per la Pace dal vetusto comitato norvegese senza aver fatto ancora nulla di pacifista era stato facile. Molto più complicato, per Barack Obama, spingere gli operai della Virginia e i portuali del New Jersey a votare per i “suoi” candidati democratici. E infatti proprio questi due Stati, chiamati alle urne nei giorni scorsi, hanno mandato al presidente americano e al mondo un messaggio molto chiaro: il momento magico di Obama è terminato, ora anche lui è un politico come gli altri, capace di prendere sonore batoste. Spendere il suo nome e la sua faccia non è più sinonimo di vittoria sicura, come hanno scoperto a loro spese i candidati governatori democratici Creigh Deeds e Jon Corzine. Sconfitti malgrado la Virginia, nelle presidenziali dello scorso anno, avesse votato a valanga per Obama, e nonostante il presidente americano avesse fatto campagna elettorale nel New Jersey per Corzine. Tutto inutile.

Un voto locale, insomma, ma dal significato politico evidente: la sbornia è finita, Obama non è più valutato degli elettori sulle promesse e sui suoi sorrisi tutti uguali, ma sulla base di quello che fa. Si è capito che il cambiamento, il «change we need» con cui si era fatto eleggere, se mai avverrà non apparirà d’incanto. Ed è naturale che a essere messa sotto accusa sia innanzitutto la “Obanomics”, la dottrina economica del presidente, che sinora ha prodotto grande aumento nella spesa pubblica con risultati impalpabili su occupazione e crescita.

I segnali d’allarme, per la Casa Bianca, sono tanti. Il primo, appunto, è che - nonostante la sua amministrazione adesso si chiami fuori dalla mischia - il presidente aveva scommesso eccome sulla vittoria dei democratici. Soprattutto nel New Jersey, dove era apparso in tre occasioni - l’ultima domenica scorsa - accanto a Corzine, governatore uscente, che Obama aveva definito un suo «partner» nella speranza di farlo brillare di luce riflessa. «Non perderemo questa elezione se vi impegnerete tutti come faceste lo scorso anno», aveva arringato il presidente. Che aveva anche prestato volto e voce per alcuni spot in favore del candidato. Quanto alla Virginia, il fatto che lo scorso anno Obama fosse stato il primo democratico in 44 anni a vincere da quelle parti dava buoni motivi di speranza. La vittoria del repubblicano Bob McDonnell con il 59% dei voti chiude ogni discorso e fa capire che il voto del 2008 era stato un’eccezione, irripetibile per chissà quanto tempo.

Il secondo problema serio, per Obama e i democratici, sono gli elettori indipendenti. Alle presidenziali di un anno fa si erano schierati per l’uomo dei miracoli. Stavolta molti di loro non sono andati alle urne, e quelli che l’hanno fatto, secondo gli exit poll, hanno scelto in maggioranza i candidati repubblicani. Mentre i giovani hanno disertato: sia in Virginia che in New Jersey gli elettori al di sotto dei 30 anni che si sono presentati ai seggi sono stati la metà rispetto allo scorso anno, quando contribuirono alla vittoria di Obama. Segno che l’elettorato d’opinione condivide sempre meno le scelte del presidente in carica. La sua politica sociale basata sul “big government”, il ritorno allo Stato assistenzialista, potrà piacere a una parte dei democratici e a certe fasce sociali, ma lascia fredda gran parte degli elettori americani. I conservatori lo sanno e hanno calcolato che Obama, in un solo anno, ha approvato interventi di spesa pubblica maggiori di quelli decisi dall’ultimo presidente democratico, Bill Clinton, nei suoi otto anni di permanenza alla Casa Bianca. E se è vero che la politica estera era argomento ben lontano dalle elezioni appena svolte, è vero pure che l’appannamento dell’immagine di Obama è dovuto anche alla sua incapacità di risolvere il conflitto in Afghanistan, sulla cui risoluzione ha puntato molto, e alla mancanza di svolte importanti in tutte le altre zone calde del mondo in cui gli Stati Uniti sono protagonisti, dall’Iraq al Medio Oriente a Guantanamo.

Terza brutta notizia per l’amministrazione Obama: il partito repubblicano non è al tappeto. Disorganizzato sì, e lo si è visto nel distretto elettorale 23 a nord di New York, al confine con il Canada. Qui il “Grand old party”, in una elezione suppletiva, si è diviso tra due candidati, Dede Scozzafava e Doug Hoffman. La prima, repubblicana ma favorevole all’aborto, si è ritirata dalla corsa a pochi giorni dal voto, invitando i suoi elettori a votare per il democratico Bill Owens; e comunque il nome della Scozzafava, che era presente sulla scheda, ha preso il 5% dei voti. Tanto è bastato a trasformare la vittoria certa dei repubblicani in una sconfitta per tre punti percentuali. Nonostante queste lacerazioni - per nulla nuove - sui temi etici, i repubblicani, un anno dopo aver lasciato la Casa Bianca a Obama, hanno mostrato di potersi prendere subito le loro rivincite.

Soprattutto, la sconfitta incassata dai candidati di Obama fa sperare bene per il prossimo anno, quando si voterà per eleggere 36 membri del Senato, dove oggi i democratici controllano 60 voti (inclusi quelli di due senatori indipendenti) contro i 40 dei repubblicani: una maggioranza qualificata che consente al partito di Obama di neutralizzare ogni tentativo di ostruzionismo da parte dell’opposizione. Le 36 poltrone in palio nel 2010 sono divise in modo equo tra democratici e repubblicani. Questi ultimi contano di strappare qualche seggio agli avversari per ridurre le distanze e poter tornare a fare ostruzionismo. Tanto basterebbe a rendere la vita di Obama assai più complicata. Un obiettivo che da ieri appare molto meno lontano.

© Libero. Pubblicato il 5 novembre 2009.

Post scriptum. Per gli interessati, indispensabile l'analisi del voto di Karl Rove sul Wall Street Journal.

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martedì, novembre 03, 2009

Scienziati contro Darwin

di Fausto Carioti

Fosse una ipotesi scientifica come le altre, l’evoluzionismo sarebbe finito già da tempo, se non nell’obitorio della scienza, quantomeno nel reparto dei malati gravi, viste le tante discordanze che le conseguenze di questa teoria hanno con l’osservazione empirica. Ma l’evoluzionismo non è più una teoria qualunque, da sottoporre a rischio di falsificazione, come richiesto dall’epistemologo Karl Popper per distinguere ciò che è scienza da ciò che non lo è. Esso è un dogma al quale si può aderire solo mediante atto di fede. Una metafisica, insomma. Proprio come quel “creazionismo” che degli evoluzionisti è il grande nemico. Con la differenza che chi difende l’ipotesi della creazione di solito lo fa con la Bibbia in mano, e non pretende di parlare in nome della scienza.

La stessa comunità scientifica è tutt’altro che concorde con le ipotesi sviluppate da Charles Darwin nell’"Origine delle specie". La novità è che molti di questi scienziati adesso iniziano a rendere pubbliche le loro critiche. Un libro importante uscirà nei prossimi giorni per le Edizioni Cantagalli. Si intitola (e il titolo già dice tutto) "Evoluzionismo: il tramonto di una ipotesi", ed è stato curato da Roberto de Mattei, vicepresidente del Consiglio nazionale delle ricerche. Il volume, che Libero ha potuto leggere in anteprima, raccoglie gli interventi tenuti in un convegno a porte chiuse che si è svolto a Roma lo scorso febbraio nella sede del Cnr. Un’occasione che ha visto a confronto biologi, paleontologi, fisici, genetisti, chimici, biologi e filosofi della scienza di livello internazionale.

La tesi illustrata 150 anni da Darwin e portata avanti dai suoi epigoni è riassumibile in tre assiomi. Primo: «Tutti gli esseri organici che hanno vissuto su questa terra sono derivati da una singola forma primordiale, nella quale la vita è stata per la prima volta infusa» (come scritto dallo stesso Darwin nell’"Origine delle specie"). Secondo: la selezione naturale è stata «il più importante, anche se non esclusivo, strumento di modificazione» attraverso il quale le forme di vita più complesse si sono evolute da quelle più semplici. Terzo, non esiste alcun “progetto”: le mutazioni sono casuali e alcune rendono certi individui più adatti alla sopravvivenza; trasmettendole ai loro eredi, rendono possibile l’evoluzione.

Un corpus teorico che, secondo i documenti che il Cnr sta per rendere pubblici, fa acqua da tutte le parti. Il fisico tedesco Thomas Seiler mette il darwinismo alla prova della seconda legge della termodinamica, secondo la quale l’entropia, che può essere definita come il caos in natura, non può mai diminuire. E «l’ipotetico emergere della vita da processi materiali indiretti, come suggerito dalla teoria evoluzionistica, non è conforme» a questa legge. Ma anche «la successione di piccole variazioni genetiche che portano alla costruzione di un organo completamente nuovo tramite selezione naturale», prevista dal darwinismo, «è una processo da escludere di entropia decrescente». Non a caso, nota Seiler, malgrado siano stati descritti più di 1,3 milioni di tipi di animali, «nessun organismo mostra segni di essere in evoluzione verso una complessità maggiore. Come previsto, l’entropia biologica non sta diminuendo». Insomma, la fisica stessa si ribella all’ipotesi darwiniana.

L’evoluzionismo presuppone inoltre lunghissimi tempi geologici, nei quali - come affermano i suoi sostenitori, «l’impossibile diviene possibile, il possibile probabile e il probabile virtualmente certo». La sequenza degli strati dei fossili marini, ad esempio, secondo i darwinisti confermerebbe processi durati milioni di anni. Ma il paleontologo francese Guy Berthault sostiene che, calcolato con nuovi metodi più attendibili, il periodo di sedimentazione dei fossili si rivela assai più breve di quanto creduto sinora e il tempo degli sconvolgimenti geologici si accorcia drasticamente. Tanto da essere «insufficiente per l’evoluzione delle specie, come risulta concepita dai sostenitori dell’ipotesi evoluzionista».

Dominique Tassot, che in Francia dirige il Centre d’Etudes et de prospectives sur la Science, invita a non confondere tra «micro-evoluzione» e «macro-evoluzione». Nel primo caso rientrano le mutazioni adattative accertate, che riguardano caratteri secondari come il colore, lo spessore della pelliccia di un animale, l’altezza, la forma del becco e così via. Ma «è paradossale», sostiene, «estendere il significato della parola “adattamento” per indicare l’evoluzione di nuovi organi del corpo», come «il passaggio dalle squame alle piume o dalle pinne alle zampe», esempi di macro-evoluzione: fenomeno «che manca di qualsiasi verifica empirica o di base teorica».

Il genetista polacco Maciej Giertych sottolinea che «siamo a conoscenza di molte mutazioni che sono deleterie» e anche «di mutazioni biologicamente neutrali», ma le cosiddette «mutazioni positive», che consentirebbero l’evoluzione delle specie, «sono più un postulato che una osservazione». L’esempio che più di frequente viene fatto, l’adattamento di certe erbacce al diserbante atrazina, «in nessun modo aiuta a sostenere la teoria dell’evoluzione», perché si tratta di un adattamento «positivo soltanto nel senso che protegge funzioni esistenti», ma «non fornisce nuova informazione, per nuove funzioni o organi». A conti fatti, secondo Giertych, «l’evoluzione dovrebbe essere presentata nelle scuole come un’ipotesi scientifica in attesa di conferma, come una teoria che ha sia sostenitori che oppositori. Per di più, sia gli argomenti a favore della teoria che quelli contrari dovrebbero essere presentati in modo imparziale».

La verità, banale e meravigliosa allo stesso tempo, è che, come scrive de Mattei, «dal punto di vista della scienza sperimentale, entrambe le ipotesi sulle origini, sia l’evoluzionista che la creazionista, sono inverificabili. Su questi temi ultimi non è la scienza, ma la filosofia, a doversi pronunciare».

© Libero. Pubblicato il 3 novembre 2009.

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domenica, novembre 01, 2009

Il caso Cucchi e l'inspiegabile sortita di La Russa

di Fausto Carioti

Adesso evitiamo che la richiesta di sapere tutta la verità sulla fine di Stefano Cucchi divenga una battaglia “di sinistra”. Con l'opposizione impegnata a confondere la ricerca dei colpevoli con la smania di gettare palate di fango su carabinieri e polizia penitenziaria. E con la maggioranza che, al di là delle frasi di circostanza, tifa in silenzio affinché l'inchiesta finisca in un nulla di fatto, per proteggere il “buon nome” delle istituzioni. Da una parte e dall'altra, gli esempi di simili comportamenti abbondano. E invece serve la verità, senza strumentalizzazioni politiche né complicità omertose. In tempi rapidi, se possibile. Lo chiede innanzitutto il corpo martoriato di quel ragazzo romano di 31 anni, sofferente di epilessia, arrestato la notte tra il 15 e il 16 ottobre per avere in tasca pochi grammi di “fumo” e finito sul tavolo dell'obitorio il 22 ottobre. Ma lo chiede anche il rispetto delle forze dell'ordine, che non meritano di essere screditate per l'imbecillità di pochi.

Il certificato medico che parla di «presunta morte naturale» trasuda sinistra ironia. La sequenza dei fatti e le testimonianze, intanto, gettano molti dubbi sulla “naturalità” del decesso. Appena i carabinieri arrestano Cucchi, come da prassi lo sottopongono a perquisizione domiciliare. Controllano, cioè, che a casa non tenga nascosta altra hashish. In questa occasione i familiari lo vedono per l'ultima volta: sta bene, sul volto non ha segni di percosse e non sembra essere stato picchiato. Quindi gli uomini dell'Arma lo portano in una cella di sicurezza della stazione Appio Claudio. Sono stanzette prive di oggetti con cui ci si possa fare del male, nelle quali è previsto che l'arrestato stia da solo. Il mattino dopo - siamo al 16 ottobre - Cucchi è processato per direttissima. Ha il volto gonfio come se fosse stato picchiato. Il medico dell'ambulatorio del tribunale riscontra sul suo corpo «lesioni ecchimotiche in regione palpebrale». Il ragazzo gli parla anche di lesioni alle gambe e sul resto del corpo, ma rifiuta di farle vedere. Non dice di aver ricevuto violenze.

Dopo il processo, Cucchi è condotto a Regina Coeli. Il medico del carcere trova sul suo corpo numerose tumefazioni, che Cucchi spiega con una caduta accidentale. Il medico lo invia subito all'ospedale più vicino, il Fatebenefratelli. Qui gli sono riscontrate due fratture, ma il giovane rifiuta di farsi ricoverare. Torna a Regina Coeli. Ma il giorno dopo, il 17 ottobre, a causa dell'aggravarsi delle sue condizioni, viene rimandato nello stesso ospedale. Stavolta Stefano chiede di essere ricoverato. In serata è trasferito all'ospedale Sandro Pertini, dove morirà la mattina del 22 ottobre.

Dunque, se le cose sono andate come sostengono i familiari e i medici, qualcosa è accaduta al ragazzo nella notte stessa del suo arresto, quando era sotto la consegna dei carabinieri. E anche se così non fosse, di sicuro è una pista che al momento non si può escludere in alcun modo. Per questo il ministro Ignazio La Russa, che ieri ha detto «di una cosa sono certo: del comportamento assolutamente corretto da parte dei carabinieri in questa occasione», farebbe bene a evitare simili professioni di fede e ad aspettare gli sviluppi delle indagini. Il rischio, per chi offre la propria copertura politica con tanto entusiasmo, è di vedersi smentito dai fatti. Oppure di dare l'impressione di volere evitare scandali. E invece questo è uno di quei casi in cui, come si legge nei Vangeli, «è necessario che gli scandali avvengano». L'alternativa, l'insabbiamento della verità, ammesso che sia ancora praticabile, sarebbe mille volte più scandalosa.

© Libero. Pubblicato il 31 ottobre 2009.

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