venerdì, ottobre 30, 2009

Berlusconi è l'alibi per non riformare la giustizia

di Fausto Carioti

Il succo del messaggio che manda in queste ore l’Associazione nazionale magistrati, sindacato unico delle toghe, è chiaro: finché a palazzo Chigi ci sarà Silvio Berlusconi sarà impossibile riformare la giustizia italiana. In altre parole, la presenza di un premier in guerra perenne con la magistratura - inutile chiedersi chi abbia iniziato per primo: ognuno si è già fatto la sua idea - rappresenta un alibi fantastico per tutti quei magistrati che non hanno alcuna voglia di migliorare le cose e difendono lo sfascio del sistema e i loro privilegi.

E sì che ce ne vuole di coraggio per difendere un sistema in cui i magistrati sono giudicati da un organismo, il Csm, composto da loro colleghi che riescono a riabilitare e promuovere il giudice sorpreso a fare una fellatio a un minorenne nei bagni di un cinema (storia vera, raccontata nel libro di Stefano Livadiotti “Magistrati, l’ultracasta”). Un sistema nel quale la toga che si scorda di tirare fuori dal carcere gli indagati, anziché essere punita, viene elogiata. Le 125mila utenze telefoniche messe sotto controllo (e se ognuna di queste contatta 20 persone si ha un totale di 2,5 milioni di intercettati), per un costo annuale di 220 milioni di euro, e gli oltre tre milioni di procedimenti penali pendenti, non trovano analogie con il resto del mondo civile. Occorre coraggio anche per dire che sarebbe un attentato alla democrazia separare le carriere dei magistrati da quelle dei pubblici accusatori, rendendo il sistema italiano simile a quello di Spagna, Austria, Svezia, Danimarca e Norvegia. Oppure che piomberemmo nella barbarie se dovesse essere abolita l’obbligatorietà dell’azione penale, quando questa non esiste in Paesi come Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti.

Eppure proprio questi sono i ragionamenti che arrivano dal fronte della magistratura, fermo con l’orologio al 1994. Concetti ribaditi ieri dal presidente dell’Anm, Luca Palamara: «La separazione delle carriere, la riforma del Csm, la riforma dell’obbligatorietà dell’azione penale, la legge sulle intercettazioni» sono norme «punitive». E contro di esse si prepara a scioperare l’intera categoria.

La scusa è che il problema è altrove, soprattutto nei soldi e nelle strutture, che scarseggerebbero per colpa del governo, spiegando così i ritardi e le inefficienze dei tribunali italiani. Ma è una tesi che non sta in piedi. La Commissione per l’efficienza della giustizia, un organismo del Consiglio europeo, ha documentato che l’Italia dispone di 1.292 tribunali. Contro i 595 dell’Inghilterra, i 773 della Francia e i 1.136 della Germania. Abbiamo 13,7 giudici ogni centomila abitanti: la Francia ne ha 11,9, la Spagna 10,1 e l’Inghilterra 7. Ognuno dei magistrati italiani può contare su 4,2 addetti: i loro colleghi francesi ne hanno meno della metà. Le strutture, dunque, ci sono. E ci sono anche i soldi: l’Italia stanza per la giustizia lo 0,26% del prodotto interno lordo, più - ad esempio - della Francia, che si limita allo 0,19%. Ogni italiano spende 45 euro l’anno solo per far funzionare i tribunali: 7 euro in più rispetto ai francesi, 17 in più rispetto agli inglesi.

Nessuno, tra i rappresentanti della magistratura, sembra avere voglia di sedersi al tavolo per discutere di questi numeri e delle cose da fare. Il semplice fatto che simili proposte arrivino da Berlusconi basta a demonizzarle e a giustificare ogni gesto per impedire che divengano legge. Ma mandare a casa l’agguerrito leader del PdL per sostituirlo con un premier di sinistra, sicuramente più gradito a buona parte della magistratura, non servirebbe a nulla. La storia dei governi italiani di centrosinistra dice che questi non hanno né la voglia né la forza di intaccare quelli che i magistrati ritengono essere loro privilegi indiscutibili, come il diritto ad avere carriere unificate o a essere giudicati dal più compiacente dei tribunali. La morale della storia è evidente: o le riforme le fa - pur con tutti i suoi difetti - Berlusconi in questa legislatura, sfidando Anm e opposizione grazie ai numeri di cui dispone in Parlamento e nel Paese, oppure rimarranno lettera morta per chissà quanti anni.

© Libero. Pubblicato il 30 ottobre 2009.

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domenica, ottobre 25, 2009

Il caso Marrazzo e la teoria del complotto

di Fausto Carioti

«È una guerra lercia», scrive Concita De Gregorio, allarmata per le sorti della Democrazia. Sarà anche vero, però è strano: sino a pochi giorni fa, quando nel mirino dei Kalashnikov caricati a letame c’era Silvio Berlusconi, ci avevano fatto credere che lo sputtanamento quotidiano fosse la quintessenza della libertà di stampa, roba da premiare con il Pulitzer. E quelli che non partecipavano al tiro al bersaglio erano «i giornali scendiletto del premier», sentenziava la direttrice dell’Unità. Adesso che lo sputtanato è Piero Marrazzo, ormai ex governatore diessino del Lazio, siamo invece alla barbarie. E comunque, lerciume per lerciume, chissà chi è stato a metterlo in pagina per primo, volendo convincerci che il premier facesse chissà cosa con la minorenne Noemi Letizia. E in quel caso non c’era uno straccio di prova, né una testimonianza, né un’immagine compromettente, tantomeno un’indagine della magistratura. Solo una festa di compleanno e qualche guaglione con scritto “Song ’e Napule” sulla maglietta, ma tanto bastava per il linciaggio.

Insomma, la sinistra indignata, la sinistra della superiorità morale e dei corpi che non si mettono a disposizione del potente di turno (a proposito: vale anche per i trans o solo per le donne? il laido fallocrate deve essere a tutti i costi un premier o va bene anche un governatore del Lazio?) è ridotta male. Annaspa e si aggrappa alla ciambella più logora, quella che suole ridicolizzare quando a tirarla fuori sono gli avvocati del Cavaliere: la teoria del complotto. Dice che Marrazzo è vittima di un’aggressione a orologeria, lascia intendere che il mandante occulto di queste trame losche si sa benissimo chi è (indovinate) e assicura che comunque tra la situazione di Berlusconi e quella di Marrazzo proprio non c’è paragone. Sarebbe tutto molto prevedibile, se non fosse che in bocca ai forcaioli in servizio permanente effettivo ha un effetto esilarante.

Ad esempio Antonio Padellaro mascherato da Niccolò Ghedini non è roba che capiti tutti i giorni, e vale la pena di gustarselo sino in fondo. Il direttore del Fatto, il giornale su cui scrive Marco Travaglio e che l’altro giorno, come auspicio per Berlusconi, ha messo un bel paio di manette in prima pagina, si è dovuto cimentare in uno sport estremo, quello dell’arrampicata garantista sugli specchi. Ma si vede che non è roba sua. Che se la stessa cosa fosse successa a uno di quei porci di destra, allora sì che si sarebbe divertito. E invece, destino infame, a Padellaro stavolta tocca scrivere che in giro c’è «un complotto per mettere fuori gioco un esponente del Pd, intenzionato a ricandidarsi al vertice della regione e proprio alla vigilia delle primarie del suo partito». Per consolare i lettori depressi Padellaro assicura che i comportamenti di Berlusconi, a differenza di quelli di Marrazzo, «rivestono, di per sé, una particolare gravità»: non si capisce il motivo, ma fa niente. Bolla tutte le rivelazioni giunte dopo il filone delle escort come «una vera e propria ritorsione preventiva o vendetta successiva», perché in fondo chi se ne frega dei fatti, quello che conta è fare il processo alle intenzioni. E comunque, anche se Marrazzo non fosse la vittima innocente che dice, e dovesse dimettersi, «resterebbe sacrosanta la tutela della vita privata di un uomo e dei suoi cari». Un lusso che a “papi” Berlusconi e alla sua famiglia non è concesso.

La manina del Cavaliere spunta nell’articolo di Peter Gomez, sullo stesso quotidiano. Il filone è un sempreverde della dietrologia di sinistra: niente è mai come sembra, c’è sempre un livello superiore su cui indagare. Pensavate che i protagonisti di questa storiaccia fossero un governatore molto arrapato e un po’ pirla, un trans, un pusher e quattro carabinieri ansiosi di soldi? Troppo facile. Affamati di teorie cospiratorie, ecco pane per i vostri denti: «Il ricatto a Marrazzo assume dei contorni diversi dalla semplice storia di quattro carabinieri “mele marce” che tentano di estorcere denaro al governatore di centrosinistra dopo averlo sorpreso insieme a un viado. Se lo scopo dei militari infedeli, subito arrestati dai loro colleghi, era solo quello di far soldi, perché il filmato è stato immediatamente proposto a consulenti di politici e pure a dei giornali?». Chi ha letto le carte, la risposta la sa già: sempre per fare soldi, visto che il filmettino era in vendita e non veniva certo regalato. Ma il nostro finge di non saperlo. Deve insinuare l’esistenza dell’immancabile secondo livello, quello politico. Che si sarebbe mosso su indicazione di Berlusconi. Il quale, dopo essere stato attaccato da Repubblica, aveva detto infatti - ecco qui la prova schiacciante sfoderata da Gomez - che c’era il rischio di un «imbarbarimento» della vita politica. Puntualmente avvenuto. Facile, no?

Stessa sindrome che colpisce il Manifesto: i quattro carabinieri “mele marce”? Troppo comodo, sibila Norma Rangeri: «Difficile crederlo quando nella trappola non è una persona qualunque ma un politico di prima fila. Non erano i soldi l’obiettivo principale, ma il killeraggio di un uomo politico». Quali elementi abbia per scrivere che i quattro carabinieri arrestati lavoravano per conto di qualche potere nascosto non si sa, ma pazienza. A questo punto tutto torna: Marrazzo è la povera vittima ingenua; il colpevole , tanto per cambiare, sta ad Arcore, o comunque è a Berlusconi che in qualche modo risponde. Manca solo il terzo livello, quello con Licio Gelli e i servizi segreti deviati, ma si capisce che è questione di ore. Nell’attesa, ci si può consolare con i servizietti deviati.

Nemmeno Giuseppe Davanzo, su Repubblica, si spinge a tanto. Chi spara da mesi su Berlusconi mica si può sputtanare a sua volta per un Marrazzo qualsiasi. Così l’autore delle dieci domande al premier si limita a dire che «da almeno un mese c’era chi, prossimo al governo, sapeva del guaio in cui s’era cacciato Marrazzo». Anche se, avverte tirando il freno a mano, «questo non vuol dire che ci sia stato qualcuno nell’esecutivo a pilotare lo scandalo contro il governatore». Insomma, forse Berlusconi c’entra qualcosa, ma forse no. Di sicuro c’è solo che «l’affare appare più fangoso di quanto dica la ricostruzione ufficiale». I lettori di Repubblica, per stavolta, devono accontentarsi.

Nessuno, però, sembra interessato alle più ovvie delle domande. A Berlusconi, che non risulta aver pagato chicchessia né aver sedotto minorenni, viene chiesto ogni giorno, da mesi, se sia ricattabile per la sua vita privata. Marrazzo guida una regione con un budget di 23 miliardi di euro. Sino a due giorni fa è stato sotto ricatto per un filmino che lo ritraeva seminudo nella casa di un viado, vicino a una sospetta polvere bianca. Da lui, allora, sarebbe interessante sapere altre cose. Prime tra tutte: questo ricatto ha influito solo sulla sua vita privata o anche sulla sua attività di amministratore pubblico? A quali compromessi è stato costretto? Perché non ha mai denunciato i suoi ricattatori? Ma sono domande da «guerra lercia», e infatti il giornalismo democratico e bene educato non ha alcuna intenzione di porle.

© Libero. Pubblicato il 25 ottobre 2009.

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venerdì, ottobre 23, 2009

Global Warming: buone notizie dagli States

Diverte assai che l'arrivo di un presidente americano alla Casa Bianca coincida con il crollo degli statunitensi abbindolati dalla bufala del global warming. Eccolo qui, fresco fresco, il sondaggio del Pew Research Center.

Da esso emerge che il 57% degli americani è convinto che vi siano prove concrete del surriscaldamento terrestre negli ultimi decenni. Troppi? Senza dubbio. Ma nell'aprile del 2008 costoro erano il 71%.

Scesa anche la percentuale di coloro che sono convinti che questo surriscaldamento sia dovuto all'attività dell'uomo: erano il 47% lo scorso anno, sono il 36% oggi.

E crolla pure la percentuale di americani che ritiene il surriscaldamento un problema "very serious": oggi sono il 35%, nove punti percentuali in meno rispetto al 2008.

L'ovvia conseguenza è che l'appoggio per le politiche ambientaliste "cap and trade" è alquanto modesto. Di meglio, per ora, non ci si poteva attendere.

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martedì, ottobre 20, 2009

Così la Consulta ha contraddetto se stessa

di Fausto Carioti

La "Fabbrica della Sagra Consulta", come è chiamato il palazzone che fa da sede alla Corte Costituzionale, si conferma fabbrica delle ipocrisie. Da lì ieri notte, dopo un meticoloso lavoro di limatura, sono uscite le motivazioni della bocciatura inflitta il 7 ottobre al lodo Alfano. La Consulta sostiene che lo "scudo" che mette al riparo dai processi penali il presidente della Repubblica, il presidente del Consiglio e i presidenti dei due rami del Parlamento non doveva essere varato con legge ordinaria, ma mediante riforma della Costituzione, perché esso «attribuisce ai titolari di quattro alte cariche istituzionali un eccezionale ed innovativo status protettivo, che non è desumibile dalle norme costituzionali sulle prerogative». Rispetto alla sentenza del 2004 con cui la stessa Corte aveva bocciato lo scudo Schifani, i giudici hanno poi spiegato di non essersi contraddetti, perché si sono mossi nella stessa direzione di allora.

Come ciò sia possibile, è uno dei tanti misteri buffi della giurisprudenza costituzionale. Cinque anni fa, affossando il lodo Schifani (l’antenato del lodo Alfano), la Consulta aveva spiegato che esso non era incostituzionale di principio, ma solo per alcune ragioni tecniche. Rimosse queste, si lasciava intendere, il problema sarebbe stato risolto. Così il lodo Alfano prevedeva, innanzitutto, che la carica istituzionale imputata avrebbe potuto rinunciare allo scudo in qualunque momento, per farsi processare. La protezione del lodo, inoltre, si sarebbe esaurita con la fine dell’incarico istituzionale e non sarebbe stata rinnovabile. Infine, chi si fosse ritenuto vittima di un abuso commesso da un’alta carica dello Stato avrebbe potuto rivolgersi subito alla giustizia civile. E proprio il fatto che il processo penale alla fine si sarebbe svolto, perché la sospensione sarebbe stata solo temporanea, autorizzava chi ha scritto la legge a dire che non si trattava di una nuova immunità, e che quindi la norma poteva essere varata per via ordinaria.

Un parere di parte? Nemmeno per sogno. Basta vedere quello che lo stesso presidente della Repubblica aveva scritto nelle note esplicative con cui, nel luglio 2008, aveva prima accompagnato l’invio alle Camere del lodo Alfano e poi motivato la sua firma sul testo varato dal Parlamento. Il presidente della Repubblica sosteneva che il lodo risultava «corrispondere ai rilievi formulati dalla Corte» nella sentenza del 2004. In quell’occasione, infatti, «la Corte non sancì che la norma di sospensione di quei processi dovesse essere adottata con legge costituzionale». La stessa Consulta, proseguiva il presidente della Repubblica, aveva giudicato «un interesse apprezzabile la tutela del bene costituito dall’assicurazione del sereno svolgimento delle rilevanti funzioni che ineriscono a quelle cariche».

In parole povere, chiedendo di non essere processato finché è in carica perché i suoi impegni istituzionali non glielo permettono, Berlusconi aveva espresso - sempre secondo la Consulta versione 2004 - una richiesta sensata, che poteva essere esaudita senza toccare la Costituzione. La Consulta versione 2009 ha stabilito l’esatto contrario, anche se i suoi ineffabili giudici, nelle motivazioni depositate ieri, sono riusciti a sostenere che le due decisioni vanno nella stessa direzione. Allo stesso modo, l’incostituzionalità dello scudo per le alte cariche adesso non è più legata alle sue caratteristiche, ma intrinseca: un provvedimento simile è contrario alla Costituzione comunque venga fatto, perché il presidente del Consiglio e i ministri «sono sullo stesso piano», e non è giusto trattare il primo in modo diverso dai secondi. Così come «non è configurabile una significativa preminenza dei presidenti della Camere sugli altri componenti» del Parlamento. Niente di tutto questo era emerso nel verdetto emesso sul lodo Schifani.

A conti fatti, delle due l’una: o Napolitano non capisce nulla di diritto costituzionale, tanto che era caduto nello stesso errore commesso da numerosi giuristi, ritenendo il lodo Alfano adeguato a quanto stabilito dalla Consulta nel 2004, oppure i magistrati costituzionali emanano verdetti basati su criteri politici, che poi provvedono a puntellare con brillanti giustificazioni giuridiche. Nella serena consapevolezza di essere infallibili anche se si contraddicono a distanza di cinque anni, dal momento che non esiste giudizio costituzionale superiore al loro.

© Libero. Pubblicato il 20 ottobre 2009.

sabato, ottobre 17, 2009

Il golpe del calzino turchese

di Fausto Carioti

Del servizio trasmesso ieri da Canale 5 si può dire tutt'al più che fosse una noia mortale. Quei due minuti passati a mostrare un tipo dall'aria dimessa che cammina avanti e indietro sul marciapiede in attesa di entrare dal barbiere, si fa lo shampoo e poi si siede su una panchina, sfoggiando - come notava l'autrice del servizio - «pantalone blu, mocassino bianco e calzino turchese», avranno indotto molti telespettatori a cambiare canale o a prendere un caffè per riemergere dal torpore. Il fatto che il signore in questione, ignaro di essere filmato, fosse Raimondo Mesiano, il giudice che ha condannato la Fininvest a risarcire con 750 milioni la Cir di Carlo De Benedetti, non bastava a trattenere la mandibola: lo sbadiglio nasceva spontaneo.

Della stessa trasmissione, invece, non si può dire tutto quello che è stato detto. E cioè che sia il sintomo di una «deriva istituzionale» (parole di Luca Palamara, segretario del sindacato unico dei magistrati). Un «servizio di spionaggio e pedinamento televisivo» (Fabrizio Morri, senatore del Pd). Una «brutale dimostrazione di squadrismo» (un esponente della segreteria dei Comunisti italiani: sì, esistono ancora). Un «pestaggio mediatico» (Roberto Natale, presidente del sindacato unico dei giornalisti, quello che dovrebbe difendere la libertà di stampa).

Perché quelli che giudicano un attentato alla democrazia il servizio mandato in onda da Mattino Cinque sono gli stessi che difendono il diritto di fotografare e pubblicare immagini riprese all'interno di villa Certosa. Lo fanno in nome della libertà d'informazione: Berlusconi è un personaggio pubblico e tutto quello che fa deve essere di pubblico dominio. Per lui quel diritto alla privacy invocato per Mesiano non vale. Anzi, sputtanarlo vuol dire essere bravi giornalisti. Così ci hanno inflitto le nudità di Mirek Topolanek, ex primo ministro ceco, immortalato nell'atto di cambiarsi costume ai bordi della piscina. Immagini noiose quanto quelle mostrate ieri da Mediaset. Con la differenza che gli scatti fatti in Sardegna ritraevano scene avvenute in ambienti privati, non sulla pubblica strada.

Piaccia o meno, con la sua sentenza Mesiano è diventato un personaggio da prima pagina, e come tale soggetto all'attenzione della stampa, che non è tutta tenuta ad adorarlo: se ne faccia una ragione. Ma il vero problema è quello della sinistra: un tempo per farla gridare al golpe ci volevano Junio Valerio Borghese e Licio Gelli. Adesso si accontenta di un calzino turchese.

© Libero. Pubblicato il 17 ottobre 2009.

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mercoledì, ottobre 14, 2009

Ma quale "super partes"

di Fausto Carioti

Certi complimenti sarebbe meglio aspettare di riceverli dagli altri. A farseli da soli (Silvio Berlusconi docet) si rischia di non rimediarci una bella figura. Giorgio Napolitano, ad esempio, ieri ha confermato che chi si loda s’imbroda. «Tredici anni fa», ha detto il presidente della Repubblica, «nell’assumere l’incarico di ministro dell’Interno, ero determinato a svolgerlo come uomo ormai delle istituzioni, e non di una parte politica». Insomma, a partire dal maggio del 1996 Napolitano Giorgio, classe 1925, avrebbe ufficialmente smesso di essere uomo di partito per diventare una figura istituzionale “super partes”. Nessuno, nemmeno nel centrodestra, si è sognato di contraddirlo: questo è il momento di ricucire i rapporti con il Quirinale. Peccato, però, che gli annuari del Parlamento europeo e del Senato, e la stessa storia di Napolitano, siano lì a smentirlo.

Napolitano smise di essere ministro con la fine del governo Prodi, nell’ottobre del 1998. Va da sé che, durante la sua permanenza al Viminale, non si era mai sognato di dire che il suo non era un incarico politico: quella del "super partes", anche se retrodatata, è una novità delle ultime ore. Il meglio, però, viene dopo. Nel 1999 Napolitano si candida alle elezioni europee. Lo fa nella lista dei Ds. Ed è così lontano dal sentirsi "istituzionale" che si prende sulle spalle l’incarico più politico che c’è: coordinatore della campagna elettorale del partito. «I nostri eletti», annuncia, «si sono trovati e si troveranno a loro agio nella famiglia socialista». Una volta eletto, infatti, è il primo a entrare nel gruppo parlamentare del Pse. Tanto che gli eurosocialisti pensano di candidarlo alla presidenza del Parlamento europeo. Poltrona che però andrà a Nicole Fontaine, del gruppo moderato dell’Ump. In quota al Pse, comunque, Napolitano diventa presidente della Commissione Affari costituzionali di Strasburgo.

Nel settembre del 2005, assieme a Sergio Pininfarina, è nominato senatore a vita da Carlo Azeglio Ciampi. E nemmeno in questa veste smette di essere uomo di parte. Eppure l’occasione l’avrebbe. Entrato a palazzo Madama deve scegliere: iscriversi al gruppo misto, quello dei "cani sciolti", come fatto da molti senatori a vita - incluso Pininfarina - che interpretano il loro mandato come un incarico istituzionale, o confermarsi fedele alla linea, affiliandosi al gruppo degli ex comunisti. Manco a dirlo, Napolitano sceglie la seconda strada, e si fa tutta la legislatura nel gruppo "Democratici di Sinistra - l’Ulivo".

Nuovi dettagli sul suo profilo “istituzionale” si scoprono nel maggio del 2006, quando sta per essere eletto presidente della Repubblica. I giornalisti vanno nella sezione romana dei Ds alla quale Napolitano è iscritto, in via dei Giubbonari (e sì, perché in tutti questi anni il "super partes" ha continuato a iscriversi regolarmente al partito). Lì il segretario Fabio Nicolucci, commosso, racconta così il compagno Napolitano: «Ha sempre partecipato attivamente alla vita della sua sezione di base. È tra i primi a rinnovare la tessera e sempre versando una quota molto alta». Dell’uomo «ormai delle istituzioni, e non di una parte politica», sbandierato ieri da Napolitano, non c’è ancora alcuna traccia, nonostante siano passati ben dieci anni dalla data della sua presunta "conversione".

Appena salito al Quirinale, fa capire subito da che parte sta il suo cuore: intervistato dal settimanale francese “L’Express”, accusa Berlusconi di scarso europeismo e usa parole al miele nei confronti del disastrato governo dell’Unione: «Prodi deve fare del suo meglio per superare queste fragilità e governare. Una delle sue qualità è la pazienza. E ha la capacità di unire, cosa che è forse il suo principale atout in questa situazione». Napolitano mette anche alla prova il suo fiuto politico: «Penso che Prodi abbia buone possibilità di riuscire», dice convinto, e sappiamo tutti come è andata a finire.

Ma la buccia di banana dell’uomo del Colle è sempre stata il comunismo: ogni volta in cui si è trovato a fare i conti con il suo passato, più delle sue parole hanno pesato i silenzi. Come nel caso di Aleksandr Solzhenitsyn. Lo scrittore russo, grande accusatore dei crimini del comunismo, nel 1974 fu esiliato in Germania occidentale. L’anno precedente, a Parigi, erano apparsi i primi due libri di "Arcipelago Gulag", la monumentale inchiesta con cui Solzhenitsyn denunciava al mondo cosa accadeva nei campi di concentramento sovietici. Gran parte della sinistra europea si ribellò al suo esilio e si schierò con lo scrittore. Napolitano, che all’epoca aveva 49 anni ed era il responsabile culturale del Pci, invece pensò bene di difendere la scelta del Cremlino: l’esilio, scrisse sull’Unità, doveva ritenersi la «soluzione migliore». Anche perché le opere di Solzhenitsyn erano «rappresentazioni unilaterali e tendenziose della realtà dell’Urss, accuse arbitrarie, tentativi di negare l’immensa portata liberatrice della Rivoluzione d’Ottobre». Solzhenitsyn è morto nell’agosto del 2008, e per Napolitano sarebbe stata una buona occasione - nonché l’ultima - per rendergli omaggio e ammettere in pubblico di aver sbagliato. Invece, ha preferito tacere.

Un imbarazzo - molto poco istituzionale - davanti alla Storia che Napolitano ha confermato lo scorso 10 febbraio, nel Giorno del ricordo, istituito per «rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe», uccise dai comunisti jugoslavi con l’avallo politico del Pci. Ecco, Napolitano è riuscito a «ricordare» gli infoibati senza fare il nome dei loro assassini: i comunisti. In compenso, il suo discorso abbondava di accuse dirette alle «responsabilità storiche del regime fascista», che almeno con le foibe del compagno Tito non avevano nulla a che vedere. Ma a chi ha passato gran parte della vita a credere in certe cose basta davvero poco per sentirsi al di sopra delle parti.

© Libero. Pubblicato il 14 ottobre 2009.

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lunedì, ottobre 12, 2009

Come ti demonizzo la Fox

Ecco come la Casa Bianca tratta l'unico network che fa le pulci all'amministrazione Obama.



Ampi stralci di quanto detto da Anita Dunn, responsabile per la Comunicazione della Casa Bianca, possono essere letti su The Huffington Post.

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sabato, ottobre 10, 2009

Un premio dei liberal per i liberal

Meglio di tutti (le capita spesso) Peggy Noonan spiega come stanno le cose con il Nobel per la Pace a Barack Obama.
«E' stato assurdo che Ronald Reagan, il cui progetto politico condusse alla fine dei gulag e alla caduta del muro di Berlino, e che mise in gioco il suo ruolo personale nel mondo per un sistema che avrebbe protetto il cittadino comune dalla distruzione in un attacco missilistico nucleare, non abbia potuto vincerlo. Ma nessuno ci pianse sopra, e per una ragione: perché ognuno, ogni adulto senziente che si preoccupava di informarsi su simili cose, sapeva che il premio Nobel per la Pace, quando assegnato a una figura politica, è un grande e prestigioso premio assegnato dai liberal ai liberal».

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giovedì, ottobre 08, 2009

Il Lodo Alfano e le due sinistre

di Fausto Carioti

Ha vinto il partito di Repubblica. Esultano Antonio Di Pietro e il clan giustizialista di Micromega. Sotto palazzo Chigi, ieri sera, è rispuntato persino qualche timido gruppo di girotondini, increduli per il regalo ricevuto dai giudici costituzionali. Hanno perso (soprattutto) Giorgio Napolitano e il Pd. Insomma, avrà pure le sue ragioni Silvio Berlusconi a dire, come ha fatto ieri sera, che «la Consulta è di sinistra» e che «il Capo dello Stato tutti sanno da che parte sta». Ma la verità è che di «sinistre», stavolta, ce ne sono state due.

Una è la sinistra dell’odio antropologico, erede del vecchio partito d’azione, che ha sempre visto Berlusconi come un barbaro invasore, tanto più meritevole di essere abbattuto quanto più forte è il suo consenso elettorale. Una sinistra che è ben rappresentata anche nella Corte Costituzionale e che si specchia nel commento scritto su Repubblica di ieri dal giurista democratico torinese Franco Cordero, nel quale Berlusconi è paragonato al Führer e l’immunità garantita dal lodo Alfano è usata per evocare «la scalata hitleriana 1933-34». L’altra è la sinistra della paura. La paura di Napolitano di creare un clima ancora più mefitico e in particolare di danneggiare il Pd, il quale a sua volta ha il terrore di dovere affrontare nuove elezioni in tempi brevi. Neanche troppo di nascosto, questa sinistra sperava che il lodo Alfano uscisse più o meno intatto dall’esame della Consulta.

È questo il motivo per cui ieri, appresa la sentenza, nessuno dei dirigenti del Pd si è sognato di chiedere a Berlusconi di fare un passo indietro, e tantomeno di invocare il ritorno alle urne. Tutt’altro: «Mi aspetto che Berlusconi continui a fare il suo mestiere aspettando il procedimento e che si concentri un po’ di più sui problemi del Paese», ha commentato a caldo Pier Luigi Bersani, che più chiaro di così non poteva essere.

Perché Berlusconi, contro chi vuole usare la bocciatura del Lodo Alfano per sbatterlo fuori dalla politica (e possibilmente in carcere) innanzitutto può giocare la carta del «resistere, resistere, resistere» (a palazzo Chigi). Poi, se le cose dovessero mettersi davvero male, potrà sempre forzare la mano al Quirinale e puntare dritto verso il voto. È in casi come questo, quando si trova spalle al muro, che il Cavaliere dà il meglio di sé. Come scrisse attonito, dopo le elezioni del 2006, l’ex direttore dell’Unità Giuseppe Caldarola, «il Caimano non si è mai arreso. Più lo butti giù più si tira su. Sembra l’ultimo giapponese, poi scopri che nella giungla ha addestrato guerriglieri senza paura. C’è un esercito di fedeli, la più affollata setta del mondo, disposti a seguirlo».

Certo, il giudizio del popolo è una strada pericolosa per Berlusconi. Per avere le elezioni anticipate dovrà svenarsi per venire incontro alle richieste degli alleati, convincere i parlamentari a lasciare l’incarico senza aver ottenuto il diritto al vitalizio (quello si guadagna dopo due anni e mezzo di legislatura) e chiedere il voto agli italiani nel momento più difficile della sua vita. Ma le elezioni anticipate sono una minaccia soprattutto per il Partito democratico: le urne rischiano di segnare la resa all’avanzata dell’Idv e dell’Udc e il ritorno sulla scena dei partitini dell’estrema sinistra. Napolitano lo sapeva bene, e non è solo per amore dell’armonia istituzionale che si era permesso di far presente ai giudici costituzionali i rischi connessi alla bocciatura del Lodo. Non è stato ascoltato.

Il round di ieri è andato invece ai cento giuristi capitanati dagli ex presidenti della Consulta Valerio Onida e Gustavo Zagrebelsky, che nel luglio del 2007 lanciarono l’appello contro il Lodo Alfano apparso su Repubblica. Lì si lessero per la prima volta quelle argomentazioni che, nonostante siano state contestate da molti altri giuristi, ieri sono fatte proprie dalla Corte Costituzionale.

Così ora Berlusconi ha gioco facile nel dichiararsi vittima di una congiura ordita da chi cerca da anni di eliminarlo con tutti i mezzi. Gettati i panni dello statista prudente, può tornare a indossare l’abito preferito: quello del politico che parla al cuore e alla pancia degli elettori. Ha già iniziato a farlo, dicendo ciò che pensa della Consulta e del Quirinale. Sa di avere perso, ma sa anche che da ieri c’è chi rischia più di lui. Soprattutto sa che la guerra è lunga e che adesso può ricominciare a fare il gioco che gli riesce meglio.

© Libero. Pubblicato l'8 ottobre 2009.

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mercoledì, ottobre 07, 2009

Berlusconi e il rischio del voto anticipato

di Fausto Carioti

Il voto anticipato è lo spauracchio che in queste ore uomini vicini a Silvio Berlusconi stanno agitando per far capire ad alleati, avversari, giudici della Consulta, Quirinale e ciò che resta dei cosiddetti “poteri forti” di essere pronti a combattere con il coltello tra i denti pur di non farsi sfilare il governo del Paese. Se la Corte Costituzionale, invece di invitare esecutivo e Parlamento a “correggere” il Lodo Alfano, dovesse davvero impallinarlo,come profetizza Francesco Cossiga, il processo al presidente del Consiglio sul caso Mills ricomincerebbe subito. In questo caso, nessun bookmaker accetterebbe puntate sulla condanna di Berlusconi: il destino giudiziario del premier sarebbe segnato. Quello politico, no. Il leader del PdL avrebbe tutto l’interesse a trascinare il suo partito alle elezioni, in cerca di quella legittimazione popolare che gli restituirebbe la verginità politica violata dalle toghe «eversive». Ma si tratta di una strada rischiosissima, che potrebbe anche condurre alla scomparsa definitiva del berlusconismo. Quando si lascia il passo ai tecnici per portare il Paese al voto, si innescano meccanismi che tendono a prolungare la legislatura ben oltre il prevedibile. E in Italia (pure a pochi metri da Berlusconi) c’è chi non aspetta altro.

Il premier è convinto di avere ancora dalla sua la maggioranza del Paese. I sondaggi lo confortano. Gli ultimi dati di Crespi Ricerche assegnano al blocco PdL-Lega il 49% delle intenzioni di voto, che diventano il 50% se si aggiunge l’Mpa di Raffaele Lombardo. Sul fronte opposto, Partito democratico, Italia dei Valori e Lista Pannella non superano il 35%. Anche aggiungendo il 6,3% accreditato all’Udc, il divario resta abissale. Altri istituti danno numeri diversi, ma non di molto. Per questo, in caso di bocciatura del Lodo Alfano, una delle ipotesi sul tavolo di Berlusconi prevede di dichiarare chiusa l’esperienza del governo e di chiedere a Giorgio Napolitano di sciogliere le Camere e indire le elezioni. L’opposizione, che avrebbe a portata di mano l’occasione di sbarazzarsi dell’odiato nemico, salirebbe sulle barricate per ottenere dal Quirinale che a condurre il Paese al voto non sia il governo Berlusconi, ma un altro esecutivo. Richiesta che Napolitano difficilmente rifiuterebbe. Si avrebbe così un governo tecnico, non politico, nel cui programma figurerebbero quelle riforme economiche necessarie per consentire al Paese di reggere i colpi di coda della recessione. Solo dopo, semmai, si provvederebbe a tornare al voto.

Ma la storia, anche recente (governo Dini, anno 1995), insegna che per certi esecutivi vale la massima di Giuseppe Prezzolini, per cui in Italia «nulla è stabile fuorché il provvisorio». Una volta insediato un simile governo, la tentazione di usarlo per far scomparire Berlusconi dalla scena politica sarebbe troppo forte. Ai difensori della Costituzione materiale, convinti che le istituzioni italiane siano ormai modellate sul bipolarismo, si opporrebbero i costituzionalisti democratici, difensori della Costituzione formale, convinti che vada bene qualunque governo abbia ottenuto una qualunque maggioranza parlamentare. Lunga vita al governicchio, allora.

Il pressing su Napolitano è già iniziato. Corriere della Sera, Stampa e Sole-24 Ore si sono schierati contro il ritorno alle urne, bollando come irresponsabile la voglia berlusconiana di voto anticipato. Un atteggiamento che - non a caso - riflette quello di Confindustria, Abi e Banca d’Italia. Oggi questi ambienti difendono il diritto-dovere di Berlusconi di governare sino alla fine della legislatura. Ma è quest’ultima che intendono proteggere, non certo l’esecutivo. Se Berlusconi dovesse lasciare palazzo Chigi, un’ora dopo invocherebbero un governo che sappia raffreddare gli animi, tranquillizzare i mercati in una frase così delicata e chi più ne ha più ne metta.

Berlusconi potrebbe uscirne integro facendo leva sulla sua ampia maggioranza parlamentare, e cioè chiedendo agli uomini che ha fatto eleggere di non prestarsi a simili operazioni. Ma la verità è che certezze sulla loro collaborazione non ne ha nemmeno lui. L’unica sicurezza, anzi, è che gli attuali senatori e deputati non hanno alcuna voglia di chiudere la loro esperienza parlamentare in anticipo. Non prima, almeno, di essere stati in carica per metà della legislatura, cioè due anni e mezzo, quanto basta per maturare il diritto al vitalizio una volta compiuto il sessantacinquesimo anno di età. Molti di loro sanno bene che non sarebbero rieletti, e sono pronti a fare di tutto per prolungare l’incarico quanto più possibile. La loro voglia di restare aggrappati allo scranno si sommerebbe alla esigenza del Pd di non andare subito al voto, perché le elezioni in tempi rapidi servirebbero solo a rafforzare l’Italia dei Valori e l’Udc e a resuscitare i partiti della sinistra estrema, a spese del Partito democratico. Una situazione che Napolitano ha ben presente. Meglio, per Massimo D’Alema e compagni, prendere tempo, lasciando che a occuparsi di Berlusconi siano i magistrati. Nel PdL, infine, questa attesa sarebbe benedetta da tanti come l’occasione giusta per uscire allo scoperto e giocarsi la partita della successione a Berlusconi.

Il quale, stando così le cose, ha davvero una lunga serie di ottimi motivi per sperare che la Consulta non bocci il Lodo Alfano. In caso di verdetto negativo, infatti, più che alla fine anticipata della legislatura si rischia di assistere alla fine anticipata dell’avventura politica del Cavaliere.

© Libero. Pubblicato il 7 ottobre 2009.

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Addio a Obama l'idealista

di Fausto Carioti

La leggenda metropolitana più in voga negli ultimi tempi è stata quella di Barack Obama presidente dai grandi ideali. Da contrapporre al suo predecessore, il bovaro texano George W. Bush, che faceva le guerre per arricchire la Hulliburton, la Exxon e le altre grandi compagnie americane. Ecco, dopo nemmeno nove mesi dal suo insediamento, Obama il grande idealista non c’è più. Svanito. I pochi che ancora non ne hanno preso atto sono pregati di fare i conti con la realtà, sporca e cattiva come sempre: ieri la Casa Bianca ha fatto sapere che il Dalai Lama, appena arrivato a Washington, non sarà ricevuto dal presidente. Né in forma privata, tantomeno in veste ufficiale. Obama gli ha sbattuto la porta in faccia. Il 74enne leader religioso del Tibet, premio Nobel per la pace, sarà carino e simpatico quanto vuoi, ma è inavvicinabile perché su di lui pesa il veto del regime di Pechino. E poi non ha nemmeno il dono dell’opportunità: il presidente statunitense tra un mese sarà in visita in Cina, e non è il caso di guastare sin d’ora il grande evento. La causa tibetana può attendere.

Chi accredita il Dalai Lama come interlocutore politico, infatti, entra automaticamente nella lista nera di Hu Jintao, presidente della Repubblica popolare cinese. Jintao è il leader di un Paese in cui i diritti umani semplicemente non esistono, tanto che chiunque può essere incarcerato senza processo. Sotto il controllo militare del regime di Pechino gli abitanti della regione autonoma del Tibet - quelli che non stati rinchiusi in carcere - sono chiamati a seguire corsi di «educazione patriottica», dove ai partecipanti è chiesto di firmare denunce scritte contro il Dalai Lama. Ma soprattutto Jintao è il leader della nuova grande potenza economica e politica mondiale. Gli investitori cinesi controllano titoli del Tesoro americano per oltre 800 miliardi di dollari, pari a un quarto del debito pubblico statunitense collocato all’estero. Questo basta a far passare in secondo piano tutto il resto. Un portavoce di Jintao, il mese scorso, aveva lanciato l’avvertimento: il governo di Pechino «si oppone» a un incontro tra Obama e il Dalai Lama. Ricevuto il messaggio, il presidente americano si è adeguato.

È un modo di fare che qui in Italia conosciamo bene. Silvio Berlusconi, nei periodi in cui è stato presidente del Consiglio, ha ricevuto il Dalai Lama solo nel 1994, e l’incontro è avvenuto sotto forma di semplice visita privata. Nel 2003 e nel 2009 la guida spirituale del Tibet buddista è tornata in Italia, ma non è riuscita a incontrare il Cavaliere. Un diniego bipartisan: disgustando i suoi alleati del partito radicale, Romano Prodi nel dicembre del 2007 spiegò con la ragion di Stato il suo rifiuto a ricevere l’ingombrante ospite: «Bisogna usare prudenza. Ho la responsabilità di un Paese e devo rendermi conto delle conseguenze finali delle mie azioni».

Ora, che a fare simili ragionamenti siano i politici di casa nostra, peraltro imitati dalla gran parte dei loro colleghi internazionali, non stupisce nessuno. Ma diventa una signora notizia quando a certe vecchie ipocrisie ricorre il leader della superpotenza americana, nonché alfiere del «mondo nuovo» in cui gli ideali di Libertà e Giustizia avrebbero dovuto rimpiazzare i compromessi al ribasso sulla pelle degli oppressi. Concita De Gregorio, direttrice dell’Unità, ha presentato Obama ai suoi lettori come il presidente che «con tranquilla disinvoltura scardina il vecchio mondo». Vittorio Zucconi, su Repubblica, ha fatto credere a qualcuno che Obama avrebbe offerto alla comunità internazionale un «nuovo inizio». Come no.

Meglio di tutti, come sempre in questi casi, è riuscito a fare Furio Colombo, in un articolo per l’Unità: «Obama ha rovesciato la frase “purtroppo la politica ci costringe a…” in “per fortuna la politica ci chiede di…”. Il patto con l’America è anche un patto con il mondo. E questo è il senso magico dell’attesa», scriveva Colombo commuovendo i suoi lettori. I quali, però, adesso dovrebbero essere svegliati dall’estasi mistica e informati, con il dovuto tatto, che Colombo non ci aveva capito nulla, e che Obama ha appena detto che “purtroppo la politica” lo costringe a non incontrare il Dalai Lama. Il «Mondo nuovo» esisteva solo nelle favole con cui i compagni italiani cercavano di evadere dalla onnipresenza berlusconiana.

«Cosa deve pensare un monaco o una suora buddista rinchiuso in prigione nell’apprendere che Obama non riceve il leader spirituale tibetano?» si è chiesto a Washington il deputato repubblicano Frank Wolf. Domanda retorica, la risposta già si sa: deve pensare che a Obama non importa nulla. A proposito: l’unico presidente statunitense che ha ricevuto il Dalai Lama, sfidando le ire del regime cinese (e fregandosene), è stato George W. Bush. Quello stupido e senza ideali.

© Libero. Pubblicato il 6 ottobre 2009.

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giovedì, ottobre 01, 2009

Quello che la D'Addario non dice

di Fausto Carioti

Patrizia D’Addario è ormai un vero e proprio personaggio politico, e non certo per l’improvvida decisione di candidarla alle ultime elezioni comunali baresi nella lista “La Puglia prima di tutto”, sotto le insegne del Popolo della Libertà. È un personaggio politico perché politico è il valore delle sue parole, usate per screditare Silvio Berlusconi. Politici sono tutti i giornali che la intervistano e politici sono i talk show che la ospitano, come farà Anno Zero di Michele Santoro, stasera nel ruolo dell’intervistatore finale. Lei, da brava attrice, sta sempre al gioco: concede ai giornalisti - sinora tutti compiacenti - la frase per il titolo giusto. Politici sono i suoi interlocutori, ai quali lancia messaggi in codice, lasciando intendere di sapere molti fatti che non ha ancora raccontato, che però potrebbe svelare se le cose non dovessero andare come lei vuole.

Come quando, intervistata sul Manifesto del 15 settembre, ha detto che il suo obiettivo immediato è costruire il suo residence, quello per cui aveva chiesto l’intervento di Berlusconi. «Spero che presto si sblocchi il problema amministrativo che lo blocca. Altrimenti racconterò la sua storia vera», ha detto. Qui il manuale del piccolo giornalista insegna che l’intervistatore deve scavare: «Scusi, di quale “storia vera” sta parlando? Ci sono cose che non ha ancora detto? Sta forse lanciando messaggi obliqui, o minacce, a qualcuno?». Ma la compagna del Manifesto era troppo occupata a elevare la D’Addario a emblema della «prostituzione al tempo del postfordismo» per mettersi a fare la giornalista sul serio.

Perché la verità è che a nessuno frega nulla di chi sia davvero questa signora, quali le motivazioni che la spingono, quali le contraddizioni - tantissime - della sua storia. La D’Addario non è un individuo, ma un randello da dare in testa al premier. E se lei è un personaggio controverso, se oggi dice una cosa e domani un’altra, se le testimonianze raccolte rendono lecito ogni dubbio sulle sue intenzioni, pazienza: basta non spargere la voce. La D’Addario può servire allo scopo solo se venduta al pubblico come la povera ragazza vittima di un gioco più grande di lei. E così avviene. Lei, che ha capito di essere davanti all’ultimo treno della sua carriera, il più importante di tutti, l’ha afferrato al volo. Ha fatto la sua parte ovunque: sul Lido di Venezia durante la Mostra del Cinema, ospite d’onore nelle discoteche di Parigi, intervistata sugli schermi della tv australiana Abc e sulle pagine del seriosissimo Financial Times.

La tacita alleanza tra lei e chi l’ha intervistata ha consentito alla finzione di andare avanti per mesi. Come ogni personaggio politico, però, è giusto che anche lei sia chiamata a rispondere delle sue azioni, e non solo sulle dimensioni del lettone di Vladimir Putin e sull’arredamento di palazzo Grazioli. Se un personaggio simile viene invitato in prima serata sulle reti del servizio pubblico, se alle sue parole viene data tanta importanza da usarle per destabilizzare un presidente del Consiglio, è giusto capire chi è davvero e cosa vuole, illuminare i suoi lati oscuri.

Chi è Patrizia D’Addario? Lei assicura di non essere una prostituta. Però ammette di aver fatto sesso per soldi e di aver frequentato gli harem degli sceicchi del Dubai. Se questa non è prostituzione, cosa è? Dice di non recitare mai. Ma pochi anni fa aveva detto l’esatto contrario: «Sono attratta dalla simulazione e dalla dissimulazione». Dice di non essere una ricattatrice. Ma intanto, da anni, registra ogni suo incontro, e afferma di aver parlato dei suoi incontri con il premier solo perché lui non ha sbloccato la pratica del progetto edilizio di cui lei gli aveva parlato.

Perché sta facendo tutto questo? Per un grande bisogno di verità, come vogliono farci credere i suoi agiografi, o perché ci sta guadagnando sopra, concedendo interviste, scrivendo libri e facendo comparsate ovunque? Perché in questo caso sarebbe interesse della signora tirarla per le lunghe e ricamare il più possibile attorno ai fatti. E tutti i soldi che ha fatto sinora con la sua attività di escort, da Bari a Roma passando per il Dubai, li ha in qualche modo dichiarati al fisco o se ne è guardata bene? Perché anche questo - i moralisti insegnano - dice molto sull’etica del personaggio.

La speranza è che su tutti questi punti sia fatta luce al più presto. A partire dalla puntata di Anno Zero di stasera, dove la D’Addario sarà l’ospite più atteso. Nel caso Santoro non avesse tempo per pensarci sopra, dieci domande per lei sono già qui, pronte. Anche per capire se e quanto la signora meriti di essere presa sul serio da chi paga il canone.

© Libero. Pubblicato il 1 ottobre 2009.

Qui (nella seconda pagina) le dieci domande alla signora.

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Quello che vuole mandare in galera i giornalisti

E' Barack Obama. Ce lo racconta il New York Times di oggi.
«L'amministrazione Obama ha detto ai legislatori di essere contraria alla legislazione che proteggerebbe i giornalisti dall'essere incarcerati se si rifiutano di rivelare le fonti confidenziali che hanno fatto trapelare notizie sulla sicurezza nazionale».
Il resto qui.

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