martedì, settembre 22, 2009

Da Bagnasco critiche a Berlusconi e applausi al governo

di Fausto Carioti

Leggere nelle parole pronunciate ieri da monsignor Angelo Bagnasco una critica a Silvio Berlusconi è esercizio facile, che però racconta solo metà della storia. Bagnasco, nella sua prolusione ai lavori del Consiglio episcopale permanente, ha espresso una critica su certi comportamenti della classe politica, nei quali rientrano senza dubbio anche le vicende attribuite al presidente del consiglio. Ma la condanna morale per i passatempi di Berlusconi (peraltro mai citato per nome) avrebbe anche potuto essere molto più dura, come avevano chiesto certi settori della Chiesa. Soprattutto, il governo ieri ha incassato un apprezzamento per la linea tenuta sulle questioni bioetiche. I vizi privati del premier, nel discorso di Bagnasco, risultano così compensati dalle virtù pubbliche riconosciute al suo esecutivo. Se è vero che la Chiesa italiana è appena entrata nell’era del dopo-Ruini, simboleggiata dalle dimissioni di Dino Boffo dalla direzione dei media della Cei, e che tutti si chiedono quale sarà da ora in poi la nuova linea, oggi forse il PdL può guardare alle manovre in corso con qualche timore in meno. Anche se tirare le somme adesso sarebbe un errore: lo scontro tra la Commissione episcopale e la segreteria di Stato vaticana, che ruota proprio attorno al modo con cui la Chiesa deve porsi dinanzi alla politica italiana, non si è concluso con la defenestrazione di Boffo, e prosegue durissimo. Resta ancora da capire, infatti, quale sarà in futuro il grado di "ingerenza" dei vescovi italiani, e quanto, tra loro, crescerà di peso la componente progressista.

Ieri, comunque, da Bagnasco la sinistra si attendeva di più. Come era ovvio, il presidente della Cei ha affrontato l’argomento delle dimissioni del direttore di Avvenire, ma l’ha fatto senza attaccare il premier ed evitando di chiamarlo direttamente in causa. Sui comportamenti privati dei politici ha preferito invocare «misura e sobrietà», ed è chiaro con chi ce l’avesse, ma l’ha fatto senza lanciare condanne né scomuniche. Anzi, ha ribadito che «la Chiesa resta con chiunque amica».

Mentre l’appoggio per quanto fatto dal governo sui cosiddetti temi etici è evidente, e qui a incassare il colpo sono Gianfranco Fini e gli altri che vogliono portare il parlamento su posizioni che la Chiesa ritiene inaccettabili. Sulla legge che regola il fine-vita Bagnasco è stato chiaro: il testo varato dal Senato, che Fini e i suoi si sono impegnati a cambiare alla Camera, deve essere considerato «prezioso, perché dice la volontà di assicurare l’indispensabile nutrimento vitale a chiunque». Sulla Ru486, la pillola abortiva, il capo dei vescovi ha chiesto un «dibattito parlamentare» per «arrivare ad una maggiore verità sul farmaco stesso, e su ciò che ha già obiettivamente causato anche in varie altre nazioni». Anche qui, impossibile non vedere una replica al presidente della Camera. Il quale, a Maurizio Gasparri che chiedeva un’indagine parlamentare sulla pillola, aveva risposto: «Non vedo cosa c’entri il Parlamento». Sull’immigrazione, infine, accanto alle perplessità su alcune norme contenute nel pacchetto sicurezza, Bagnasco ha espresso apprezzamento per la sanatoria destinata alle badanti.

Per tutti questi motivi, chi per conto di Berlusconi tiene i contatti con le gerarchie ecclesiastiche ieri ha tirato un sospiro di sollievo, perché «in fin dei conti poteva andare molto peggio. Bagnasco poteva cedere alle tante richieste che gli erano state fatte. Invece ha scelto di tenere la barra dritta nonostante le dimissioni di Boffo siano state per loro un evento gravissimo».

Passerà tempo, però, prima di capire che volto avrà la Chiesa italiana del dopo-Ruini. Non è ancora chiaro se e quanto la Cei e il suo quotidiano, Avvenire, si avvicineranno al modello della segreteria di Stato vaticana del cardinale Tarcisio Bertone e dell’Osservatore Romano, che seguono la linea della non ingerenza negli affari politici italiani, che si tratti del caso di Eluana Englaro o delle dimissioni di Boffo. La tensione tra Bagnasco e Bertone è altissima. Ed è ancora da vedere quanto il colpo sferrato al direttore di Avvenire potrà spostare a sinistra l’asse della conferenza episcopale. Di sicuro, i vescovi progressisti e tutto quel mondo ecclesiastico vicino all’opposizione, che erano stati messi all’angolo dal successo delle iniziative del centrodestra, come il Family Day e il decreto "salva-Eluana", adesso hanno ritrovato la voce.

La sinistra è ben rappresentata tra i vescovi, ma il Consiglio episcopale permanente (l’organo di autogoverno dei vescovi) ha un indirizzo moderato. Le prossime nomine, però, potrebbero spostare certi equilibri. Una promozione "pesante" potrebbe essere quella di monsignor Vincenzo Paglia, presidente della commissione per l’ecumenismo, a vicepresidente del Consiglio episcopale. Personaggio di carisma, Paglia è gradito alla sinistra e rappresenta un punto di riferimento per la potentissima comunità di Sant’Egidio e per Francesco Rutelli, dato in fuoriuscita dal Pd e intento a creare una nuova forza di centro. Sarà importante anche la nomina del successore di Boffo alla guida di Avvenire, data per imminente. Ad esempio, una soluzione di compromesso come quella del costituzionalista Cesare Mirabelli, vicino al direttore dell’Osservatore Romano Giovanni Maria Vian, garantirebbe una direzione di alto profilo, ma non potrebbe replicare un quotidiano di battaglia come quello fatto per anni da Boffo.

© Libero. Pubblicato il 22 settembre 2009.

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lunedì, settembre 21, 2009

Primo miracolo di Obama: la riabilitazione di Bush

di Fausto Carioti

La riabilitazione di George W. Bush sta avvenendo prima di quanto si potesse prevedere. E il merito è tutto del suo successore, Barack Obama. Il Messia che avrebbe dovuto rivoluzionare le nostre vite sinora è riuscito solo a cambiare la percezione che gran parte del consorzio umano aveva di Bush. Il quale, neanche un anno dopo l'addio alla Casa Bianca, sta dimostrando di avere azzeccato almeno la sua scommessa più grossa: il conflitto in Iraq. In Mesopotamia parlare di pacificazione in atto, e quindi di missione in via di riuscita, oggi non è più un azzardo. Mentre Obama, sino ad adesso, in politica estera non è stato baciato dal successo. A partire dall'altra guerra, quella in Afghanistan, nella quale ha investito tutta la sua credibilità senza produrre, sinora, alcun risultato. Mentre Israele e i Paesi dell'est europeo, in teoria i più interessati a un rapporto stretto con gli Stati Uniti, scrutano con inquietudine crescente le mosse della Casa Bianca.

Bush, a conti fatti, il suo dovere l'ha fatto, e di fronte aveva sfide enormi. Ma, alla fine, Al Qaeda è stata messa all'angolo; Bin Laden, se è vivo, passa i suoi giorni nascosto; l'ipotesi di un attentato terroristico sul territorio degli Stati Uniti appare improbabile; l'Iraq si sta avviando a essere un posto decente. Da quando si è insediato il suo successore, invece, il mondo è diventato un posto meno sicuro.

L'Afghanistan si conferma di essere un verminaio (ieri è rispuntato il mullah Omar per dire che il suo Paese è stato la tomba degli invasori «dai tempi dell'aggressione di Alessandro»), ma il nuovo presidente americano non sembra avere in mano la situazione. È stretto tra il martello dei vertici militari, che chiedono più soldati, e l'incudine dell'opinione pubblica, contraria a spedire altri marines. Un atteggiamento che irrita anche i pacifisti. Ieri il regista Michael Moore ha attaccato Obama: «Deve decidere se quella in Afghanistan è una guerra di Bush o una guerra sua. Sembra sia diventata la sua». A modo suo, il simpatico grassone coglie un aspetto decisivo: per una superpotenza non avere una direzione chiara è peggio che averne una sbagliata.

L'Iran intanto tira dritto. Entro il 2010 i suoi impianti avranno prodotto abbastanza uranio arricchito da poter costruire una testata atomica. Allarmato, il think tank Bipartisan Policy Center, nei giorni scorsi, ha consegnato a Obama un rapporto in cui si legge che «un Iran dotato di armi nucleari non solo rappresenterebbe una minaccia per gli Stati Uniti e i suoi alleati. Incoraggerebbe i gruppi terroristici sponsorizzati dall'Iran, destabilizzerebbe la regione, sconvolgerebbe i mercati globali dell'energia e innescherebbe un'onda di proliferazione nucleare in tutto il Medio Oriente». Il consiglio a Obama è di rompere immediatamente gli indugi: «Solo una credibile minaccia militare da parte degli Stati Uniti può rendere possibile una soluzione pacifica». Il presidente americano punta invece deciso sulla soluzione diplomatica: il primo ottobre, in Turchia, inizieranno i colloqui con l'Iran. Il cui governo, però, ha già fatto sapere che intende parlare di tutto, tranne che di rinunciare al programma nucleare.

L'opinione pubblica israeliana ha già identificato Obama come il vero nemico: troppo incline a schierarsi con i palestinesi della West Bank, troppo inerte davanti alle minacce iraniane. E lo stato di Israele, messo nel mirino dal presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, ha capito che dovrà cavarsela da solo. Il piano per bombardare le installazioni nucleari iraniane è pronto da tempo. Secondo il Wall Street Journal l'attacco avverrà entro la primavera, comunque prima che in Iran arrivino le batterie antiaeree russe S-300 promesse da Vladimir Putin, che renderebbero proibitivo il blitz israeliano. «Sappiamo che il tempo sta finendo», ha detto nei giorni scorsi a Washington Yuval Steinitz, ministro delle Finanze israeliano.

L'unica decisione di politica internazionale presa sinora da Obama, la rinuncia alla scudo antimissile che il suo predecessore George W. Bush voleva installare nell'Europa orientale, ha già creato una frattura con Polonia e Repubblica Ceca, che accettando di ospitare le installazioni di difesa statunitensi avevano sfidato le ire della Russia, e ora accusano Obama di averle abbandonate. La prossima volta, loro e gli altri Paesi dell'est europeo ci penseranno bene prima di fare qualcosa per gli americani.

Il voltafaccia sullo scudo è stato deciso da Obama per ricucire i rapporti con Mosca e avere il via libera del consiglio di sicurezza dell'Onu alle nuove sanzioni che gli Stati Uniti vogliono proporre contro l'Iran, se proseguirà la sua corsa nucleare. La Russia però intende mettere il veto e Sergei Lavrov, ministro degli Esteri, ha assicurato che nemmeno la rinuncia allo scudo antimissile può convincere il suo governo a cambiare idea. Vedremo se è vero. Di sicuro, alla Russia l'instabilità creata dall'Iran di Ahmadinejad piace, se non altro perché spinge all'insù i prezzi del petrolio e del gas, che per il Cremlino sono l'unica vera fonte di guadagno. Il gioco, insomma, si sta facendo duro, e presto si capirà se Obama è abbastanza duro da poter giocare. Al momento, dubitare è lecito.

© Libero. Pubblicato il 20 settembre 2009.

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sabato, settembre 19, 2009

Il Pd fa l'amerikano

di Fausto Carioti

Ci volevano Concita De Gregorio e Massimo D’Alema per riempire due pagine dell’Unità con un’intervista sulla guerra in Afghanistan nella quale si parla di tutto tranne che dell’unica cosa vera, quella da cui dipende l’atteggiamento del Pd: Barack Obama, ultimo oggetto di devozione rimasto alla sinistra italiana. Il presidente statunitense, che ha puntato tutte le sue carte sulla pacificazione di Kabul, di defezioni e tentennamenti non vuole sentire parlare. E gli ex comunisti, fedeli alla linea atlantica come un tempo lo erano al patto di Varsavia, si adeguano. Il rapporto con Washington, per loro, non è mai stato importante come oggi.

Dalle parti del Partito democratico italiano la consegna è chiara: stare al fianco degli Stati Uniti, il cui nuovo ambasciatore, David H. Thorne, è entrato da pochi giorni in carica a Roma e ha già iniziato il suo giro di consultazioni più o meno ufficiali. Questa manifestazione di amicizia incondizionata, però, andrebbe esercitata senza perdere di vista i pochi elettori rimasti al Pd. I quali, se venissero a sapere che il loro partito ha l’esigenza di superare il governo Berlusconi in filoamericanismo, non gradirebbero. Così si è deciso di muovere qualche critica di facciata a come viene gestita la missione militare in Afghanistan, ma guardandosi bene dal tirare in ballo il suo responsabile politico, il presidente Obama. Tantomeno ci si azzarda a chiedere il ritiro dei nostri soldati.

L’attuale e massiccio impiego di soldati in Afghanistan, infatti, non porta la firma di George W. Bush, che pure aveva iniziato il conflitto, ma quella del suo successore democratico. Già la campagna elettorale di Obama per la presidenza degli Stati Uniti era stata giocata, sotto il profilo della politica estera, proprio sulla contrapposizione tra la “guerra sbagliata”, quella in Iraq, e la “guerra giusta”, combattuta a Kabul e dintorni, sulla quale bisogna investire tutto. Per affrontare quest’ultima nel modo migliore Obama ha confermato al suo posto Robert Gates, che già era stato segretario alla Difesa nell’amministrazione Bush e da lì aveva gestito la seconda fase della guerra in Iraq e in Afghanistan. Obama ha poi chiamato a guidare le truppe sul campo il generale Stanley McChrystal, uno che si è fatto la fama di duro a Bagdad e che basa la sua strategia su un impiego oneroso di truppe, americane ed alleate.

Quanto a noialtri, Obama e il suo vice, Joe Biden, hanno sempre detto che avremmo dovuto svolgere un ruolo importante nello scenario afghano. Nel programma con cui hanno vinto la corsa alla Casa Bianca si leggeva: «Le alleanze tradizionali dell’America, come la Nato, debbono essere trasformate e rafforzate, anche su materie di sicurezza comune come l’Afghanistan, la sicurezza nazionale e la lotta al terrorismo. Rinnoveremo le alleanze e ci assicureremo che i nostri alleati contribuiscano con una giusta quota alla nostra sicurezza reciproca». Insomma, prima ancora di essere eletti già si preparavano a chiederci di fare di più. Concetto ribadito dinanzi al Senato americano, un mese fa, proprio da Thorne: «Se sarò confermato ambasciatore, incoraggerò l’Italia a continuare il suo impegno per fornire personale militare e aiuti alla ricostruzione e allo sviluppo per l’Afghanistan e il Pakistan».

Togliere i nostri soldati da laggiù, come vorrebbe la grandissima parte degli elettori di sinistra (e pure una fetta consistente di quelli di destra), o anche ridurre la nostra presenza, è un’opzione che per Washington, semplicemente, non esiste. Anche perché McCrystal, tra pochi giorni, chiederà altri soldati a Obama, e la sua richiesta è condivisa da Mike Mullen, capo degli Stati maggiori della Difesa, e dal generale David Petraeus, responsabile delle operazioni in Medio Oriente. I vertici militari vorrebbero schierare sul teatro afghano altri quarantamila soldati, e per Obama non sarà facile accontentarli. L’opinione pubblica statunitense inizia a essere stufa del conflitto, quasi quanto quella italiana.

Piero Fassino, al pari dei suoi colleghi di partito, ha ben presente la situazione, e in queste ore smania per far vedere agli americani che il Pd è un amico più fedele del governo Berlusconi, dove c’è quell’inaffidabile di Umberto Bossi. Così ieri il responsabile esteri del Partito democratico ha inviato a Washington la professione di fede che si attendevano dal principale partito dell’opposizione italiana: «È giusto stare in Afghanistan, che di tutti è il territorio più esposto e più difficile», ha sancito pubblicamente Fassino, perché «garantire la sicurezza in Afghanistan vuol dire garantirla ovunque nel mondo». Allineato e coperto. Lo stesso Berlusconi non avrebbe saputo fare di meglio.

© Libero. Pubblicato il 19 settembre 2009.

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giovedì, settembre 17, 2009

L'omicidio di Sanaa e la "cittadinanza breve"

di Fausto Carioti

Hai voglia a dire, come fa il deputato finiano Fabio Granata, che il padre marocchino e islamico che ha ucciso la figlia, Sanaa Dafani, perché conviveva con un ragazzo italiano, «era residente legittimamente in Italia da oltre otto anni e con l’attuale normativa sarebbe diventato cittadino automaticamente». E che quindi «mescolare cittadinanza e fatti di criminalità rappresenta una grande operazione di disonestà intellettuale». A parte il fatto che la legge in vigore di anni di residenza, per ottenere la cittadinanza, ne richiede dieci, e che anche trascorsi questi non c’è nulla di «automatico», tanto che prima che il passaporto italiano venga concesso passano almeno altri due anni per fare i dovuti accertamenti. A parte questo, si diceva, Granata, presentatore della proposta di legge che punta a dimezzare i termini per la concessione della cittadinanza, portandoli a cinque anni di residenza, ha capito che l’omicidio di Pordenone rischia di diventare materiale incandescente dal punto di vista politico. E tenta di sterilizzare la polemica. Il problema, però, è giusto porselo. Senza limitarsi alla questione temporale, che pure è importante (più tempo uno risiede in Italia, migliore si presume possa essere la sua integrazione), e andando al cuore della questione: quando è che uno straniero diventa italiano? Cosa deve fare per dimostrare di meritare la nostra cittadinanza?

Le cronache ci dicono che lo sgozzatore, El Katawi Dafani, ha 45 anni, veste come un italiano, è un gran lavoratore e ha altre due figlie educatissime. Niente di nuovo: cose simili si dissero anche del padre della povera Hina Saleem, che per motivi identici nel 2006 ricevette dal padre lo stesso trattamento riservato a Sanaa. Persino gli attentatori islamici dell’11 settembre e quelli che hanno realizzato le stragi a Londra nel luglio del 2005, si è scoperto poi, avevano un aspetto tranquillizzante e «occidentalizzato». Ma non basta vestirsi come ci si veste nel Paese ospitante, vedere gli stessi film, ascoltare la stessa musica e lavorare sodo per essere "integrati". Occorre di più. E se questo è valido per tutti gli immigrati, per gli islamici lo è a maggior ragione.

Basta vedere gli studi realizzati regolarmente nei Paesi europei di più antica immigrazione. Un sondaggio commissionato nel Regno Unito dall’emittente Channel 4 dimostra che il 30% degli islamici con passaporto di Sua Maestà preferirebbe vivere sotto la sharia che sotto l’ordinamento inglese, mentre il 28% di loro è convinto che un giorno la Gran Bretagna diventerà uno Stato islamico e il 68% ritiene giusto condannare i loro concittadini inglesi che insultano l’Islam. In un altro sondaggio, dinanzi alla domanda: «Cosa ti consideri innanzitutto, un musulmano o un cittadino del tuo Paese?» l’81% degli islamici inglesi ha risposto di considerarsi islamico. Migliori, ma di poco, i risultati dei sondaggi condotti tra i musulmani francesi.

Insomma, anche se è politicamente scorretto ammetterlo, esiste un problema con il Corano. Libro in base al quale in ampie zone del mondo, ancora oggi, vengono perseguitati gli apostati, è impedito l’esercizio di altre religioni, sono lapidate le adultere, trattate come esseri umani di seconda categoria le donne e impiccati gli omosessuali. Usanze che iniziano a essere importate anche in Europa: nella Amsterdam un tempo tollerantissima il pestaggio delle coppie omosessuali è diventato sport diffuso da parte delle gang di immigrati musulmani. E in casa nostra le ragazze che adottano comportamenti contrari ai precetti del Profeta rischiano di fare la fine di Hina e Sanaa.

Davanti a un’immigrazione in gran parte islamica e viste le difficoltà a integrarsi incontrate dalle comunità musulmane in tutta Europa, dal legislatore è giusto pretendere un eccesso di prudenza, prima della concessione della cittadinanza italiana. Tempi non brevi, e soprattutto controlli accurati su cosa passa per la testa di chi chiede il nostro passaporto. Perché diventare cittadini italiani non è un "diritto" che si acquisisce, come ormai dicono tutti a sinistra e tanti a destra, ma un onore che deve essere sudato e meritato. Apparire «italiani» o vivere qui da otto anni non basta. Il padre di Sanaa, il suo sgozzatore, è lì a ricordarcelo. È l’unica lezione che possiamo trarre da questa brutta storia.

© Libero. Pubblicato il 17 settembre 2009.

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mercoledì, settembre 16, 2009

L'ambasciatore Thorne e l'Italia - 2a puntata

Qualcuno ricorderà la notiziola - pubblicata solo su questo blog e su Libero - delle dichiarazioni rese il 16 luglio, davanti alla Commissione Esteri del Senato americano, da David H. Thorne, all'epoca ambasciatore designato per l'Italia (e oggi in carica a tutti gli effetti). Diceva Thorne: «Anche se gli Stati Uniti e l'Italia cooperano strettamente su numerosi temi, ci sono, comunque, alcune posizioni della politica estera italiana che continuano a preoccuparci». Bene, proprio attorno a questa frase gira la prima intervista rilasciata da Thorne a un quotidiano italiano. E' apparsa oggi sul Corriere della Sera.

Segnalo in particolare il seguente botta e risposta:
Non è che tra le materie che preoccupano gli Stati Uniti c’è l’interesse del governo italiano, di Berlusconi, per l’oleodotto South Stream, caro alla Russia, invece che per il Nabucco?
«Va considerato tutto in un contesto ampio. Una delle più grandi preoccupazioni della politica americana è la dipendenza energetica del l’Europa. Che non dipenda da una sola fonte e che le diversifichi: Nord Africa, Iran, Russia... L’Italia è in procinto di riprendere il suo programma nucleare, ne ho parlato nei miei incontri e mi pare ci sia un interessante impegno del governo a farlo. Al Dipartimento di Stato, nel governo americano il timore riguarda l’Europa, non solo l’Italia».
Thorne è stato sin troppo carino. In realtà le cose sono un pochino più serie, ma la sua gentilezza è comunque da apprezzare. Di tutta questa roba, comunque, qui si parla da un pezzo.

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lunedì, settembre 14, 2009

Norman Borlaug (quello vero)

E' morto Norman Ernest Borlaug, ma questo immagino che lo sappiamo un po' tutti. Quello che non tutti sappiamo, perché nessuno si preoccupa di scrivercelo, è che Borlaug, scienziato statunitense e premio Nobel per la Pace nel 1970, era uno dei più tenaci difensori degli organismi geneticamente modificati. Ma è meglio che non si sappia in giro: la gente deve credere che a difendere gli Ogm siano solo le solite multinazionali brutte, sporche e cattive. Tanto che, a leggere certi "coccodrilli" nei quali la parola Ogm manco appare, un lettore poco informato potrebbe benissimo pensare che Borlaug fosse fatto della stessa pasta di Vandana Shiva. Non era così, per fortuna sua, nostra e del Terzo Mondo, che ha contribuito a sfamare.

Qui sotto, per gentile concessione delle Edizioni Lindau, pubblico la prefazione scritta da Borlaug per l'edizione italiana del libro di Henry Miller e Greg Conko "Il cibo di Frankenstein. La rivoluzione biotecnologica tra politica e protesta". Utile a capire bene chi fosse davvero Borlaug, senza farcelo spiegare da chi non lo conosceva o vuole raccontarci un Borlaug che non esisteva. (Qui per ordinare il libro).
di Norman E. Borlaug

Henry I. Miller e Gregory Conko hanno brillantemente raccontato come gli interessi personali, la cattiva scienza e l’eccessiva regolamentazione del governo abbiano profondamente compromesso le potenzialità della nuova biotecnologia. Questo libro è un invito all’azione per resistere a un processo politico pernicioso, che sta negando enormi vantaggi ai consumatori di tutto il mondo.

Tutta la vita implica il bilanciamento fra rischi e benefici. Nella nostra esperienza, e osservando quella degli altri, possiamo riconoscere i rischi di attività consuete e, a volte quasi a livello del subconscio, possiamo adattarci a questi rischi. Un bambino impara presto – a volte dolorosamente – che toccare un fornello caldo comporta un rischio elevato. Generalmente, senza pensarci molto, corriamo il rischio di essere attaccati dagli squali sulle spiagge. Gli accademici e gli esperti delle compagnie assicurative sono stati in grado di quantificare i rischi, per esempio, del fumare un pacchetto di sigarette al giorno, di andare al lavoro in macchina o di sottoporsi a un intervento chirurgico al cuore.

Il rischio è più problematico, quando ci troviamo di fronte ad attività o prodotti che non ci sono familiari. In assenza di esperienza sufficiente (ciò che gli scienziati definiscono «dati») per rendere sicura una valutazione del rischio, abbiamo la tendenza a diventare ansiosi e compensiamo la nostra mancanza di conoscenza sovrastimando il rischio.

Gli autori impiegano un apposito esempio contemporaneo per illustrare le politiche pubbliche impazzite – la regolamentazione negli Stati Uniti e all’estero della nuova biotecnologia, o gene-splicing, che ha grandi potenzialità per migliorare piante e microrganismi per l’agricoltura e la produzione di cibo. Henry I. Miller e Gregory Conko sostengono in modo persuasivo non solo che i vantaggi di questa tecnologia ne superano di gran lunga i rischi, ma anche che c’è stato un misero fallimento nella formulazione delle politiche pubbliche. Le conseguenze sono state – argomentano correttamente – una iper-regolamentazione di questa tecnologia e dei suoi prodotti, disincentivi alla ricerca e allo sviluppo, meno scelta e per i consumatori prezzi inflazionati.

In qualità di patologo vegetale e coltivatore, ho visto come gli scettici e i critici della nuova biotecnologia desiderino posporre la distribuzione di varietà di colture migliori, nella speranza che un altro anno, o un altro decennio, di test forniscano più dati, più conoscenza, più sicurezza. Ma più di mezzo secolo nel campo delle scienze agricole mi hanno persuaso del fatto che si dovrebbe utilizzare il meglio che abbiamo a portata di mano, riconoscendone difetti e limiti. Questa filosofia ha funzionato più spesso in positivo che in negativo, nonostante il costante pessimismo e l’allarmismo dei critici.

Ricordo il nostro impiego della tecnologia per sconfiggere
lo spettro della fame in India e in Pakistan negli anni ’50 e ’60. La maggior parte degli «esperti» pensava che la morte di massa per fame fosse inevitabile e ambientalisti come Paul Ehrlich a Stanford prevedevano che centinaia di milioni di persone sarebbero morte in Africa e in Asia nel giro di pochi anni «nonostante qualsiasi programma intrapreso». I finanziatori della nostra opera vennero messi in guardia contro lo spreco di risorse per un problema irrisolvibile.

Tuttavia, nel 1963, la Rockefeller Foundation e il governo messicano istituirono l’International Maize and Wheat Improvement Center (conosciuto attraverso l’acronimo spagnolo CIMMYT) e inviarono la mia squadra in Sud Africa per insegnare agli agricoltori locali come coltivare varietà di grano ad alta resa. Come risultato, a partire dal 1968 il Pakistan divenne autosufficiente nella produzione di grano e l’India pochi anni più tardi.

Mentre davamo origine a quella che divenne poi nota come la «rivoluzione verde», abbiamo dovuto affrontare il caos burocratico, la resistenza dei produttori locali di sementi, nonché secoli di costumi, abitudini e superstizioni degli agricoltori. Abbiamo vinto questi difficili ostacoli perché qualcosa di nuovo andava fatto. Chissà quante persone sarebbero morte di fame, se avessimo ritardato la commercializzazione delle nuove varietà di cereali ad alta resa e perfezionato le pratiche di gestione delle colture fino a che non avessimo potuto condurre dei test per escludere ogni ipotetico problema, e testarne la vulnerabilità a ogni tipo di malattia o infezione concepibili? Quanta terra, per la natura e l’habitat selvatico, e quanto humus sarebbero andati perduti se le pratiche più tradizionali e a rendimento inferiore non fossero state soppiantate?

Allora, Forrest Frank Hill, un vicepresidente della Ford Foundation, mi disse: «Godetevi questo momento, perché nulla del genere vi capiterà più. Alla fine, i signori del no e i burocrati vi soffocheranno, e voi non sarete in grado di ottenere il permesso per altre opere del genere» 2. Hill aveva ragione. La sua previsione anticipava l’era del gene-splicing che sarebbe giunta alcuni decenni dopo. Come Henry I. Miller e Gregory Conko descrivono nel loro volume, i signori del «no» e i burocrati ce l’hanno fatta. Se le nostre nuove varietà fossero state sottoposte al tipo di restrizioni e requisiti regolativi imposti contro la nuova biotecnologia, non sarebbero mai state disponibili.

Dal 1950 al 1992, la produzione mondiale di grano è cresciuta da 692 milioni di tonnellate prodotte su quasi 690.000 ettari di terreno coltivabile a 1,9 miliardi di tonnellate per 700.000 ettari – un aumento della produttività di oltre il 150%. Senza l’agricoltura a resa elevata, milioni di persone sarebbero morte di fame, oppure l’incremento della produzione di cibo si sarebbe realizzato solo attraverso un drastico aumento della superficie coltivata – con una perdita di paesaggi incontaminati cento volte superiore alle perdite dovute all’espansione urbana e suburbana.

Oggi, ci troviamo di fronte a un problema simile: nutrire una popolazione mondiale prevista di oltre 8 miliardi di persone nel prossimo quarto di secolo. Il mondo ha, o avrà presto, a disposizione la tecnologia agricola per vincere questa sfida. La nuova biotecnologia può aiutarci a fare cose che prima non potevamo fare, e a farle in modo più preciso, controllabile ed efficiente. La questione cruciale oggi è se ai coltivatori e agli allevatori verrà permesso di impiegare questa tecnologia. Gli estremisti del movimento ambientalista stanno facendo tutto il possibile per fermare il progresso scientifico all’istante, e i loro alleati nelle agenzie di regolamentazione sono più che felici di dar loro una mano.

Abbiamo un debito di gratitudine verso il movimento ambientalista per aver elevato la coscienza globale su temi come l’importanza della qualità dell’aria e dell’acqua e la conservazione della fauna, della flora e del paesaggio. È divertente notare, però, che se la piattaforma degli estremisti contrari alla biotecnologia venisse adottata, avrebbe serie conseguenze sia per l’ambiente che per l’umanità. Se i signori del «no» riusciranno a fermare la biotecnologia agricola, potrebbero affrettare le carestie e le crisi della biodiversità globale che pronosticano da circa quarant’anni.

Da un decennio, gli Stati Uniti producono quantità sempre più elevate di grano gene-spliced resistente agli insetti che rende quanto o più dei migliori ibridi tradizionali, ma con una minore necessità di pesticidi chimici. Non si sono osservati effetti negativi sulla salute o sull’ambiente. Tuttavia, c’è una lobby antibiotech accanita e straordinariamente forte, particolarmente in Europa, dove gli attivisti hanno convinto molti governi a bloccare le nuove autorizzazioni e si sono opposti all’impiego di grano e soia gene-spliced come aiuti nelle zone dell’Africa e dell’Asia colpite da carestia. Di recente, in paesi dell’Africa meridionale come lo Zambia, lo Zimbabwe e l’Angola, dove molte persone stanno morendo di fame, questo movimento contrario alla biotecnologia ha contribuito a persuadere le autorità governative a non accettare gli aiuti alimentari dagli Stati Uniti perché contenenti grano gene-spliced. Ma le caratteristiche di rischio-beneficio del gene-splicing, in generale, e di questo grano resistente agli insetti in modo particolare, sono straordinariamente favorevoli; questo rifiuto rappresenta un’indecente esagerazione del rischio.

Tragicamente, non è un caso isolato. Ci sono molti altri esempi di reazione eccessiva e di resistenza alla tecnologia. L’American Council on Science and Health ha documentato venti casi – fra cui quello dei pesticidi sui mirtilli nel 1959, quello dei presunti rischi dei ciclammati nel 1969, quello dell’«agente arancio» nel 1979, e dell’Alar sulle mele della costa del Pacifico nel 1989 – in cui le terribili storie strombazzate dai media sono state diffuse e ampiamente accettate, ma si sono poi dimostrate prive o quasi di conseguenze. La resistenza al gene-splicing è un ulteriore, sordido esempio di questo movimento antitecnologico, sostenitore della scienza spazzatura.

Nonostante i molti nuovi strumenti, efficaci e precisi, e la salute e il benessere maggiori che la scienza e la tecnologia ci hanno fornito, la nostra società è eccessivamente avversa al rischio. Siamo, ad esempio, ossessionati da impurità che sono rintracciabili a livelli di una parte per miliardo, mentre non molti anni fa avremmo definito puro un prodotto se gli adulteranti fossero stati presenti per meno di una per cinquecentomila parti. Non è infrequente che i regolatori si occupino dei livelli di contaminazione non perché siano preoccupanti, ma perché sono facilmente rintracciabili. Essi non regolamentano perché dovrebbero, ma perché possono. Tutto ciò è al contempo assurdo e dannoso. Talvolta, una maggiore sensibilità analitica richiede una maggiore perspicacia intellettuale.

I regolatori non sono soli nell’invocare margini sempre maggiori di sicurezza. Sembra che siamo nati con un istinto di resistenza al cambiamento e a considerare ciò che è nuovo con diffidenza, dimenticando quei problemi e quei rischi che erano facilmente tollerati in passato e che furono eliminati o ridotti attraverso le nuove tecnologie: vengono subito alla mente la clorazione dell’acqua, la pastorizzazione e le vaccinazioni. La nostra stessa ricchezza e il nostro benessere, resi possibili dalla tecnologia, oggi sembrano permetterci il lusso di fare a meno di ulteriori progressi. Tuttavia, siamo fortemente portati a paragonare questa situazione con quella dipinta dall’immortale osservazione, pronunciata al sorgere del XX secolo, del capo dell’ufficio brevetti degli Stati Uniti, il quale suggerì che l’ufficio venisse chiuso perché era chiaro che tutto ciò che era possibile inventare era stato inventato.

Dobbiamo essere più razionali nel nostro approccio ai rischi. Dobbiamo pensare in termini più ampi, riconoscendo, ad esempio, che il mondo non può nutrire 6,3 miliardi di persone con l’agricoltura biologica o alimentare città e industrie con l’energia eolica o solare.

Anche se dobbiamo essere prudenti nell’analizzare le nuove tecnologie, queste analisi non devono basarsi su assunti eccessivamente conservatori – o eccessivamente imprecisi – o essere influenzate dall’agenda anticapitalista, contro l’establishment e no global di pochi attivisti, o dall’interesse dei burocrati. Esse devono fare affidamento sulla buona scienza e sul buon senso. È facile dimenticare che la scienza offre più di un nucleo di conoscenza e di un procedimento per ottenere nuovo sapere. Non ci dice solo ciò che sappiamo, ma anche ciò che non sappiamo. Essa identifica aree di incertezza e fornisce una stima dell’ampiezza e dell’importanza
di quest’incertezza.

Gli autori di questo libro affrontano i problemi della nuova biotecnologia che sono emersi non dai limiti della tecnologia stessa o dalla scienza sottostante, ma dalle macchinazioni e dalle peregrinazioni dei policy-maker. Dobbiamo cominciare a risolvere quei problemi prima che sia troppo tardi.

© Lindau.
Da leggere: Norman Borlaug. The man who fed the world, sul Wall Street Journal.

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Quando il divorzio è maturo

di Fausto Carioti

L'"outing" risale a tre anni fa. Nell’ottobre del 2006 Gianfranco Fini lasciò basiti tutti - gli esponenti di An per primi - bocciando come «becera propaganda antislamica» il film di Renzo Martinelli "Il Mercante di Pietre", che affrontava l’argomento del terrorismo musulmano e nel quale di inventato, peraltro, non c’era proprio nulla. Da allora il Fini-pensiero di strada ne ha fatta tanta - tutta verso sinistra - e oggi nessuno si stupisce più nel vedere l’ex ragazzo in camicia nera in prima fila tra i sacerdoti del politicamente corretto, coccolato da Repubblica e dall’Unità. Tanto che lo scontro verbale degli ultimi giorni con Umberto Bossi sull’immigrazione - materia su cui i due avevano legiferato insieme sette anni or sono - fa notizia più per la durezza delle parole che non per la sostanza politica, ormai risaputa. Ma quando i litigi sono quotidiani e i toni si fanno così duri, ultimativi, e su argomenti tanto importanti, qualcuno farebbe bene a trarne le conseguenze. Se ogni giorno i piatti volano da una parte all’altra del salotto, anche nelle migliori famiglie è lecito iniziare a parlare di divorzio.

L’immigrazione è la sfida principale che il nostro Paese è chiamato ad affrontare nei prossimi decenni, ed è un tema che agli elettori interessa assai più delle punzecchiature lanciate da Fini a Silvio Berlusconi su mafia e grembiulini massonici. Queste possono scaldare gli animi dei protagonisti, perché Berlusconi si sente ferito da simili illazioni e i suoi fanno quadrato attorno a lui. Ma il volto futuro dell’Italia lo deciderà il modo in cui accoglieremo gli stranieri che da mezzo mondo bussano alle nostre porte. Quanti ne faremo entrare? Quali requisiti dovranno avere per diventare prima ospiti e poi cittadini italiani? A quale modello di cittadinanza chiederemo loro di adeguarsi? La risposta di Fini a tutte queste domande appare ispirata al criterio della carità, che ci impone di aiutare tutti quelli che sono in difficoltà, senza distinzioni e senza badare al loro numero. E la concessione dei diritti agli immigrati, ha detto ieri il presidente della Camera, è necessaria per la loro integrazione, altrimenti assistiamo al «suicidio della ragione e della civiltà cristiana».

Quella di Fini è una risposta a Bossi, che venerdì l’aveva accusato di essere lui il suicida, giacché «uno che vuole riempire il Paese di immigrati non è molto tranquillizzante». La ricetta della Lega e del resto del PdL, infatti, è opposta a quella della terza carica dello Stato. Non possiamo fare entrare nel nostro Paese tutti quelli che lo vogliono: dobbiamo operare una rigida selezione, per quanto poco caritatevole possa sembrare. Anche perché aprire le porte agli intolleranti, come si è visto in Olanda e in altri paesi europei, rischia di ridurre le libertà di tutti nel breve giro di una generazione. E i diritti degli immigrati, come avviene negli Stati Uniti, non debbono essere la causa della loro integrazione in Italia, ma l’effetto: prima dimostrano di essersi integrati da un punto di vista culturale ed economico nel nostro Paese, dopo vedono riconosciuti i loro diritti. Se non sono d’accordo, i diritti se li vadano a cercare in casa loro. Non ci sono dubbi che questa sia anche la posizione degli elettori che hanno mandato Berlusconi al governo.

Fini e i suoi hanno ragione a sostenere che il PdL non è una caserma e a rivendicare il diritto di dire a voce alta quello che pensano. Ma se quello che dicono su temi tanto importanti non ha più nulla a che vedere con quello che dice il resto del centrodestra, che accusano di essere «la negazione della ragione e della civiltà cristiana», vuol dire che la distanza è incolmabile e che siamo arrivati al punto in cui un divorzio consensuale farebbe bene a tutti. A Fini per primo, al quale ammiratori e aspiranti alleati non mancano. Come si è visto ieri agli stati generali dell’Udc e come si vede ogni giorno leggendo i quotidiani ostili al governo.

© Libero. Pubblicato il 13 settembre 2009.

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sabato, settembre 12, 2009

Salvate il soldato Brunetta

di Fausto Carioti

Lasciare Renato Brunetta esposto al fuoco nemico, senza che nessuno spenda mezza parola per difenderlo, è un lusso che il PdL e il governo Berlusconi non si possono permettere. Eppure è proprio quello che sta accadendo. Anzi, succede di peggio. Vedere il ministro per la Pubblica Amministrazione messo sulla graticola anche da quei giornali - tipo il Corriere della Sera - che dovrebbero difendere a spada tratta la sua battaglia contro chi succhia il sangue dei contribuenti sta provocando brividi di piacere in alcuni settori del governo e del partito, dove l’iper-attivismo di Brunetta non è mai stato digerito. Ma il conto, alla fine, rischiano di pagarlo anche loro.

Il personaggio Brunetta può risultare simpatico o stare sulle scatole, ma di sicuro è il ministro che più di ogni altro incarna quella rivoluzione liberale che gli elettori di Silvio Berlusconi attendono dal 1994. Brunetta è la metafora della lotta ai numeri di telefono della pubblica amministrazione che squillano a vuoto per ore, ai travet che si danno malati per andare a giocare a calcetto, ai premi di produttività assegnati anche se usi l’ufficio solo per trastullarti su Facebook, ai consulenti strapagati per mettere ovvietà nero su bianco. Brunetta è la speranza dei poveri fessi che si riconoscono nella definizione di Giuseppe Prezzolini: «Se uno paga il biglietto intero in ferrovia, non entra gratis a teatro; non ha un commendatore zio, amico della moglie e potente nella magistratura, nella Pubblica Istruzione ecc.; non è massone o gesuita; dichiara all’agente delle imposte il suo vero reddito; mantiene la parola data anche a costo di perderci ecc., questi è un fesso». E i primi a brindare alla rottamazione del ministro sarebbero proprio gli assenteisti, i parassiti e i figli di buona donna. Categorie presenti ovunque, ma che nella pubblica amministrazione avevano trovato l’ecosistema perfetto per crescere e moltiplicarsi, e non vedono l’ora di ricominciare.

Il problema di Brunetta (e quindi di noialtri fessi che tifiamo per lui) è che il segnale della svolta l’ha dato davvero. Il crollo delle assenze negli uffici pubblici è reale, la paura di essere licenziati se si viene scoperti in palestra durante gli orari d’ufficio è concreta. Certo, è vero anche che le sue prede si sono sapute adeguare al nuovo clima. In alcune città del Sud, ad esempio, dopo il solito calo delle assenze per malattia (il cosiddetto “effetto Brunetta”), è apparso un aumento di assenze dovute ad altri motivi, come i permessi per accompagnare gli invalidi. Ma questo, semmai, è un motivo in più per gridare «forza Renato».

Gli italiani lo hanno capito. I sondaggi gli attribuiscono la fiducia del 58 per cento degli elettori: molto diffusa tra quelli di centrodestra, ma ragguardevole pure sulla sponda opposta. Riceve standing ovation nei posti più impensabili, tipo il congresso della Cisl, dove è stato interrotto decine di volte dagli applausi. Brunetta, che ha tanti difetti ma non quello della falsa modestia, ogni volta che può spara contro avversari e alleati questi e gli altri dati che confermano il suo consenso. Ha scritto un libro, intitolato “Rivoluzione in corso”, per illustrare la sua missione: «Cambiare si può, quindi si ha il dovere di farlo». E le invidie sono aumentate.

I risultati si vedono. Da qualche tempo va di moda dipingere Brunetta ora come un Don Chisciotte, ora come un millantatore. L’ultimo a provarci, ieri, è stato l’Espresso, che gli ha dedicato la copertina, il titolo “Brunetta bluff” e un’inchiesta che il ministro, con la pignoleria che gli è propria, si è divertito a smontare pezzo per pezzo. Ma l’Espresso appartiene al gruppo di Carlo De Benedetti e una simile imboscata fa parte dei giochi. Diverso il caso del Corriere della Sera, che dieci giorni fa ha pubblicato un articolo per denunciare «i dubbi tra i colleghi di governo sulla strategia degli annunci» di Brunetta. Articolo che seguiva un’intervista rilasciata dal ministro al Sole-24 Ore, che aveva creato qualche mal di pancia nell’esecutivo. Non è un mistero, del resto, che i rapporti tra lui e Giulio Tremonti non siano proprio idilliaci («Siamo caratteri puntuti», ironizza Brunetta nel suo libro). Anche se può contare su diversi amici nella maggioranza e nell’esecutivo, nessuno sinora ha sentito il bisogno di difenderlo.

Ma perdere uno così, per ciò che rappresenta, sarebbe la normalizzazione definitiva del governo Berlusconi. Ovvero il preludio della fine. La sinistra lo sa, ed è per questo che, dopo il premier, si accanisce su di lui. Dovrebbe bastare questo per far capire ai suoi tiepidi alleati e colleghi che salvare il soldato Brunetta conviene anche a loro.

© Libero. Pubblicato il 12 settembre 2009.

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venerdì, settembre 11, 2009

Testamento biologico: contro Fini è già pronto il "lodo Sacconi"

di Fausto Carioti

Lasciare a Gianfranco Fini il timone della mediazione sul testamento biologico? Figuriamoci. «Mai, mai e poi mai permetteremo una cosa simile», annuncia un parlamentare di osservanza berlusconiana. E allora? Allora diventa di strettissima attualità il cosiddetto «lodo Sacconi», la soluzione teorizzata qualche settimana fa dal ministro del Welfare: approvare subito, per via parlamentare, una norma che sancisca «il diritto inalienabile all’alimentazione e all’idratazione per chi non è autosufficiente». In modo da rispettare l’impegno solenne assunto dal governo e dal PdL, con gli elettori e la Chiesa, in quei giorni di febbraio: «Mai più un’altra Eluana Englaro». E, allo stesso tempo, levare l’iniziativa a Fini e ai suoi.

Al momento, infatti, la proposta di mediazione tra il testo approvato al Senato e le posizioni dei laici porta la sigla del finiano Fabio Granata, il quale ha sottoscritto il testo di Eugenio Mazzarella, filosofo e deputato del Pd. Dove si prevede che alimentazione e idratazione debbano essere commisurate «alle aspettative di sopravvivenza, alle condizioni del paziente e alla necessità di non dar corso ad accanimento terapeutico» e siano decise insieme «tra il medico curante, cui spetta la decisione finale, l’eventuale fiduciario e i familiari». Una bella differenza rispetto al testo approvato dal Senato che sta per essere discusso alla Camera, dove si legge invece che alimentazione e idratazione forzate «non possono formare oggetto di dichiarazione anticipata di trattamento» e che il medico «non può prendere in considerazione indicazioni orientate a cagionare la morte del paziente».

L’emendamento di Granata e Mazzarella - che porta anche le firme di altri quindici deputati, quattro dei quali del PdL, e piace a diversi cattolici - non tenta però solo i finiani. Ci sono alcuni berlusconiani doc - gente che Fini proprio non lo sopporta, per capirsi - che hanno una certa allergia nei confronti del testo varato dal Senato, anche se pare difficile si possa arrivare ai cinquanta-sessanta “dissidenti” sbandierati dai fedelissimi di Fini (se non altro perché la gran parte di costoro rientrerebbe nei ranghi appena il premier dovesse alzare la cornetta). Però il problema esiste, e dalla roulette delle votazioni segrete che si terranno alla Camera il presidente di Montecitorio potrebbe pure uscire con una forza che in realtà non ha, visto che il suo esercito ammonta, al massimo, a quindici-venti deputati. E anche se lo stesso Maurizio Sacconi ieri ha sfidato Fini, dicendogli che, «come già accaduto al Senato, alla Camera ci sarà una maggioranza più ampia di quella che sostiene il governo», evitare la conta finale dovrebbe convenire a tutti.

Così, se a Montecitorio ci saranno problemi ad approvare un testo non identico a quello del Senato, ma comunque basato sullo stesso impianto, il “piano b” è già pronto, e prevede di puntare su una mediazione diversa da quella proposta dai finiani: fare salvo da subito, come vuole il ministro del Welfare, il principio della non negoziabilità dell’idratazione e dell’alimentazione, per poi discutere con calma sulle cose ritenute meno importanti: dalla Dat, la dichiarazione anticipata di trattamento, al ruolo del fiduciario del testamento biologico. Difficile, del resto, che i parlamentari del PdL votino contro un provvedimento che il consiglio dei ministri aveva approvato all’unanimità. Anche la Chiesa, si pensa nell’esecutivo, non dovrebbe avere problemi ad accettare un allungamento dei tempi, nel momento in cui il principio della difesa della vita fosse subito tradotto in legge. Come Sacconi, del resto, la Chiesa è convinta che quello aperto dalla magistratura sul caso Englaro sia un «percorso eutanasico», che deve essere chiuso al più presto.

Se i gruppi parlamentari del PdL nicchiano, e ritengono il “lodo Sacconi” più utile come minaccia nei confronti degli avversari che come base per una buona legge, Eugenia Roccella, sottosegretario al Welfare, mostra invece di crederci sul serio: «Se c’è bisogno di tempo per trovare una soluzione generale condivisa, prendiamolo pure. Approvando subito, però, un provvedimento di precauzione per impedire un altro caso Eluana. Ricominciare dal testo su cui il consiglio dei ministri trovò l’accordo all’unanimità», assicura, «è una proposta di mediazione, con cui si evita anche di radicalizzare il confronto. Conviene pure a Fini». Concetto espresso in modo più duro da un altro esponente del governo: «Se è intelligente, Fini capisce e accetta la soluzione offerta da Sacconi. E si leva dal budello nel quale lui stesso si è andato infilare. Il voto segreto alla Camera, se va come al Senato, gli si ritorce contro e lo lascia senza più alibi».

© Libero. Pubblicato l'11 settembre 2009.

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martedì, settembre 08, 2009

Così il Corriere sconfessa le idee di Oriana Fallaci

di Fausto Carioti

Ma che tristezza vedere il Corriere della Sera che fu di Oriana Fallaci ridursi allo scimmiottamento di Repubblica. In prima pagina ieri, proprio sotto la testata di via Solferino, c’era uno di quei titoli che di solito imbellettano il quotidiano rivale e cugino: «Il leader xenofobo si scopre meticcio. L’olandese Wilders e gli antenati musulmani». Per chi non lo sapesse Geert Wilders è un signore di 46 anni, presidente del Partito per la libertà. Alle recenti elezioni europee la sua sigla ha ottenuto il 17% dei voti, diventando il secondo partito olandese. Il punto, però, è che Wilders di xenofobo non ha proprio nulla. È l’etichetta che gli ha messo addosso un certo establishment politico e culturale europeo, ossessionato dal politicamente corretto e sempre pronto a liquidare con etichette facili e infami chi si pone il problema dell’integrazione degli immigrati islamici. E la «notizia» che dallo studio degli antenati di Wilders, compiuto da una solerte antropologa olandese, saltino fuori «meticci dalla pelle scura», probabilmente musulmani (è lo “scoop” pubblicato ieri dal Corriere) non dice nulla, anzi è imbecille e razzista essa stessa, dato che Wilders non ha mai teorizzato la purezza della razza. Per dire: quando chiede che l’Olanda resti «agli olandesi» include tra questi ultimi anche gli immigrati dalle ex-colonie delle Indie orientali, che proprio ariani non sono.

Non a caso, se le élites del vecchio continente si ostinano a insultarlo e mentre in Gran Bretagna - patria delle libertà - a Wilders è stato negato il permesso di entrare, oltreoceano le fondazioni più prestigiose lo ospitano con tutti gli onori. Un anno fa è stato chiamato a New York dal think tank conservatore Hudson Institute per tenere una conferenza e raccontare cosa accade dalle nostre parti. Wilders ha dipinto un quadro fosco: «Un totale di 54 milioni di musulmani vive adesso in Europa. L’Università di San Diego ha calcolato che un impressionante venticinque per cento della popolazione europea sarà musulmano tra appena dodici anni. Bernard Lewis ha predetto una maggioranza musulmana entro la fine di questo secolo. Questi sono i numeri. E i numeri non sarebbero preoccupanti se gli immigrati musulmani avessero un forte desiderio di assimilarsi. Ma ci sono pochi segnali che lo facciano credere. Il centro di ricerche Pew ha riportato che metà dei musulmani francesi ritengono che la loro lealtà all’Islam sia maggiore della loro lealtà alla Francia. Un terzo dei musulmani francesi non ha nulla da obiettare di fronte agli attentati suicidi. Il British Centre for Social Cohesion ha riferito che un terzo dei musulmani britannici sono in favore di un califfato mondiale. Uno studio olandese fa sapere che metà degli islamici olandesi ammettono di “comprendere” gli attentati dell’11 settembre». I musulmani, ha proseguito Wilders dinanzi alla sua platea americana, «chiedono quello che chiamano “rispetto”. Ed ecco come noi gli diamo questo rispetto: le nostre elites sono pronte a cedere. Ad arrendersi».

Wilders, insomma, è preoccupato per l’erosione delle libertà occidentali causata dall’immigrazione islamica di massa in Europa. Vuole impedire che, nel giro di qualche decennio, il chador diventi il capo d’abbigliamento femminile più indossato nel vecchio continente. È uno che si scandalizza - ce ne fossero, a destra come a sinistra - quando, nella Amsterdam un tempo tollerantissima o in altre grandi città del nord Europa, gang di giovani musulmani insultano e picchiano in pubblico gli omosessuali. Si indigna, Wilders, quando nei sobborghi delle città europee le donne non islamiche sono insultate dagli immigrati perché girano per strada a volto scoperto.

È uno dei pochi politici europei che vede le stesse cose che vedono i suoi elettori e parla la loro stessa lingua - non quella serie di suoni vuoti e frasi fatte che siamo abituati a sentire dagli euroburocrati di Bruxelles e dai nostri stessi politici. Al birignao di costoro, Wilders ha risposto a novembre in un’intervista al Wall Street Journal: «Dobbiamo svegliarci e dire a noi stessi: non sei uno xenofobo, non sei un razzista, non sei un pazzo se dici “La mia cultura è meglio della vostra”. Una cultura basata sulla cristianità, il giudaismo e l’umanesimo è migliore. Guardate come trattiamo le donne, guardate come trattiamo gli apostati, guardate come ci comportiamo con la separazione tra Chiesa e Stato. Posso darvi cinquecento esempi per cui la nostra cultura è migliore».

Il leader del Partito olandese per la libertà è anche l’autore di Fitna, un film-documentario sull’Islam zeppo di cose risapute: gli attentati terroristici in Europa e negli Stati Uniti, l’indottrinamento antisemita dei piccoli palestinesi, gli imam che invitano i fedeli a conquistare l’Europa, il trend demografico che nel giro di qualche generazione minaccia di ridurre in minoranza gli “autoctoni” europei, le impiccagioni pubbliche degli omosessuali nell’Iran di Mahmoud Ahmadinejad. Risapute, ma comunque sufficienti a procurare al suo autore numerose minacce di morte da parte dei musulmani. Dinanzi alle quali, manco a dirlo, i leader internazionali - iniziando dal segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon - si sono fatti notare non per la solidarietà nei confronti di Wilders, né per la difesa della libertà d’espressione, ma per la ferma condanna di Fitna, ovviamente prima ancora che potessero vederlo.

Resta da dire che il modello dichiarato di Wilders è Oriana Fallaci («lei aveva capito la pericolosità dell’invasione islamica») e che proprio a lui, lo scorso febbraio, è stato assegnato il premio per la libertà di pensiero dedicato alla scrittrice fiorentina. Sulla prima pagina del Corriere della Sera la Fallaci scrisse i suoi articoli più importanti. Sono passati pochi anni, ma sembra un secolo: ora, sotto quella testata, le stesse idee sono accusate di xenofobia.

© Libero. Pubblicato l'8 settembre 2009.

Post scriptum. Interessante la prefazione di Ferruccio de Bortoli alla prima edizione economica de «La Rabbia e l'Orgoglio» di Oriana Fallaci, pubblicata oggi sul Corriere. Segnalo in particolare un passaggio:
Il suo direttore, si fa per dire, il sottoscritto, ebbe il piccolo merito di convincerla a scrivere, dopo l’Undici Settembre e un silenzio decennale, ma il grande torto di seguire poi le maledette regole del politicamente corretto. «L’Italia si divide nel nome di Oriana» titolammo il giorno dopo la pubblicazione del suo articolo. Un titolo corretto, ma freddo, distaccato.

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martedì, settembre 01, 2009

Disney & Marvel, primo matrimonio dell'era Obama

di Fausto Carioti

L’America liberal e politicamente corretta di Barack Obama ha trovato il grande gruppo multimediale nel quale specchiarsi. Ieri la Walt Disney ha acquistato la Marvel Entertainment (quella dell’Uomo Ragno, i Fantastici Quattro, Iron Man e altri cinquemila personaggi) per quattro miliardi di dollari. I fan delle due sponde già temono di dover assistere a improbabili sfide tra Hulk e Pippo (ipotesi peraltro già smentita dalla Disney) e si chiedono come una simile unione possa essere possibile. Ma la verità è che i due gruppi sono ambedue il riflesso di quell’America democratica, “inclusiva” e multietnica che qualche mese fa è giunta al potere con Obama.

Della Disney il grande pubblico sa ogni cosa. Compreso il fatto che il suo fondatore odiasse i comunisti e, a partire dagli anni Quaranta, avesse collaborato con il capo del Fbi, Edgar Hoover, anche segnalandogli alcuni «sovversivi» di Hollywood. La Disney moderna, però, è tutt’altra cosa. Il gruppo, che ha la sede centrale a Burbank, in California, con un gesto clamoroso - era il 1995 - fu tra i primi a riconoscere le coppie omosessuali, estendendo ai conviventi gay i benefici dell’assicurazione sanitaria sino ad allora riservati ai familiari dei dipendenti. Nel 2007 è stato consentito alle coppie gay di sposarsi nei parchi Disney della Florida e della California, o sulle navi da crociera della compagnia.

Alla casa di Topolino si deve anche l’importazione di eroi ed eroine “etnici” nel mondo fiabesco occidentale: la cinese Mulan, l’indiana Pocahontas, l’arabo Aladdin e la principessa Jasmine… Il messaggio che si ricava da questi film è chiaro e diretto: non esistono una tradizione, una cultura migliori delle altre. E a dicembre sarà il turno della “Principessa e il ranocchio”, che ha per protagonista una ragazza africana. Un cartone che era in produzione da tempo, ma che - guarda caso - arriva al momento giusto per festeggiare il primo Natale di Obama alla Casa Bianca.

Con la Marvel il discorso è più complesso, anche perché si rivolge a un pubblico adulto. Nata nel 1939 come Timely Publications, alla fine del secolo scorso sembrava destinata a chiudere, tanto che nel 1996 fu costretta a dichiarare bancarotta. Nel 1997 fu rilevata dal finanziere Isaac Perlmutter. È stato lui a farla diventare una vera e propria “Disney per adulti”, lanciando i supereroi Marvel in una lunga serie di pellicole di successo. Dal fumetto al film, da questo ai videogiochi e al merchandising: personaggi che sembravano decotti sono stati trasformati così in una fabbrica di dollari.

Nella buona come nella cattiva sorte, però, la Marvel non ha mai smesso di essere la trasposizione su carta delle ansie e delle aspirazioni americane. È anche sulle sue pagine che si è formato l’immaginario collettivo statunitense. O almeno di una parte di esso. A questo punto ci sarebbe una storia da raccontare, che riguarda la coppia più famosa del fumetto mondiale: Stan Lee e Jack Kirby, il tandem creativo che a partire dagli anni Quaranta gettò le basi per fare grande la Marvel. L’inventore di quei supereroi che oggi valgono miliardi di dollari era Kirby. Il «re dei comics», come era chiamato, morì però nel 1994 senza un centesimo in tasca, tanto che la sua vedova dovette chiedere alla Marvel un vitalizio per campare. L’altro, Stan Lee, aveva iniziato a lavorare perché nipote di un manager della Timely Comics, e visse per decenni aggrappato al più dotato Kirby. Manco a dirlo, soldi e gloria sono andati tutti a lui. Lee è da sempre un sostenitore del partito democratico, tanto da suscitare il commento perfido dello scrittore conservatore Mark Steyn: «Per quale altro motivo credete che gli eroi dei fumetti abbiamo rinunciato alla verità, alla giustizia e allo stile di vita americano per starsene seduti sui tetti, come l’Uomo Ragno, a chiedersi se i loro meravigliosi poteri siano una benedizione o una iattura?».

La Marvel è stata sempre brava a intercettare gli umori della pancia degli States. Nella seconda metà degli anni Sessanta, mentre in America divampava la questione razziale, la “Casa delle idee” sfornò una serie di supereroi di colore, il più noto dei quali si chiamava Pantera Nera. Porta l’etichetta della Marvel anche il primo supereroe dichiaratamente gay: era il 1992 e lui si chiamava Northstar. Tutto questo, sia chiaro, un po’ per adesione convinta alle nuove tendenze, un po’ per banali ragioni di business. Dopo l’11 settembre 2001, però, la scelta di campo è stata netta. Sono spuntate due super eroine islamiche, una delle quali, la pakistana Faiza Hussain, diventa nientemeno che la custode di Excalibur, spada di re Artù e simbolo della Gran Bretagna: metafora perfetta dell’islamizzazione dell’Europa, che per per la Marvel sembra un fatto tutto sommato auspicabile.

Soprattutto, in un’America divisa tra chi pensa che il prezzo da pagare per la sicurezza sia la rinuncia a qualche libertà (la posizione dell’amministrazione Bush) e chi crede che non si debbano violare certe regole nemmeno per salvare vite umane (ed è la linea di Obama), la Marvel si è schierata con i secondi. Nel più grande evento fumettistico degli ultimi decenni, Civil War, la comunità degli eroi è spaccata in due, ma subito si capisce che i “buoni” sono quelli che non accettano di scambiare libertà con sicurezza.

Nell’ultimo periodo dell’era Bush Capitan America, il simbolo stesso del Paese (nacque nel 1941 come fumetto di propaganda) viene addirittura fatto uccidere. Torna adesso, resuscitato, ed è difficile non leggere nella sua rinascita una metafora della nuova America di Obama. Il quale, per inciso, è apparso a gennaio in una storia dell’Uomo Ragno, figurando pure in copertina, in quella che può considerarsi una delle più grosse marchette della storia del fumetto.

© Libero. Pubblicato il 1 settembre 2009.

Post scriptum. Il mio amico Vittorio Macioce, sul Giornale, oggi scrive dello stesso argomento. E racconta il seguente aneddoto:
Sono passati un po’ di anni. Quel giorno Raimondo Luraghi, professore di storia americana, lunghi capelli bianchi, da vecchio gentiluomo sudista, come un Robert Edward Lee capitato per caso a Roma, si mise a parlare della civiltà sioux, navajo e apache. Non era una cosa normale, di solito si sta lì a discutere le tattiche di guerra degli yankee a Gettysburg. E invece se ne uscì con una domanda assurda: qualcuno di voi conosce la cintura Wampum? Silenzio. Qualcuno azzardò: boh, sarà un jeans. Risate. Alzai la mano. È la cintura della grande fratellanza, un simbolo di pace e riconoscimento indossato dai capi indiani. Brusio. Ma che cavolo ne sai? Queste cose di solito non si imparano sui libri di scuola. Un mio amico e collega, oggi vice direttore romano di un quotidiano con cui condividiamo qualche lettore, parlò come al solito con il vocione e disse: «Tranquilli, è Tex». Aveva ragione, certe notizie le leggi e le prendi prima di tutto su Tex, poi magari ti studi il resto, la nascita delle corazzate, il ruolo dei free soilers nella disputa politica che frantumò l’America e la fece sanguinare, la zuppa Campbell, la grande depressione e «This land is my land».
Chi sostiene che noialtri giornalisti italiani scriviamo per parlare tra di noi dei fatti nostri ha assolutamente ragione.

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