lunedì, agosto 31, 2009

Non fai sesso? Colpa di Berlusconi

di Fausto Carioti

Sono tre anni che non fai sesso? È colpa di Silvio Berlusconi. Non hai amici, non trovi l’amore? È sempre con l’infame di Arcore che te la devi prendere. E poi dicono che il loro non è un chiodo fisso. Meravigliosa Natalia Aspesi, la quale ci dimostra ancora una volta che per ridere di quelli come lei non c’è bisogno di inventarsi nulla. Basta raccontarli così come sono, prendere le loro frasi e metter le in fila. Per chi non ne fosse al corrente la signora Aspesi, storica maestrina rossa del bon ton radical chic, tiene da lustri la rubrica della posta del cuore sul Venerdì, il magazine settimanale allegato a Repubblica. Ma si capisce che la dimensione intimista le sta stretta. Ambisce ad altro. Così ogni tanto si fa un po’ prendere la mano. Trova una breccia in qualche cuore infranto e ci si infila inebriata, finalmente libera di rifilare al lettore un concione di alta politica. L’ultimo numero del settimanale, però, è da collezione: stavolta la signora ha dato la meglio di sé.

Le scrive un uomo di 53 anni. Sensibile ed educato, si presenta senza ipocrisie. «Ho sempre sghignazzato quando arrivavo alla sua rubrica», esordisce il tipo. «La trovavo stupidamente noiosa, da settimanale rosa. Poi ho iniziato a leggerla, e posso dire che mi colpisce la solitudine di chi le scrive, me compreso, al punto di arrivare a scrivere a un’estranea, non potendo parlare con amici». Il signore vive a Napoli, è convinto di portare bene la sua età, ha un salario dignitoso, è divorziato e dopo il matrimonio ha avuto qualche storia finita male. Confessa di ave re cercato compagnia sui siti a pagamento. Ha anche frequentato locali per single, deprimendosi ancora di più. Adesso si dice pronto a rinunciare al sesso «pur di incontrare l’amore». Di politica non parla, dalla sua lettera non si capisce nemmeno se gliene freghi qualcosa, se stia con Berlusconi o con Oliviero Diliberto, ed è giusto così.

Cosa fare quando una persona simile ti scrive cose del genere? Il minimo è rispettare i suoi sentimenti senza strumentalizzarla. Ma il nostro ha avuto la sfortuna di beccare la signora Aspesi in un giorno in cui le rode particolar mente. Fedele al motto dei suoi tempi per cui «tutto è politica», anche quello che accade sotto le nostre lenzuola, una Aspesi in formato Erinni, dea della vendetta, piomba su di lui e su Berlusconi. «Mi perdoni se le dico una cosa che forse la irrita e che le sembrerà non c’entrare nulla con la sua inquietudine: il berlusconismo è anche questo», attacca furibonda. Berlusconi? E che cavolo c’en tra costui col fatto che uno non trova la donna giusta e non ha amici? La penna rosa di Repubblica ce lo spiega subito: il berlusconismo ha «trasformato i desideri e le inquietudini della gente», ha «spinto le persone a valutare gli altri secondo ciò che hanno e non secondo ciò che sono», ha «sostituito i sentimenti con il consumo».

Tiè. Così il settimanale di largo Fochetti affibbia al premier l’unica colpa che la sinistra, bontà sua, sinora gli aveva risparmiato, forse per paura di sprofondare nel ridicolo: la responsabilità della infelicità altrui. Titolo dato dal settimanale di Repubblica a questa pagina-capolavoro: «L’amore vero, così difficile da incontrare al tempo (tristissimo) del berlusconismo». Nel mondo psichedelico di Natalia, infatti, prima del 1994 donne interessate ai sol di degli uomini non esistevano, e men che meno uomini interessati solo al corpo delle donne. Nessuno era solo, l’amore era bello, libero e giocondo e soprattutto sempre corrisposto e disinteressato. Si capisce, allora, la rabbia della signora per il malefico individuo che ha rovinato il suo idilliaco universo parallelo. Comprensibile pure il suo appello: cuori solitari di tutto il mondo, unitevi e marciate su villa Certosa.

Anche se c’è il dubbio che certe differenze con Berlusconi esistano più nella mente della signora che nella realtà frequentata da noialtri. Almeno a giudicare dal consiglio con cui lei stessa si congeda dal lettore napoletano, tentato di rinunciare ai rapporti con le donne: «Non si punisca e non le punisca, il sesso aiuta molto a volersi bene». Insomma, si dia da fa re e non si ponga troppi problemi. Che poi è lo stesso consiglio - diciamocelo - che gli avrebbe dato Berlusconi. Ma senza tirarla tanto per le lunghe, senza buttarla in politica, e magari presentandogli un’amica.

© Libero. Pubblicato il 30 agosto 2009.

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sabato, agosto 29, 2009

Buon compleanno, petrolio

di Fausto Carioti

Buon compleanno al progresso tecnologico. Buon compleanno alle meravigliose libertà consumistiche di noialtri moderni: viaggiare, volare, azionare un pistone, starcene al caldo quando fuori si trema. In una parola: buon compleanno, petrolio. L’industria del greggio ha appena compiuto 150 anni. Il 27 agosto del 1859 a Titusville, in Pennsylvania, il sedicente “colonnello” Edwin Laurentine Drake fece trivellare il suo terreno sino alla profondità di venti metri. La mattina dopo scoprì che si era formata una pozza di liquido scuro e oleoso: Drake aveva trovato quello che stava cercando. Sino ad allora, il poco petrolio in commercio non veniva estratto dal sottosuolo, ma “raccolto” con coperte di lana laddove affiorava liberamente. Da quel giorno, il mondo non sarebbe più stato lo stesso. La “leggenda nera” che accompagna dagli inizi la storia dell’industria petrolifera ne ha fatto l’epicentro di tutti i mali della modernità: la guerra, l’avidità degli “spiriti animali” del capitalismo, la corruzione, l’inquinamento. Una lunga lista cui, da qualche tempo, si è aggiunto l’ultimo dei peccati mortali: il surriscaldamento del pianeta. A festeggiare la ricorrenza di questi giorni, e a rendere giustizia a quel fluido così vilipeso cui dobbiamo il nostro benessere, arriva adesso un report liberamente scaricabile dal sito dell’Istituto Bruno Leoni, scritto da Renato Calvanese e intitolato "150 anni fa, il futuro". Venti pagine belle da leggere in cui si ripercorrono le fasi iniziali dell’industria del petrolio, sino alla creazione del più grande monopolio privato di tutti i tempi, la Standard Oil di John Davison Rockefeller.

Come si legge nella celebrazione che gli hanno dedicato i benemeriti dell’Ibl, «le conseguenze positive del petrolio si vedono nell’allungamento della durata media della vita, nell’esplosione di traffici e scambi, nella liberazione dell’uomo dalla schiavitù del suo luogo di nascita. Il petrolio è la grande benedizione del mondo moderno ed è giusto riconoscerglielo nel giorno in cui, a dispetto di tutte le previsioni più fosche, i suoi 150 anni dimostra di portarseli davvero bene». Tutti gli devono qualcosa, persino l’ambiente marino, che passa per la grande vittima dell’economia del petrolio.

Senza questo, infatti, le balene sarebbero scheletri da esporre nei musei, accanto alle ossa dei mammut. Prima dell’entrata in commercio dell’“olio di roccia”, ricorda Calvanese, «le macellerie a bordo dei vascelli squartavano cetacei a ciclo continuo, facevano brandelli dei mammiferi, tagliuzzavano il grasso in piccole strisce e lo fondevano in recipienti di mattoni per farne combustibile da rivendere a caro prezzo». Se oggi Greenpeace può ancora difendere le balene il merito è solo dello speculatore Drake e dei tanti che lo seguirono: il loro petrolio, venduto a meno di un dollaro a gallone (contro i tre dell’olio di balena), in pochi anni distrusse l’industria della pesca dei cetacei. E senza petrolio non avremmo conosciuto l’energia del futurismo, e Filippo Tommaso Marinetti, mezzo secolo dopo quella trivellazione nel campo di Drake, non avrebbe mai scritto il suo Manifesto: «Un’automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bella della Vittoria di Samotracia».

Soprattutto, la storia raccontata nel documento dell’Ibl serve a ricordarci che il benessere di tutti non è il frutto dell’impegno di benefattori illuminati, ma il risultato («inintenzionale», per dirla con Karl Popper) della smania d’arricchimento di individui spesso invidiati dai loro simili. John D. Rockefeller, come i suoi fratelli, era stato educato dal padre secondo le regole della frontiera: «Traffico con loro e li truffo e li inganno ogni volta che posso. Voglio renderli svegli». Con John ci riuscì benissimo. Nel 1862, ad appena 23 anni, investì i suoi guadagni in una ditta di Cleveland, nell’Ohio, che raffinava petrolio per produrre kerosene. Sei anni dopo la sua impresa, la Standard Oil, chiuse un accordo con una compagnia ferroviaria: lui riempiva i vagoni del suo prodotto, loro gli facevano prezzi così bassi da permettergli di tagliare fuori tutta la concorrenza. Così il «Mefistofele di Cleveland», come venne subito ribattezzato, potè comprare uno per uno i suoi competitori. Nel 1877 Rockefeller mise le mani anche sui mezzi per trasportare il combustibile: cinquemila vagoni cisterna, una flotta di piroscafi per navigare sui Grandi Laghi e 800 chilometri di oleodotti.

Uno così non poteva che attirare odio. E infatti la Standard Oil divenne il bersaglio preferito di giornalisti e autori di pamphlet (talvolta veri, talaltra inventati di sana pianta) e il suo fondatore fu per decenni il capitalista-vampiro per antonomasia, lo spauracchio con cui spaventare i bimbi che si comportavano male. Nel 1911 la Corte suprema degli Stati Uniti, con giudizio inappellabile, dichiarò sciolto il trust che faceva capo a «Mefistofele». Il gruppo venne smembrato e le quote distribuite tra i soci. Per Rockefeller non cambiò molto: diventò ancora più ricco e continuò a fare i suoi traffici.

Morì nel 1937, all’età di 98 anni. L’opinione pubblica aveva scoperto da poco che quell’uomo tanto odiato, per tutta la sua lunga vita, aveva devoluto un decimo dei guadagni in opere di bene, finanziando con milioni di dollari l’Università di Chicago, sostenendo fondi per l’educazione dei neri americani e programmi di ricerche mediche negli Stati Uniti e in Europa. Anche se il suo contributo più grande alla causa dell’umanità resta proprio la commercializzazione su scala mondiale di quel maledetto petrolio che ne aveva fatto l’uomo più ricco e detestato del pianeta. L’avidità, motore del progresso. Ennesima conferma di quello che voleva dirci Bernard De Mandeville con la sua celebre favola delle api: «I vizi dei privati contribuivano alla felicità pubblica. Da quando la virtù, istruita dalle malizie politiche, aveva appreso i mille felici raggiri dell’astuzia, e da quando si era legata di amicizia col vizio, anche i più scellerati facevano qualcosa per il bene comune».

© Libero. Pubblicato il 28 agosto 2009.

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giovedì, agosto 27, 2009

Il ruolo istituzionale di Fini e i problemi del Pdl

di Fausto Carioti

Dopo aver rinunciato alle feste in Sardegna, Silvio Berlusconi farebbe bene a chiudere, tirando qualche tratto di penna sulle opere inutili in agenda, anche il capitolo delle celebrazioni per i 150 dell’Unità d’Italia, tanto caro a Giorgio Napolitano. Con rispetto parlando, ci sono questioni politiche più importanti della costruzione della pista ciclabile del Parco del Ponente ligure. Sull’immigrazione e sui temi della bioetica il governo e la maggioranza, lasciati a se stessi nel mare di agosto, rischiano di andare a fondo come un gommone bucato. Urge intervento del presidente del Consiglio, unico in grado di ricreare l’ordine dal caos del centrodestra. E una delle questioni con cui Berlusconi deve misurarsi - ieri lo si è capito bene - è l’attivismo di Gianfranco Fini, il quale gioca ormai una sua partita autonoma, del tutto slegata da quella del centrodestra. L’obiettivo del presidente della Camera lo sa solo lui, ma certo non sarebbe strano se sullo sfondo dei suoi pensieri ci fosse il Quirinale.

Fini, manco a dirlo, è liberissimo di dire ciò che vuole senza sentirsi vincolato a quel centrodestra che lo ha eletto terza carica dello Stato. Le sue idee diventano un problema serio per la maggioranza e il governo, però, se finiscono per influenzare il suo ruolo istituzionale, che invece dovrebbe essere super partes. A sentire quanto ha detto ieri a Genova lo stesso Fini, il rischio è alto. Alla festa del Pd, in mezzo ad applausi che se li avesse ricevuti il povero Dario Franceschini non ci avrebbe dormito la notte, oltre a definire «vagamente razziste» certe idee sull’immigrazione in voga nella Lega e ad accusare il PdL di copiare il Carroccio, Fini ha assicurato che farà «il possibile per correggere alla Camera» il disegno di legge sul testamento biologico. Secondo lui, infatti, la proposta attuale «difetta nel rispetto» del principio secondo cui la decisione estrema deve tenere conto del punto di vista del malato, dei familiari e dei medici. Fa anche capire, Fini, di ritenere che il Parlamento abbia scritto la norma condizionato dalla Chiesa.

Il presidente della Camera, in altre parole, si schiera pubblicamente con una parte del Parlamento, che comprende l’intera sinistra. Domanda: quella gran parte dei deputati che non è sulle sue posizioni può fidarsi di un presidente che, invece di assistere imparziale come dovrebbe, annuncia di volersi impegnare perché la legge venga approvata come vuole lui? Ovvio che no. Ieri i vertici parlamentari del PdL hanno preferito non rispondergli a caldo, ma oggi sono attese le loro repliche al presidente della Camera.

Berlusconi, intanto, è stato costretto a mandare avanti l’uomo della Provvidenza, Gianni Letta. Lo spettacolo offerto dalla maggioranza sta creando apprensione dalle parti di San Pietro, dove si vuole capire quale sia la linea in materia di testamento biologico. Letta oggi vedrà il presidente della Conferenza episcopale italiana, Angelo Bagnasco. Questo incontro potrà servire a chiarire i rapporti con Oltretevere, ma resta aperto il dissidio, sempre più evidente, con il presidente della Camera.

La Lega, poi, ci mette del suo. Il Carroccio è sicuramente più in sintonia con il grosso del PdL di quanto non lo siano Fini e i suoi, ma è convinto che la sua campagna elettorale per le regionali del 2010 consista nel creare un caso politico al giorno all’interno della maggioranza. Così ieri sulla Padania, il quotidiano della Lega, è apparso un avvertimento alla Chiesa: «Se le gerarchie ecclesiastiche proseguiranno in questa politica marcatamente interventista (...) bisognerà inserire nell’agenda delle riforme anche una revisione di Concordato e Patti Lateranensi». Tipico esempio di uscita che porta consensi alla Lega e crea problemi a non finire a Berlusconi. Le rassicurazioni dei capigruppo del Carroccio che «la Lega non ha alcuna intenzione di modificare il Concordato» abbassano la tensione, ma non risolvono il problema. Che è la necessità di Umberto Bossi e i suoi di ostentare una politica diversa da quella del PdL e dello stesso governo.

A Berlusconi conviene riprendere in mano la situazione il prima possibile, trovando un accordo con Umberto Bossi per le regionali e circoscrivendo il ruolo di Fini. Anche perché, tra le velleità movimentiste del presidente della Camera e gli esibizionismi della Lega, chi rischia sul serio è solo lui.

© Libero. Pubblicato il 27 agosto 2009.

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lunedì, agosto 24, 2009

Le coraggiose verità di Veltroni

di Fausto Carioti

Dunque, il Male sulla Terra non l’ha portato Silvio Berlusconi. C’era prima di lui e ci sarà ancora quando il Cavaliere non sarà più tra noi. Tempo di svolte sofferte e coraggiose, a sinistra. L’assenza di impegni degni di questo nome - stare all’opposizione ha i suoi vantaggi - stimola interrogativi escatologici da cui scaturiscono risposte sorprendenti. Che fanno discutere, appassionano e dividono il popolo del Pd. Dal fermento neuronale di Walter Veltroni, per dire, è appena uscita la seguente riflessione, affidata alle colonne del Quotidiano nazionale e saggiamente intitolata «Berlusconi non è il male di tutto». Domanda del giornalista: «Se oggi siamo quel che siamo è a causa di Berlusconi?». Risposta del leader trombato nonché filosofo emergente: «No, ne sono convinto. La colpa più grave di Berlusconi è quella di non aver migliorato in nulla il Paese pur dominandone la politica da quindici anni, ma non credo che con lui scompariranno anche l’egoismo e l’individualismo».

E così Walter ha gettato nel water quindici anni di sinistra. Un po’ come quando Nikita Kruscev disse che col culto della personalità di Stalin si era un tantino esagerato. O quando Enrico Berlinguer ammise di sentirsi più sicuro sotto la protezione della Nato. Perché le parole di Veltroni vanno lette con gli occhi dei milioni di elettori che dal 1994 a oggi si sono spiegati la continua sconfitta della sinistra con il fatto che Berlusconi avesse modificato antropologicamente gli italiani. Grazie a Drive In, le veline e le promesse facili. Solo queste «armi di distrazione di massa», si ripetono da tre lustri nel loro training autogeno, hanno potuto consentire a Berlusconi di trasformare un Paese ansioso di buttarsi a sinistra dopo aver seppellito il pentapartito in un popolo di evasori fiscali, terrorizzati dagli immigrati e sempre più schierati a destra.

Sono i loro stessi intellettuali di riferimento che li hanno convinti. Tipo Michele Serra, uno che ogni settimana scrive su Repubblica che «la televisione e il consumismo hanno cambiato teste e ambizioni degli italiani». Nanni Moretti, per il quale «Berlusconi non ha spostato i voti, ha spostato un Paese». E il migliore di tutti, Umberto Eco, secondo cui la vittoria a Berlusconi l’hanno data gli «elettori affascinati», milioni di poveri cerebrolesi teledipendenti, gente che «non ha un’opinione politica definita, ma ha fondato il proprio sistema di valori sull’educazione strisciante impartita da decenni dalle televisioni». E ora, dopo quindici anni passati a consolarsi in questo modo, ti spunta Veltroni a dire che l’egoismo e l’individualismo non li hanno introdotti in Italia Ezio Greggio ed Elisabetta Canalis.

Normale che tanti elettori di sinistra si ribellino al crollo dell’unico appiglio rimasto. Sul forum aperto dalla versione online del Corriere sono gli arrabbiati ad essere in maggioranza. Abbondano frasi tipo: «Con la televisione Berlusconi ha lavato il cervello degli italiani!!!»; «La colpa di Berlusconi è di essere stato il principale artefice nazionale del cambiamento antropologico degli italiani»; «Non tutto il male è colpa di Berlusconi, ma il 95% o più sì». Il povero Veltroni viene crocifisso e accusato di collaborazionismo con il nemico: è il prezzo che deve pagare chi ha il coraggio di dire certe verità in anticipo sui tempi. Moderni e riformisti quanto si vuole, a sinistra, ma per convincerli che il Male non è un brevetto Mediaset ci vorranno anni.

© Libero. Pubblicato il 24 agosto 2009.

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mercoledì, agosto 19, 2009

Immigrati e lavoro: cosa c'è scritto davvero nello studio di Bankitalia

di Fausto Carioti

Da ieri, nella biblioteca del bravo multiculturalista c’è un nuovo volume. In realtà è uscito un mese fa. Ma le agenzie di stampa e i partiti politici ne parlano adesso perché a metà agosto non accade nulla di interessante e su qualcosa bisogna pur litigare. Il titolo del testo, "L’economia delle regioni italiane nell’anno 2008", non è dei più accattivanti. Dentro, però, c’è scritto proprio quello che in molti vogliono sentirsi dire: gli immigrati non tolgono il lavoro agli italiani. E siccome il documento in questione è firmato dalla Banca d’Italia, giornali e commentatori di sinistra (e non solo) ce lo stanno già rivendendo come la conferma ufficiale del fatto che i nuovi arrivati non creano problemi agli italiani, e che la paura di perdere il posto a causa dell’arrivo degli stranieri è infondata.

Solo che le cose non stanno proprio così. Non sempre, quantomeno. E basta leggere con attenzione quanto scritto da Bankitalia per capire che c’è un’altra metà della verità, che via Nazionale mette tra le righe. Una verità che si potrebbe riassumere in questo modo: l’immigrazione fa bene agli italiani ricchi. Quanto agli italiani con pochi soldi in tasca, beh, per loro la storia è un po’ diversa.

Gli stessi studiosi della banca centrale, del resto, ci vanno con i piedi di piombo. Scrivono che «l’incremento del numero di stranieri non si è associato a un peggioramento delle opportunità occupazionali degli italiani, sebbene emergano differenziazioni tra i segmenti della popolazione». Proprio qui sta il punto. In particolare, vi sarebbe «complementarietà» tra gli stranieri e gli italiani più istruiti e le donne. Sono questi due gruppi, in altre parole, a trarre vantaggio dagli immigrati. In che modo? Per le donne, «la crescente presenza straniera attenuerebbe i vincoli legati alla presenza di figli e all’assistenza di familiari più anziani, permettendo di aumentare l’offerta di lavoro». Le donne, cioè, avrebbero più opportunità professionali, perché grazie alle baby-sitter e alle badanti possono pensare alla carriera e non ai figli e ai parenti anziani, affettuosamente ribattezzati «vincoli» dalla Banca d’Italia.

Ora, ben vengano colf e figure simili. Prima di esultare per le fantastiche opportunità che la loro presenza dischiude, però, bisogna avere l’onestà di ammettere che non tutte le italiane se la possono permettere. È un “lusso” riservato alle più abbienti. Anche perché lasciare i figli e i nonni alle cure di un immigrato, anziché occuparsene direttamente, ha senso solo se lo si fa per guadagnare più di quanto costa il lavoratore straniero.

Discorso simile per l’altro «segmento» che sarebbe avvantaggiato dall’immigrazione, ovvero quello degli «italiani più istruiti». Bankitalia spiega che «l’afflusso di lavoratori stranieri impiegati con mansioni tecniche e operaie può aver sostenuto la domanda di lavoro per funzioni gestionali e amministrative, che richiedono qualifiche più elevate». Insomma, la bassa manodopera immigrata creerebbe un indotto di profilo medio-alto: quadri, dirigenti, consulenti, legali e quant’altro si renda necessario per gestirla. Dire «italiani più istruiti», però, equivale a dire «italiani più ricchi». Come spiega l’Istat, «il reddito netto familiare è tanto maggiore quanto più è alto il livello di istruzione del principale percettore». Tanto che «la maggioranza assoluta (53,6 per cento) delle famiglie il cui percettore principale è laureato appartiene al quinto più ricco» degli italiani.

E i nostri connazionali più poveri e magari meridionali? Come vivono la presenza degli immigrati? Ci guadagnano anche loro o ci rimettono? Bankitalia non lo spiega. Dice, però, che al Nord affluiscono meno lavoratori italiani con titolo di studio più basso, il cui posto nelle fabbriche viene preso dagli stranieri. Sarebbe interessante capire qual è la causa e quale l’effetto. Se cioè i meridionali con basso titolo di studio non emigrano più perché i posti cui potrebbero aspirare sono tutti presi dagli immigrati, o se gli stranieri ottengono lavori che gli italiani non accetterebbero comunque, soprattutto se per averli debbono trasferirsi al Nord.

Alla fine, la sola certezza che emerge dal volume di Bankitalia è che gli unici a non aver nulla da temere dagli immigrati sono i ricchi. Gli italiani con le tasche vuote si arrangino pure. Sai che novità.

© Libero. Pubblicato il 19 agosto 2009.

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venerdì, agosto 14, 2009

Gli 83 anni del dittatore che nessuno ricorda

di Fausto Carioti

Il dittatore che ha sprofondato Cuba nel Terzo mondo, fatto uccidere per motivi politici 8.225 persone, incarcerato centinaia di migliaia di dissidenti e migliaia di omosessuali e costretto all’esilio due milioni di disperati, ieri ha compiuto 83 anni. Ma nessuno sembra essersene accorto. Il Fidel Castro di cui le cronache di questi giorni ci raccontano il compleanno non ha la grandezza storica e tragica dei despoti. Non sembra nemmeno avere mai avuto una dimensione politica. I media lo hanno elevato al rango di icona pop, e così l’anniversario di ieri ci viene raccontato con la stessa disinvolta simpatia che può essere dedicata ai 79 anni di Sean Connery o ai 66 di Mike Jagger.

Il tiranno malato ci viene rivenduto come una vecchia rockstar carismatica che tira fuori dal cassetto le foto della sua vita (all’Avana è stata allestita una rassegna di 35 istantanee), gioca a pallone con Diego Armando Maradona («Provate solo ad immaginare la scena: io che calcio un rigore contro Fidel Castro, pazzesco!») e scrive un libro di aforismi filosofici. Rispetto a certi ritrattini all’acqua di rose visti in questi giorni, decisamente più onesto Granma, l’organo ufficiale del regime. Dove si legge che ieri era «il compleanno del Soldato delle idee, del Leader della Rivoluzione, dell’Eterno Comandante in capo di Cuba, dell’uomo che ha sempre lottato per gli umili, con gli umili e per gli umili, del difensore della libertà, dell’indipendenza e della sovranità dei popoli, forgiatore di un mondo diverso migliore». Così, almeno, uno capisce subito che si tratta di un dittatore e dei suoi leccaculo.

Castro prese il potere agli inizi del 1959 promettendo ai suoi compatrioti non il comunismo di stampo sovietico, ma la libertà. E fino al 1961 si guardò bene dal dire che la sua era una «rivoluzione socialista» e tantomeno dal definirsi «comunista». Fu così bravo da ingannare persino gli americani. «Siamo stati noi a mettere al potere Castro», disse poi l’ambasciatore statunitense all’Havana, Earl T. Smith. Sul bilancio di questo mezzo secolo ognuno ha le sue idee, e ci sono rispettabilissimi signori (ben ritratti nel libro dedicato da Mario Vargas Llosa, Plinio Apuleyo Mendoza e Carlos Alberto Montaner al “Perfetto idiota latinoamericano”) convinti tuttora che Cuba sia il paradiso in Terra e che se c’è qualcosa che non funziona la colpa è dell’embargo americano, «antistorico e immorale» (per dirla con Gianni Minà, cheerleader italiana del dittatore). Ma i numeri parlano chiaro.

Intanto, non è vero che prima dell’arrivo al potere di Castro e dei suoi barbudos Cuba fosse in miseria. L’Atlante dello sviluppo economico scritto nel 1966 da Norton Ginsburg metteva l’isola al ventiduesimo posto tra le 122 nazioni prese in esame e le accreditava un numero di medici e dentisti, in proporzione alla popolazione, maggiore di Francia e Regno Unito, mentre la quantità di calorie assunta dai cubani superava del dieci per cento il livello minimo stabilito dalla Fao. Sull’isola circolavano 24 automobili ogni mille abitanti, dato più alto del Sud America. Cuba era all’avanguardia anche per numero di linee telefoniche ed aveva 23 stazioni televisive, più di ogni altro paese della regione. L’elenco potrebbe continuare.

Certo, era una ricchezza distribuita in modo ineguale. Ma cinquant’anni dopo a essere distribuita in modo più o meno uniforme è la miseria - con l’ovvia eccezione della cricca che vive attorno ai fratelli Castro. La coltivazione della canna da zucchero, che prima prosperava grazie al gioco del libero mercato tra coltivatori e acquirenti (tra cui gli industriali del rum), è stata messa in ginocchio dalle regole socialiste imposte dal regime. Il numero di linee telefoniche ed automobili per abitante è rimasto lo stesso del 1959. Gli investimenti esteri, un tempo copiosi, si sono azzerati. Le case e gli altri edifici cadono a pezzi. Cuba oggi è in fondo a tutte le classifiche sudamericane sulla ricchezza. Per sopperire al fabbisogno di proteine dei suoi connazionali, Castro ha provato persino a creare una razza “tascabile” di mucche - in modo che ogni famiglia potesse allevarne una, tipo cane da cortile - e razze giganti di rane e conigli. Con gli esiti tragici (per i poveri cubani e per i poveri animali) che si possono immaginare. Anche se il bilancio peggiore, ovviamente, è quello dei diritti umani e delle libertà individuali. Secondo Amnesty International ci sono ancora 54 prigionieri di coscienza rinchiusi nelle carceri del regime, e di democrazia e libertà d’espressione manco a parlarne.

Quanto all’embargo americano, la verità è che gli Stati Uniti vendono all’isola l’equivalente di 350 milioni di dollari di prodotti agricoli e consentono trasferimenti di soldi verso l’isola per un miliardo di dollari l’anno. Al resto pensa il tirannello venezuelano Hugo Chavez, che ha preso il posto di mamma Urss e ogni anno fornisce a Cuba sussidi per due miliardi di dollari.

Certo, oggi Cuba, su una popolazione di 11,4 milioni, conta 800mila professionisti, tra cui 65mila medici. Ma, come scrive Montaner, «solo un governante assolutamente incompetente può mantenere in povertà una società che possiede un simile capitale umano». Perché il problema non è l’indole della popolazione, e lo dimostrano anche gli esuli cubani fuggiti negli Stati Uniti e altrove, che hanno saputo sfruttare benissimo i vantaggi della democrazia e del capitalismo. Il problema è quel tipo che ieri ha compiuto 83 anni e che, alla faccia della Storia, continua a essere dipinto come un vecchio saggio, divertente e innocuo.

© Libero. Pubblicato il 14 agosto 2009.

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sabato, agosto 08, 2009

L'unica soluzione possibile per la Rai (e perché non sarà mai adottata)

di Fausto Carioti

Eppure un punto di incontro tra Silvio Berlusconi e i suoi nemici del soviet Rai ci sarebbe. Ieri il presidente del Consiglio ha detto di «non poter più sopportare» che quella italiana sia «l’unica televisione pubblica al mondo che con i soldi di tutti attacca il governo». Ha citato il caso del Tg3, che nell’edizione di giovedì (quella di ieri doveva ancora vederla) gli aveva dedicato quattro titoli «tutti negativi e di contrasto all’attività del governo». Una frase dinanzi alla quale l’Usigrai, vale a dire l’ala sinistra dell’azienda, invoca nientemeno che «un risveglio civile della coscienza degli italiani», mentre Dario Franceschini sostiene che il premier è «impaurito dalla stampa libera», e pazienza se la libertà che invoca il segretario del Pd per i giornalisti Rai è quella di farsi indicare la strada dal suo partito.

Berlusconi qualche buona ragione ce l’ha. Le gogne allestite da Michele Santoro e certe edizioni del Tg3 non hanno uguali negli altri Paesi, perché nessun governo è così scemo da farsi processare in diretta televisiva. Nella liberalissima Inghilterra, nel 2004, il presidente della Bbc Gavyn Davies e il direttore generale Greg Dyke si dovettero dimettere dopo che l’emittente pubblica aveva insinuato (sbagliando) che il primo ministro Tony Blair avesse mentito al Parlamento sulle informazioni in base alle quali era stata decisa la partecipazione al conflitto in Iraq. Si dovesse usare lo stesso metro in Italia, ai piani alti di viale Mazzini sarebbe tutto un via vai di presidenti e direttori generali trombati.

Anche gli accusatori di Berlusconi, però, hanno qualche argomento di facile presa. Perché è vero che al premier fanno capo le tre reti Mediaset e che una fetta dell’informazione Rai è in quota all’esecutivo e alla maggioranza (come è sempre stato in Italia chiunque governasse). Proprio per questo a Rai Tre, nel Tg3 e in casa Santoro si sentono autorizzati a usare i soldi del canone per dare libero sfogo alla loro avversione nei confronti di Berlusconi.

La via d’uscita? Privatizzare la Rai, mettere i canali di viale Mazzini nelle mani dei migliori offerenti. Così sarà il mercato a decidere cosa merita di andare in onda e cosa no. Se i programmi antiberlusconiani (al pari degli altri) faranno scappare i telespettatori, anche gli investitori fuggiranno e i processi televisivi cari alla sinistra lasceranno il posto ai documentari sulle otarie. Se invece continueranno ad andare in onda, nessuno potrà dire che questa aggressione televisiva avviene a spese dei contribuenti.

Privatizzando la Rai, finirebbero pure le polemiche sulle lottizzazioni vere e presunte e sui compensi riservati a chi ci lavora. Dire che deve accedere alla televisione pubblica solo chi lo merita è una frase tanto bella quanto vuota, visto che il merito lo si può misurare solo con la quantità dei telespettatori, e allora dovremmo dare ai tronisti di Maria De Filippi le chiavi di viale Mazzini. Quanto alla pretesa che l’informazione di Stato sia necessaria al bene comune, basta prendere in mano il telecomando per capire che è una bufala: l’informazione di Mediaset, Sky e La7 è «servizio pubblico» almeno quanto quella di Saxa Rubra. Il presidente della Rai, Paolo Garimberti, sembra venire da una galassia molto molto lontana quando pretende di cavarsela, come ha fatto ieri, dicendo che per la Rai «le notizie non hanno colore né odore e vanno date tutte, sempre». Favoletta buona per i bimbi delle elementari, perché i più grandicelli sanno che il racconto della stessa notizia cambia a seconda di dove punti la telecamera e di chi intervisti, e se a 66 anni Garimberti non c’è ancora arrivato se lo faccia spiegare da Santoro.

Insomma, in teoria il problema è di facile soluzione. Ma non se ne farà nulla. Perché Berlusconi e i suoi aggressori sono d’accordo su una cosa sola, che però è la più importante di tutte: nessuno vuole davvero una Rai privata. Pur con ricette diverse, tutti dicono di battersi per una Rai pubblica, anche se ovviamente migliore di quella che c’è adesso. Tutti fingono di non sapere che la Rai è così com’è proprio perché è pubblica, cioè gestita dai politici a loro uso e consumo usando soldi che non sono loro. E se è vero che privatizzare la Rai potrebbe anche non migliorarla, almeno si smetterà di farla pagare ai contribuenti.

© Libero. Pubblicato l'8 agosto 2009.

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sabato, agosto 01, 2009

Cosa c'è nel dossier segreto sulla Ru486

di Fausto Carioti

Eccolo qui, il dossier riservato sulla Ru486 di cui tutti parlano e nessuno ha ancora pubblicato una riga. È lungo 52 pagine, scritte in inglese e in francese. Sulla copertina appare l’intestazione della Exelgyn, l’azienda produttrice della pillola. Una scritta avverte che si tratta di materiale «confidenziale». La casa farmaceutica francese lo ha inviato il 25 marzo scorso ai tecnici del ministero italiano della Sanità, che avevano chiesto chiarimenti molto circostanziati all’azienda, anche per rispondere alle interrogazioni parlamentari presentate al governo sulla pillola abortiva e sulle morti legate al suo uso. I tecnici del dicastero lo hanno poi girato all’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, affinché ne tenesse conto per le sue valutazioni. Negli ultimi giorni sono stati in tanti a chiedere che questo documento diventi pubblico. Il senatore a vita Francesco Cossiga ha rivolto un’interpellanza all’esecutivo chiedendo «se non ritenga necessario fare chiarezza sulle notizie relative alle morti, rendendo pubblici il dossier della Exelgyn e il carteggio fra il ministero e l’Aifa». Più duro il deputato dell’Udc Luca Volontè: «L’Aifa pubblichi il dossier sulla Ru486 o si dovrà assumere la responsabilità di tutte le conseguenze che la pillola assassina potrà provocare».

Il contenuto del dossier è spiegato nelle prime righe: «Questo rapporto passa in rassegna tutti i casi riportati di eventi negativi che hanno avuto esito fatale associati alla somministrazione di Mifegyne (mifepristone) durante il periodo dal 28 dicembre 1988 al 31 dicembre 2008. Le morti in feto o neonatali di bambini esposti al mifepristone non sono state inserite». Mifegyne è il nome commerciale della Ru486 e il mifepristone è il suo principio attivo. Nel periodo osservato, spiega il dossier, sono stati riportati «ventinove casi di reazioni avverse con evoluzione fatale nei pazienti trattati con mifepristone».

Di queste ventinove morti, «dodici casi erano legati all’uso “compassionevole” del Mifegyne», e secondo la casa farmaceutica «in undici casi su dodici la malattia trattata è stata la causa della morte». Il farmaco, infatti, viene usato anche per trattare patologie particolari come i meningiomi, il sarcoma, la depressione. In Gran Bretagna, ad esempio, un anno fa è morto un uomo di 37 anni trattato con il mifepristone per curare la depressione. Causa immediata della morte: disordine cardiaco. Conclusione della Exelgyn: il caso «non è collegato» al mifepristone.

Delle diciassette morti seguenti all’uso del farmaco per interrompere la gravidanza, sette sono avvenute negli Stati Uniti, cinque nel Regno Unito, due in Francia e una in Canada, Svezia e Taiwan. Due di questi diciassette casi, secondo la ditta che produce la Ru486, «sono stati probabilmente causati dalla prostaglandina usata dopo la somministrazione di mifepristone». Questo perché, per completare l’aborto, di solito è necessario assumere un secondo farmaco, generalmente il Misoprostol, che provocando contrazioni uterine favorisce l’eliminazione dell’embrione. Dodici casi sono stati invece «seguenti a complicazioni tromboemboliche, emorragiche o infettive dell’aborto». Le restanti tre morti seguenti a tentativo di aborto chimico secondo la Exelgyn «sono dovute a cause non specificabili». Di alcuni di questi casi si parla per la prima volta proprio nel documento confidenziale di cui Libero è giunto in possesso.

Ogni morte è corredata da un breve riassunto che ne descrive i sintomi e i fatti accaduti, quando disponibili. Sono i casi inglesi quelli che colpiscono di più: oltremanica una ragazza è morta per emorragia gastrica dopo aver cercato di procurarsi l’aborto chimico con una compressa di mifepristone (l’autopsia ha rivelato un litro di sangue nel suo stomaco), una donna inglese è morta per embolia polmonare, una per emorragia massiva, una per crisi asmatica e un’altra per arresto cardiaco. Due di questi decessi sono avvenuti dopo il febbraio del 2008, cioè dopo che in Italia il comitato tecnico-scientifico dell’Aifa aveva dato il primo e più importante via libera alla pillola abortiva. Nonostante i rilievi del ministero, i tecnici dell’Agenzia del farmaco non hanno ritenuto queste morti un motivo sufficiente per rivedere la loro posizione. A Taiwan una donna di 31 anni è morta in ospedale, dopo aver ingerito mifepristone in due dosi successive, per «porpora trombotica trombocitopenia, emorragia intracraniale ed emorragia massiva intrauterina in data non specificata». Numerosi anche i casi in cui la morte è dovuta all’aggressione del Clostridium Sordellii, un batterio rarissimo, che però appare in ben sette dei casi di morte seguenti a tentativi di aborto mediante Ru486. Anche se, a tutt’oggi, non esiste un rapporto di causa ed effetto scientificamente accertato tra l’uso del farmaco e la presenza del batterio.

Da quando è stata messa in commercio, nel settembre del 1989 in Francia, sino al febbraio 2009, secondo la Exelgyn sono state vendute 2.453.870 scatole di Mifegyne, da tre compresse l’una. Per abortire di norma è necessario prendere tutte e tre le pillole, ma in alcuni casi può esserne usata anche una sola. Nonostante il numero di morti legate all’uso della pillola, la casa farmaceutica conclude il rapporto scrivendo che «la somministrazione di Mifegyne in se stessa non causa direttamente eventi avversi fatali. Comunque, l’aborto indotto non è senza rischi, ma con Mifegyne usato secondo le indicazioni molti casi possono essere prevenuti e gestiti attivamente con la prescrizione di un buon servizio medico».

© Libero. Pubblicato il 1 agosto 2009.

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