venerdì, luglio 31, 2009

La profezia della Sibilla baffuta

di Fausto Carioti

La Sibilla baffuta ci ha azzeccato anche stavolta. Era il 13 giugno e Massimo D’Alema, commentando le inchieste pugliesi, vaticinava dagli schermi di Rai Tre, con l’aria annoiata di quello che sa già tutto e si degna, bontà sua, di concedere al volgo briciole della sua onniscienza. «Penso che la vicenda italiana potrà conoscere delle scosse», recitava la sua profezia. Il Pd, assieme alle altre forze d’opposizione, avrebbe dovuto essere pronto «ad assumersi le proprie responsabilità, con molta forza e molta autorevolezza». Cavolo, D’Alema sì che ha la vista lunga. Un mese e mezzo dopo si è tutto avverato: le scosse partite dalla Puglia ci sono state e per il Pd e i suoi alleati sembra davvero arrivato il momento delle responsabilità. Civili e penali.

Alle nove e mezza di ieri mattina le gazzelle dei carabinieri di Bari si sono fermate davanti alle sedi regionali del Partito democratico, di Rifondazione comunista, di Sinistra e Libertà, della lista civica del sindaco Michele Emiliano (ex magistrato,ora vicino a D’Alema) e dei Socialisti autonomisti (la lista di Alberto Tedesco, ex assessore pugliese alla Salute e oggi senatore del Pd, anche lui vicino a D’Alema). Gli uomini dell’Arma, inviati dal sostituto procuratore Desirèe Digeronimo (che ha fama di persona seria), hanno perquisito le sedi e sequestrato i bilanci dei cinque partiti, alla ricerca di prove su presunti finanziamenti occulti che imprenditori locali avrebbero concesso durante la campagna elettorale del 2005, che portò Nichi Vendola alla guida della giunta regionale, e durante quella per le recenti elezioni comunali, che hanno confermato Emiliano primo cittadino. Tutto secondo la migliore tradizione della politica italiana, insomma, con ipotesi di reato che vanno dal finanziamento illecito ai partiti sino al voto di scambio, passando per corruzione, concussione, falso e truffa. In un’indagine che vede indagate una quindicina di persone, anche grazie alle prove raccolte in numerose intercettazioni telefoniche. Difficile dire adesso se il centrosinistra pugliese riuscirà a sopravvivere alla botta.

L’unica discrepanza rispetto alla predizione di D’Alema riguarda l’oggetto delle scosse. Secondo il pronostico dalemiano il sisma giudiziario doveva far crollare Silvio Berlusconi e il suo governo. A finire terremotato, invece, è stato proprio il Pd - specie nella sua componente dalemiana - assieme alle altre forze d’opposizione. Ma sono quisquilie che nulla tolgono alla capacità divinatoria del vate in barca a vela.

Quelli del Pdl sono comunque costretti a godere a denti stretti. Un po’ perché hanno le loro magagne giudiziarie, un po’ perché, nonostante la serietà degli inquirenti, la storia insegna che simili inchieste molto spesso finiscono in un nulla di fatto, se non altro per la difficoltà di provare in tribunale la commissione del reato. Chi rinuncia volentieri al coitus interruptus è Antonio Di Pietro, che tanto le sue condanne le ha già scritte e può far sapere a tutti che l’unico partito di centrosinistra non coinvolto dall’indagine è il suo, in modo da grattare un altro po’ di voti ai suoi veri avversari, che ovviamente sono quelli del Pd.

I quali, comunque vadano le inchieste pugliesi e le altre che li riguardano in tutta Italia, sono destinati a pagare cara la loro presunzione di sentirsi perennemente vergini e di andare in giro - vizietto che hanno tuttora - con il ditino accusatore puntato sugli avversari. Davanti a notizie come quella di ieri, gli elettori che avevano creduto alla storiella della questione morale si svegliano dal letargo con una gran voglia di mettere le manette al primo assessore del Pd che gli capita davanti. Di Pietro incassa e ringrazia.

© Libero. Pubblicato il 31 luglio 2009.

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mercoledì, luglio 22, 2009

Il nuovo ambasciatore statunitense parla dell'Italia

Qui sotto trovate l'intera trascrizione dell'audizione fatta davanti alla Commissione Esteri del Senato americano da David H. Thorne, ambasciatore designato per l'Italia. L'audizione è del 16 luglio ed è stata resa pubblica nelle scorse ore. E' la prima volta che Thorne parla in modo ufficiale dell'Italia e del suo rapporto con il nostro Paese.

Al di là di tutte le frasi di rito, occhio a queste parole in particolare: «While the United States and Italy cooperate closely on several issues, there are, however, certain Italian foreign policy positions which continue to concern us. If confirmed, I will work closely with the Italian government to work through our differences». Vogliono dire: «Anche se gli Stati Uniti e l'Italia cooperano strettamente su numerosi temi, ci sono, comunque, alcune posizioni della politica estera italiana che continuano a preoccuparci. Se confermato, lavorerò in stretto contatto con il governo italiano per ridurre le nostre differenze». Un approccio molto realista e un po' inusuale nei confronti dell'Italia, che peraltro non nasce con l'amministrazione di Barack Obama.

Sono (anche) le «differenze» di cui ho scritto qui, e di cui aveva parlato, in toni comunque diplomatici, il predecessore di Thorne, Ronald Spogli, nel suo discorso d'addio dall'Italia. Da leggere e tenere a mente: bene o male, Thorne sarà un protagonista della vita politica italiana per i prossimi anni.

Testimony of David H. Thorne
Ambassador-Designate to the Italian Republic
and the Republic of San Marino
July 16, 2009
Senate Foreign Relations Committee

Madam Chair and Members of the Committee,

I am greatly honored to be here today as President Obama’s nominee to be the United States Ambassador to Italy and to the Republic of San Marino. I am humbled by the confidence and trust that the President and Secretary Clinton have placed in me, and I pledge to you that if confirmed, I will work closely with the President and Congress to advance our nation’s interests in Italy and to promote cooperation on issues of mutual concern.

I would like to introduce Rose, my wife of 38 years. My family has always been the central pillar of my life. I could not imagine doing this without them. If confirmed, she, my son William, and my daughter Emma will make an enormous contribution to the life of the Embassy and provide invaluable support to my efforts.

I have been blessed with an almost lifelong personal connection to Italy. I lived there for more than twenty years and have remained deeply connected ever since. My family and I moved to Rome in 1953, when my father, Landon Thorne Jr., was appointed by President Eisenhower to administer the Marshall Plan for Italy. I grew up in Rome learning fluent Italian and nurturing a deep appreciation and knowledge of Italy’s culture, politics, and society. After my father left the Foreign Service, he owned and published the Rome Daily American, established and directed the Italian branch of Banker Trust Company, and served as trustee of the American Academy in Rome. We have continued to support the American Academy and the arts here and in Italy for over fifty years. I return often to Italy to share our family’s legacy with the next generation. On a personal sports note, during my years in Italy I could not escape the infection of soccer mania. I played soccer in college and continue to play league soccer in New England. As long as they are not competing against the U.S. team, I remain an Italian-team “tifoso” (ardent fan) during European and World Cup play.

Italy has been like a second home to me. I am living proof of the close ties between Italians and Americans. The relationship between Italy and the United States has a long and rich history that dates back to the arrival of the first Italian immigrants on these shores in the 1800s. A long-lasting friendship based on shared values of liberty, democracy, and economic resourcefulness developed between the United States and Italy after World War II. As our fifth largest ethnic group, Italian Americans still demonstrate their deep love and affection for Italy with support for Italian-American organizations on the local, regional, and national level. The State Department is working closely with these organizations, through a public private partnership with the National Italian American Foundation, to respond to the educational needs of the region of Abruzzo, Italy, in the aftermath of the earthquake. More Americans visit Italy than any other non-English speaking country. Our continuing friendship and alliance were re-affirmed by President Obama and Prime Minister Berlusconi at their meeting in Washington, DC and the President’s meetings with President Napolitano and the Prime Minister in conjunction with Italy’ hosting of the 2009 G8 Summit in L’Aquila.

If confirmed, I hope to harness this love for Italy with my pride in being a citizen of our great nation to promote American interests abroad. At this critical juncture in our foreign policy, President Obama has set a new tone for our engagement with other countries. In his recent speech in Cairo, the President emphasized the “need to use diplomacy and build international consensus to resolve our problems whenever possible.” If confirmed, I will take on that charge personally and work to convey an America that listens to and collaborates with our allies and friends around the world.

Over the course of the last forty years as an entrepreneur, publisher, and an engaged citizen, I gained a deep understanding of our nation’s business and political process and have been exposed to a broad spectrum of beliefs and values within the United States. I believe that understanding the diversity, complexity, and opportunity within our own country is critical to appreciating the position of other nations and peoples in order to conduct effective diplomacy.

Italy has been an important and steadfast friend and supporter of many of our foreign policy goals, both bilaterally and globally. Italy has been a long-standing partner in both civilian and military missions in Afghanistan and Iraq and is a strategic NATO ally. Italy is the sixth-largest troop contributor to International Security Assistance Force (ISAF) in Afghanistan, holds ISAF Regional Command-West, and has a Provincial Reconstruction Team (PRT) in Herat Province. Italy has provided strong, sustained leadership of the PRT in Iraq’s southern province of Dhi Qar. Prime Minister Berlusconi also recently stated that Italy will send 525 new troops to Afghanistan and will increase the number of Carabinieri to train Afghani police forces, as a complement to the exceptional training Carabinieri have provided to Iraqi Security Forces. At the June Afghanistan-Pakistan outreach conference in Trieste, Italy successfully advanced international consensus on the need for a unified, coordinated multinational approach to bringing stability and security to both sides of the Afghanistan-Pakistan border. If confirmed as Ambassador, I will encourage Italy to continue its commitment to provide military personnel and reconstruction and development aid to Afghanistan and Pakistan.

Italy is also a top-tier contributor to UN, NATO, and EU missions worldwide, including in Kosovo and Lebanon, where it commands UNIFIL forces. Italian military have rotated command of NATO’s Kosovo Force since its inception in 1999 and currently contribute over 1900 personnel to missions there. The United States appreciates Italy’s significant peacekeeping contributions and their pursuit of peace and stability in the Balkans. On the Israel-Palestinian question, Italy has been a loyal friend to Israel, hosts a growing community of Muslim immigrants, and strongly supports calls for a two-state solution and President Obama’s full engagement in the Middle East Peace Process. Italy has also been active in its G8 presidency this year, and the United States has worked closely with Italy to shape the outcome of the summit and ministerial meetings. Italy’s positions on a number of issues, including climate change and food security, track well with U.S. priorities.

Military cooperation between Italy and the United States is also excellent. My brother, Landon, served as Assistant Naval Attaché (Reserve) in Rome, and after college, I had the honor and privilege to serve in the United States Navy along with this Committee’s Chairman, my friend John Kerry. Thus, I am keenly appreciative of the importance of this military alliance. Over 13,000 U.S. personnel are stationed at U.S military bases hosted by Italy, and key component commands for USEUCOM and USAFRICOM are located in Italy. Our installations in Italy are critical to our efforts to help stabilize regions in the Middle East and North Africa.

While the United States and Italy cooperate closely on several issues, there are, however, certain Italian foreign policy positions which continue to concern us. If confirmed, I will work closely with the Italian government to work through our differences.

Ambassadors have a unique responsibility to advance U.S. interests internationally and to promote not only political, but also economic bilateral relations. The United States and Italy cooperate closely on major economic issues, including within the G-8. Italy was our twelfth-largest trading partner in 2008. Italy, however, faces serious economic challenges, which have become more critical with the current economic crisis. If confirmed, I will use my experience as a businessman to deepen commercial ties between Italy and the United States and will build on Ambassador Spogli’s Partnership for Growth initiative to continue to foster high-growth economic ventures in Italy.

If confirmed, I would also do my utmost to represent the United States faithfully and positively and to help restore and promote our image abroad. If confirmed, I would welcome the opportunity to present to Italians a multi-faceted America that cherishes its freedoms, is tolerant of diverse beliefs and values, and is supportive of those who strive for opportunity and to have their voices heard. I will also work diligently, if confirmed, to ensure the safety of the tens of thousands of our citizens that work, reside, study, or travel in Italy each year.

The United States and Italy have much in common—a shared belief in representative government and in freedom of expression and the desire for a more stable and humane world. In reaching out to the Italian people, our public diplomacy efforts emphasize the enduring nature of our underlying shared values. With the United States facing an unprecedented number of political, military, and economic challenges, we need more than ever to strengthen our relationships with our allies and their populations and to create new relationships where they have not existed for some time. As Secretary Clinton clearly stated: “Robust diplomacy and effective development are the best long-term tools for securing America's future.” If confirmed, I will work with our Italian friends to address the grave challenges before us and will work to broaden our ability to reach out to diverse groups within Italian society. I can think of no greater honor and delight than helping to bring Italian and American ties even closer.

Madam Chair, Members of this Committee, thank you for granting me the honor of appearing before you today. I am pleased to answer any questions you may have.

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martedì, luglio 21, 2009

I guardoni ormai sparano a salve

di Fausto Carioti

Il gossip sessuale sulle frequentatrici di villa Certosa e palazzo Grazioli, che doveva ridicolizzare Silvio Berlusconi davanti al mondo, sinora è servito a evidenziare l’“impotentia coeundi” dei suoi aggressori: bravissimi a fare i guardoni, del tutto incapaci a dare il colpo decisivo. Come noto il “silver bullet”, la pallottola ammazza-premier che Repubblica doveva sparare durante il G8, non s’è vista: le rivelazioni shock non ci sono state e le fotografie di Antonello Zappadu pubblicate sinora sono molto più caste di un qualunque pomeriggio estivo sulla spiaggia romana di Capocotta. Questo ha consentito a Berlusconi di terminare il vertice dell’Aquila lodato da Barack Obama e dagli altri grandi leader del pianeta. Dopo averci masticato amaro per un po’ di giorni, ieri i giornali di Carlo De Benedetti ci hanno riprovato. Sul sito web dell’Espresso sono state pubblicate le trascrizioni delle presunte intercettazioni fatte da Patrizia D’Addario durante i suoi colloqui con Berlusconi e con l’imprenditore Gianpaolo Tarantini, che l’aveva presentata al premier. Ma è l’ennesimo boomerang: pure prendendo per vere quelle intercettazioni, il Berlusconi che ne esce fuori non solo non ha commesso alcun reato, ma è di gran lunga migliore di come lo dipingono i suoi avversari.

Dalle tasche del Cavaliere, innanzitutto, non è uscito uno spicciolo. È la stessa D’Addario a lamentarsene nella sua telefonata del giorno dopo con Tarantini. «Come è andata?», le chiede l’imprenditore al telefono il 5 novembre. «Bene, niente busta però. Come mai? Tu mi avevi detto che c’era una busta», sbuffa lei, che si aspettava i contanti e si è ritrovata con le mani vuote e una tartarughina da bigiotteria appesa al collo. In compenso si dice convinta di avere strappato una promessa al premier: «Ha detto che mi avrebbe aiutata sul cantiere». Si tratta della costruzione su un terreno di proprietà della famiglia della D’Addario, nel barese, bloccata da un vincolo idrogeologico. Un impegno che Berlusconi, ammesso che l’abbia davvero preso, di sicuro non ha mai rispettato. Tanto che la D’Addario ha deciso di punirlo. Come ha raccontato a Libero la sua amica Barbara Montereale, «Patrizia meditava vendetta da Natale scorso. Mi disse che avrebbe fatto lo scoop perché non era stata aiutata dal presidente».

Così il gruppo Espresso-Repubblica, che sognava di porre alla gogna un premier colpevole di aver pagato le prostitute, si trova tra le mani un Berlusconi messo in croce per l’esatto contrario: non aver pagato - né con i soldi né con i favori - la persona che stava nel suo letto. E i moralisti di largo Fochetti si sono ridotti a fare la stessa battaglia di una signorina che reclama di essere pagata per la prestazione sessuale, magari aggirando un vincolo edilizio. Complimenti per la coerenza.

La D’Addario, comunque, ha trovato altri modi per monetizzare l’impegno profuso quella notte. Sta preparando un libro (di questi tempi i ghost-writer non le mancano) per raccontare la sua avventura, condita con gli immancabili nuovi dettagli piccanti, poco importa se veri o verosimili. E tra un capitolo e l’altro si è spogliata per fare un calendario per il giornale scandalistico spagnolo “Interviù”: di sicuro, stavolta avrà un cachet più alto di quello ottenuto per il calendario che fece nel 2003, quando posava sotto il nome d’arte di Brummel e ambiva solo a farsi appendere nelle migliori motofficine dell’entroterra pugliese.

La seconda sensazione che si ricava da quelle intercettazioni è che Berlusconi tutto è tranne che quel “sultano” misogino che piace raccontare alla sinistra. Al contrario: è il marito arcitaliano la cui storia coniugale si è consumata da tempo, bisognoso di calore umano e quasi goffo, al punto da telefonare alla sconosciuta con cui era stato la notte prima per dirle «tesoro» e raccontarle quanto è stato bravo a fare «un bellissimo discorso» in pubblico.

Così, ai delusi di Repubblica non resta così che riscaldare gli avanzi dell’Economist. Il settimanale inglese, subito ripreso dal quotidiano di Ezio Mauro, si è chiesto se la D’Addario e le altre escort abbiano pagato le tasse, rilasciando regolare fattura all’acquirente. Ovviamente si rivolgono a Berlusconi, per insinuare che al libertinaggio sessuale si accompagna l’immoralità pubblica. Ma invece di domandarlo al premier, che non ha pagato per la compagnia, devono chiederlo a Tarantini o alla D’Addario. Che è già stata intervistata da Repubblica, senza però ricevere questa fondamentale domanda sulla sua partita Iva. A dimostrazione del fatto che non frega niente manco a loro, e la tirano fuori adesso perché non hanno davvero più nulla cui aggrapparsi.

© Libero. Pubblicato il 21 luglio 2009.

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venerdì, luglio 10, 2009

L'accordo sul clima è buono proprio perché finto

di Fausto Carioti

Anche a sinistra sono in pochi a dirlo, perché lì sopra c’è la firma di Barack Obama, e qualunque cosa faccia il Messia è per definizione equa, solidale ed eco-compatibile, oltre ad essere ovviamente un successo. La verità, però, è che, al di là della solita prosopopea di rito, l’accordo sulle politiche per il clima raggiunto all’Aquila - ridurre del 50% le emissioni di gas serra entro l’anno 2050, senza prevedere target intermedi - è un accordo fittizio, perché rimanda tutto a babbo morto. Nonostante questo, non è stato accettato da molti Paesi, incluso quello che emette più anidride carbonica di tutti, cioè la Cina. Così, quando i vertici italiani di Greenpeace si lamentano perché quella del G8 è un’intesa «generica», che si limita a «contenere l’aumento della temperatura terrestre entro i 2 gradi, senza un piano chiaro, senza investimenti e senza obiettivi», dicono una cosa vera. La bella notizia è che - proprio per i motivi per cui agli eco-catastrofisti non piace - quello trovato in Abruzzo è un buon accordo.

Nella dichiarazione dei leader del G8 siglata mercoledì si stabilisce di «condividere con tutti i Paesi lo scopo di raggiungere una riduzione pari almeno al 50% delle emissioni globali entro il 2050» e di «appoggiare l’obiettivo dei Paesi sviluppati di ridurre le emissioni complessive di gas serra almeno dell’80% entro il 2050 rispetto al 1990 o agli anni più recenti». Quest’ultima condizione, che rende i vincoli ancora più laschi, è stata chiesta da Obama: il presidente statunitense ha già faticato tanto per ottenere dalla Camera il via libera a dimezzare entro il 2050 le emissioni del 2005, e mai riuscirebbe ad avere semaforo verde per un obiettivo più ambizioso.

Ieri il G8 si è allargato ad altri Paesi, e questo ha reso ancora più evanescenti gli obiettivi fissati il giorno prima. Il consesso dei diciassette, che raggruppa i Paesi del G8, le principali economie emergenti e la Danimarca (che a dicembre ospiterà la prossima conferenza mondiale sul clima), non è riuscito a raggiungere l’intesa sull’obiettivo di dimezzare le emissioni nei prossimi quarant’anni, che a questo punto vincola solo i membri del G8. Ma così, oltre a essere calibrato su un futuro lontano, l’accordo diventa inutile. Perché la prima a non accettarlo è la Cina, che già adesso è il Paese che produce più anidride carbonica al mondo e, se non adotterà interventi, da qui al 2030 raddoppierà le sue emissioni. Altro che dimezzamento.

Un dramma per le sorti del pianeta, come qualcuno oggi vorrà farci credere? Manco per niente. Il messaggio che i leader internazionali spediscono al mondo dall’Abruzzo è realistico e molto sensato: non hanno alcuna intenzione di ridurre ancora di più lo sviluppo per star dietro alle smanie eco-catastrofiste di Al Gore e di certe associazioni ambientaliste. Meglio procedere in modo graduale. Obama, Nicolas Sarkozy, Angela Merkel, Silvio Berlusconi e gli altri, inclusi quelli che arriveranno al governo nei prossimi anni, faranno quello che potranno. Useranno la leva verde per finanziare con denaro pubblico la costruzione di centrali elettriche a zero emissioni di anidride carbonica (in altre parole avremo più centrali nucleari), per agevolare l’innovazione dei costruttori di automobili, delle imprese che producono materiale per l’edilizia e di chiunque abbia un business legato all’emissione di CO2 e al risparmio energetico (la lista degli interessati è molto lunga). Nell’immediato quello dell’ecologia sarà anche un buon pretesto per usare i soldi dei contribuenti allo scopo di sostenere l’occupazione nelle aziende impantanate nella crisi economica. Più di questo, però, non hanno intenzione di fare.

Toccherà a chi siederà al loro posto tra qualche decennio decidere se insistere e puntare davvero a dimezzare le emissioni, o far fare all’accordo raggiunto ieri la fine del trattato di Kyoto, che imponeva di tagliare le emissioni dei gas serra del 5% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2012, ed è fallito perché nessun Paese era disposto a rovinarsi per contrastare un “global warming” su cui ci sono più dubbi di quanti se ne ammetta in pubblico. Sarà un caso, infatti, ma i tempi lunghi che sono stati previsti all’Aquila dovrebbero servire anche a far luce sull’aspetto scientifico della questione. A capire, cioè, se davvero la Terra vada verso il surriscaldamento e se l’uomo c’entri qualcosa. Perché non è affatto vero quello che dicono gli eco-allarmisti, e cioè che il 99 per cento della comunità scientifica è convinta che la risposta alle due domande sia “sì”. Per dire: i repubblicani americani hanno presentato al Senato un rapporto di minoranza in cui sono raccolti i pareri di 650 scienziati, inclusi alcuni premi Nobel, che la pensano esattamente al contrario. I leader convenuti al G8 non potevano dare ragione a questi “negazionisti”, le cui teorie sono ritenute politicamente scorrette. Potevano però spostare il momento della verità al 2050, ed è proprio quello che hanno fatto. Segno che nessuno di loro crede davvero che l’apocalisse climatica sia dietro l’angolo.

© Libero. Pubblicato il 10 luglio 2009.

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martedì, luglio 07, 2009

Trappola porno per il G8

di Fausto Carioti

Ancora poche ore e sapremo di cosa sono fatte le pallottole che gli avversari di Silvio Berlusconi hanno tenuto in serbo per sparargliele durante il vertice G8, e sapremo se la vittima designata riuscirà a schivarle. Sono momenti cruciali, che il presidente del consiglio sta vivendo con l’ansia che meritano le grandi sfide della vita. La cancellazione della puntata di Porta a Porta prevista per ieri sera, dove sarebbe stato protagonista assoluto, e di tutti gli altri appuntamenti in agenda per questi due giorni, con l’esclusione della inderogabile comparsata di ieri accanto al presidente cinese Hu Jintao, conferma che Berlusconi intende mantenere il più basso profilo possibile, e accredita l’impressione di un premier col fiato sospeso.

Girano voci incontrollate, come sempre avviene in simili occasioni. Si parla con insistenza di scatti fotografici clandestini che ritrarrebbero il premier e un suo illustre ospite internazionale in posizione gaudente assieme a qualche signorina ai bordi della piscina di villa Certosa. Immagini di cui sarebbe al corrente anche il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Il quale, proprio per questo, nei giorni scorsi avrebbe chiesto a tutti i protagonisti del teatrino una «tregua nelle polemiche» sino alla fine del G8, che vedrà l’Italia sotto i riflettori del mondo. Ma Napolitano, come noto, ha ricevuto una risposta da Repubblica la cui sostanza, depurata dei convenevoli, era chiara: nessuna tregua a Berlusconi.

Anche se le voci sulle fotografie dovessero rivelarsi vere, in quelle immagini non ci sarebbe nulla di rilevante da un punto di vista penale. Ad essere interessato sarebbe solo il basso ventre dei guardoni. Ma si punta a diffondere gli scatti fatti da Antonello Zappadu - o da qualcuno per conto suo - in sincronia con l’avvio del vertice, dove Berlusconi starà gomito a gomito con Barack Obama e gli altri grandi leader internazionali, proprio per massimizzare l’impatto mediatico e politico della vicenda. Assieme a queste immagini, che dovrebbero apparire forse oggi stesso nell’edizione cartacea o sul sito web di un grande quotidiano internazionale interessato a fare la pelle al premier (la lista è lunga), i nemici di Berlusconi contano di far uscire l’ennesima rivelazione da Bari. Dove la signorina Patrizia D’Addario sembra aver detto tutto quello che aveva da dire, e la sua figura è stata ben inquadrata, anche grazie al ritratto non proprio lusinghiero che ne hanno fatto le amiche. Ma tanto lei quanto le professioniste sue colleghe sono capaci di colpi di scena: hanno fiutato che questo è il loro momento, forse l’ultimo grande treno della loro vita, e intendono giocarsi l’occasione sino in fondo. Il libro che la D’Addario ha annunciato di voler scrivere la dice lunga.

Di sicuro chi intende terrorizzare palazzo Chigi non si sta risparmiando nessuno sforzo. L’editoriale apparso ieri su Repubblica era tutto un “avvertimento”. Si avvisava Berlusconi che i media internazionali rafforzeranno «i loro sforzi per offrire alle opinioni pubbliche occidentali una rappresentazione più puntuale e documentata dell’uomo che governa l’Italia». Si annunciava che presto il presidente del consiglio si «renderà amaramente conto» di quello che si pensa di lui negli altri Paesi e si chiudeva il salmo in gloria: «Non era senza fondamento il vaticinio che il capo del governo avrebbe trascinato nel suo declino l’intero Paese».

Massimo D’Alema si accoda e ci spera. Tanto che domenica sera, alla festa del Pd, ha detto senza giri di parole che la resa dei conti è imminente: l’Italia si avvia verso un «periodo di incertezza» e a breve potrebbero «aprirsi scenari imprevedibili». Questi libertini convertiti al moralismo si sono ridotti anche a fare da chierichetti ai vescovi italiani. Gli stessi prelati che irridono ogni qual volta esprimono il loro parere sull’eutanasia o sull’aborto o sulla morale sessuale, diventano una voce autorevole che nessuno può ignorare quando sembrano fare la predica a Berlusconi.
Una strategia che sembra comunque avere effetti, se è vero che domenica da palazzo Chigi, dopo la fuga di notizie su quanto sta per accadere, è partito un comunicato “preventivo” in cui si affermava che «le immagini descritte che si vorrebbero pubblicare non corrispondono a fatti avvenuti e sono certamente frutto di manipolazioni o fotomontaggi digitali».

Ma non è detto che le cose debbano andare come sperano D’Alema e Repubblica. C’è un’altra strada che può prendere il destino di Berlusconi. Un futuro possibile nel quale le fotografie che i suoi avversari faranno pubblicare dai giornali stranieri aggiungono poco o niente al nulla che si è visto negli scatti diffusi sinora, e nel quale la D’Addario e le altre “escort” che si vantano di aver messo piede a palazzo Grazioli insistono a rimestare i soliti veleni nel mortaio, perché altro non c’è. Dovessero andare davvero così le cose, Berlusconi potrebbe guardare con ottimismo al resto della legislatura. L’unica cosa sicura, in questa vicenda, è che tutte le cartucce che i suoi nemici hanno a disposizione gliele spareranno addosso da qui al culmine del G8, perché solo così possono sperare di infliggere al premier un colpo letale. E se non ce la fanno adesso, buttarlo giù dopo sarà quasi impossibile.

© Libero. Pubblicato il 7 luglio 2009.

Aggiornamento. Intanto il primo siluro di Repubblica si rivela un flop. Aspettiamo il resto.

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lunedì, luglio 06, 2009

"Berlusconi spiato da uomini dei servizi per conto delle procure". Intervista a Cossiga

di Fausto Carioti

A rompere la monotonia di un sabato afoso di luglio ci pensa Francesco Cossiga. È quasi mezzogiorno quando il presidente emerito della Repubblica invia una lettera aperta a Francesco Rutelli, presidente del Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, incaricato di controllare l’attività dei servizi segreti italiani. Pura dinamite: Cossiga parte da quanto detto da Umberto Bossi a Berlusconi («Invece di farsi accompagnare dai servizi segreti, è meglio farsi accompagnare dalla gente della Lega e dalla polizia normale, come faccio io. I servizi sono una brutta roba»), ma si spinge molto più in là di quanto fatto dal leader leghista. Il senatore a vita sostiene di aver raccolto «voci che circolano negli ambienti d’istituto», secondo le quali «agenti di un servizio nazionale di informazioni e sicurezza, pur non ricoprendo la qualifica di ufficiali o agenti di pubblica sicurezza e di polizia giudiziaria ordinaria o militare, avrebbero collaborato con magistrati delle procure della Repubblica di Milano, Bari, Roma e Tempio Pausania, anche garantendo la segretezza dei loro contatti e delle loro comunicazioni in relazione a materie da dette procure della Repubblica in corso di trattazione e aventi relazioni con la persona, i fatti e i comportamenti dell’onorevole Silvio Berlusconi». Cossiga chiede quindi a Rutelli di far aprire dal Copasir una nuova inchiesta. Insomma, come spesso accade con lui, c’è al fuoco tanta di quella carne che vale la pena di parlarci un po’. Se non altro per capire bene dove voglia andare a parare.

Presidente, uno che legge la sua lettera capisce che, secondo lei, all’interno dei servizi segreti c’è chi spia Berlusconi. È questo che crede?
«Sì».

E questo spionaggio avverrebbe per conto delle procure di «Milano, Bari, Roma e Tempio Pausania»?
«Diciamo che ci ho messo qualche procura in più, per non far capire quali fossero quelle cui alludevo. Mi interessava che chi deve capire capisca. Ma sa cosa è che mi spaventa davvero?».

Cosa?
«Mi spaventa il fatto che io, che oggi sono al di fuori del circuito del potere, praticamente privo di contatti con qualsiasi nuovo uomo della politica, venga a sapere queste cose, mentre tutti gli altri fanno finta di niente o non se ne accorgono».

Lei parla di «voci che circolano».
«Me le hanno sussurrate».

Può essere più chiaro? Come è venuto a sapere queste cose?
«Non certo da un tipo che passava per strada. Vi è qualcheduno, all’interno dei servizi, che è venuto a raccontarmele».

Perché proprio a lei?
«Probabilmente perché io, in passato, nel loro mondo ho svolto qualche ruolo».

Lei mantiene una certa autorità morale sull’ambiente, mettiamola così.
«Li conosco bene. Conosco tutto questo mondo, non solo italiano, ma anche estero. Vengono da me persone che non avrebbero nessun motivo di venire, sia italiani sia stranieri, per discutere di questi problemi».

E qualcuna di queste persone…
«È venuta da me a raccontarmi queste storie. Che potranno anche non essere vere, per carità. Anche se me le hanno riferite con una dovizia di particolari molto maggiore di quella usata da me nel riferire ciò che mi era stato raccontato. Avendo io acquisito negli anni una mentalità riservata, mi sono limitato ad accennare a certi episodi, dato che il mio scopo è solo informare chi deve essere informato».

Lei dice di parlare con personaggi dei servizi italiani e stranieri. È italiano chi le ha fatto questi racconti sulle “attenzioni” cui è sottoposto Berlusconi?
«Sì».

«I servizi prima usavano le bombe, ora usano le donne», dice Bossi. Sembra la roba che organizzava il suo amico Marcus Wolf per la Stasi, la polizia politica della Germania orientale. Ritiene possibile che simili cose avvengano anche oggi in Italia?
«Marcus Wolf era davvero mio amico. Ma quella di usare le donne è una cosa che hanno fatto sempre tutti. È una vecchissima pratica».

E lei ritiene che qualcuno possa averla fatta anche questa volta ai danni di Berlusconi?
«No, questo no».

Quindi lei dell’allarme di Bossi…
«Condivido il senso politico, non la circostanza delle donnine».

Chi potrebbe essere interessato a spiare il premier? I servizi ufficiali, un loro ramo “deviato” o singoli agenti interessati ad arrotondare la paga mensile?
«Questo non lo so. Comunque è gente che ha un’esperienza di questo genere. O è gente che è nei servizi, o è gente che c’è stata. Qui le cose strane sono tante».

Ad esempio?
«Il pranzo di Berlusconi con i magistrati della Corte Costituzionale. Nel racconto che ne è stato fatto qualche giorno dopo - perché è così che si fa, non si dice subito, bisogna sempre aspettare un po’ - mancava solo il menù».

Verrebbe da pensare a una intercettazione di tipo ambientale.
«Certamente».

Altre stranezze?
«I raccontini piccanti relativi a via del Plebiscito. E non mi meraviglia la quantità delle fotografie che hanno potuto riprendere in Sardegna. Sempre che si tratti di fotografie e non di fotogrammi tratti dalla ripresa di una videocamera. Potrebbero aver usato anche una macchina fotografica telecomandata. Ce ne sono di tutti i tipi, basta metterne una su un albero o su un palo».

Si stupirebbe se altri parlamentari, magari membri del Copasir, fossero oggetto dell’attenzione di uomini dei servizi?
«No, assolutamente. Di sicuro, qui non c’è differenza tra maggioranza e minoranza. Non molto tempo fa parlavo al telefono con una persona importante dell’opposizione, un senatore. A un certo punto abbiamo smesso di parlare, perché avevamo capito che in quella conversazione c’era un terzo, che ascoltava e non parlava».

Pare essere un lavoro di ordinaria amministrazione.
«Fare queste cose è facilissimo. Non occorre essere degli 007. Ricorda quando il Copasir si interessò del fatto che con poca spesa, oggi, si possono avere dei software che inviano sms a un telefonino per poi metterlo sotto controllo?».

Chi dovrebbe capire se da qualche parte, nei servizi, c’è del marcio?
«Ai miei tempi i servizi avevano i cosiddetti “affari interni”, come quelli che si vedono nei film americani».

Che fine hanno fatto?
«Non lo so. Quello che so è solo che dire che la legge che regola i servizi è fatta male, è dire poco. Come mi disse un personaggio il cui nome non cito, si vede che è stata fatta da persone che non sapevano nemmeno lontanamente cosa fossero l’intelligence e la counter-intelligence».

© Libero. Pubblicato il 5 luglio 2009.

Post scriptum. Qui le prime reazioni all'articolo che avete appena letto.

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mercoledì, luglio 01, 2009

Indovina chi ha fatto deragliare il treno

di Fausto Carioti

L’appello di Giorgio Napolitano a evitare polemiche ha avuto effetto solo per poche ore. Sino a quando un treno merci carico di gas di petrolio liquefatto è deragliato nella stazione di Viareggio, provocando una strage. Con i corpi delle vittime ancora sul luogo del disastro, una parte dell’opposizione non ha resistito alla tentazione di strumentalizzare quei morti per dare la colpa, anche di questo, a Silvio Berlusconi e al suo governo. Dove non sono arrivate le veline in topless e le escort in minigonna, qualcuno spera di arrivare con i cadaveri carbonizzati. Sebbene - come è ovvio - non vi sia ancora nulla di chiaro nelle cause dell’incidente. Non si sa se la responsabilità sia delle Ferrovie, dei macchinisti, della società austriaca proprietaria dei vagoni-cisterna carichi di Gpl, di chi li ha presi in affitto o di qualcun altro. Ma sono dettagli insignificanti, per chi è convinto che la colpa sia sempre e comunque della solita persona.

Tipo il segretario di Rifondazione comunista, Paolo Ferrero, che riesce a vedere la mano invisibile del libero mercato persino dietro a un deragliamento avvenuto sui binari delle Ferrovie dello Stato: «Quella di Viareggio non è una disgrazia, ma l’esito statisticamente prevedibile di una politica ferroviaria che bada solo all’immagine e ai profitti. Il governo ne è il principale responsabile». E tanti saluti al Quirinale e ai suoi appelli a non sparare cavolate fino al termine del G8. Oppure i Verdi, che ne approfittano per chiedere le dimissioni del ministro dei Trasporti, Altero Matteoli, e parlano di «una tragedia ampiamente annunciata, che si sarebbe potuta evitare se invece di destinare le risorse quasi esclusivamente sulla Tav si fosse investito in sicurezza e qualità del servizio».

Quello della «tragedia annunciata» è il ritornello più facile, che pur senza conoscere i fatti intonano in tanti, dal segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, ai parlamentari dell’Udc. E se la strage era «annunciata», «prevedibile», è ovvio che a palazzo Chigi qualcuno ha fatto finta di non sentire il campanello d’allarme che suonava. Danno la colpa alle risorse investite nell’alta velocità voluta da Berlusconi anche i Comunisti italiani. Mentre il segretario del Pd toscano sostiene che «la tragedia di Viareggio richiama ancora una volta alla responsabilità governo e Trenitalia» e nel suo partito c’è chi coglie l’occasione per chiedere al premier di rinunciare alle «opere infrastrutturali faraoniche» e di bloccare «la liberalizzazione ormai prossima del servizio ferroviario passeggeri».

Insomma, molti non hanno l’accortezza di aspettare la conclusione delle inchieste né di rispettare la tregua chiesta da Napolitano, preferendo sfruttare l’onda dell’emozione per portare acqua al loro mulino. Eppure parlare a ragion veduta converrebbe a tutti: se dovesse essere dimostrato che la colpa ricade davvero sulla politica dei trasporti, ad esempio, chiamati in causa sarebbero - in misura non molto diversa - governi di destra e sinistra, Ferrovie dello Stato e sindacati. Questi ultimi, spingendo affinché le risorse a disposizione fossero destinate soprattutto al personale (ad esempio arroccandosi sulla figura del secondo macchinista, scomparso da tempo in tutto il resto d’Europa), hanno inevitabilmente sottratto investimenti alle nuove tecnologie per la sicurezza.

Di sicuro, per il presidente del Consiglio questo non è un periodo fortunato. Non passa giorno senza che debba affrontare un problema da prima pagina, si tratti del terremoto in Abruzzo, delle foto di Antonello Zappadu, dei racconti di Patrizia D’Addario o di un’ecatombe ferroviaria in Toscana. L’unico dato positivo per lui e per gli elettori, a volerlo proprio cercare, è che tragedie come quella di ieri permettono almeno di giudicare il governo e il premier per quello che fanno sul serio, non per quanto raccontato ai giornali da signorine di dubbia reputazione. In queste settimane gli italiani hanno dimostrato di essere assai meno moralisti e bacchettoni di come li vorrebbero certi quotidiani, e non si sono fatti turbare dalla vista di una velina in perizoma né da un Topolánek nudo ai bordi della piscina di villa Certosa. Ma non saranno altrettanto indulgenti se il governo non rispetterà le promesse fatte per la ricostruzione dell’Aquila o mostrerà di non sapere affrontare emergenze come quella di Viareggio, che ha già creato mille sfollati.

Berlusconi è andato al governo sulla base di un progetto di modernizzazione del Paese ed è giusto che sia la sua capacità di portare a termine questo disegno a bocciarlo o promuoverlo. A chi usa i morti per chiedere all’esecutivo di ripensare l’alta velocità, di fare marcia indietro sulle grandi opere e di rinunciare al disegno di cambiare l’Italia, il premier deve rispondere con un colpo di acceleratore, spiegando agli italiani che mezzi e strutture più moderni sono anche garanzia di maggiore sicurezza per tutti. Assecondare chi lo vuole imbalsamare toglierebbe invece senso all’esistenza del suo governo e significherebbe il tradimento del suo patto con gli elettori.

© Libero. Pubblicato il 1 luglio 2009.

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