martedì, giugno 30, 2009

Dall'Espresso al Times, dal Times a Repubblica: ecco come funziona

Di Fausto Carioti

È una storia istruttiva. Anche divertente, se uno non si chiama Silvio Berlusconi. Istruttiva perché illustra bene a che livello sia giunto certo giornalismo inglese anche in quella che dovrebbe essere la sua istituzione più prestigiosa, il quotidiano londinese “The Times”, di proprietà di Rupert Murdoch. Divertente perché spiega come, persino nell’epoca di Internet, la stessa notizia riesca ad andare da largo Fochetti, sede dell’Espresso, a largo Fochetti, nell’adiacente sede di Repubblica, passando per Londra, ma rimanendo sempre incredibilmente nuova e miracolosamente vergine.

Succede che il settimanale di Carlo De Benedetti, nel suo ultimo numero, attacchi Silvio Berlusconi citando confidenti anonimi, ai piani alti del PdL, che sputano veleno sul premier. Fin qui, tutto nell’ordine delle cose. Poi, però, accade che il Times di Londra copi l’Espresso. Letteralmente. Nel senso che fa un vero e proprio copia-e-incolla del lavoro di retroscena già apparso sul magazine italiano. Prendendo tutto come oro colato, soprattutto quelle mefitiche confidenze anonime riportate tra virgolette. E lo fa senza nemmeno citare la “fonte”. Cosa che sarebbe doverosa sia per rispetto dell’Espresso sia - soprattutto - per correttezza verso i propri lettori, che avrebbero il diritto di sapere se quelle frasi sono farina del sacco di un giornalista inglese, teoricamente imparziale, o siano prese dal settimanale italiano che ha fatto della distruzione del premier la sua ragione di vita. La chiusura del cerchio avviene su Repubblica di ieri. Dove l’articolo del Times è rilanciato con evidenza, e quelle stesse frasi contro Berlusconi che l’Espresso attribuisce ad alti dignitari del PdL vengono spacciate per uno scoop del quotidiano inglese.

L’articolo dell’Espresso porta la firma di Marco Damilano e s’intitola “Caccia grossa al premier”. Contiene due indiscrezioni forti. La prima riguarda Gianni Letta: «Negli ultimi mesi» il braccio destro del presidente del Consiglio avrebbe preso l’abitudine di non partecipare alle cene di Berlusconi. «Meglio essere prudenti, viste le compagnie non sempre degne di uno statista», scrive Damilano. L’altra cosa interessante è il commento di un personaggio che per anni è stato vicino a Berlusconi «e ora non se la sente più di seguirlo». È una frase che resta impressa: «Berlusconi si è trasformato in un Re Mida all’incontrario: quello che tocca sporca» dice all’Espresso l’anonimo confidente. Ma Damilano, in questa storia di fotocopiatori di articoli altrui, è l’unico che fa davvero il suo mestiere. Si trova le sue fonti anonime dentro al PdL, evidentemente interessate a screditare Berlusconi (ma chiunque ti passi una notizia il suo interesse ce l’ha sempre) e scrive per primo certe cose, del tutto coerenti con la linea editoriale dell’Espresso. Che avrà tanti difetti, ma almeno non pretende di essere un modello di obiettività per il giornalismo mondiale, limitandosi a fornire ai suoi lettori materiale fresco per inveire contro Berlusconi ogni venerdì che Dio manda in terra.

Il Times, invece, dovrebbe essere una cosa ben diversa. Dovrebbe. Perché l’inviato a Bari, John Follain, decide che tutto sommato l’Espresso può essere una buona fonte per raccontare agli inglesi ciò che accade a Berlusconi. E nella edizione domenicale (il “Sunday Times”) scrive: «Insiders say Gianni Letta, Berlusconi’s undersecretary and key lieutenant, has distanced himself from the prime minister and has for several months declined his invitations to dinner. “Berlusconi has turned into the opposite of King Midas: he dirties everything he touches,” a disaffected associate said». La traduzione non serve, la trovate poche righe più sopra: sono le stesse parole già apparse sull’Espresso. Ma ai lettori d’Oltremanica non lo dice nessuno. Se l’autore avesse ammesso che quelle frasi erano prese tali e quali dal magazine arcinemico del Cavaliere, l’articolo apparso sul compassato quotidiano britannico avrebbe perso credibilità. Meglio tacere, allora, anche se così facendo si contravviene alle più elementari regole del giornalismo, quelle che si insegnano nelle scuole: primo, citare sempre la fonte; secondo, controllare sempre le notizie pubblicate dagli altri.

Al resto, come da rodato copione, pensa Repubblica. Che ieri rilancia come inedito il retroscena apparso sul Times. Per chi sa come è andata, l’articolo di Repubblica ha un che di esilarante: «Il Sunday Times, più diffuso tra i domenicali “di qualità”, scrive in una corrispondenza da Bari dell’inviato John Follain che “insiders”, ovvero fonti dell’interno, “dicono che Gianni Letta si è distanziato dal premier e da alcuni mesi declina i suoi inviti a cena”». Dove l’«insider» noi lo conosciamo benissimo: è il giornalista dell’Espresso che il segugio del Times ha copiato senza nominare. Il quotidiano di largo Fochetti cita pure l’immancabile collaboratore «disamorato» del premier che confiderebbe al Times: «Berlusconi si è trasformato nell’opposto di Re Mida, sporca tutto quello che tocca». Ma è la stessa frase pubblicata dall’Espresso che, sciacquata nel Tamigi, torna in riva al Tevere, da dove era partita pochi giorni prima. L’importante, anche in questo caso, è che l’operazione di riciclaggio non venga a galla.

Così abbiamo davanti uno schema chiaro di come funzioni il giochino: l’Espresso spara le sue cannonate su Berlusconi; il Times, zitto zitto, lo copia senza pudore; Repubblica, trionfante, cita le grandi inchieste del Times come la prova definitiva della dimensione internazionale della vicenda. Sarà anche vero, come dicono i nemici del Cavaliere, che il giornale di Murdoch non è di sinistra. Ma dal momento che copia gli house organ della sinistra italiana senza manco cambiare le virgole, non si capisce bene dove sia la differenza. E questo lascia aperte almeno un paio di domande. La prima: cosa ne pensa Murdoch del suo quotidiano più prestigioso che si riduce a copiare i giornali nemici di Berlusconi senza nemmeno avere il buon gusto di citarli? La seconda: è questo riciclaggio occulto degli articoli dell’Espresso quello che il direttore del Times intende per informazione obiettiva e corretta sull’Italia?

© Libero. Pubblicato il 30 giugno 2009.

Qui l'articolo dell'Espresso.
Qui l'articolo del Sunday Times.
Qui l'articolo di Repubblica.

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lunedì, giugno 29, 2009

La richiesta tardiva di Veronica Berlusconi

di Fausto Carioti

Il desiderio di Veronica Berlusconi è comprensibile. La quasi ex moglie del premier ha scritto, in una lettera pubblicata ieri dal Corriere della Sera e firmata col suo nome da sposata, di non volere «consigli né richiesti né graditi». Chiede che suo figlio Luigi sia «lasciato in pace». «Come me e le mie figlie. E possibilmente anche le mie amiche», ha chiarito. Lo spunto gliel’ha dato Angelo Rizzoli, il quale aveva messo bocca nelle altrui vicende familiari, dando alla signora pubblici suggerimenti, anche su come educare i figli in certi momenti così delicati, da lei poco apprezzati. Nell’entourage del marito, peraltro, quest’ultima lettera è stata accolta con favore, perché il desiderio di minimizzare la risonanza della vicenda appartiene pure al presidente del Consiglio. Anche se umanamente comprensibile, però, la richiesta della signora Lario appare tardiva e controversa. È stata proprio lei, infatti, ad aprire il vaso di Pandora. Essendo persona intelligente e niente affatto sprovveduta, quando ha accettato che lei e i suoi figli fossero usati dalla stampa nemica del premier come arma contro di lui, di sicuro conosceva i rischi che correva la sua famiglia.

I figli - perché è ovvio che il nervo scoperto è lì, nella parte più vulnerabile della sua casa, verso la quale è scattato il naturale istinto di protezione - è stata lei per prima a tirarli in ballo. Lo fece il 28 aprile, nella dichiarazione all’Ansa con cui diede fuoco alle polveri: «Voglio che sia chiaro», furono le sue parole, «che io e i miei figli siamo vittime e non complici di questa situazione». In quella stessa occasione, riferendosi all’apparizione del premier alla festa di compleanno di Noemi Letizia, disse che la cosa aveva «sorpreso molto» anche lei, perché il marito «non è mai venuto a nessun diciottesimo dei suoi figli, pur essendo stato invitato». Così facendo, Veronica tracciava una linea: da una parte lei, con tutto il resto della loro famiglia; dall’altra il marito, padre snaturato e malato («non sta bene», «frequenta minorenni»).

Infatti Repubblica ci è andata a nozze. Forte di quelle parole, ogni volta che ha potuto ha scagliato i figli del premier contro il loro stesso padre. Era il giornalista Dario Cresto-Dina, molto vicino a Veronica, a inzuppare la penna nelle lacrime di lei per scrivere che «quell’imperatore è ancora suo marito ed è il padre dei suoi figli, un padre che, seppure invitato, non ha mai partecipato alla festa dei loro diciott’anni» (Repubblica, 3 maggio 2009). Proprio l’essere Veronica la «madre dei suoi figli», scriveva Curzio Maltese tre giorni dopo, rende quanto più grave l’accusa al premier di «frequentare le minorenni». Ci provava anche il povero Dario Franceschini, chiedendo sciaguratamente agli italiani: «Fareste educare i vostri figli a un uomo come Silvio Berlusconi?» e beccandosi in risposta una raffica di calci da parte della prole unita del Cavaliere. Ma il segretario del Pd poteva permettersi di fare quell’attacco solo perché prima di lui Veronica Lario aveva detto certe cose. E la signora, in tutti questi casi, non sentì il bisogno di intervenire.

Forse (pare di capire leggendo la sua prosa attuale, assai più stringata ed essenziale di quella di poche settimane fa) Veronica Lario si è pentita di quello che ha fatto. Pentita non di voler divorziare dal marito, ma di averlo annunciato sulla pubblica piazza, fornendo armi e pretesti a valanga al giornale-partito che ha nella distruzione di Silvio Berlusconi la sua unica ragione di vita. E di averlo fatto coinvolgendo, lei per prima, i suoi figli. Forse ritiene di essere stata mal consigliata. Oppure i suoi legali, dopo l’attacco a testa bassa, adesso le suggeriscono una linea di basso profilo, necessaria al buon andamento delle trattative di separazione, che vedono in ballo miliardi di euro.

Quali che siano le ragioni della signora, il meccanismo è in moto ormai da settimane ed è stata proprio lei ad avviarlo. Lei ha deciso il “dove”, il “quando” e soprattutto il “come”. Pretendere di modulare il livello dell’esposizione pubblica dei fatti privati a seconda delle proprie convenienze non è solo molto comodo, ma anche irrealizzabile. Chiedere al signor Silvio per conferma. E il segno non è stato certo Rizzoli a passarlo.

Quanto alla lettera apparsa ieri sul Corriere, sarebbe stata senza dubbio più credibile ed efficace se fosse stata spedita a Repubblica qualche settimana fa, quando a Largo Fochetti, sulla scia dell’attacco di Veronica, iniziarono a usare il rapporto del premier con i figli come randello contro il loro nemico. Allora sì che un altolà secco, il ringhio della leonessa in difesa della famiglia, avrebbe potuto tenere alla larga chiunque fosse interessato a strumentalizzare Barbara, Eleonora e Luigi. Ma non accadde nulla. Forse perché il momento giusto non era quello.

© Libero. Pubblicato il 28 giugno 2009.

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venerdì, giugno 26, 2009

L'occasione della crisi

di Fausto Carioti

Nel momento più difficile della sua avventura politica, Silvio Berlusconi ha tra le mani l’occasione per tirarsi fuori dai veleni e ridare slancio al suo governo. E questa occasione è proprio la crisi economica internazionale, che per l’Italia, secondo le stime del governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, vuol dire una discesa della ricchezza prodotta nel 2009 pari al 5% rispetto all’anno precedente. Il presidente del Consiglio sembra averlo capito: reagire nel modo giusto a questa emergenza è anche la migliore risposta da sbattere in faccia a chi lo attacca sul piano personale.

Per cominciare, ieri Berlusconi ha detto che «bisogna trovare il modo di aumentare le pensioni», anche se soldi in cassa non ce ne sono ed è difficile pensare che questa affermazione possa avere un seguito immediato. Resta agli atti, comunque, l’impegno assunto dal Cavaliere. Dovrebbe andare meglio con gli altri interventi. L’esecutivo ha in agenda una nuova detassazione degli utili reinvestiti nelle imprese, che dovrebbe servire a ricapitalizzare tante aziende a corto di ossigeno; l’estensione del “bonus occupazione”, per premiare le imprese che scelgono di far rientrare i cassintegrati al lavoro prima del tempo, destinandoli a progetti di formazione; l’aumento degli aventi diritto alla “social card” e al “bonus famiglia”, utili ad aiutare i settori più poveri della popolazione. Oltre a un pacchetto di provvedimenti che riducono la bolletta del gas delle aziende e aumentano i rimborsi agli obbligazionisti Alitalia. Roba che dovrebbe lasciare il segno, insomma. Nel frattempo, oltre 130 parlamentari del Popolo della Libertà hanno presentato una proposta di legge per far partire un ambizioso “piano casa” in stile ultra-berlusconiano: rammodernare le case degli italiani rendendole più efficienti dal punto di vista energetico. Operazione che consentirebbe, secondo i loro calcoli, di muovere investimenti per almeno 128 miliardi e creare oltre 750mila nuovi posti di lavoro per due anni. Il senso è chiaro: se il governo indugia, tocca al parlamento dargli la scossa.

Un’altra occasione per il governo arriva dall’Unione europea, che ieri ha aperto la prevista procedura d’infrazione contro l’Italia, colpevole di non aver ancora innalzato a 65 anni l’età di pensionamento delle donne. Urge adeguarsi. Due ministri in particolare, Renato Brunetta e Mara Carfagna, spingono per iniziare subito il percorso d’allineamento con i parametri in vigore per gli uomini, magari impiegando dieci anni per completarlo. E chiedono di usare i soldi risparmiati con le pensioni delle donne (quasi un miliardo di euro l’anno all’inizio, 4,7 miliardi una volta che la riforma sarà a regime) per finanziare asili nido e altri servizi utili alle lavoratrici e alle loro famiglie. Ma Giulio Tremonti ha in mente usi diversi per questo “tesoretto”, e da qui ieri è nato l’ennesimo braccio di ferro all’interno del governo. Oggi la riforma sarà discussa nel Consiglio dei ministri, ma non verrà approvata. Anche perché il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, dovrà prima parlarne con il commissario europeo alle Pari opportunità e poi riferire ai colleghi italiani. Quindi, la questione sarà discussa con i sindacati. Rituali accettabili se sbrigati in modo rapido, ma che rischiano di essere letali se costringono l’esecutivo a privilegiare la liturgia rispetto alla sostanza.

I tempi dovrebbero essere immediati, invece, per la manovra estiva, quella che contiene il “bonus famiglia”, la detassazione degli utili reinvestiti, il “bonus occupazione” e altri provvedimenti. L’intenzione è quella di approvarla già oggi, tramite decreto legge. Anche se nulla è scontato, viste le difficoltà affrontate ieri sera dal preconsiglio dei ministri, dove - tanto per cambiare - si è discusso per ore su come reperire i soldi necessari a finanziare tutti questi interventi. Perché se la crisi, da un lato, dà al governo la possibilità di sfilarsi dalle polemiche con atti capaci di produrre effetti immediati e visibili, dall’altro lo condiziona, ne limita la capacità di spesa e rischia di paralizzarlo. Ed è proprio il rischio di uno stallo quello che Berlusconi ora non può permettersi.

L’attività di governo deve essere la via d’uscita dal pantano in cui le accuse di Repubblica e degli altri giornali vogliono intrappolare Berlusconi. Ma se anche l’iter di questi provvedimenti si trasforma in una palude, le chances per il presidente del Consiglio di venirne fuori ancora in sella si avvicinano allo zero. Berlusconi deve ricominciare a governare e deve farlo adesso. Lui sembra averlo capito. Forse dovrà farlo capire anche a qualche ministro.

© Libero. Pubblicato il 26 giugno 2009.

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giovedì, giugno 25, 2009

Verso lo scontro finale

di Fausto Carioti

La guerra fredda tra il gruppo Espresso e Silvio Berlusconi è diventata scontro aperto con il caso Noemi, e l’escalation di questo conflitto è appena giunta al massimo livello. Tra quello che Francesco Cossiga chiama «il noto gruppo editoriale svizzero» e il premier siamo ormai all’equivalente dello scontro nucleare. Con un gesto che non ha precedenti, l’editore di largo Fochetti, cioè l’imprenditore italo-elvetico Carlo De Benedetti, ha querelato ieri il presidente del Consiglio, poiché Berlusconi - si legge in una nota dell’editore - al convegno confindustriale di Santa Margherita Ligure «ha accusato il quotidiano La Repubblica di un attacco eversivo nei suoi confronti e nel contempo ha istigato gli industriali a boicottare ed interrompere gli investimenti pubblicitari». Siamo, insomma, allo scontro finale tra i due poteri politici più forti d’Italia: il Cavaliere, che può sempre contare sul consenso della maggioranza degli italiani (ribadito dalle elezioni appena concluse), e Repubblica, il giornale-partito che ha riempito lo spazio politico lasciato libero dal Pd degli evanescenti Walter Veltroni e Dario Franceschini.

Berlusconi è forse nel momento più difficile della sua avventura politica. Gli elettori restano con lui e appare improbabile che cada (i proiettili giornalistici che gli hanno sparato nelle ultime settimane non contengono mezza ipotesi di reato a carico del premier), ma se dovesse cadere non sarà come le altre volte. Sinora, ogni volta che è caduto, Berlusconi si è rialzato e ha ricominciato ad appendere le teste dei suoi rivali sopra al caminetto di palazzo Grazioli. Da Achille Occhetto a Walter Veltroni, due generazioni di leader della sinistra non sono sopravvissute alla creatura emersa dal laghetto artificiale di Milano 2. La strage potrebbe continuare. Potrebbe, ma non è detto. Perché se stavolta Berlusconi cade, rialzarsi gli sarà molto difficile. Se non altro per il fattore anagrafico, l’unico nemico al quale, prima o poi, persino lui dovrà arrendersi.

A Repubblica lo sanno bene. Sanno anche che, se non riescono a disarcionarlo adesso, all’inizio della prossima legislatura rischiano di ritrovarselo al Quirinale, che poi vuol dire anche presidente del Consiglio superiore della magistratura, con tutto quello che ciò comporterebbe per l’ordinamento delle toghe italiane. Così hanno deciso che questo è il momento di affondare i denti, lanciando una campagna di aggressione giornalistica e politica alla quale il Partito democratico si accoda come può. Più utili del Pd, senza dubbio, possono risultare certi settori della magistratura, che parte per vocazione politica e parte per interesse sono disposti a tutto pur di non vedere Berlusconi a capo del Csm, e se poi riescono a fargli fare la fine di Bettino Craxi meglio ancora.

Indispensabili, in questa fase, sono i giornali stranieri. Sulla cui serietà prima o poi andrà fatta una riflessione. Non è solo che i corrispondenti delle testate estere hanno l’abitudine di bazzicare gli stessi salottini della stampa radical chic italiana, dove l’etichetta impone di alternare ogni sorso di cognac a un insulto al Cavaliere. C’è anche il fatto che molte di queste testate sono legate a doppio o triplo filo con i gruppi editoriali italiani che hanno nel mirino Berlusconi. E pure il materiale umano che i giornali stranieri spediscono in Italia, a dirla tutta, non è proprio di primissimo livello. Se non altro perché il nostro Paese è sempre stato una piazza secondaria, ed è logico che i calibri più grossi vengano schierati altrove. Negli scorsi anni abbiamo visto così il corrispondente del settimanale inglese The Economist, Tana de Zulueta, passare dall’attacco giornalistico a Berlusconi alla poltrona di parlamentare, ovviamente nelle file uliviste, come se fosse una cosa del tutto normale.

Non c’è nemmeno bisogno di un “complotto” nel vero senso della parola, inteso come gruppo di persone che si siedono attorno a un tavolo e pianificano insieme come liquidare l’odiato nemico. Basta avere l’interesse comune a sbarazzarsi di Berlusconi, e il resto viene da sé: ognuno sa benissimo qual è il ruolo che è chiamato a recitare. L’occasione è il vertice G8 che si svolgerà all’Aquila dall’8 al 10 luglio. Per Berlusconi dovrà essere la passerella internazionale che lo vedrà discutere di alta politica con gli altri grandi della Terra. Per i suoi avversari dovrà essere il momento in cui infliggergli una figuraccia planetaria e dargli il colpo finale. Il sogno è quello di riuscire a togliere dal tavolo di Berlusconi il piatto più importante, ovvero il presidente statunitense Barack Obama. Se, spinto da pressioni provenienti da più parti e rifugiandosi dietro una scusa diplomatica, la rockstar della politica mondiale dovesse disertare l’appuntamento, mandando al suo posto un altro rappresentante dell’amministrazione di Washington, il colpo per Berlusconi sarebbe duro. Anche perché il gesto di Obama potrebbe essere imitato da qualche altro leader internazionale, creando un effetto domino che finirebbe per travolgere il presidente del Consiglio italiano. La campagna di delegittimazione morale e politica di Berlusconi sui giornali degli altri Paesi serve proprio a questo: a trasformare Berlusconi nel paria della politica mondiale. «Cherchez les femmes» è diventato così il motto di quella che un tempo era la sobria stampa straniera, capace di chiudere ambedue gli occhi sulle avventure di François Mitterrand e sull’epopea boccaccesca dei fratelli Kennedy.

Proprio per colpire il premier laddove appare più sensibile è partito l’appello di Dacia Maraini, Margherita Hack e altre più o meno influenti donne italiane alle “first ladies” dei Paesi che dovranno partecipare al G8, affinché disertino l’appuntamento e stendano il cordone sanitario attorno a un leader i cui «comportamenti e discorsi sessisti delegittimano con perversa e ilare sistematicità la presenza femminile sulla scena sociale e istituzionale». L’appello è stato lanciato dalla rivista Micromega, che fa parte anch’essa del gruppo Espresso (tra le signore che lo hanno firmato spiccano alcune che tutt’oggi si sdilinquiscono al ricordo del democratico Bill Clinton, uno che metteva le stagiste in ginocchio nello Studio Ovale. Ma lui, si sa, era diverso). Non è un’iniziativa da sottovalutare: il parere delle mogli conta molto anche nelle case dei grandi leader, e lo dimostra l’influenza che Carla Bruni ha sul marito Nicolas Sarkozy.

Resta il fatto che, ancora ieri, fonti statunitensi davano assolutamente per certa la presenza di Obama al G8. Per delegittimare Berlusconi davanti ai principali leader del pianeta serve di più. Se tutto va come previsto, dovrebbero pensarci i magistrati e due o tre signorine incavolate col premier, ansiose di notorietà e sobillate a dovere da chi ha l’interesse a farlo. Facile anche indovinare che, da qui al 10 luglio, dalle pagine di Repubblica (e non solo) voleranno verso palazzo Grazioli missili di ogni dimensione. Decine di giornalisti stanno battendo a tappeto il mondo delle escort, in cerca anche del minimo appiglio da usare contro il premier. Alcuni scoop sono già pronti e vengono tenuti da parte per il momento giusto, come quello che avrebbe per protagoniste due signorine leccesi.

Berlusconi è vulnerabile. Non perché abbia commesso reati, ma perché ha garantito libero accesso a troppe persone nei suoi appartamenti, senza sapere né chi fossero veramente né quali fossero le loro reali intenzioni, e alcune di queste non meritavano tanta fiducia. Però è anche un uomo che quando è ferito decuplica le forze. Una qualità che alla fine gli ha sempre permesso di vincere. Almeno sinora. Intanto ieri ha annunciato l’introduzione di una nuova detassazione degli utili reinvestiti nelle imprese. Dovrebbe servire a rilanciare l’economia. In tempi normali, la notizia di prima pagina sarebbe stata questa.

© Libero. Pubblicato il 25 giugno 2009.

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martedì, giugno 23, 2009

La felicità è fatta di piccole cose

Di questi tempi basta poco per fare felice la sinistra. Basta non picchiarla troppo. Questi qui esultano perché hanno appena perso Venezia ma non Padova, Prato ma non Firenze, Lecce ma non Bari, Milano sì ma solo di pochi voti. E tutto questo contro un Silvio Berlusconi nel momento più difficile della sua avventura politica. E chissà se non avessero perso pure Frosinone i festeggiamenti che avrebbero fatto. E' vero quello che scrive oggi l'Unità: "C'è un'altra Italia". Però vive sulla Luna.

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sabato, giugno 20, 2009

Piuttosto che lasciare il tavolo, Berlusconi lo fa saltare

di Fausto Carioti

«Ma che male c’è?». La risposta che Silvio Berlusconi riserva a chi gli elenca i rischi legati all’andirivieni di ragazze, accompagnatori e gente più o meno raccomandabile nella sua casa di Roma e nella sua villa in Sardegna la dice lunga. Sia sulla buona fede del Cavaliere, convinto di non aver commesso nulla di male e arroccato sul principio che nessuno può essere giudicato perché ama circondarsi di bella gioventù. Sia sulla sua ingenuità. Ed è questa a preoccupare davvero chi gli sta vicino. Perché nessuno può garantire sulle intenzioni di ognuno delle migliaia di personaggi che si sono presentati nelle sue dimore (Cosa c’era dentro quelle borsette? Quanti avevano un registratore o una macchina fotografica, magari incorporata in un cellulare? E se qualcuno, magari da una villa vicina, avesse portato con sé della droga? E se droga e macchina fotografica fossero stati fatti entrare apposta per incastrare il premier? Sono solo alcune delle domande che in queste ore girano nelle teste dei Berlusconi Boys). E poi perché di mezzo non c’è solo il profilo penale, ma anche quella immagine di statista che il premier nei mesi scorsi si era faticosamente conquistato e che adesso sembra un ricordo.

Normale che in questi momenti chi non ha l’incoscienza guascona di Berlusconi né i nervi gelidi di Gianni Letta si faccia prendere dal dubbio. I cuori di leone nella scena politica italiana si sono sempre contati sulla punta delle dita e il giro dei consiglieri del premier non fa eccezione. A microfoni spenti è facile incontrare il fedelissimo che azzarda paragoni nefasti evocando il crollo politico di Bettino Craxi e le disavventure di Giovanni Leone, costretto a dimettersi in seguito a una campagna diffamatoria poi rivelatasi infondata. Insomma, il morale è basso e le prime defezioni non contribuiscono ad alzarlo. Le perplessità di Giuliano Ferrara sul Foglio di giovedì hanno lasciato il segno. L’Elefantino non è tipo da tirarsi indietro quando il gioco si fa duro, e se scrive che il premier «non può comportarsi come un deputato di provincia preso con le mani nel vaso della marmellata» non è per timore della pugna, ma perché si è accorto che stavolta qualcosa potrebbe finire male sul serio. Stessa sensazione che si ha dalla lettura di Avvenire, il quotidiano della conferenza episcopale, che ieri ha recapitato a palazzo Chigi un messaggio chiaro: «L’efficienza dell’azione di governo» non può «fare premio, sempre e comunque, sui comportamenti privati».

Anche con i finiani qualcosa sta cambiando. Sino a qualche giorno fa spiegavano che avrebbero difeso Berlusconi sino alla fine. Se non altro perché farlo arrivare al termine della legislatura in sella, ma malridotto, a tanti di loro non dispiacerebbe, visto che a guadagnarci sarebbe proprio Fini. Il quale un bel po’ è cresciuto di suo, un po’ acquista ulteriore peso istituzionale grazie all’inevitabile confronto col Cavaliere invischiato nelle cronache rosa. Adesso, però, tra gli uomini del presidente della Camera qualcuno inizia a porre condizioni. Come il politologo Alessandro Campi, che invita Berlusconi a «chiedere scusa per aprire una pagina nuova». Cosa che non potrà accadere, perché Berlusconi è convinto di non avere nulla di cui scusarsi. Il gruppo dei parlamentari finiani, comunque, pur senza sprecarsi nella difesa del premier, non abbandona la trincea. «Capisco il disagio», dice il deputato Marcello De Angelis, «ma non mi sembra politicamente saggio, in questo momento, complicare ulteriormente la vita a Berlusconi».

Quelli del Pd, intanto, provano ad arrangiarsi come possono. Il polverone alzato dalle vicende che riguardano il presidente del Consiglio è servito a far passare in secondo piano i guai giudiziari del centrosinistra in terra di Puglia, ma si tratta di un vantaggio destinato a durare poco. Massimo D’Alema cerca di aprire un dialogo con Fini. Il tentativo di aprire una breccia nel PdL è smaccato, ma destinato a non avere successo. Fini ha tutto l’interesse a fare con l’opposizione un dialogo “alto”, limitato alle riforme istituzionali. E le sirene che da sinistra promettono ricchi premi e cotillons a chi lascia il governo al suo destino sinora non hanno trovato orecchie interessate.

Anche perché Berlusconi ha mostrato di avere mille vite, e collocarlo anzitempo sul viale del tramonto rischia di essere un errore fatale. Di sicuro, non è tipo da alzarsi dal tavolo per lasciare il gioco agli altri. Lo ha ringhiato ieri: le accuse contro di lui sono «spazzatura» destinata a fare la fine di quella che ha rimosso dalle strade di Napoli. Anche perché ha ancora una carta da giocare: tornare quanto prima alle elezioni, vincerle (per quanto lui sia messo male, la sinistra sta senza dubbio peggio) e cogliere l’occasione anche per regolare i conti all’interno del PdL. A modo suo, iniziando dalla formazione delle liste. Berlusconi ne ha già parlato in privato e la voce sta iniziando a spargersi. Resta da capire se lo ha fatto perché ci crede davvero o solo perché vuole far serpeggiare il timore tra i parlamentari, costringendoli a serrare i ranghi attorno a lui.

© Libero. Pubblicato il 20 giugno 2009.

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venerdì, giugno 19, 2009

Buono-scuola, troppo bello per essere vero

di Fausto Carioti

Dubitare è lecito, anche perché non è la prima volta che in un governo guidato da Silvio Berlusconi si parla di buono-scuola, e sinora si sa come è andata. Però Mariastella Gelmini che annuncia «una riforma che dia la possibilità di accedere a un bonus» a chi vuole frequentare le scuole non statali è una gran bella notizia. La speranza è che il ministro dell’Istruzione mantenga l’impegno e che questa sia la volta buona: ne guadagnerebbero le famiglie, prime tra tutte quelle più povere, e l’intero sistema scolastico. Oltretutto sarebbe una mossa politica azzeccata, e lo dimostrano le reazioni imbufalite con cui gli esponenti del Pd e della Cgil hanno subito accolto la proposta della Gelmini. Da un lato ci sarebbe un governo di centrodestra che fa una cosa davvero “di sinistra”, come dare a tutti i ragazzi, anche quelli di origini più umili, le stesse possibilità dei loro coetanei più ricchi. Mentre sulla sponda opposta il centrosinistra, tra l’aiuto alle famiglie e gli interessi corporativi degli insegnanti statali, si troverebbe ancora una volta schiacciato sui secondi, sul fronte dei conservatori. Vedremo se davvero il governo saprà cogliere questa occasione.

Il buono-scuola fu “inventato” nel 1955 dall’economista liberista Milton Friedman, che avrebbe vinto il Nobel nel 1976. In un articolo intitolato “Il ruolo del governo nell’educazione”, Friedman spiegava così la sua idea: «Il governo, preferibilmente attraverso le amministrazioni locali, darebbe a ogni ragazzo, attraverso i suoi genitori, una certa somma, da spendere unicamente per pagare la sua istruzione obbligatoria; i genitori sarebbero liberi di spendere questa somma in scuole di loro scelta, a patto che soddisfino certi standard minimi richiesti dalla pubblica amministrazione. Simili scuole potrebbero essere gestite da istituzioni private, ordini religiosi e anche dalla pubblica amministrazione».

I vantaggi sarebbero di due tipi. Il primo, immediato, consisterebbe nel dare ai figli delle famiglie di reddito più basso la possibilità di frequentare - pagandole in tutto o in parte con il voucher - le scuole che ritengono migliori, anche se non sono statali. Ma questo, come spiegava Friedman alla rivista libertarian Reason nel 2005 (un anno prima di morire), più che un buono-scuola è un “buono-carità”. Se si vuole davvero riformare il sistema scolastico occorre dare il buono a tutte le famiglie, non solo a quelle più povere. In questo modo si metterebbero in concorrenza tra loro tutti gli istituti, sia che a gestirli siano le amministrazioni locali, il governo, imprese private, enti no-profit o ordini religiosi. Così i migliori istituti andrebbero avanti, i peggiori innalzerebbero i loro standard o chiuderebbero i battenti.

Proprio questo è il timore diffuso nella sinistra italiana: che le scuole statali non siano in grado di reggere la concorrenza ad armi pari con gli altri istituti, e che a pagarne il prezzo siano gli insegnanti di Stato. I quali, in certi ambienti, contano molto più degli alunni. La Cgil accusa infatti la Gelmini di voler «distruggere la scuola pubblica per far posto alle private». Mentre per il Pd, dove malgrado le ripetizioni serali sono ancora all’Abc del libero mercato, l’intento del ministro è quello di «realizzare quel dualismo nell’istruzione (scuole di serie A e scuole di serie B) che in Italia non si è mai attuato». Il che è pura ipocrisia, visto che è il sistema attuale ad essere classista ed antidemocratico. Oggi le famiglie abbienti, che possono permettersi la libertà di scegliere tra più istituti, iscrivono i figli alle scuole migliori, mentre per tutte le altre famiglie la scelta è obbligata. Il buono-scuola, invece, darebbe libertà di scelta a tutte. E a guadagnarci, ovviamente, sarebbe chi oggi questa libertà non ce l’ha.

Persino Antonio Gramsci aveva capito che la scuola libera sarebbe stato un potente fattore di mobilità sociale. Nel 1918 scriveva: «Noi socialisti dobbiamo essere propugnatori della scuola libera, della scuola lasciata all’iniziativa privata e ai Comuni. La libertà nella scuola è possibile solo se la scuola è indipendente dal controllo dello Stato». Novant’anni dopo, davanti alla scuola la sinistra italiana si rivela più statalista di allora.

© Libero. Pubblicato il 19 giugno 2009.

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mercoledì, giugno 17, 2009

Barack Berlusconi

(AGI) - Washington, 17 giu. - Barack Obama dichiara guerra alla Fox News di Rupert Murdoch. Abituato ad essere incensato dalla stampa americana, e non solo, il presidente ha accusato la Fox di "dedicarsi esclusivamente ad attaccare la mia amministrazione". Obama ha espresso il suo disappunto in un'intervista alla Cbnc. Pur senza citare esplicitamente la rete conservatrice il presidente ha fatto capire che si riferiva a Fox News, sottolineando che a suo avviso si tratta "di un enorme megafono" usato contro di lui e chi la guarda tutto il giorno "ha grandi difficolta' a trovare una sola storia positiva su di me". Obama e' da tempo ai ferri corti con l'ammiraglia di Murdoch.

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L'Iran e gli ingenui

Premesso che di Mahmoud Ahmadinejad si può e si deve dire tutto il male possibile, la convinzione che le elezioni le abbia vinte Mir-Hossein Mousavi (tutt'altro che il moderato che ci viene dipinto da certe cronache lunari) mi sembra un puro atto fideistico. Basato sull'assunto, molto ingenuo, secondo il quale se noi crediamo che Ahmadinejad faccia parte della feccia della Terra lo stesso devono necessariamente pensare anche gli elettori iraniani, e quindi la sua vittoria è sicuramente irregolare.

Purtroppo non è così che funziona. Le elezioni le vince chi prende più voti, che non sempre è il migliore dei candidati (a occhio e croce, in una sfida a due direi che ci sono il cinquanta per cento di possibilità che ciò accada). E che Ahmadinejad sia bravissimo a interpretare gli umori della pancia dei suoi elettori mi pare fuori discussione.

Poi, certo, come sempre c'è l'élite: i blogger per cui tutti noi facciamo il tifo, i giornalisti, persino i calciatori della nazionale iraniana che si fanno fotografare con il polsino verde dell'opposizione. Bravi e coraggiosi, tutti quanti. Ma il loro voto vale quanto quello dell'ultimo cafone. Si chiama democrazia e funziona così.

Pretendere di conoscere la "verità" sulle elezioni iraniane e chiedere ad Ahmadinejad di andarsene è il gesto debole di chi vorrebbe rimuoverlo, ma non ha il coraggio di invocare l'intervento militare per fare lo sporco lavoro che la democrazia non è stata in grado di compiere.

giovedì, giugno 11, 2009

Tutti in ginocchio da Gheddafi

di Fausto Carioti

La madonna nera di Tripoli, alias Muammar Gheddafi, è apparsa ieri a Roma. Dal presidente della Repubblica agli accademici, passando per i ministri e gli imprenditori, tutti si sono messi in fila per ottenere le grazie del dittatore della "Grande Jamahiriyya Araba Libica Popolare e Socialista". Unica eccezione il Senato, dove i capigruppo hanno cambiato in corsa il programma odierno. Hanno capito che far parlare l’imbarazzante colonnello nell’aula di palazzo Madama sarebbe stato un regalo eccessivo. Un po’ perché il rais nemmeno sa cosa siano democrazia e Parlamento. Un po’ perché il personaggio si è presentato nella capitale con l’aria di chi ha vinto una battaglia durata più di sessant’anni e con l’intenzione di rinfacciarci il nostro passato colonialista, testimoniata dalla foto dell’eroe nazionale anti-italiano, Omar al-Mukhtar, appiccicata sull’uniforme militare. Sarebbe stato antipatico vedere l’Italia messa sotto processo in un’aula del nostro Parlamento, per di più da un personaggio simile. E il rischio c’era. Per salvare capra e cavoli, gli si farà tenere il suo concione nella sala Zuccari, di solito riservata alle conferenze. Fa sempre parte del Senato, ma l’edificio è un altro. Qualunque cosa accada, l’emiciclo è salvo. E con esso l’orgoglio.

Per il resto, è una gara a chi si esibisce nel miglior salamelecco. Ieri l’ex sponsor del terrorismo internazionale è stato ricevuto in pompa magna al Quirinale da Giorgio Napolitano. Poi ha visto Silvio Berlusconi a palazzo Chigi e quindi ha partecipato alla cena offerta dal premier a villa Madama. Oggi, dopo aver parlato ai senatori, sarà ospite d’onore alla Sapienza. Quindi, ricevimento in Campidoglio con il sindaco di Roma. E domani il programma prevede che incontri i vertici di Confindustria, un migliaio di «rappresentanti femminili delle istituzioni e della società civile» e infine il presidente della Camera, Gianfranco Fini. Nessuno vuole perdersi un giro di valzer con il nuovo migliore amico dell’Italia.

Le motivazioni ufficiali sono nobilissime e politicamente molto corrette: sul tavolo c’è nientemeno che la riconciliazione definitiva con la nostra ex colonia e l’abiura solenne delle conquiste fasciste davanti agli occhi del mondo. Come sempre in questi casi, però, le ragioni vere sono altre: Gheddafi è nei nostri cuori perché ha la mano destra sul rubinetto degli idrocarburi e la mano sinistra sul rubinetto degli immigrati. E per aprire il primo e chiudere il secondo si fa pagare a caro prezzo. Insomma, ci tiene metaforicamente per gli attributi. Lui lo sa. E, da quel bravo mercante beduino che è, non perde occasione per ricordarcelo e per far leva sui sensi di colpa di noialtri occidentali, inorriditi dal nostro passato. Sgradevole, certo.

Ma in certi casi basta un poco di petrolio e la pillola va giù. Figuriamoci se il petrolio è tanto. E la Libia, guarda caso, oggi è il paese dal quale importiamo più greggio: a Tripoli dobbiamo il trenta per cento del nostro fabbisogno. E dal 2004, quando è entrato in funzione il gasdotto Green Stream, Gheddafi è diventato anche nostro fornitore di metano. Oggi è il terzo, dopo Algeria e Russia: il 12,5 per cento delle nostre importazioni di gas proviene dai suoi territori.

Il secondo flusso, quello dei disperati che da tutta l’Africa arrivano nella terra di Gheddafi in cerca di un passaggio verso le coste italiane, ormai è politicamente importante quasi quanto il primo. Il leader libico ha giocato con il freno e l’acceleratore, chiudendo gli occhi sul traffico dei clandestini ogni volta in cui ha ritenuto necessario dare un segnale all’Italia. Alla fine, in cambio della sua collaborazione, è riuscito a ottenere ciò che voleva: un "trattato d’amicizia", siglato a Bengasi nell’agosto dello scorso anno, che in realtà è un vero e proprio trattato d’affari che consegna alla Libia cinque miliardi di dollari dei contribuenti italiani per i prossimi vent’anni. Soldi che, in teoria, dovrebbero essere usati per dotare il suo Paese di quelle infrastrutture che, a causa dei perfidi colonialisti italiani, non ha mai avuto (così almeno vuole la vulgata terzomondista, secondo la quale se non ci fosse stato il maresciallo Rodolfo Graziani la Libia sarebbe oggi una specie di Svizzera).

La speranza degli imprenditori è che le commesse per la realizzazione di tali opere siano affidate alle nostre aziende. Questo giustifica il prostrarsi del malridotto capitalismo tricolore davanti al colonnello. Il resto si spiega con la liquidità in mano ai fondi sovrani libici, accreditati di un patrimonio cash di cento miliardi di dollari: in tempo di crisi, chi cerca investitori deve bussare col piattino in mano ai titolari delle rendite petrolifere e metanifere. E se sono la feccia della comunità internazionale, pazienza: pecunia non olet.

© Libero. Pubblicato l'11 giugno 2009.

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martedì, giugno 09, 2009

I numeri del disastro del Pd

di Fausto Carioti

Chi si accontenta gode. Se poi a uno piace soffrire, in certi casi gode anche di più. È il caso di Dario “Masoch” Franceschini e di tanti suoi colleghi di partito, che passano da una telecamera all’altra gongolando per il risultato delle europee. Manco avessero vinto loro. «Ringrazio gli elettori», ha detto ieri il segretario del Partito democratico. Quegli stessi elettori che poche ore prima avevano randellato l’alleanza tra Ds e Margherita. Spingendola al minimo storico e allargando a 9 punti il solco che la separa dall’asse Forza Italia-An. La botta finale è arrivata ieri sera, assieme ai dati delle amministrative, con il centrodestra che mantiene tutte le sue giunte, ne strappa di importanti agli avversari e minaccia di sfilargliene altre ai ballottaggi del 21 giugno.

Ma per parlare di Caporetto basta lo stesso risultato ottenuto dal Pd alle europee, pari al 26,1%: sette punti in meno in un anno. Pure aggiungendo il voto dei radicali, che alle elezioni politiche del 2008 si erano presentati nelle liste veltroniane, si arriva al 28,5%. Il che implica comunque la perdita secca di 4,6 punti in dodici mesi. Se si fa il confronto con le europee del 2004, il crollo per il principale partito d’opposizione è di 5 punti tondi, o - se si preferisce - di 2,1 milioni di voti, come evidenziano i dati dell’Istituto Cattaneo.

Franceschini ieri ha detto che «i voti usciti dal Pd» restano comunque nel centrosinistra, «tra i radicali e l’Italia dei valori». Purtroppo per lui, non ha nemmeno questa consolazione. Il passaggio di voti da una parte all’altra c’è stato, e lo conferma il fatto che il divario tra i tre partiti di centrosinistra e l’alleanza PdL-Lega è appena giunto al massimo storico. Nel 2004 era pari a 2 punti percentuali, era salito a 8 nelle politiche dello scorso anno ed è arrivato adesso a 9 punti. Che poi sono gli stessi che separano il PdL dal Pd: come dire che la colpa è tutta del partito di Franceschini, non dei suoi due alleati, che messi insieme pesano quanto il Carroccio.

Il Pd è peggiorato soprattutto nelle regioni del Nord. Dove la competizione tra il Popolo della Libertà e la Lega è avvenuta proprio ai danni del Pd. Che in Lombardia, infatti, ormai è il terzo partito. Il primo è il PdL, con il 33,9% dei voti. E il secondo è diventato la lista di Umberto Bossi, che in un anno ha guadagnato due punti, arrivando al 22,7%. Mentre il Pd ha perso quasi 7 punti, pari a oltre 580.000 voti, e oggi nella regione può contare solo sul 21,3% dei consensi. Vale la pena di ricordare che cinque anni fa, alle precedenti europee, l’Ulivo lombardo aveva il doppio dei voti della Lega: 26,2 contro 13,8%. Rispetto ad allora, ha lasciato sul terreno 277.000 voti.

Il partito di Franceschini si è ridotto a essere terzo anche in Veneto. Dove il PdL è primo con il 29,3% dei consensi, la Lega segue con il 28,4% e il Pd arranca, distanziato al 20,3%. Anche qui, in cinque anni è cambiato tutto: alle europee del 2004 l’Ulivo era secondo con il 26,6% dei voti, mentre la Lega aveva il 14%, ovvero meno della metà dei consensi attuali. I dati dell’Istituto Cattaneo su questa regione certificano per il Pd un’emorragia di 186.400 voti rispetto alle precedenti europee e di 264.000 voti sulle politiche dell’anno scorso. E solo l’inserimento dell’Emilia-Romagna tra le regioni del Nord-Est impedisce al Pd di classificarsi terzo nell’intera circoscrizione.

Non basta. Mostrano evidenti segni di erosione pure le mura delle vecchie roccheforti rosse. Il voto dello scorso fine settimana ha confermato il sorpasso del PdL in Umbria, già verificatosi nelle elezioni politiche di un anno fa, e ha avuto un significato storico per le Marche, dove per la prima volta dall’inizio della seconda repubblica è il partito di Silvio Berlusconi a guidare i risultati. In Umbria il Popolo della libertà ha ottenuto il 35,8% dei suffragi, distanziando di due punti il Pd, che ha perso 11.600 voti sul 2004 e 76.800 sul 2008. Mentre nelle Marche il ribaltone vede il PdL premiato con il 35,2% dei consensi e il Pd che non riesce ad arrivare al 30%. Eppure qui, nel 2004, la prima lista era stata quella dell’Ulivo, che aveva ottenuto il 35,8%. Rispetto alle europee di quell’anno, nelle Marche il Pd ha perso 55.900 voti, che diventano quasi 140.000 se il raffronto viene fatto con le politiche del 2008.

Persino in Emilia-Romagna, nonostante Franceschini venga da Ferrara, il voto è stato amaro per il Pd. La prima posizione resta indiscussa, ma perde 147.400 schede rispetto alle precedenti europee e oltre 300.000 sulle elezioni dello scorso anno. Numeri, peraltro, simili a quelli della Toscana.

Tutte queste cose, manco a dirlo, Franceschini e gli altri le sanno benissimo. Come sanno che, da adesso in poi, dovranno fare i conti con un alleato, Antonio Di Pietro, che rinfrancato dal suo personale successo pretende di dettare la linea all’intera opposizione. Con il risultato che il Pd è oggi molto più debole, sia nei confronti del governo, sia dentro la stessa minoranza. Ma, visto che esultano tanto, viene il dubbio che in fondo a loro piaccia così.

© Libero. Pubblicato il 9 giugno 2009.

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sabato, giugno 06, 2009

La sinistra dichiara guerra al topless

di Fausto Carioti

Dichiarando guerra al perizoma e alle tette al vento la sinistra ha completato la sua involuzione. Prima gli avvocati del laicismo e della famiglia allargata si sono trasformati nei difensori inflessibili del sacro vincolo matrimoniale. Poi hanno rinnegato anche quel poco di libertario e libertino che era rimasto nella loro cultura post-sessantottina (la donna finalmente libera di mostrare il corpo, «make love not war» e tutto il resto), facendosi più integralisti di un mullah afghano. Ora si atteggiano a tutori della morale sessuale, senza peraltro avere alcuna credibilità in materia. Colpa - anche questa - di Silvio Berlusconi. Leggete qui: «In un altro scatto l’atmosfera si fa più calda. Il premier non è presente, ma due ragazze in topless prendono il sole in piscina». A inalberarsi così non è il Messaggero di Sant’Antonio di vent’anni fa. È Repubblica di ieri.

È successo che El Pais, il quotidiano spagnolo gemellato con largo Fochetti, ha pubblicato alcune delle fotografie che ritraggono gli ospiti di villa Certosa. Un’operazione illegale, sostengono il premier e i suoi avvocati. Legale o meno, il risultato giornalistico è loffio. Qualunque spiaggia italiana offre materiale per gli ormoni assai più stimolante, per non parlare di Mikonos o Formentera. È passato un terzo di secolo da quando Francesco Guccini sbadigliava davanti a un topless: «Tu giri adesso con le tette al vento, io ci giravo già vent’anni fa». Devono essersene accorti anche a Repubblica se è vero che, dopo aver inseguito quelle foto, ieri manco hanno richiamato la notizia in prima pagina. Però la trincea va difesa a tutti i costi. Se l’unica cosa con cui sparare a Berlusconi sono quattro capezzoli e un perizoma, ci si arrangia con quelli. E allora vai con lo scandalo: sul quotidiano di Ezio Mauro si legge che l’atmosfera della piscina diventa «calda», anche se la scena fotografata più che bollente appare soporifera. Per non dire di quel piccolo dettaglio rappresentato dall’assenza di Berlusconi: fosse stato presente, anche se a venti metri da quelle due paia di tette, chissà quanti bei pensieri torbidi avrebbero potuto attribuirgli.

Alla fine l’unica cosa concreta che resta è l’indignazione di Repubblica. Per la quale, a quanto si capisce, è sconveniente che nella piscina del presidente del consiglio appaiano ragazze a seno nudo, persino se questo avviene quando lui non c’è. Ma i loro strilli sono quelli di un tenore da operetta. Loro sono stati tra i primi a difendere il diritto della donna di mostrare il proprio corpo, annunciandolo come una liberazione epocale. Sono loro quelli che ogni anno, puntuali, condiscono i soliti articoli sul caro-ombrellone con una sfilza di tette ben più siliconate di quelle di villa Certosa. La loro indignazione da neofiti del moralismo, rivelatasi adesso che le tette appaiono attorno alla piscina dell’odiato nemico, puzza tanto di ipocrisia a buon mercato.

In questi anni abbiamo visto l’avvocato Agnelli tuffarsi dallo yacht Capricia come mamma Virginia lo aveva fatto. Abbiamo misurato i centimetri di Luca Cordero di Montezemolo. Si sono visti luccicare sul mare il culone bianco di Giuliano Ferrara e le chiappe chiare di Pier Ferdinando Casini. Abbiamo ammirato in fotografia le tette di Giovanna Melandri e quelle di Barbara Palombelli. E dopo averci sorriso un istante abbiamo pensato che facevano bene, che erano affari loro e che magari l’avessimo noi uno yacht su cui starcene sbracati nudi in santa pace a prendere il sole. A nessuno è venuto in mente di dire che un simile comportamento era inadeguato ai loro incarichi. E se qualcuno lo avesse fatto, Repubblica sarebbe stata in prima fila a spernacchiarlo.

In fondo, se la sinistra aveva una cosa simpatica era proprio una certa rilassatezza nei costumi privati e la tolleranza libertaria verso chi trasgredisce la morale benpensante. Un po’ lo facevano perché ci credevano, un po’ perché guardavano dentro casa loro e capivano che non potevano permettersi di giudicare il prossimo, almeno da quel punto di vista. Che adesso proprio da quelle parti si mettano a fare i poliziotti della Buoncostume di certo non stupisce, visto che sul fronte opposto c’è Berlusconi. Ma un po’ rattrista.

© Libero. Pubblicato il 6 giugno 2009.

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Obama il buono ha trovato la soluzione per Guantanamo

Barack Obama prima ha preso tempo per la chiusura di Guantanamo, che tanti sprovveduti credevano sarebbe avvenuta entro una settimana dal suo insediamento alla Casa Bianca. Adesso, finalmente, pare abbia trovato il modo per chiudere il carcere-simbolo delle battaglie liberal e pacifiste: mettere a morte i terroristi ivi rinchiusi senza terminare un regolare processo. Loro si dichiarano colpevoli e in cambio ottengono la fantastica opportunità di diventare martiri di Allah anche senza aver ricevuto regolare condanna definitiva.

E le garanzie processuali americane che Obama voleva reintrodurre? Chissenefrega. L'importante è chiudere quanto prima la faccenda Guantanamo, e pazienza se il prezzo da pagare è mettere i cadaveri sotto il tappeto.

Lo scrive oggi il New York Times, informato quotidiano liberal:
«The Obama administration is considering a change in the law for the military commissions at the prison at Guantánamo Bay, Cuba, that would clear the way for detainees facing the death penalty to plead guilty without a full trial.

The provision could permit military prosecutors to avoid airing the details of brutal interrogation techniques. It could also allow the five detainees who have been charged with the Sept. 11 attacks to achieve their stated goal of pleading guilty to gain what they have called martyrdom.

The proposal, in a draft of legislation that would be submitted to Congress, has not been publicly disclosed. It was circulated to officials under restrictions requiring secrecy. People who have read or been briefed on it said it had been presented to Defense Secretary Robert M. Gates by an administration task force on detention.

The proposal would ease what has come to be recognized as the government’s difficult task of prosecuting men who have confessed to terrorism but whose cases present challenges».
Post scriptum. Ancora nostalgia di George W.?

Da questo stesso blog: Obama bombarda come e più di Bush. Ma stavolta la sinistra sta zitta.

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venerdì, giugno 05, 2009

Aspettative diverse

di Fausto Carioti

Tutto dipende da quanto uno si aspetta dalla vita. Anche solo un anno fa, se gli elettori avessero dato al Popolo della Libertà il 39% dei voti e al Partito democratico meno del 30%, a sinistra si sarebbe parlato di disfatta storica. Stavolta no. Adesso sono tutti lì, con il Berlucchi in frigo, pronti a stapparlo se solo il PdL non sfonda il tetto del 40% e il Pd riesce ad avvicinarsi al 29%. E questo già la dice lunga sul vero significato del voto europeo in Italia: per la prima volta nella storia della seconda Repubblica il centrosinistra non gioca per vincere né per pareggiare, ma per attutire la batosta. Come il Gregor Samsa di Franz Kafka, il Pd nato per imitare le sorti dei democratici americani ha scoperto di essere diventato un orrendo scarafaggio. Dopo lo sgomento iniziale se ne è fatto una ragione e ha deciso di raccogliere quel po’ di buono che la vita gli può ancora offrire. Questo fine settimana, ad esempio, il Pd per essere felice si accontenterà di non finire a 13 punti di distanza dal partito di Silvio Berlusconi. Il povero Dario Franceschini l’ha ammesso senza giri di parole: «Dalla distanza tra noi e il Popolo della libertà si misurerà se siamo in un paese che si sveglia sotto un padrone assoluto». Che vuol dire: cari elettori, aiutateci a uscire con una sconfitta dignitosa da queste elezioni. Non male, se si pensa che in gran parte del resto d’Europa i partiti d’opposizione sono pronti a superare le rispettive maggioranze.

Niente di strano che a un partito così non resti che Kakà. Inteso come Ricardo Izecson dos Santos Leite, ventisettenne attaccante brasiliano del Milan che chiede di essere ceduto al Real Madrid e che presto Berlusconi accontenterà. L’ultima arma politica del Partito democratico è lui. Con Noemi, è andata come andata: mille illazioni, niente di concreto ed effetti umoristici davvero speciali, tipo la paginata di intervista dedicata da Repubblica nientemeno che alla moglie del fratello della madre di Noemi. L’attacco mediatico al premier un risultato comunque l’ha raggiunto: Berlusconi avrebbe voluto fare una campagna elettorale di alto livello, spiegando agli italiani quanto fatto dal suo governo e dialogando con i grandi del mondo, come il leader statunitense Barack Obama e il presidente della commissione europea José Manuel Barroso. Si è trovato costretto a difendersi dall’accusa di aver avuto rapporti con una minorenne, e non è mai riuscito a dare un colpo d’ala.

A conti fatti, però, non è detto che per lui sia un male. A dar retta a certi sondaggi (che deve aver letto anche Franceschini), tutto il bailamme messo in piedi da Repubblica è servito soprattutto a motivare gli elettori berlusconiani. Tanti di loro che pensavano di farsi il week-end sotto l’ombrellone, dopo quanto è successo si sono convinti ad andare alle urne con il coltello tra i denti. Mentre a sinistra i pettorali che Franceschini cerca di gonfiare ricordano tanto quelli di Piero Fassino: lo sforzo è commovente, ma ci vuole altro per risvegliare l’interesse degli elettori di sinistra depressi, e il rischio d’astensione da quelle parti resta altissimo.

Quanto all’inchiesta sui voli di Stato che avrebbero portato in Costa Smeralda, assieme a chi di dovere, musicanti e ballerine, è destinata all’archiviazione. Anche perché c’è il precedente di Clemente Mastella che fece qualcosa di simile quando era ministro del governo Prodi. E a Berlusconi si possono muovere tante accuse più o meno credibili, ma quella di essere uno scroccone proprio non sta in piedi, se non altro perché la sua etica da miliardario ganassa glielo impedisce.

Così adesso a sinistra provano ad arginare il tracollo elettorale usando Kakà per rosicchiare qualche voto al PdL. E pazienza se è il calciatore brasiliano che smania per andarsene e se fu lo stesso Berlusconi a portarlo al Milan: la colpa è sempre tutta del premier, figuriamoci ora che siamo a pochi giorni dal voto. I tifosi rossoneri, ben abituati da 23 anni di spendi e spandi berlusconiano, l’hanno presa male e alcuni gruppi di ultrà minacciano di scrivere il nome del calciatore sulla scheda elettorale, annullando così il voto (Franceschini, va da sé, spera che si tratti in gran parte di elettori del PdL). Già a gennaio i sondaggisti avevano calcolato in un milione di voti il “peso elettorale” del campione brasiliano, che Berlusconi era riuscito a non far andare al Manchester City. Ieri l’Unità si è aggrappata alla vicenda come la cozza allo scoglio durante la tempesta. Il direttore, Concita De Gregorio, ha scritto che Berlusconi «mente e fa mentire Galliani». Il quale, anima candida com’è, sarebbe stato traviato dal perfido Silvio, che lo avrebbe convinto ad imporre il silenzio sull cessione di Kakà «fino a lunedì», cioè dopo il voto. E questi sono gli argomenti politici migliori che riescono a trovare.

Il volto migliore che sono riusciti a mandare in campo è invece quello di Romano Prodi, che ormai ha preso il posto di Oscar Luigi Scalfaro: puntuale come il parroco che viene a dare l’estrema unzione, quando finisce la politica e inizia il moralismo spunta fuori lui. Qualcuno molto disperato deve avergli detto che solo lui può svegliare dal sonno della politica gli elettori progressisti intenzionati a disertare le urne. Il bello è che Prodi gli ha creduto. È apparso in televisione per parlare al popolo di sinistra. Lo ha invitato a votare per il Pd. Incredulo davanti a cotanto regalo, Berlusconi ringrazia.

© Libero. Pubblicato il 5 giugno 2009.

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