mercoledì, aprile 29, 2009

Famiglie e scuole private, mezza vittoria sul fisco

di Fausto Carioti

Incavolarsi serve. Lanciato l'11 aprile su queste pagine, l'allarme per l'ultima cattiveria del fisco italiano nei confronti delle scuole private ci ha messo un po' per essere recepito dai diretti interessati. Alla fine, però, l'arrabbiatura è emersa. E ieri questa reazione ha prodotto un primo risultato: il direttore dell'Agenzia delle Entrate, Attilio Befera, ha assicurato che la scuola paritaria, di per sé, non è «un lusso», e che l'iscrizione dei figli a questi istituti non è «sempre e comunque indice di una particolare agiatezza economica». Alleluia.

Un passo indietro. Il 9 aprile la Direzione accertamento dell'Agenzia delle Entrate aveva pubblicato una circolare per aggiornare il vecchio “redditometro”. Vi si leggeva che gli uffici del fisco dovranno controllare chi acquista servizi «di lusso» come quelli offerti da «porti turistici, circoli esclusivi, scuole private, wellness center, tour operator». Insomma, il fisco metteva nero su bianco che mandare i figli a una scuola privata è come comprare uno yacht: roba da ricchi. O da evasori fiscali. Un provvedimento che secondo questo quotidiano si basava su un presupposto «sbagliato e classista». Perché basta entrare in una qualunque scuola privata, atenei inclusi, per rendersi conto che tanti studenti sono figli di famiglie dove, per mettere da parte i soldi necessari ai loro studi, si è stretta la cinghia per anni. Famiglie che meriterebbero incentivi fiscali, non ulteriori vessazioni. L'iniziativa dell'Agenzia delle Entrate è tanto più inspiegabile in quanto adottata da un governo che si era fatto votare dagli elettori promettendo ricette fiscali opposte a quelle di Vincenzo Visco.

E infatti. «Roba da soviet. Mettere sullo stesso piano noi con chi possiede gli yacht è scorretto e discriminante», ha avvertito Maria Grazia Colombo, presidente dell'Associazione dei genitori delle scuole cattoliche, convinta (a ragione) che la circolare crei «un pregiudizio nei confronti di genitori che magari fanno grossi sacrifici e che vengono rubricati come possibili evasori». Stesso discorso da parte del presidente dell'Associazione delle scuole non statali, Luigi Sepiacci: «Mi pare una campagna mirata contro di noi». A dare loro manforte, i parlamentari dell'Udc, che perfidamente hanno ricordato a Silvio Berlusconi di aver studiato dai padri salesiani, e gli hanno chiesto di intervenire. Ancora più duro, dal Vaticano, il cardinale Zenon Grocholewsky, prefetto della congregazione per l'educazione cattolica intervistato dalla Stampa: «È un'inaudita violazione dei principi costituzionali e di tutte le convenzioni internazionali».

Sono scesi in campo anche alcuni parlamentari del Pdl. Un po' per convinzione, un po' perché spaventati dal rischio dell'autogol. Maurizio Lupi, vicepresidente della Camera, ha detto che «considerare le scuole paritarie un servizio di lusso, come si evince dalla circolare dell'Agenzia delle Entrate, è contraddittorio e demagogico». Il suo collega di partito Giorgio Jannone ha presentato addirittura un'interrogazione al ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, per chiedergli di «rivedere il contenuto della circolare».

Così, nel pomeriggio di ieri, è dovuto intervenire il direttore dell'Agenzia delle Entrate per calmare le acque. E dare un'interpretazione ufficiale della circolare che ha il sapore di una mezza retromarcia. Il contestatissimo documento, garantisce Befera, «non ha assolutamente l'intento di qualificare le spese per l'istruzione come un genere di lusso», né di stabilire che esse siano «sempre e comunque indice di una particolare agiatezza economica. Le spese in questione vengono infatti prese in considerazione solo qualora siano di ammontare particolarmente rilevante. Né più né meno di quello che accade per i natanti. Così come non è l'acquisto di un gommone che denota una particolare capacità economica, mentre può ben esserlo l'acquisto di un potente e costoso motoscafo, lo stesso accade per le spese per l'istruzione».

È un primo risultato. Sebbene continuare a paragonare l'istruzione dei figli all'acquisto di una barca sia un errore madornale, giacché per i figli le famiglie sono disposte a svenarsi anche oltre le loro possibilità, e quindi rischiano di essere classificate tra i potenziali evasori anche quando hanno versato al fisco più esoso del mondo pure l'ultimo euro dovuto. Ma la “correzione” di Befera, quantomeno, dovrebbe impedire di mettere nel mirino l'intera categoria dei genitori degli alunni delle scuole paritarie. Anche se, come al solito, tutto dipenderà dall'attività dei funzionari del fisco e dall'intelligenza con cui applicheranno la circolare. Insomma, ai contribuenti non resta che pregare. Come sempre quando si ha a che fare con il fisco italiano.

© Libero. Pubblicato il 29 aprile 2009.

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martedì, aprile 28, 2009

L'Occidentale contro FareFuturo

Che bello, anche a destra volano gli schiaffi. Era l'ora. Giancarlo Loquenzi, direttore dell'Occidentale, risponde col curaro all'articolo al vetriolo apparso sul web magazine della fondazione finiana FareFuturo e firmato da Sofia Ventura. Scrive Loquenzi:
Amici e colleghi hanno alzato il sopracciglio quando hanno saputo che avevo accolto la “rossa del GF”, la “preferita di Berlusconi”, la “maggiorata” in redazione. Ma mi sono guardato bene dal considerare tutto questo come un indelebile marchio di infamia. Non volevo che contro di lei funzionasse una sorta di razzismo al contrario, per cui se sei bella, hai fatto tivvù e sei pure amica di Berlusconi, devi essere condannata al bando dalla vita civile e restare nel limbo dell’eterno “velinismo”.

Avesse chiesto uno stage a FareFuturo probabilmente glielo avrebbero negato: nel tempio del politically correct della nuova destra, le avrebbero forse sbattuto la porta in faccia, spiegandole che lo facevano per il bene suo e di quello di tutte le donne. E magari dicendole, come scrive Sofia Ventura sul loro web magazine, che non si sarebbero sentiti “a loro agio” con la sua “ falsa immagine di freschezza e rinnovamento”. Una volta entrate nel ghetto del veline non se ne esce più, insomma. [...]

Non so se lo stage all’Occidentale le abbia insegnato qualcosa in fatto di giornalismo, di certo noi – per citare ancora FareFuturo – non l’abbiamo mai considerata “uno stereotipo femminile mortificante”.
Il testo integrale dell'articolo di Loquenzi si trova qui. Per quanto riguarda il sottoscritto, amico di tutti, ma sulla questione sta con l'Occidentale. Senza se e senza ma.

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Tra saluto romano e cazzeggio: ascesa e caduta del Bagaglino

di Fausto Carioti

«Son morto nel Katanga, venivo da Lucera, avevo quarant’anni e la fedina nera». I tanti che poi, al posto di fedina, dicevano «camicia», erano in qualche modo autorizzati. Perché quello era il 1968 e a cantare “Il mercenario di Lucera” sul palco della cantina di vicolo della Campanella era Pino Caruso. Il Bagaglino esisteva da tre anni ed era già noto al grande pubblico come l’alternativa alla satira “colta” di sinistra, alle canzoni “impegnate” di sinistra e al divertimento “intelligente” di sinistra. Insomma, quelli del Bagaglino erano “di destra”. Non la destra impettita e classista, ma quella libertaria, irriverente e plebea, sempre in bilico tra saluto romano e cazzeggio (con una certa predilezione per il secondo) che proprio nella capitale, trent’anni prima, aveva avuto un protagonista del calibro di Ettore Petrolini, capace di rispondere «Me ne fregio!» al Duce che gli offriva un’onorificenza (non prima, però, di averla accettata). Adesso - è notizia di questi giorni - l’avventura televisiva del Bagaglino si è chiusa, forse per sempre. «Poco pubblico», ha sentenziato l’Auditel. Senza battere ciglio, Mediaset ne ha preso atto, decretando che la quarta puntata dello show “Bellissima” non andrà mai in onda. Nell’epoca dei format e dei reality show, il Bagaglino ha fatto così la fine di quella destra da cui era nato negli anni Sessanta: ambedue fagocitati da Silvio Berlusconi e dalle regole imposte dalle sue televisioni e dalla sua politica.

La pernacchia alla sinistra e ai democristiani che ci flirtavano fu fragorosa sin dall’inizio. L’esordio del Bagaglino avvenne il 23 novembre del 1965, e quel giorno, nello scantinato, tutta la compagnia in coro cantò “Bella miao”, parodia felina della stranota canzone partigiana. Vista l’epoca, un sacrilegio. «Ma noi non avevamo alcun intento denigratorio. A ispirarci fu solo la nostra voglia di anticonformismo», racconta oggi a Libero Pier Francesco Pingitore, uno dei fondatori del Bagaglino. «La Democrazia cristiana aveva avviato da poco l’apertura a sinistra e guarda caso, all’improvviso, la tv era stata invasa da “Bella ciao”. Ma questa corsa all’esaltazione della Resistenza non ci era sembrata in buona fede da parte di chi, come la Dc, per tanti anni se ne era infischiata. Ci pareva una manifestazione retorica, scaturita dal desiderio di unire le forze con i socialisti. Così ne facemmo la parodia. Il pubblico la prese bene».

Forse perché nella platea del Bagaglino avevano trovato subito rifugio tanti nostalgici del Ventennio, affiancati da molti altri che, pur non avendo mai indossato la camicia nera, avevano le scatole piene della sinistra e della sua spocchia. Gli autori, del resto, erano una garanzia di anti-antifascismo. Pingitore, all’epoca poco più che trentenne, era caporedattore del settimanale di destra “Lo specchio”. Stessa rivista per cui aveva lavorato Mario Castellacci, classe 1924, che aveva collaborato pure col “Candido” di Giovannino Guareschi e in quegli anni stava al Giornale Radio Rai. Era stato lui, giovane repubblichino, a scrivere “Le donne non ci vogliono più bene”, canzone-simbolo dell’epopea di Salò. Assieme a loro c’erano Raffaello Della Bona, giornalista del “Secolo d’Italia”; Piero Palumbo, proveniente anch’egli dallo “Specchio”; Luciano Cirri, che lavorava al “Borghese” di Mario Tedeschi; il musicista Dimitri Gribanovski. La compagnia - raccontano Luciano Lanna e Filippo Rossi nel loro volume “Fascisti immaginari” - doveva chiamarsi “Bragaglino”, in omaggio al futurista Anton Giulio Bragaglia. E quando i suoi eredi si opposero, Castellacci, Pingitore e gli altri si limitarono a togliere la “r”.

Diventata troppo stretta la cantina di vicolo della Campanella, il caso assegnò alla gang del Bagaglino, nell’ottobre del 1972, la sua sede attuale, ovvero il Salone Margherita, che decenni prima aveva ospitato proprio Petrolini e Filippo Tommaso Marinetti. Insomma, il posto ideale per chi voleva portare avanti un discorso popolare e controcorrente. «Grazie alla sua collocazione, alle sue dimensioni medio-grandi, alle memorie petroliniane e futuriste e al fatto che ci fossero passati i più grandi comici italiani, da Totò ad Aldo Fabrizi, il salone Margherita ci garantiva una copertura ideale», racconta Pingitore.

Negli anni Ottanta avvenne lo sbarco sugli schermi della Rai, cui seguì il passaggio a Mediaset. Nel frattempo la squadra aveva imbarcato talenti come Pino Caruso, Oreste Lionello, Leo Valeriano, Pippo Franco («appassionato lettore di George Gurdjieff ed Ezra Pound», svelano Lanna e Rossi), Leo Gullotta. La formula cambiò col passare dei tempi, ma rimase immutata la filosofia di quello che Lionello definiva un gruppo di intellettuali «anarchici di destra», e come tale - ovviamente - destinato ad essere sempre accusato di bieco qualunquismo dalla critica progressista. «La sinistra non sa strappare un sorriso: sa solo offendere», rispondeva Lionello.

Accanto a costoro, un elenco interminabile di donne splendide. Tanto che oggi è facile dire che il Bagalino, con le sue gnoccolone poppute avvinghiate - spesso in gruppo - al potente di turno, alla fine è stato superato da quella realtà che a lungo aveva parodiato. Ma nei suoi oltre quarant’anni di vita la creatura di Castellacci e Pingitore ha saputo essere molto più di questo.

© Libero. Pubblicato il 28 aprile 2009.

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domenica, aprile 26, 2009

Come non governare l'immigrazione

di Fausto Carioti

Si può anche decidere di spalancare le porte agli immigrati clandestini e lasciarli liberi di rimanere nel nostro Paese. È quello che vuole una parte dell’opposizione, convinta che l’Italia non sia degli italiani, ma di chiunque voglia viverci. Si può fare, ma bisogna avere la coerenza di dirlo chiaro e tondo agli elettori, in modo che, al momento di votare, possano regolarsi di conseguenza. La sinistra estrema, almeno, questa coerenza ce l’ha. Quello che non si deve fare, invece, è proprio quello che sta avvenendo in questi giorni. Nei quali i proclami di un governo e di una maggioranza che promettono di bloccare l’immigrazione clandestina sono contraddetti dall’ennesima misura in favore degli stranieri irregolari, che ora hanno un buon motivo - anche loro - per festeggiare il 25 aprile. Oltre mille immigrati irregolari, infatti, stanno uscendo in queste ore dai Centri di identificazione ed espulsione. Se non è un nuovo indulto, poco ci manca.

I clandestini avrebbero dovuto essere trattenuti per sei mesi, come prevedeva il decreto sicurezza. Visto che costoro fanno di tutto per non farsi identificare, e che se non sono identificati non possono essere rispediti al loro paese d’origine, si era trovata la soluzione di trattenerli per un tempo sufficiente a capire chi sono e da dove vengono. Ma il provvedimento contenuto nel decreto è stato affossato dai franchi tiratori del centrodestra durante la conversione in legge. Il tempo massimo di permanenza nei Cie è così tornato a essere di due mesi.

La Lega - e tutto lascia pensare che abbia ragione - accusa di questo i parlamentari del PdL. Alcuni dei quali, però, ricambiano puntando l’indice sugli uomini del Carroccio, che avrebbero sabotato il loro stesso provvedimento per darne la colpa al PdL e rubare voti agli alleati in vista delle elezioni europee. Chiunque sia il responsabile e quale che sia la natura delle sue motivazioni - altamente umanitaria o biecamente elettorale - ha finito per produrre una nuova ondata di clandestini a piede libero per l’Italia. Anche se PdL e Lega adesso promettono di lavorare a una soluzione per allungare i tempi di permanenza nei Cie (pure ieri i vertici dell’Associazione funzionari di polizia hanno ribadito che «sono pochi due mesi per l’identificazione degli irregolari») ormai il danno è fatto, e riacciuffare quelli che nel frattempo sono usciti sarà come rintracciare un pesce nel mare.

Lo conferma la seconda puntata dell’inchiesta della giornalista di Libero Roberta Catania, che si è messa davanti al Cie romano di Ponte Galeria e ha contattato una ventina di clandestini che ne sono usciti dopo che l’obbligo di permanenza di 180 giorni è stato cancellato. Con sette di questi stranieri ha fatto un pezzo di strada insieme. In tasca hanno tutti l’“ordine di allontanamento” firmato dal questore. Un documento che, in teoria, imporrebbe loro di lasciare con mezzi propri l’Italia entro cinque giorni, per tornare nel Paese d’origine. Se non lo rispettano, possono essere condannati a un periodo di carcere compreso tra 6 mesi e 4 anni. Ma perché ciò avvenga debbono essere fermati di nuovo dalle forze dell’ordine, e i diretti interessati sanno benissimo che si tratta di un’eventualità remota. Come era prevedibile, infatti, quasi tutti quelli finiti sotto la lente della nostra cronista hanno scelto di ignorare l’ordine di allontanamento, preferendo rimanere nel nostro Paese. Su venti clandestini, solo due sembrano intenzionati a tornarsene da dove sono venuti. Gli altri non ci pensano nemmeno. I dati dell’ministero dell’Interno, del resto, dicono che ogni anno sono meno del 6 per cento gli immigrati che rispettano l’ordine del questore.

Fuori dal Cie di Ponte Galeria, gli immigrati hanno trovato un sistema - illegale, ma perfettamente funzionante - pronto ad accoglierli e a far perdere le loro tracce. Le prostitute hanno potuto contare sulla efficiente rete dei papponi, mentre chi non esercita il mestiere più antico del mondo ha avuto la copertura delle organizzazioni specializzate nel traffico di esseri umani. Qualcuno ha recuperato il proprio mezzo di trasporto che lo ha portato via, lontano da poliziotti e carabinieri. Insomma, attorno ai clandestini “liberati” dal parlamento si sono visti tutti, tranne lo Stato italiano e i suoi rappresentanti. Che adesso sono chiamati a riprenderli uno ad uno. Una bella metafora della incapacità italiana di governare l’immigrazione.

© Libero. Pubblicato il 26 aprile 2009.

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sabato, aprile 25, 2009

In memoria di Giacomo Brandolini



A proposito di egemonia culturale: chi (magari perché di sinistra) vuole evitare simili figure, può leggersi il breve ritratto di Brodolini apparso su La Rinascita della sinistra, rivista dei Comunisti italiani.

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martedì, aprile 21, 2009

Nessuno spazio politico fuori da Berlusconi

di Fausto Carioti

Dopo il presidente imprenditore, il presidente operaio, il presidente costruttore, il presidente ferroviere, il presidente donnaiolo, il presidente buon padre di famiglia e un’altra dozzina di varianti sul tema del Berlusconi arcitaliano, il presidente partigiano che il 25 aprile scende in piazza per celebrare la Liberazione promette di chiudere la carrellata, se non altro per esaurimento delle possibili incarnazioni. Il Berlusconi in metaforica camicia rossa sancirebbe nel giorno migliore e nel modo più evidente quello che è già sotto gli occhi di tutti: l’opposizione non c’è più. Nel senso che ogni scontro, ogni possibile dialettica ormai avviene sotto Berlusconi, che tutto riassume dentro di sé e il suo governo. Il welfare state e il liberismo, il partito che vuole mettere più tasse sui ricchi e quello che vuole ridurre le imposte a tutti, il laicismo e l’inchino (non solo formale) a Joseph Ratzinger, l’amicizia con la Russia di Vladimir Putin e quella con gli Stati Uniti di George W. Bush e di Barack Obama (che tanto fa lo stesso). E presto nello stesso personaggio potranno convivere anche la nostalgia per l’uomo forte del ventennio e i festeggiamenti per la cacciata del fascismo. Per Silvio, con Silvio e in Silvio: fuori di lui, non c’è spazio politico. Come stanno scoprendo a loro spese Dario Franceschini e il sempre più mesto partito democratico, che di qui a pochi giorni rischiano di perdere anche l’ultima esclusiva che hanno in portafoglio, quella sull’antifascismo.

Già da mesi si va facendo strada l’impressione che l’unica opposizione sia quella che nasce all’interno del PdL, o comunque dentro la maggioranza di governo. Il tema conduttore di questa legislatura, anche nei giornali di sinistra, è «Fini contro Berlusconi». Sul testamento biologico, sui rapporti tra Stato e Chiesa, su quelli tra governo e parlamento, sul referendum per cambiare la legge elettorale, sulla gestione del dopo-terremoto, sembra che l’unico in grado di tenere testa a Berlusconi sia il presidente della Camera. Il quale però, pur nella sua autonomia, appartiene sempre a quel PdL che ha il suo leader indiscusso nel presidente del Consiglio.

Un copione che sembra conoscere una sola alternativa: quella che vede nei panni del leader dell’opposizione Umberto Bossi. Non a caso, l’unico che ad oggi sia riuscito a mettere Berlusconi davanti al rischio di una crisi di governo, quando ha minacciato il premier di farlo cadere se la data del referendum fosse stata fissata il 7 giugno, giorno in cui si voteranno le elezioni europee e - in molte città d’Italia - le amministrative. Ma anche in questo caso si tratta di un gioco tutto interno alla maggioranza, che alla fine, durante le cene a palazzo Grazioli, una soluzione la trova. Male che vada scaricandone i costi sui contribuenti, come sta avvenendo nella scelta della data del referendum.

Proprio questa vicenda testimonia il disarmo della sinistra. Da giorni Franceschini e una fetta del suo partito chiedono al governo di far votare il referendum il 7 giugno, unica data che assicurerebbe il raggiungimento del quorum. Un’iniziativa buona per provare a mettere Berlusconi contro la Lega, che vuole far fallire la consultazione, e per imputare al governo lo spreco di qualche centinaio di milioni, ma che a un’analisi più approfondita si rivela surreale. Nessuno infatti, manco a sinistra, mette in dubbio che, se si votasse oggi, il PdL sarebbe il primo partito. E visto che il distacco nei confronti del Pd ormai è di una ventina di punti, è concreta l’eventualità che il partito di Berlusconi vinca comunque le prossime elezioni, anche se si terranno tra qualche anno. Bene: il referendum per cui si batte Franceschini, se approvato dagli elettori, farebbe assegnare il premio di maggioranza non alla coalizione che ottiene più voti, come avviene adesso, ma alla singola lista più votata. In altre parole, il solo PdL avrebbe la maggioranza dei seggi e sarebbe libero di governare senza la Lega. La quale, se si rifiutasse di confluire nel PdL, finirebbe all’opposizione, togliendo ulteriori seggi al Pd. È davvero questo che vuole Franceschini? Si è ridotto a fare una battaglia che, se vinta, darebbe a Berlusconi il controllo assoluto del Parlamento?

Dinanzi allo strapotere della maggioranza, che monopolizza ogni spazio politico e costringe a lavorare per essa persino il Pd, devono arrendersi anche i sondaggi commissionati da Repubblica. Gli ultimi, diffusi ieri, dicono che Berlusconi aumenta i consensi del 4% rispetto a marzo e arriva a un gradimento del 56%. Guadagnano punti anche il governo e il PdL, mentre il ministro più apprezzato dagli elettori è quel Roberto Maroni, titolare del Viminale, che ha sfidato Berlusconi impuntandosi sulla data del referendum. Come dire che il governo e i suoi esponenti incassano dividendi anche quando litigano. Pessime notizie, per chi pretende di fare l’opposizione senza far parte della maggioranza.

© Libero. Pubblicato il 21 aprile 2009.

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giovedì, aprile 16, 2009

Intervista a Enrico Letta: «Uscire dal nucleare fu un errore, ma arrivare al 25% è irrealistico»

Intervista del sottoscritto a Enrico Letta per Elementi, rivista del Gestore dei servizi elettrici. Una pillola:
Onorevole Letta, il piano predisposto dal governo per diversificare le fonti energetiche prevede il raggiungimento, a regime, di un mix composto per il 50% da energia ricavata da fonti fossili, il 25% da energie rinnovabili e il 25% da nucleare. Entro la legislatura dovrebbe iniziare la costruzione delle nuove centrali nucleari italiane. Lo ritiene un piano auspicabile e raggiungibile?
Il nostro Paese deve disporre, per energia e ambiente, di un programma nazionale pluriennale, coordinato con i singoli piani regionali. In questa fase di estrema difficoltà economica, l’energia e l’ambiente sono fra gli ambiti in cui è più urgente investire a fini anticiclici. Sotto questo profilo, avere obiettivi chiari e condivisi è prioritario per dare certezza agli investitori. Ciò detto, pur comprendendo la necessità di sintetizzare in slogan ragionamenti complessi, resta la sensazione che non si sia andati molto più in là rispetto agli slogan.

Ad esempio?
Sul nucleare. Fu un errore uscirne, questo errore lo stiamo pagando ancora oggi e lo pagheremo nel futuro. Ma l’obiettivo del 25% espresso dal governo mi sembra irrealistico.
Difficile dargli torto, anche se la speranza è che il suo pessimismo sia sbagliato. Gli interessati possono leggere il resto dell'intervista sul sito di Elementi o sul blog dello stesso Letta. Dove le sue opinioni sul nucleare hanno creato qualche mal di pancia tra i suoi (e)lettori democratici.

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mercoledì, aprile 15, 2009

Due buoni motivi per lasciare Santoro dove sta

di Fausto Carioti

Ci sono almeno due motivi per cui Silvio Berlusconi, fregandosene del conflitto d’interessi, dovrebbe intervenire sui vertici della Rai per incoraggiarli a lasciare Michele Santoro al suo posto. Anche dopo che costui, giovedì scorso, ha scambiato il servizio pubblico televisivo per un randello da dare in testa alla Protezione civile impegnata nelle zone del terremoto.

Il primo motivo è che la cacciata di Santoro è proprio quello che gli avversari del Cavaliere, e lo stesso Santoro, si attendono da lui. I suoi avversari perché così potrebbero ricominciare ad accusarlo di liberticidio. Santoro perché, stanco di fare il conduttore (quantomeno di farlo in Rai) potrebbe andarsene via indossando l’aureola del martire. Per tre quarti della sinistra, poi, il regalo sarebbe doppio. Giacché Santoro sta sulle scatole a molti di loro più che allo stesso Berlusconi, e l’idea di levarselo di torno grazie al loro peggior nemico è roba da sogni proibiti. E qui veniamo al secondo motivo per cui il premier dovrebbe difendere Santoro. Ovvero per bieche ragioni di bottega: uno così fa più danni all’opposizione che a lui. A Berlusconi, infatti, ormai non toglie più un voto, ammesso che lo abbia fatto in passato. Nel centrosinistra, invece, crea sconquassi.

Prendete queste parole, apparse ieri su un quotidiano: Santoro è «un leader politico sotto mentite spoglie» e il suo «è solo cattivo pregiudizio, mediocre giornalismo, e tradisce il bisogno di Santoro di ancorarsi ai cliché suoi e dei suoi anni belli». Qualche commentatore vicino al PdL? Macché. A scrivere simili cose è stato il direttore di Europa, quotidiano della Margherita, cioè di un pezzo del Partito democratico. E i margheritini non sono certo i soli a stare a sinistra e a pensare male di lui. Nel gruppo degli antipatizzanti quasi viene voglia di mettere lo stesso Paolo Garimberti, presidente della Rai ed ex di Repubblica, che non si è fatto problemi, d’intesa col direttore generale Mauro Masi, ad aprire un’inchiesta sull’ultima puntata di Annozero. Del resto, Garimberti non sarebbe il primo presidente della Rai scelto dal centrosinistra a entrare in collisione con l’anchorman salernitano.

Perché Berlusconi nell’aprile del 2002 avrà pure emanato l’«editto bulgaro» contro Santoro, Enzo Biagi e Daniele Luttazzi, e non fu certo un capolavoro di marketing politico, ma tutti gli altri scontri Santoro li ha avuti con esponenti o dirigenti Rai di sinistra, convinti che l’informazione ultra-faziosa di Santoro rappresenti per la sinistra un modello perdente. Nel 1996 Enzo Siciliano, presidente della Rai dell’Ulivo, prima lo liquidò con il famoso «Michele chi?», e poi lo costrinse a trovare asilo nientemeno che a Mediaset. Cinque anni dopo il nostro, tornato in Rai, vide il direttore generale Pierluigi Celli mettere in palinsesto “Sciuscià” alle 11 di sera. Un modo garbato per sterilizzarlo. Santoro, che essendo un tantino egocentrico valuta le persone in base a quello che fanno per lui, accusò il manager voluto da Massimo D’Alema di «non avere coraggio».

Anche gli ex comunisti hanno capito che è meglio stargli lontano. Quando Santoro lasciò la poltrona di europarlamentare dei Ds per essere ospitato da Adriano Celentano a Rockpolitik, Piero Fassino, tipino dall’incavolatura facile, non la prese bene e l’Unità attaccò il conduttore in prima pagina, chiedendogli di spiegare le sue dimissioni «ai suoi 526.535 elettori».

In queste ore il Pd è diviso tra chi attacca Santoro e chi prega in silenzio che Berlusconi lo faccia fuori. Anche perché Annozero porta acqua solo al mulino di Antonio Di Pietro, guarda caso l’unico che ancora difende la trasmissione. Stando così le cose, proprio non si capisce perché Berlusconi debba augurarsi la cacciata di Santoro dalla Rai.

© Libero. Pubblicato il 15 aprile 2009.

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sabato, aprile 11, 2009

Famiglie e scuole private sempre più maltrattate dal fisco

di Fausto Carioti

Se in Italia c’è una categoria a rischio di estinzione, che merita di essere difesa, sono le famiglie che mandano i figli alle scuole private. Prima pagano ogni mese la retta, con un aiuto minimo o nullo da parte dello Stato (al quale, piaccia o meno, fanno un favore, consentendo alla pubblica istruzione di risparmiare su scuole e insegnanti). Poi provvedono a finanziare con le loro tasse la formazione del figlio del vicino di casa, che frequenta le scuole pubbliche. Insomma, in nome della «solidarietà sociale» costoro pagano due e prendono uno. Intanto la speranza di vedere introdotto a livello nazionale un “buono-scuola” da usare per iscrivere i loro figli a qualunque istituto, pubblico o privato, ritengano migliore, è stata accantonata. Quanto alle borse di studio, di solito le imprese italiane si guardano bene dal finanziarle, preferendo investire milioni di euro, anziché in aiuti agli studenti, in costosissime campagne di comunicazione nelle quali, magari, vogliono convincerci che stanno dalla parte delle nuove generazioni (appunto). Ecco, non bastasse tutto questo, dal cilindro dell’Agenzia delle Entrate è appena uscito un provvedimento destinato a rendere ancora più complicata la vita di queste famiglie e a dare l’ennesima mazzata alle (poche) scuole private scampate alla concorrenza, tutt’altro che leale, del servizio pubblico. Chi iscrive i figli agli istituti privati, infatti, da oggi fa parte della categoria di contribuenti che acquistano servizi «di lusso», e su di loro gli ispettori del fisco dovranno accendere i riflettori.

È tutto scritto nella circolare pubblicata due giorni fa dalla Direzione Accertamento dell’Agenzia delle Entrate, che aggiorna il vecchio “redditometro”. Vi si legge che gli uffici del fisco dovranno controllare chi acquista servizi «di lusso» come quelli offerti da «porti turistici, circoli esclusivi, scuole private, wellness center, tour operator». In altre parole, mandare i figli a una scuola privata è come avere uno yacht: basta per essere qualificati come super-ricchi, e se secondo la dichiarazione dei redditi non lo si è, il fisco ritiene che tu lo stia fregando.

A essere sbagliato, e anche classista (ma non aveva vinto le elezioni il centrodestra?) è proprio il presupposto che solo i ricchi possano permettersi simili cose. Tutte le scuole private, inclusi gli atenei più costosi ed esclusivi, contano tra i loro studenti tanti figli di famiglie del ceto piccolo e medio. Genitori che stringono la cinghia, attingono ai risparmi di più generazioni e magari si indebitano per dare ai loro ragazzi la possibilità di ricevere l’istruzione migliore e salire qualche gradino nella scala sociale. Queste famiglie stanno facendo qualcosa di importante, utile per loro stesse e per la collettività. Avrebbero bisogno di essere incoraggiate, anche da un punto di vista fiscale, e di poter contare su borse di studio degne di questo nome. Invece cambiano i governi, ma loro continuano a ricevere bastonate in testa. Mentre è semplicemente ridicola l’iscrizione tra i «servizi di lusso» dei centri benessere: come se massaggi anti-cellulite e maschere facciali fossero indicatori di chissà quali possibilità economiche.

Né ha senso dire che, se hanno la coscienza a posto, i contribuenti sottoposti a questi controlli usciranno indenni dalle grinfie dell’Agenzia delle Entrate. Magari fosse così semplice. Il nostro fisco, purtroppo, funziona secondo il motto del cardinale Richelieu: «Datemi sei righe scritte dall’uomo più onesto e ci troverò abbastanza per farlo impiccare». Le leggi fiscali in Italia sono talmente numerose e confuse che nessun contribuente, nemmeno il più onesto, può dormire tranquillo sapendo che gli agenti del fisco stanno esaminando al microscopio quello che ha scritto sulla dichiarazione dei redditi.

© Libero. Pubblicato l'11 aprile 2009.

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giovedì, aprile 09, 2009

Dopo il terremoto il governo scelga l'election day

di Fausto Carioti

L’idea è buona, qui la si sostiene da un pezzo e pazienza se poi ci si sono buttati anche Dario Franceschini e l’Unità. Piuttosto, sarebbe doveroso che la sostenesse pure qualcuno dei tanti del PdL che firmarono per il referendum elettorale di Mario Segni e Giovanni Guzzetta e che adesso, come si dice a Roma, «fanno i vaghi». Insomma: se prima del terremoto spendere 400 milioni di euro (nostri) per non abbinare il referendum elettorale alle elezioni del 6 e 7 giugno poteva sembrare un favore alla Lega difficilmente giustificabile in tempo di crisi, perseverare nello spreco adesso, con mezzo Abruzzo da ricostruire, è un esercizio di puro sadismo nei confronti del contribuente.

I costi da affrontare per far votare il referendum elettorale il 14 giugno non sono motivati da alcuna ragione tecnica: nulla vieta, infatti, di mettere insieme le schede per le europee, le amministrative (laddove sono previste) e il referendum. L’unica ragione è politica, e consiste nella voglia della Lega di non far raggiungere il quorum alla consultazione, affossandola. I tre quesiti, infatti, chiedono agli elettori di tagliare alcune parti della legge elettorale in vigore per le elezioni politiche, in modo da cambiarla. Alla fine di questa operazione chirurgica, il premio di maggioranza andrebbe non alla coalizione che ottiene più voti, come avviene adesso, ma alla singola lista. È un modo per costringere il sistema politico italiano a diventare quasi bipartitico. In altre parole la Lega, per far parte della maggioranza parlamentare di centrodestra, si troverebbe costretta a confluire nella lista del PdL. Da qui, la volontà del ministro Roberto Maroni e degli altri leghisti di far votare il referendum in un weekend ad alto rischio di astensione elettorale.

Per il PdL si tratta di una discreta rogna. Molti esponenti di Forza Italia e An due anni fa firmarono per lo svolgimento del referendum (tra loro Angelino Alfano, Gianni Alemanno, Renato Brunetta, Daniele Capezzone, Gianfranco Fini, Stefania Prestigiacomo e Gaetano Quagliariello). Ma adesso che Umberto Bossi e i suoi ne fanno una questione di vita e di morte, Silvio Berlusconi accontenterebbe volentieri la Lega, pur di non avere scocciature. A guastare il sonno del PdL ci ha pensato Fini, che durante il congresso fondativo del partito ha chiesto al premier «quale atteggiamento prendere sul referendum elettorale di giugno». Sino ad oggi non ha avuto risposta, ma adesso i 3 miliardi di euro che, secondo le prime stime, serviranno per finanziare la ricostruzione post-terremoto, sono un ottimo motivo per mettere l’esigenza di risparmio dinanzi a ogni tatticismo.

Gli stessi uomini del Cavaliere, nelle ultime settimane, hanno provato a rendere il referendum digeribile per gli stomaci leghisti. Giorgio Stracquadanio, spin-doctor di palazzo Grazioli, dal suo sito corsaro “Il Predellino” ha lanciato agli alleati una proposta fantasiosa ma sensata: se venisse introdotta la modifica chiesta dai referendari, PdL e Lega Nord si presenterebbero separati alle elezioni politiche, ma il partito di Berlusconi, invece di tenere il premio di maggioranza tutto per sé, accetterebbe di condividerlo con la Lega «candidando nelle proprie liste, in accordo con il partito di Bossi, esponenti leghisti in posizione tale da essere eletti solo in caso di vittoria». Un gesto di apertura per far capire al Carroccio che il referendum, comunque vada, non può guastare il matrimonio. Per ora, dunque, si tratta dietro le quinte. Ma una risposta pubblica agli elettori dovrà essere data molto presto, e non solo perché l’ha chiesta Fini.

Di sicuro Luigi Einaudi - al quale il PdL ogni tanto si richiama, anche se c’è il sospetto che da quelle parti l’abbiano letto sì e no in tre - non avrebbe avuto dubbi: in una situazione simile il «buon padre di famiglia» quei 400 milioni non li avrebbe gettati via. Ma è anche vero che Einaudi, realista com’era, certe sue raccomandazioni a non sprecare soldi pubblici le aveva ribattezzate «prediche inutili».

© Libero. Pubblicato il 9 aprile 2009.

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martedì, aprile 07, 2009

Le ragioni di Sarkozy e l'ingerenza di Obama

di Fausto Carioti

Viva Nicolas Sarkozy che dice «no» all’ingresso della Turchia nella Ue. Il presidente francese è l’unico che ha il coraggio di mettersi contro il multiculturalismo, ultima fede rimasta alla élite continentale, e di opporsi all’ingerenza americana. Perché di questo si tratta: un’intromissione negli affari nostri, e se fosse stato un leader diverso da Barack Obama a varcare l’Atlantico per venirci a dire che gli Stati Uniti «sostengono fortemente» l’arrivo della Turchia nell’Unione perché serve ad «allargare e rafforzare» le nostre fondamenta, a sinistra e nei governi europei tanti avrebbero rispettosamente chiesto allo yankee di non mettere il naso nelle nostre vicende. Invece il messaggio è venuto da Obama nell’alto dei cieli, impegnato a costruire un mondo più giusto per tutti. E a uno così non sta bene porre obiezioni. È toccato a Sarkozy dirgli la frase più vera e più banale: «Trattandosi della Ue, spetta ai Paesi membri decidere». Che nella lingua di Obama si legge: «Sorry mr president, we can’t».

Anche perché il presidente americano non è quel pacifista gonzo che ci raccontano le cronache marziane di nove decimi dell’informazione italiana. La sua decisione di sponsorizzare l’entrata della Turchia nella Ue, ribadita ieri davanti al parlamento di Ankara, è dettata da precise ragioni militari, strategiche ed economiche. Ma dire che la nuova amministrazione Usa (al pari di quelle che l’hanno preceduta) si muove secondo le logiche del controllo delle risorse mondiali degli idrocarburi e del raggio d’azione dei bombardieri, sembra un tabù.

Basta prendere una cartina geografica e leggersi un po’ di storia. La Turchia confina con la Siria, l’Iraq e l’Iran. La sua posizione l’ha resa l’avamposto naturale per le operazioni militari americane verso l’Afghanistan, diventato il teatro più importante per gli Stati Uniti. I quali, proprio per la sua collocazione geografica, ne fecero un membro strategico dell’Alleanza atlantica già nel 1952. Ankara ricambia le attenzioni di Washington inviando soldati a frotte ogni volta che la Casa Bianca lo chiede (quello turco, per dimensioni, è il secondo esercito della Nato). La Turchia è anche un crocevia decisivo delle pipeline che dalla Russia e dalle repubbliche dell’Asia centrale portano gli idrocarburi in Europa. Il gasdotto Nabucco, che secondo il disegno americano dovrà far arrivare ai paesi della Ue il gas di Azerbaigian, Turkmenistan e Kazakistan, sottraendolo al controllo russo, ha il suo capolinea proprio in Turchia, a Erzurum. E sempre in territorio turco, a Ceyhan, passa il grande oleodotto che fa arrivare sino al Mediterraneo il petrolio del mar Caspio: altra opera dalla grande rilevanza strategica.

Eppure, l’identità del Paese è ancora in bilico. Il primo ministro Recep Tayyip Erdogan e il suo partito, l’Akp, sono stati ritenuti responsabili dalla corte costituzionale turca di «attività anti-laiche», per aver tentato di islamizzare la legislazione. Le televisioni trasmettono programmi che accusano il cristianesimo e l’ebraismo di voler distruggere la religione islamica. Lo stesso Erdogan non si fa problemi a giocare di sponda con il primo ministro iraniano, l’impresentabile Mahmoud Ahmadinejad, e ad accusare con toni durissimi Israele, al punto da definire Hamas «vittima» dell’aggressione ebraica. Nei giorni scorsi Erdogan ha provato a fermare la nomina del primo ministro danese, Anders Fogh Rasmussen, a segretario generale della Nato, accusandolo di non essersi scusato per la pubblicazione delle vignette satiriche apparse nel 2005 sul giornale Jyllands-Posten. Per contro, i rapporti con la Russia di Vladimir Putin, grande rivale geopolitica degli Stati Uniti, sono ottimi. Oggi Mosca è il primo partner commerciale di Ankara (soprattutto grazie alle forniture di gas) e, insieme al governo di Teheran, sta cercando di sfilare la Turchia dalla sfera di influenza americana.

Un rischio che gli Stati Uniti hanno ben presente e che si stanno impegnando a scongiurare. Anche perché ritengono indispensabile avere la Turchia dalla loro parte durante il braccio di ferro che nei prossimi mesi li contrapporrà all’Iran e alle ambizioni nucleari di Ahmadinejad. Nei piani del Dipartimento di Stato, il governo di Ankara dovrà avere un compito importante anche nella partita irachena, esercitando un ruolo di guida nei confronti della giovanissima democrazia irachena quando le truppe statunitensi si saranno ritirate. Ma per far sì che la Turchia resti ancorata agli Stati Uniti e all’occidente, secondo Washington è necessario che entri a far parte dell’Unione europea.

Insomma, nel piano di Obama c’è molto calcolo politico e pochissimo idealismo. Soprattutto, il presidente americano non tiene conto delle conseguenze che l’ingresso turco avrebbe sulla Ue. Dalla perdita di quel poco di identità che essa ha oggi, piaccia o meno basato sulle radici culturali greche e cristiane, alle difficoltà che i singoli Paesi avrebbero ad accogliere la libera circolazione, entro i loro confini, di 70 milioni di turchi. L’esempio della Romania, il cui ingresso ci ha costretto a subire un flusso di immigrati non selezionato e con un alto tasso di delinquenza, qualcosa dovrebbe averci insegnato. Ovvio, le priorità di Obama sono altre. Mentre Silvio Berlusconi è troppo impegnato a saldare il suo rapporto con la nuova amministrazione e a tessere alleanze internazionali per non abbracciare la causa turca. E allora non ci resta che Sarkozy.

© Libero. Pubblicato il 7 aprile 2009.

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sabato, aprile 04, 2009

Leader morale cercasi. Astenersi perditempo e Franceschini

di Fausto Carioti

«AAA schieramento politico in stato di grave crisi cerca figura di riferimento. Qualunque curriculum è bene accetto. Astenersi perditempo e Franceschini». E poi dicono che in Italia non si trova più lavoro. Guardate il centrosinistra: è pronto a offrire la leadership morale a chiunque dica mezza parola contro Silvio Berlusconi. E in mancanza della mezza parola va bene anche un gesto, una smorfia, un inarcamento di sopracciglio: tutto fa brodo. Il dramma è che ormai, per trovare qualcosa di simile in una figura credibile, debbono rivolgersi a personaggi che vengono da storie opposte rispetto alla loro. Solo nelle ultime settimane hanno provato ad adottare la regina d’Inghilterra e Nicolas Sarkozy. Il fior fiore del conservatorismo europeo, insomma. E ognuno di loro, a modo suo, li ha lasciati con il due di picche in mano. Ora sperano in Gianfranco Fini, ed è facile prevedere che anche con lui finirà allo stesso modo.

Sua Maestà li aveva illusi, per un attimo, di essere l’incarnazione del sol dell’avvenire. A Buckingham Palace, durante lo scatto della foto di gruppo per il vertice G20, Berlusconi si era divertito a chiamare a voce alta il presidente americano Barack Obama. Elisabetta II si era girata con l’aria dell’anziana professoressa turbata dallo schiamazzo e aveva chiesto chi fosse l’indisciplinato. Scenetta divertente, se non altro perché ci ha riportato ai bei tempi della scuola e delle merendine. Ma niente di più. Eppure per la sinistra tanto è bastato a farne l’evento politico della giornata. Che ha dato modo a Michele Serra di scrivere su Repubblica l’ennesimo articolo sul «classico repertorio da crocerista» del premier, lo «scontato dileggio» degli altri capi di Stato e così via. Insomma, il copia-e-incolla dello stesso pezzo che i lettori di Repubblica si trovano servito dal 1994 ogni giorno che Dio manda in terra. L’Unità, per digerire la vista di Obama abbracciato al Cavaliere manco fosse George W. Bush, ha titolato in prima pagina che «La regina sgrida Berlusconi». Nessuno, per dire, che a sinistra si sia preso la briga di ricordare le gaffes atroci, e spesso razziste, compiute negli ultimi cinquant’anni anni dalla reale famiglia inglese, confronto alla quale Casa Berlusconi è il tempio del bon ton.

Ma ieri, ricevuta dall’ambasciata del Regno Unito a Roma la rassegna stampa dei giornali italiani, la compagna Elisabetta II ha realizzato che certi adulatori è meglio perderli che trovarli. Così la portavoce di Buckingham Palace ha spiegato che durante lo scatto della foto «c’era un clima gaio e molto gioviale, e non c’è stata alcuna gaffe né offesa». Un chiaro messaggio alla sinistra italiana affinché adotti qualcun altro.

Fosse facile trovarlo. Poche settimane fa ci avevano provato con Sarkozy. Stesso copione di Londra, a dimostrazione del fatto che ormai non hanno più idee. Durante una conferenza stampa congiunta, Berlusconi aveva sussurrato qualcosa all’orecchio del presidente francese. Secondo alcuni giornalisti transalpini, parenti stretti di quelli italiani, la frase era «io ti ho dato la tua donna», con riferimento alla nazionalità italiana di Carla Bruni. Al che era tornato in azione il solito circo Barnum, con le deputate del Pd pronte a denunciare Berlusconi alla Corte europea di Strasburgo «a causa delle continue e ripetute dichiarazioni di disprezzo sulla vita e la dignità delle donne». Pochi giorni dopo, ascoltando la traccia audio senza interferenze, si scopriva che le parole esatte del premier erano «tu sai che io ho studiato alla Sorbona». Proprio come aveva assicurato subito l’ufficio stampa di palazzo Chigi. E dire che Repubblica, nella ricostruzione dell’accaduto, si era persino inventata il «sorriso imbarazzato» con cui Sarkozy aveva «liquidato» l’orrida battuta sessista di Berlusconi.

Adesso stanno cercando di adescare Fini, uno che almeno le polemiche con Berlusconi le fa sul serio. L’Unità lo definisce «femminista», che per il direttore Concita De Gregorio è il miglior complimento su piazza. Anna Finocchiaro, capogruppo del Pd al Senato, fa sapere di «condividere assolutamente» le parole del presidente della Camera, che applaude alla bocciatura della legge sulla fecondazione assistita da parte della Consulta. Andrà male anche con lui: Fini, per carisma, idee e necessità di ritagliarsi un ruolo forte nel PdL, è destinato a diventare il capofila del fronte laico del centrodestra. Ma sa benissimo che l’abbraccio della sinistra per lui sarebbe mortale, e si guarderà dal cadere nel tranello.

Questa continua ricerca di una figura paterna da parte dell’opposizione si spiega con la scomparsa di ogni leader credibile (il serial killer Berlusconi ormai li ha liquidati tutti) e con la presenza, al vertice del Partito democratico, di Dario Franceschini. L’illusione di aver trovato l’uomo in grado di ridare slancio se non all’intera opposizione, almeno al Pd, è durata poco. Ieri il segretario, messo davanti al primo bivio serio della sua nuova carriera, è stato costretto a ricorrere a quel «ma anche» che già aveva trasformato Walter Veltroni in una macchietta. Indeciso se manifestare oggi con la Cgil, alla fine Franceschini ha detto che sarà in piazza con il sindacato di Guglielmo Epifani, «ma anche» accanto alla Cisl e alla Uil. Che però giudicano la manifestazione un attacco rivolto contro di loro dalla Cgil. Come faccia Franceschini a stare sia con l’accusatore che con l’accusato, lo sa solo lui. Gli elettori del centrosinistra però sanno che, vista la sua statura politica, lo baratterebbero volentieri con la regina d’Inghilterra. Se solo lei ci stesse, maledizione.

© Libero. Pubblicato il 4 aprile 2009.

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venerdì, aprile 03, 2009

La verità di Brunetta e l'ipocrisia della sinistra

di Fausto Carioti

A corto di voti e di intelligenze, alla sinistra resta l’indignazione ipocrita verso chi dice verità banali, ma politicamente scorrette. Ieri è toccato a Renato Brunetta. Il quale, tanto per cambiare, non ha fatto nulla per evitarlo. Tanto da trovarsi, a un certo punto, ai ferri corti pure con la sua collega di governo Mara Carfagna. A un convegno sulle pari opportunità, davanti a una platea quasi tutta femminile, Brunetta ha denunciato dal palco una delle principali storture del pubblico impiego, che vede molte donne nella duplice veste di defraudatrici e vittime. «Non voglio più che le donne scappino dai posti di lavoro per andare a fare la spesa e poi tornare a casa alle 13.30 con le buste in mano», ha detto il ministro per la Pubblica amministrazione mentre si levava qualche fischio. Una sfida alle donne? Per Brunetta è l’esatto contrario: «La lotta all’assenteismo è una lotta di liberazione per le donne. Far finta di essere malate per accudire i mariti, per accudire la famiglia, vuol dire buttare via la propria dignità professionale e la propria deontologia». 

Davanti a queste frasi si possono fare due cose. La prima è quella che ha fatto ieri la sinistra. Che un tempo voleva l’uguaglianza tra i sessi, ma adesso si accontenta di difendere uno status quo che, nel mondo del lavoro, è fatto apposta per mantenere le donne in posizione subordinata. Così è partito il coro degli scandalizzati, con Rosy Bindi dire che Brunetta usa un linguaggio «vecchio e maschilista», la senatrice del Pd Vittoria Franco definirlo «un uomo profondamente misogino» e l’immancabile responsabile per le Pari opportunità della Cgil denunciare «un vero e proprio attacco sessista». 

Anche la Carfagna, ministro per le Pari opportunità del governo Berlusconi, per un momento è sembrata allinearsi, quando ha chiesto di  non cadere in «facili provocazioni» alle donne presenti al convegno al quale aveva appena parlato Brunetta. Per poi, diciamo, chiarirsi meglio e assicurare che con il responsabile della Pubblica amministrazione non c’è «nessuna polemica», poiché entrambi sono d’accordo su tutto. Inclusi il principio per cui «chi va a fare la spesa durante l’orario di lavoro commette una truffa e va censurato» e la necessità che presto il governo vari interventi per «conciliare meglio i tempi di lavoro e di cura familiare».

L’altra reazione possibile, dinanzi alle parole di Brunetta, è dare un’occhiata realista al mondo dell’occupazione. Dal quale emergono alcuni dati molto chiari. Primo tra tutti la difficoltà delle donne a fare carriera. Nella piramide del lavoro, anche in quella dell’amministrazione statale, il peso femminile diminuisce man mano che si sale di grado. Nonostante questo, l’impiego pubblico resta meta ambita per tante donne. Soprattutto perché permette a molte di fare almeno altri due lavori: quello di casalinga e quello di madre. E questo proprio grazie all’assenteismo tollerato dai capi-ufficio (quasi tutti uomini, ovviamente), alle visite fiscali inesistenti, alla pensione anticipata rispetto ai colleghi maschi. Il fatto che le iniziative di Brunetta abbiano già ridotto del 36% (dati ufficiali di febbraio) le assenze in un comparto molto femminilizzato come quello della pubblica istruzione la dice lunga sull’andazzo.

Chi ha modo di controllare di persona, magari perché vive davanti a un ufficio pubblico, un’idea chiara già se l’è fatta tempo. Come il signore che ieri ha scritto questa frase commentando le dichiarazioni di Brunetta sul sito dell’Unità: «Abito in un piccolo comune di 3.000 abitanti e quasi tutti i giorni incontro al supermercato nelle ore di lavoro diverse impiegate comunali che ritirano la spesa». Vivesse a Roma, chissà quante ne avrebbe avute da raccontare.

Certo, anche gli uomini sono assenteisti, spesso più delle donne. Ma le donne che hanno famiglia nella gran parte dei casi sono costrette all’assenza per badare ai figli, ai mariti, ai genitori anziani e alle faccende di casa. Gli uomini no, perché non accettano di rovinarsi la carriera per simili motivi, e preferiscono che a farlo siano le donne. Ci vuole un eccesso di maschilismo, sindrome molto diffusa anche a sinistra, per non ammettere tale ovvietà.

Se la situazione è questa, un’opposizione seria potrebbe contrattare con il ministro. Brunetta ha annunciato che il governo destinerà a «welfare, asili nido, salari e carriera» delle donne tutti i risparmi che si otterranno innalzando l’età pensionabile delle dipendenti del pubblico impiego. Bella idea, ma magari si può fare di più e di meglio, visto che, nonostante l’elevata pressione fiscale e l’assenza di un quoziente familiare che renda le imposte un po’ più umane, i servizi di assistenza alle famiglie con figli sono inesistenti in gran parte d’Italia, e le prime ad avvantaggiarsene sarebbero proprio le donne.

Ma da certe parti passare dalla protesta alla proposta, quando si parla di famiglia, vuol dire muoversi su un terreno scivolosissimo, perché per gran parte della sinistra dare la precedenza alle famiglie con figli è visto come un affronto alle lavoratrici single o alle coppie che figli non ne hanno. Così chi guarda finisce per avere l’impressione che la partita vera tra governo e opposizione si giochi tutta in casa del PdL, tra Brunetta e Carfagna. Con gli esponenti della sinistra incapaci di andare oltre la solita scontatissima indignazione. E poi si domandano come mai gli elettori si stiano scordando di loro.

© Libero. Pubblicato il 3 aprile 2009.

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mercoledì, aprile 01, 2009

Kyoto, la mozione "negazionista" è piena di banale buon senso

Segni di risveglio politico da parte del PdL. Qui sotto è possibile leggere il testo della mozione parlamentare presentata al Senato per chiedere al governo di impegnarsi per una drastrica revisione del protocollo di Kyoto. Una mozione che la sinistra definisce ovviamente «negazionista», e che qui si reputa di semplice buonsenso. 
«Il Senato,

rilevato come da anni la Commissione europea, nei suoi documenti (ad esempio nella risoluzione del Parlamento europeo del 4 febbraio 2009) e nelle sue comunicazioni (ad esempio nelle comunicazioni espresse dai suoi dirigenti nel corso dell'incontro tra i presidenti delle Commissioni parlamentari Energia ed ambiente degli Stati membri tenutosi a Praga nei giorni 11-12 febbraio 2009), costantemente dia per scontata l’attribuzione della responsabilità del riscaldamento globale in atto da circa un secolo nell’atmosfera terrestre all'emissione dei gas serra antropogenici (e tra questi soprattutto all’anidride carbonica prodotta dall’uso dei combustibili fossili);

considerato come questa assoluta certezza costituisca l'essenziale fondamento delle azioni della Commissione, volte a promuovere presso i Governi dei Paesi membri la sottoscrizione del Protocollo di Kyoto e del cosiddetto Accordo 20-20-20, tutte miranti, anche attraverso la fissazione di gravosi e vincolanti obiettivi da conseguire da parte dei singoli Stati entro il periodo 2008-2012 e successivamente entro il 2020, ad un drastico cambiamento della politica energetica finalizzato all’ottenimento di una rilevante riduzione delle emissioni di anidride carbonica;
sottolineato come una siffatta nuova politica energetica, e in particolare nel caso di eccessive ed affrettate forme di incentivazione delle fonti energetiche rinnovabili, potrebbe produrre un rilevante aumento del costo dell’energia termica e soprattutto dell’energia elettrica, con pesanti conseguenze sulla capacità competitiva internazionale degli Stati membri dell’Unione, in mancanza del coinvolgimento di importanti Paesi industrializzati e in via di sviluppo;

osservato come la Commissione europea indichi costantemente nei suoi documenti come obiettivo “strategico” dell’azione dell’Unione europea per il presente secolo il limite di 2° C all’aumento della temperatura media dell’atmosfera terrestre al suolo, rispetto ai livelli dell’era preindustriale (si veda, ad esempio, nel 2007, la comunicazione della Commissione “Limitare il surriscaldamento dovuto ai cambiamenti climatici a + 2 gradi Celsius - La via da percorrere fino al 2020 e oltre”);

osservato come la Commissione europea mostri ancor oggi di condividere pienamente la “Relazione Stern sull’economia del cambiamento climatico” dell’economista Nicholas Stern, elaborata nel 2006, ricca di previsioni di catastrofici sconvolgimenti climatici con gravissime conseguenze economiche che avverrebbero nei prossimi decenni ove le emissioni in atmosfera di anidride carbonica prodotte dall’uomo non venissero drasticamente ridotte nell’immediato futuro;

considerato che l'anno 2009 si prospetta come decisivo per l'eventuale proseguimento di quest'ultimo indirizzo, in considerazione degli eventi internazionali che avranno luogo principalmente in Italia (G8) ed a Copenhagen (COP 15 - dibattito su Kyoto post-2012);

apprezzata la posizione espressa dal Governo italiano nel vertice del dicembre 2008 a Bruxelles, che ha condotto il Consiglio dei Capi di Governo dell'Unione europea ad approvare una clausola di eventuale revisione da trattarsi nel marzo 2010 a seguito degli esiti del vertice mondiale di Copenhagen,

impegna il Governo:

ad intervenire con urgenza presso la Commissione europea ed anticipatamente presso i Paesi partecipanti al G8 (eventualmente anche a quelli partecipanti al G8 + 5 e al G20):

a) per segnalare come una parte consistente e sempre più crescente di scienziati studiosi del clima non creda che la causa principale del peraltro modesto riscaldamento dell’atmosfera terrestre al suolo finora osservato (compreso fra 0,7 e 0,8 °C) sia da attribuire prioritariamente ed esclusivamente all’anidride carbonica di emissione antropica; ad esempio, nella relazione di minoranza depositata l’11 dicembre 2008 presso la Commissione Ambiente e lavori pubblici del Senato degli Stati Uniti d’America sono riportate le dichiarazioni di ben 650 scienziati di livello internazionale, scettici nei confronti della teoria dell'attribuzione del riscaldamento globale in atto alle attività umane (in contrapposizione ai 52 che hanno redatto la Sintesi per decisori politici dell’allarmistico Rapporto 2007 sul cambiamento climatico dell’IPCC - Intergovernmental Panel on Climate Change, panel in cui peraltro molti altri membri si dichiarano scettici circa questa attribuzione);

b) per sottolineare in merito come le previsioni climatologiche a lungo termine, attualmente effettuabili nei migliori centri di ricerca del mondo, siano ben lontane dall’essere affidabili, non essendo ancora sufficientemente conosciuti gli effetti climatici dovuti ad importanti elementi della fisica terrestre, quali ad esempio nuvole, vulcani, oceani, eccetera, nonché gli effetti climatici delle variazioni cosmiche e solari, e non essendo stati adeguatamente sperimentati gli estremamente complessi modelli di calcolo utilizzati per tali previsioni;

c) per rimarcare altresì come non sia ancora affatto chiarita la dipendenza della temperatura media dell’atmosfera terrestre al suolo dalla concentrazione dell’anidride carbonica nell’atmosfera (le analisi dei ghiacci antartici hanno dimostrato che nell’ultimo milione di anni la concentrazione dell’anidride carbonica nell’atmosfera ha seguito con ritardo di anni ed anni le variazioni di temperatura dell’atmosfera terrestre al suolo, è stata cioè effetto e non causa delle variazioni di tale temperatura); e come inoltre l’effetto serra dell’anidride carbonica sia già in rilevante saturazione alle attuali concentrazioni;

d) per osservare che, se pure vi fosse a seguito dell’aumento della concentrazione dell’anidride carbonica nell’atmosfera un aumento della temperatura terrestre al suolo, i conseguenti danni all’ambiente, all’economia e all’incolumità degli abitanti del pianeta sarebbero molto inferiori a quelli previsti nel citato Rapporto Stern e addirittura al contrario maggiori potrebbero essere i benefici;

e) per suggerire che, piuttosto che avviare un costosissimo e probabilmente velleitario sforzo di mitigazione del riscaldamento globale in atto, più proficuo potrebbe essere destinare le risorse disponibili, inevitabilmente limitate, all’adattamento a tale riscaldamento e alla promozione di interventi sul territorio finalizzati all'efficienza energetica, all'edilizia ecovirtuosa, all'eliminazione dell'inquinamento ambientale da emissioni nocive e così via;

f) per sottolineare che gli obiettivi intermedi e le relative sanzioni introdotte dal cosiddetto Protocollo di Kyoto e dal cosiddetto Accordo 20-20-20 si muovono in antitesi alla dinamica degli investimenti in ricerca, sui quali si deve invece fare un grande sforzo epocale, poiché dalla ricerca possono venire soluzioni straordinariamente importanti per la soluzione del problema del buon utilizzo delle risorse disponibili nel pianeta;

g) per segnalare che il livello dell’acqua negli oceani non sta aumentando a ritmo preoccupante, che i ghiacciai basati su terraferma nelle calotte polari non si stanno sciogliendo, che il numero e l’intensità dei cicloni ed uragani tropicali non sta aumentando, che negli ultimi dieci anni la temperatura media al suolo dell’atmosfera terrestre non risulta aumentata, che secondo gli oceanografi non vi è alcun rischio di blocco della corrente del Golfo, che negli scorsi mesi si è riformata la calotta polare nella stessa estensione di venti o trenta anni fa;

h) perché si valuti se l’inserimento del 10 per cento di biocarburanti nel combustibile per autotrazione (obiettivo vincolante da conseguire entro il 2020) sia idoneo a determinare veramente una riduzione di emissione di anidride carbonica nell’atmosfera come quella prevista, non compensando nell'ipotesi negativa il rischio di aumenti del prezzo di alcune derrate agricole e di ulteriore deforestazione di foreste tropicali ricche di biodiversità;

a mantenere la linea espressa a Bruxelles di revisione del Protocollo di Kyoto;

ad ottenere in sede di revisione del Protocollo, alla luce delle considerazioni di cui in premessa:

a) una minor cogenza degli obiettivi quantitativi e temporali, escludendo, quindi a maggior ragione, ogni possibilità di loro inasprimento;

b) una complessiva nuova scrittura del Protocollo stesso anche in funzione del coinvolgimento dei Paesi in via di sviluppo, senza l'intervento dei quali, il Protocollo, quand'anche teoricamente efficace, diverrebbe sostanzialmente inutile e penalizzante per i pochi sottoscrittori;

c) un accordo per un più razionale ed equilibrato utilizzo delle risorse disponibili a livello europeo e mondiale finalizzato al miglioramento della qualità della vita di tutti i cittadini del pianeta;

ad intervenire immediatamente presso la Commissione europea per evitare che su una tematica di enorme complessità, portata ed incertezza scientifica come quella dei cambiamenti climatici, la Commissione stessa assuma atteggiamenti dogmatici e sia al contrario sempre pienamente aperta alle nuove conoscenze che la scienza, nel suo progressivo approfondimento delle questioni, non mancherà di apportare anche su questa problematica;

a far sì che:

a) l'Italia e l’Unione europea promuovano la costituzione di un centro d'eccellenza per l'approfondito dibattito scientifico in materia, che conforti o smentisca sulla fondatezza e sulla certezza della teoria del riscaldamento globale causato dall’uomo e sull’efficacia delle misure proposte in seno al Protocollo di Kyoto, in particolare con riferimento al rapporto costi/benefici e che costantemente aggiorni il dato scientifico ed i risultati della ricerca in tema di climatologia

b) fermo restando l'obiettivo di ridurre la dipendenza energetica dell’Europa da fonti esterne e non rinnovabili e di ridurre gli utilizzi diseconomici dell’energia, l’Unione europea tenga conto degli esiti di tale dibattito nella determinazione della propria politica ambientale ed energetica».
Post scriptum: della relazione di minoranza depositata presso la Commissione Ambiente del Senato degli Stati Uniti, contenente le opinioni di 650 scienziati e citata nella mozione del PdL, ho scritto qui.

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Putin pronto a vincere la prima mossa contro Obama

Chi segue questo blog sa che qui si pensa che buona parte della geopolitica passi attraverso le grandi pipelines dell'energia. Per questo qui si presta una grande attenzione alle sorti del gasdotto Nabucco. Fortemente sponsorizzato dal dipartimento di Stato americano e dalla commissione di Bruxelles (ma non dai singoli Paesi europei, che hanno preferito trattare con Mosca in ordine sparso: complimenti all'Europa unita), Nabucco dovrebbe liberare il vecchio continente dal quasi-monopolio dell'offerta russa di gas, portando in Europa il metano di Azerbaigian, Turkmenistan e Kazakistan lungo rotte alternative a quelle controllate da Mosca. Di Nabucco, in tempi recenti, ho scritto (in termini non troppo lusinghieri per l'esecutivo italiano) qui, qui e qui. Adesso arriva la notizia, non certo imprevista, che Gazprom, cioè il vero governo russo, è a un passo dall'ottenere l'esclusiva per il gas dell'Azerbaigian. Se ciò avvenisse, il rischio che Nabucco divenga un gasdotto senza gas da trasportare sarebbe concreto. Con tanti saluti alle nostre (timidissime) velleità di liberarci dalle grinfie del Cremlino.

Quasi dimenticavo: il progetto Nabucco è una delle priorità della politica estera americana dai tempi di Bill Clinton, e se Vladimir Putin riuscisse a portare dalla sua il governo di Baku il vero sconfitto sarebbe Barack Obama.

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