venerdì, febbraio 27, 2009

Testamento biologico: la tentazione di non decidere

di Fausto Carioti

Ieri il Parlamento ha provato a dare l’ennesima conferma al motto di Giuseppe Prezzolini: «In Italia nulla è stabile fuorché il provvisorio». Era la sera del 9 febbraio, qualcuno lo ricorderà: durante la seduta del Senato più drammatica delle ultime legislature era morta Eluana Englaro. Centrodestra e centrosinistra, divisi su tutto (anche al loro interno) e rivelatisi incapaci di approvare una qualunque legge sul testamento biologico, immersi nella enormità del momento, avevano trovato finalmente un’intesa. La annunciarono con toni solenni: entro quindici giorni, in commissione Sanità, avrebbero preparato un progetto di legge condiviso. Altrimenti si sarebbe ricominciato dal testo scritto dal governo. Insomma, una “pausina” di riflessione per scrivere tutti assieme una buona legge, senza dover fare più i conti con la vita di Eluana. E poi, dopo due settimane, via spediti, perché non si dovesse ripetere un caso simile. «Mai più», dicevano in coro. Bene. Anzi, male. Perché si è capito che molti di loro, in realtà, scherzavano.

Un drappello di senatori ieri ha presentato una proposta per rendere stabile ciò che doveva essere provvisorio. Un gruppo che più eterogeneo non potrebbe essere, tanto che va da Emma Bonino a Lamberto Dini. Chiedono, costoro, un’ulteriore «moratoria legislativa di qualche mese». Quanto basta, insomma, per rimandare il tutto a dopo le elezioni europee. Cioè a dopo l’estate. Che tanto poi in autunno arriva la Finanziaria e bene che vada se ne riparla tra un anno. Non è un caso che l’iniziativa sia bipartisan e coinvolga sia credenti che agnostici. Essa risponde infatti a uno dei pochi ragionamenti che accomunano tutti i gruppi parlamentari: perché litigare per decidere, rischiare figuracce e magari scissioni cruente, quando si può continuare a vivacchiare beati decidendo semplicemente di non decidere?

E infatti, sotto sotto, l’idea non dispiace a una parte del PdL, dove di lacerarsi su questioni etiche non c’è mai stata gran voglia. E piace dentro al Pd, spaccato dalle posizioni vicine al Vaticano di Francesco Rutelli e da quelle, assai più laiche della linea ufficiale del partito, espresse da Umberto Veronesi. Per fortuna, i leader dei due schieramenti in Senato - e cioè Maurizio Gasparri e Gaetano Quagliariello da una parte e Anna Finocchiaro dall’altra - hanno capito che la scelta peggiore sarebbe stata proprio quella di rimandare tutto.

La moratoria, infatti, chiesta per «recuperare la serenità necessaria», avrebbe ottenuto l’effetto opposto. Piaccia o meno, la questione del testamento biologico è diventata il tema caldo della campagna elettorale per le elezioni europee. Altro che «pausa di riflessione»: ogni giorno che passa Beppino Englaro - il quale anche se non si candida è ormai diventato un personaggio politico a tutti gli effetti - torna sull’argomento, accendendo gli animi da una parte e dall’altra. Laici e cattolici lanciano appelli e raccolgono firme su testi contrapposti. Migliaia di persone hanno già messo online, su Youtube, il loro testamento biologico fai-da-te. Scappare davanti a tutto questo servirebbe solo a rendere la materia ancora più ingestibile e a screditare ulteriormente il parlamento. Per non parlare di quello che potrebbe succedere se, mentre i nostri ci dormono sopra, dovesse presentarsi un caso identico a quello di Eluana. La buona notizia è che, per una volta, la maggioranza dei parlamentari sembra aver capito il rischio che corre.

© Libero. Pubblicato il 27 febbraio 2009.

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giovedì, febbraio 26, 2009

Napolitano e i baroni dell'università

di Fausto Carioti

Che il governo Berlusconi riesca davvero a liberare le università da «sprechi, privilegi, baronati e parentati», come ha detto di voler fare il presidente del consiglio, è tutta da vedere. Quella che il premio Nobel Milton Friedman chiamava «la tirannia dello status quo», ovvero il potere delle caste e delle burocrazie di bloccare le riforme sgradite, è una bestia dura da sconfiggere. L’unica certezza è che, se il governo ci riuscisse, ad avvantaggiarsene sarebbero soprattutto i professori più giovani e meritevoli e gli studenti. Cioè le due categorie per cui tutti dicono di voler fare qualcosa, e alla fine nessuno fa nulla. L’economista Roberto Perotti ha pubblicato da poco un libro, "L’università truccata", dedicato proprio a certi malcostumi accademici. Con alcuni numeri che spiegano la situazione meglio di mille inchieste. Ad esempio, nella facoltà di Economia dell’ateneo di Bari «almeno 42 docenti su 179 (quasi il 25 percento) risultano avere almeno un parente stretto nella stessa facoltà; altri parenti sono sparsi per le altre facoltà dell’ateneo, ed altri ancora insegnano negli atenei satelliti, nella sede staccata di Taranto, a Lecce, a Foggia». E la Puglia non è certo un’eccezione.

Davanti a questa situazione e alle intenzioni sbandierate dal governo, il presidente della repubblica avrebbe avuto ottimi motivi per spronare l’esecutivo a rispettare l’impegno. Anzi, a fare di più e di meglio. Perotti, ad esempio, pur non essendo un fan di Berlusconi, ha apprezzato il fatto che il decreto sull’università varato dal ministro Mariastella Gelmini preveda il sorteggio delle commissioni esaminatrici, utile a complicare la vita ai professionisti di quei concorsi il cui vincitore è già deciso in partenza. Invece Giorgio Napolitano si è allineato alle posizioni dei baroni. L’altro giorno, il presidente della Repubblica ha randellato l’esecutivo, dicendo che nei confronti dell’università ha adottato «decisioni di bilancio ancorate alla logica di tagli indiscriminati». Accusa sbagliata, perché la riforma del ministro Gelmini lega i finanziamenti ai risultati ottenuti dagli atenei, e quindi di «indiscriminato» non c’è proprio niente.

Peccato. Perché di vicende interessanti ce ne sono anche a un passo dal Quirinale. Ad esempio nell’università Roma Tre. Dove il rettore è Guido Fabiani, cognato di Napolitano in quanto marito della sorella di sua moglie Clio. Lo stesso Fabiani che - guarda caso - ha subito fatto sapere di condividere il giudizio del presidente della repubblica sui tagli del governo all’università. Sempre a Roma Tre, insegnano il figlio di Napolitano e la figlia dello stesso rettore. Oltre a un vasto gruppo di amici e parenti di gente che conta, di cui si parla in queste pagine. Senza dubbio sono tutti accademici di valore, i quali hanno ottenuto l’incarico in seguito a un concorso regolare. Ma messi così, tutti assieme, rendono benissimo l’idea di una casta chiusa, non certo di una società aperta. E rappresentano un ottimo motivo per cambiare le cose.

© Libero. Pubblicato il 26 febbraio 2009.

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mercoledì, febbraio 25, 2009

Nucleare: vincitori e sconfitti dell'intesa Berlusconi-Sarkozy

di Fausto Carioti

È quello che succede agli sprovveduti. Poche settimane fa la sinistra italiana aveva scelto Nicolas Sarkozy come nuova luminosa guida dell’ambientalismo mondiale. Il presidente francese aveva appena frenato il tentativo italiano di allentare gli insostenibili vincoli europei che impongono la riduzione del venti per cento dei “gas serra” entro il 2020. Roberto Della Seta, capogruppo del Pd in commissione Ambiente, veltroneggiava felice: «Bravo Sarkozy, le sue parole sul pacchetto-clima sono una lezione di buon senso per la destra italiana». Pure la leader dei Verdi Grazia Francescato applaudiva commossa: «Sarkozy si è assunto con decisione il ruolo di paladino delle politiche ambientali». Cadeva vittima del mal francese persino il segretario rifondarolo Paolo Ferrero: «Sarkozy ha ragione e Berlusconi ha torto. Non vi è nessuna ragione perché la crisi economica modifichi gli impegni dell’Europa sul clima».

A chi conosce un po’ la faccenda veniva da ridere. Sarkozy, infatti, aveva tutto l’interesse a invocare tagli drastici alle emissioni di gas serra. Perché - è il dettaglio sul quale i compagni ecoentusiasti preferivano sorvolare - la Francia ha 59 grossi reattori nucleari in funzione (e un altro in costruzione), molti dei quali vicini ai nostri confini, che generano il 77 per cento dell’energia elettrica prodotta oltralpe. Parte della quale viene rivenduta a caro prezzo a noi italiani. Proprio un uso così massiccio del nucleare, energia economica e pulita dal punto di vista delle emissioni atmosferiche, consente alla Francia di dare ai combustibili fossili, i più inquinanti, un ruolo marginale, e quindi di raggiungere con tranquillità gli obiettivi europei.

Non solo: siccome la tecnologia nucleare francese, assieme a quella americana, è la più avanzata del mondo, più paesi aumentano il ricorso al nucleare, sotto la spinta dei vincoli europei e del trattato di Kyoto, più affari fanno le imprese transalpine. Sarkozy ieri lo ha detto chiaro e tondo: «Gli obblighi del 2020 sono impossibili da sviluppare solo con il ricorso alle energie rinnovabili. È necessario anche il nucleare. Per il 2020 bisognerà costruire centrali in maniera massiccia e nessuno deve porre veti». Qualcuno spieghi agli ecologisti de noantri che è proprio qui che il loro «paladino delle politiche ambientali», il piazzista dell’Eliseo, voleva arrivare.

L’intesa firmata da Berlusconi e Sarkozy, completata da due accordi sottoscritti da Enel ed Electricité de France, prevede che in Italia, entro il 2020, si costruiscano quattro centrali nucleari, ognuna dotata di un reattore da 1.600 megawatt. In parole povere, uno solo di questi impianti avrà una potenza maggiore di quella combinata delle vecchie centrali atomiche di Caorso, Latina, Garigliano e Trino Vercellese. Ogni nuovo impianto sarà controllato da una società che avrà l’Enel come socio di maggioranza ed Edf come azionista minoritario. Soprattutto, sarà francese la tecnologia delle nuove centrali: il modello è quello del reattore di “terza generazione avanzata” in costruzione a Flamanville. «La Francia ci ha messo a disposizione il suo know-how, e questo ci consentirà di risparmiare diversi anni e iniziare la costruzione delle centrali in un tempo assolutamente contenuto», ha spiegato Berlusconi. Quanto basta a procurare un travaso di bile ai vecchi ingegneri nucleari italiani: prima del referendum del 1987, infatti, quelli all’avanguardia nel mondo erano loro, grazie al grande progetto dell’atomo civile creato da Felice Ippolito, che proprio per questo suo merito, nel 1979 e nel 1984, fu fatto eleggere dal Pci al Parlamento europeo. Altri tempi.

Grazie ai quattro reattori “francesi”, nel 2020 l’Italia potrà ricavare dall’atomo circa il 10-12 per cento del proprio fabbisogno di elettricità, e smetterà così di essere l’unico paese industrializzato del mondo privo di centrali nucleari. Ma il governo Berlusconi intende affidare all’atomo il 25 per cento della produzione elettrica nazionale. Vuol dire che, oltre a Edf, c’è spazio - ad esempio - per gli americani della Westinghouse, che in Italia hanno già lavorato con Ansaldo, e forse anche per l’agenzia nucleare russa Rosatom, con cui l’Enel ha già sottoscritto un’intesa di collaborazione e che ha stretto una partnership con la tedesca Siemens. Tradotto nel linguaggio della grande politica, vuol dire che Berlusconi, ecumenicamente, nei prossimi mesi potrà raggiungere con i suoi amici americani, russi e tedeschi accordi simili a quello siglato ieri con Sarkozy. Affari in vista, dunque.

Ma, per una volta, la notizia è buona anche per noialtri consumatori. Da tempo, la bolletta elettrica delle famiglie e delle imprese italiane è la più alta d’Europa, quasi il doppio di quella francese. Oggi, tasse escluse, una famiglia italiana paga 16,6 euro per cento chilowattora di elettricità. La stessa fornitura costa 9,1 euro a una famiglia francese. Stesso discorso per le aziende: quelle italiane, sempre al netto delle imposte, pagano 10,3 euro quello che ai loro concorrenti transalpini costa 5,4 euro. Gli indicatori, del resto, parlano chiaro: più un paese si affida al nucleare, meno salata è la bolletta elettrica. Un concetto che sembra essere passato anche tra gli elettori. Lo scorso ottobre, ventuno anni dopo il referendum, un sondaggio Demos ha certificato che il 46,8 per cento degli italiani è favorevole alla costruzione di nuove centrali, mentre il 44 per cento si dice contrario. Anche se il fronte del «no» torna maggioranza quando si chiede se si è d’accordo con la costruzione di una centrale nucleare nella propria provincia: segno che, proprio su questo fronte, il governo avrà molto da lavorare.

© Libero. Pubblicato il 25 febbraio 2009.

Stesso argomento, da questo blog:
Quanto ci è costato dire "no" al nucleare
Da Legambiente al nucleare: la conversione (tardiva) di Chicco Testa
Dal nucleare a Pecoraro Scanio: la triste parabola del Pci

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martedì, febbraio 24, 2009

Un testamento biologico per il Pd

di Fausto Carioti

Il «vicedisastro», come l’ha ribattezzato il suo compagno di partito Matteo Renzi, ha esordito come peggio non poteva. Ma il vuoto della politica che è dietro ai ragionamenti sin qui espressi da Dario Franceschini, ex numero due del «disastro» Walter Veltroni e attuale segretario del Partito democratico, non è l’unico responsabile della sua partenza azzoppata. C’entrano anche il calendario parlamentare, che gli ha messo subito davanti uno scoglio duro come il testamento biologico, e il peccato originale del Pd, del quale non si è mai capito, per dire, se è un partito socialista, liberale o laicamente cattolico. Resta il fatto che l’assenza di personalità del nuovo segretario («uno che non pare brillantissimo», secondo l’eufemistica definizione di Emma Bonino) è garanzia di proseguimento della corsa verso il baratro. Cosa che sta puntualmente avvenendo.

«Ora inizia davvero la stagione dell’unità» aveva detto Franceschini sabato, nel suo primo discorso da leader. A dire il vero nessuno si attendeva miracoli da lui. Ma ci si aspettava, comunque, che le anime del suo partito avrebbero cercato un accordo di facciata per evitare di presentarsi in ordine sparso al primo appuntamento. In modo da aiutarlo nei suoi primi passi. E invece la nomina di un segretario debole sembra aver dato il segnale di “liberi tutti”. La «stagione dell’unità» è iniziata così con Francesco Rutelli e Dorina Bianchi che se ne vanno per conto loro, rifiutandosi di firmare l’emendamento al disegno di legge sul testamento biologico che esprime la linea ufficiale del partito. E se Rutelli, che ha depositato una proposta assai simile a quella del PdL, è un leader di primo piano, la Bianchi è capogruppo del Pd in commissione Sanità.

Il testo “unitario” del Pd prevede che idratazione e nutrizione artificiali possano essere interrotte solo nel caso in cui il paziente si trovi in situazioni eccezionalmente gravi e abbia previsto la rinuncia a questi trattamenti nel suo testamento biologico. Nell’emendamento di Rutelli, al contrario, è previsto che idratazione e nutrizione «non possono essere oggetto» di alcun rifiuto. Lo scontro non è tecnico, ma mostruosamente politico. E Rutelli non è solo: oltre alla Bianchi, c’è Paola Binetti che si prepara alla guerra e invita Franceschini, succube degli ex Pci, a «non liquidare i cattolici come una minoranza». Se è il primo passo per un’intesa di tutti costoro con l’Udc, lo si capirà presto. Di sicuro c’è che una parte importante del partito si sente assai più emarginata che ai tempi di Veltroni e inizia a tessere accordi con gli avversari del Pd.

Franceschini sta provando a metterci una pezza. Ieri sera, al Tg1, ha chiesto ai suoi di «smettere di litigare». Stamattina vedrà i senatori del Pd per trovare un compromesso sul testamento biologico. Ma alla radice del caos c’è la sua incapacità di dare un’identità al partito: Franceschini riesce solo a portare avanti il grande equivoco di Veltroni, avendo però meno forza e spessore dell’ex sindaco di Roma. Lo prova il fatto che, come prima battaglia, abbia scelto la difesa della costituzione. Intanto per l’ipocrisia: la costituzione su cui Franceschini ha voluto giurare era quella di suo padre partigiano bianco, già modificata più volte con i voti dello stesso Franceschini e dei suoi compagni di partito. E poi perché conferma la sua assoluta mancanza di idee forti. A sinistra tutti si dicono amici della gloriosa costituzione antifascista, ma questo non basta a identificare un partito.

Le domande che attendono risposta da tempo sono altre. Qual è la famiglia europea di cui il Pd fa parte? Quella socialista, quella liberale o un’altra? Il Pd sta con la Cgil, che scende in piazza contro la riforma dei contratti, o con la Cisl, che quella riforma l’ha siglata? È contro i fannulloni o vuole il loro voto? Che modello di integrazione propone per gli immigrati? È l’Italia che deve aprirsi a loro, e cioè rendersi multiculturalista, o sono loro che debbono diventare italiani? Perché il testamento biologico è solo l’inizio. Finché Franceschini non darà una risposta a simili domande, scene come quella di ieri diventeranno sempre più frequenti. Fino a quando non ci sarà più un Pd nel quale litigare.

© Libero. Pubblicato il 24 febbraio 2009.

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sabato, febbraio 21, 2009

L'idolo della base

Sondaggio online di Repubblica.it, 10 giugno 2007. La domanda è: «Chi preferiresti come leader del partito democratico?». Votano 150mila persone. Dario Franceschini ha l'1% dei voti.

Sondaggio online di Repubblica.it, 18 febbraio 2009. La domanda è: «Dopo le dimissioni di Veltroni, chi potrà guidare, secondo voi, il partito?». Rispondono oltre 130mila persone. Franceschini ottiene l'1,2% dei voti.

Sondaggio online del Corriere.it, 18 febbraio 2009. La domanda è: «Walter Veltroni si è dimesso. Chi vorresti alla guida del Pd?». Rispondono quasi 48mila persone. Franceschini ha l'1,4% dei voti.

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Chi ha paura delle ronde pensionate

di Fausto Carioti

Disarmate, non pagate, anziane (dovranno essere composte per lo più da agenti in pensione) e messe sotto il controllo dei prefetti, pochi dei quali hanno il cuor di leone. Più mosce di così, le ronde volute dalla Lega e approvate ieri dal governo nel decreto antistupri non potevano essere. È una costante del Carroccio: parte con propositi roboanti e finisce per ottenere risultati risibili. Andò così anche con la legge Bossi-Fini, nel 2001. La Lega diceva da tempo di voler introdurre il reato di clandestinità. Ma il governo non lo fece. Per giustificare la marcia indietro, Umberto Bossi disse che «se entriamo nel penale, ci dobbiamo tenere almeno per dieci anni le migliaia di extracomunitari che commettono reati, perché tra rinvii, ricorsi e appelli, questi riusciranno di nuovo a mimetizzarsi nel Paese». Ammesso che fosse vero, potevano accorgersene prima. Dire che la Lega urla tanto per raccogliere poco, però, non conviene né agli uomini di Bossi né ai loro avversari: l’immagine del Senatùr con i canini grondanti sangue che impone i suoi metodi truci al governo fa comodo a tutti. Stavolta tocca alle ronde. Le quali, se hanno un difetto, è quello di essere inutili, visto come sono state pensate. Presto lo si capirà. I leghisti, ovviamente, se le rivendono come «una conquista storica», ma c’è forte dubbio su quanto credano alle loro stesse parole. Di sicuro, però, in Quirinale e in Vaticano c’è chi ha preso la cosa drammaticamente sul serio.

Il presidente della repubblica ha tenuto a far sapere che la responsabilità del decreto è tutta del governo. Che sembra una ovvietà, ma lo è sino a un certo punto. Giorgio Napolitano, in realtà, rispondeva a Maroni, il quale aveva detto una cosa un po’ meno banale. E cioè che il testo del decreto, in particolare laddove riguarda le ronde, era stato «concordato» giovedì con il presidente della repubblica. Infatti Napolitano, come sempre fa quando discute i decreti con i ministri, aveva premesso che si sarebbe interessato solo ai profili di costituzionalità del provvedimento. Ma poi il suo confronto con Maroni era andato ben oltre, concentrandosi sul merito di quanto previsto dal decreto.

Svelando il “segreto” di questa trattativa - che in realtà è prassi costante, visto che il Quirinale può rifiutarsi di firmare i decreti, come aveva fatto due settimane fa con il testo varato dal governo per impedire la morte di Eluana Englaro - Maroni voleva far sapere, ovviamente, che sui contenuti del provvedimento c’era già l’avallo del presidente della repubblica. Il che è vero, ma non bisogna dirlo. Al ministro, invece, è scappata qualche parolina di troppo. E così il presidente della Repubblica ha voluto bacchettarlo per aver fatto sapere quello che avviene nelle segrete stanze del Quirinale, e ha tenuto a prendere le distanze in pubblico da quel testo che aveva approvato in privato.

Così facendo, Napolitano è tornato in sintonia con almeno una parte del Vaticano. Da dove monsignor Agostino Marchetto, segretario del dicastero per la pastorale delle migrazioni, ha sparato una solenne corbelleria, dicendo che la regolarizzazione delle ronde rappresenta «una abdicazione dello Stato di diritto», che avrà «gravi conseguenze». Persino la Caritas aveva dato un giudizio più cauto e ragionato, approvando le limitazioni poste alle ronde dal decreto, ma avvertendo che oltre a queste servono «politiche sociali, urbanistiche, di prevenzione».

Non si capisce, infatti, in che modo possano nuocere allo stato di diritto gruppi di volontari in gran parte in pensione, armati solo di ricetrasmittenti collegate con il commissariato ed abituati a servire l’ordine pubblico (visto, appunto, che dovranno essere scelti in prevalenza tra carabinieri e poliziotti in congedo). Ma che una parte della Chiesa si beva con entusiasmo gli slogan della sinistra sulla sicurezza - il «Far West», la «giustizia fai-da-te» e così via - anche dinanzi a provvedimenti loffi come quello varato ieri sulle ronde, non è notizia di adesso.

Piuttosto, vale la pena di notare che la stessa sinistra che due settimane fa, quando la Chiesa si appellò al mondo politico per evitare la morte di Eluana Englaro, gridava all’ingerenza del Vaticano negli affari interni italiani, stavolta non batte ciglio, anzi applaude, dinanzi a un alto prelato che contesta un decreto varato dal consiglio dei ministri usando un linguaggio apocalittico degno di occasioni ben più serie.

Monsignor Marchetto può stare tranquillo: non saranno le ronde previste dal decreto antistupri a cancellare lo stato di diritto in Italia. E se c’è un Abele da difendere sono proprio le vittime di quelle violenze per cui tutti gridano allo scandalo, per poi subito voltarsi indietro quando si tratta di studiare una soluzione. Ecco, se c’è una cosa che oggi minaccia lo stato di diritto è proprio l’alto numero di delinquenti impuniti, molti dei quali, lo dicono le statistiche, di origine immigrata. Purtroppo le ronde, per come sono state pensate, non cambieranno di una virgola questa situazione.

© Libero. Pubblicato il 21 febbraio 2009.

Post scriptum. La posizione di Avvenire, quotidiano della Conferenza episcopale italiana, in materia di ronde, espressa nell'editoriale di oggi, è assai diversa da quella di monsignor Marchetto. E lo stesso direttore della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, è appena intervenuto per chiarire che quella di Marchetto non è la posizione della Santa Sede. A conferma del fatto che chi dipinge l'intera Chiesa mobilitata contro il provvedimento sta facendo una strumentalizzazione di infimo livello.

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venerdì, febbraio 20, 2009

La crisi delle banche è un'opportunità per Berlusconi

di Fausto Carioti

Silvio Berlusconi deve le sue fortune imprenditoriali e politiche alla capacità di trasformare le crisi degli altri in opportunità per lui. È sempre stato così. Quando gli altri editori privati uscivano con le ossa rotte dai primi tentativi di fare concorrenza alla Rai, lui intuì la possibilità di creare nientemeno che un nuovo polo televisivo per abbattere il monopolio pubblico. Nel 1986 il Milan di Giussy Farina era sull’orlo del fallimento: Berlusconi lo comprò, vinse lo scudetto due anni dopo e ne fece un eccezionale veicolo di autopromozione. Nel 1994 del vecchio pentapartito abbattuto dalle inchieste giudiziarie restavano solo le macerie, su cui si preparavano a passare i cingoli della «gioiosa macchina da guerra» di Achille Occhetto. Ma dove tanti vedevano un Paese rassegnato a finire in mano allo stato maggiore del vecchio Pci, lui vide milioni di voti alla disperata ricerca di qualcuno che tendesse la mano per raccoglierli. Ecco, ora Berlusconi crede di trovarsi in una di quelle situazioni cruciali, e farà tutto quello che gli è possibile per volgerla a suo vantaggio. Lo ha fatto capire ieri, annunciando le sue prossime strategie per risollevare l’economia.

Che la crisi attuale sia drammatica ormai lo ammettono tutti, persino il presidente del Consiglio. Anche le origini del male sono chiare: per coprirsi dai rischi assunti concedendo mutui immobiliari con troppa leggerezza, molti istituti americani hanno emesso per anni titoli ad alta redditività ed alto rischio. La redditività si è rivelata teorica. Il rischio, invece, si è dimostrato molto reale. Quando le rate dei mutui hanno iniziato a non essere più pagate, i titoli garantiti da quelle rate sono diventati spazzatura. Il problema è che nel frattempo questi titoli “tossici” avevano iniziato a girare per il mondo, e ora nessuno sa quanti ce ne siano né dove si trovino. Quanti ne hanno le banche europee ed italiane? Gli istituti di credito tacciono, e se parlano lo fanno per mandare messaggi tranquillizzanti. Ma sono sempre meno credibili. Sono gli stessi investitori a temere che il peggio debba ancora arrivare, e quindi spingono all’ingiù le quotazioni delle stesse banche e dell’intero listino azionario. Intanto girano dossier apocalittici, come il documento segreto preparato dalla Commissione europea per l’ultimo vertice dei ministri delle Finanze, che quantifica nella bellezza di 18mila miliardi di euro (il 44% del totale) gli asset delle banche europee a rischio di “tossicità”. Questa bomba a orologeria innescata sotto l’Europa è all’origine dell’enorme cautela di Giulio Tremonti. È proprio con questa argomentazione, infatti, che il ministro dell’Economia ha spiegato a Berlusconi che la detassazione delle tredicesime e gli altri provvedimenti necessari a ridare ossigeno all’economia, ma - almeno in prima battuta - capaci di aggravare il deficit statale, dovranno attendere. Però, appunto, laddove tutti vedono una crisi, Berlusconi è abituato a ricavarsi ghiotte opportunità.

«Stiamo cercando risposte definitive rispetto al sistema finanziario delle banche e agli investimenti cosiddetti tossici», ha annunciato ieri il premier. Spiegando che ci sono «diverse ipotesi sul tavolo», una delle quali è «la nazionalizzazione delle banche». Così, dopo esserne uscito all’epoca delle grandi privatizzazioni, lo Stato potrebbe rientrare nel capitale degli istituti di credito. Scimmiottando quanto fatto da Benito Mussolini, che nel 1933 creò l’Iri proprio per salvare la Banca commerciale, il Credito italiano e la Banca di Roma, messe in ginocchio dall’onda lunga della crisi americana del 1929. La stessa Iri e le tre banche d’interesse nazionale furono per sessant’anni, assieme all’Eni, gli strumenti principali con cui i governi italiani attuavano le loro politiche industriali. In serata, Berlusconi ha assicurato che l’eventualità di una nazionalizzazione «non riguarda le banche italiane», essendo solo una delle «tante proposte sul tavolo del G8». Ma il premier, a far entrare il governo nel capitale delle banche, ci tiene eccome. E ha già fatto un primo passo in questa direzione con i cosiddetti “Tremonti bond”, ovvero la possibilità che lo Stato acquisti le obbligazioni emesse dalle banche in affanno e, su richiesta di queste, le converta poi in azioni degli stessi istituti. Niente di eretico: in Gran Bretagna il governo di Londra ha già posto sotto controllo pubblico le società di mutui Northern Rock e Bradford & Bingley, la Bank of Scotland e il Lloyds Group.

Berlusconi è convinto che presto anche le banche italiane si troveranno con l’acqua alla gola e che molte di esse verranno a bussare alla porta del Tesoro con il piattino in mano. L’ingresso dello Stato nel loro capitale sarà utile al premier sotto molti punti di vista. Alcuni dei quali confessabili. Altri, meno. I primi li ha già riassunti ieri lo stesso Berlusconi. Il governo, riconquistato il controllo sulle banche, potrebbe «impegnarle a fornire credito alle imprese». Le aziende italiane, infatti, stanno inviando al premier continui segnali d’allarme: accedere ai prestiti è diventato proibitivo, e questo nuoce all’intera economia e all’occupazione. Le banche statalizzate, insomma, tornerebbero a essere il “braccio armato” della politica industriale del governo. Ottenere prestiti diventerebbe più facile e le imprese, specie quelle medie e piccole, vedrebbero scongiurato il rischio di morire di sottocapitalizzazione.

Questa, però, sarebbe solo una metà della storia. L’altra metà del racconto vede Berlusconi cogliere l’occasione del ritorno dello Stato nelle banche per togliersi di mezzo l’ultimo potere rimasto sulla sua strada. Tra lui e i grandi banchieri, infatti, il feeling non c’è mai stato. Quello che abbia potuto pensare di Giovanni Bazoli (Banca Intesa), Alessandro Profumo (Unicredit) e Giuseppe Mussari (Monte dei Paschi) quando un anno e mezzo fa li vide fare la fila ai seggi delle primarie del Partito democratico, è facile intuirlo. Ma non è tanto una questione politica. È che tra Berlusconi e gli ex poteri forti, che la crisi ha trasformato in poteri con le pezze al sedere, esiste una ostilità antropologica di vecchia data. Ancora oggi, ogni volta che possono, costoro si mettono di traverso rispetto al Cavaliere. Morto suicida il Partito democratico, la nazionalizzazione delle banche darebbe a Berlusconi l’occasione di chiudere per sempre anche quest’ultima partita, rimpiazzando i vertici degli istituti con personaggi più vicini a lui, o comunque non ostili. 

Ancora un volta, gran parte dell’opinione pubblica starebbe con il premier: nessuno piangerebbe per la sorte dei grandi banchieri, la gran parte dei quali si è dimostrata tanto abile nel gestire i propri compensi quanto avventata nel maneggiare il patrimonio affidato loro dai risparmiatori.

© Libero. Pubblicato il 20 febbraio 2009.

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giovedì, febbraio 19, 2009

Franceschini, il vuoto che avanza

di Fausto Carioti

«Nel 1976, con l’arrivo di Benigno Zaccagnini alla segreteria, presi la tessera della Dc. C’era grande entusiasmo. Zaccagnini ispirava rinnovamento». Dario Franceschini era già tutto lì, in quel suo primo gesto politico raccontato anni dopo a Vittorio Zincone. Delle tante cose per cui ci si può eccitare a diciott’anni, età meravigliosa, lui aveva scelto Zaccagnini. Il resto della sua carriera politica, culminata in questi giorni con la reggenza del partito democratico, che manterrà fin quando non troveranno un leader più credibile di lui (e per quanto strano possa sembrare non è detto che avvenga presto), è stato coerente con quel momento. Personaggio freddo, a tratti gelido, onnipresente in televisione. Dove, pur essendo tutt’altro che brillante, in questi mesi ha potuto contare sul fatto di essere comunque più efficace di Walter Veltroni, del quale è una sorta di clone democristiano, e quindi più cattivo. Sempre capace, però, di entusiasmi inspiegabili nei momenti più improbabili. Tipo quello raccontato dal perfido Arturo Parisi, relativo alle elezioni politiche di aprile: «Conservo ancora un indimenticabile sms di Franceschini, il giorno del voto: “Ce la stiamo facendo”». Anche questa, una metafora del personaggio.

Nato a Ferrara nel 1958, figlio di un ex parlamentare democristiano, il nuovo leader con contratto a termine del Pd si è sposato a 28 anni dopo essere diventato avvocato. La gioventù l’aveva passata accanto ai “figgicciotti”, i ragazzi del partito comunista infatuati di Enrico Berlinguer. Dai quali esteticamente non si discostava poi così tanto, visto che all’epoca girava con i capelli lunghi, una fluente barba rossa e un “eskimo innocente” tipo quello cantato da Francesco Guccini. Diventa consigliere comunale nel 1980 e percorre tutto il cursus honorum degli incarichi politici con la Dc estense.

Quando la Prima repubblica crolla, Franceschini è uno di quelli che si impegnano per traghettare la Balena bianca a sinistra. Nel 1997 è vicesegretario del Ppi. Due anni dopo dovrebbe diventarne il leader. Franco Marini lo indica come suo successore. I telegiornali già titolano «Franceschini segretario». Lui ha 41 anni e si sente pronto al grande salto. Ma resta a bocca asciutta: gli accordi saltano e il posto che doveva essere il suo è occupato da Pierluigi Castagnetti. Per consolarlo della trombatura è nominato sottosegretario alla presidenza del consiglio con delega alle riforme istituzionali, prima nel secondo governo D’Alema, quindi con Giuliano Amato. Nel 2000 nasce la Margherita e lui fa parte del gruppo dirigente.

Non torna al governo sei anni dopo, quando l’Unione vince le elezioni: nella guerra per la spartizione dei posti tra le mille anime della coalizione prodiana, lui è finito a fare il capogruppo dell’Ulivo alla Camera. Relegato ancora una volta in seconda fila, trova il tempo di scrivere due romanzi, il primo dei quali vince qualche premio locale, che tanto non si nega a nessuno, figuriamoci a un politico che va sempre in televisione. Nell’ottobre del 2007 nasce il Partito democratico. Il manuale Cencelli dice che per un leader diessino ci vuole un vice della Margherita. La caratura politica di Franceschini è tale da rassicurare persino Veltroni: uno così non riuscirebbe a fare le scarpe nemmeno all’ex sindaco di Roma. Il quale, inquadrato il personaggio, lo prende come vice e gli affida incarichi di medio livello.

«Franceschini è di spessore umano debolino, anche se si tratta di una persona tutto sommato corretta», racconta chi in questi mesi lo ha avuto davanti al tavolo delle trattative con il PdL. Nell’organigramma della diplomazia veltroniana, Franceschini rappresentava il secondo livello. In prima battuta, a trattare con gli emissari berlusconiani di alchimie istituzionali e nuove leggi elettorali, andavano i “professorini”, come Stefano Ceccanti e Salvatore Vassallo. Il livello politico successivo era rappresentato da Franceschini. Il quale, pur essendo ufficialmente il braccio destro di Veltroni, non aveva però il ruolo di plenipotenziario. Quello spettava a Goffredo Bettini, la cui parola era equivalente a quella di Veltroni. Non è portato nemmeno per il lavoro sporco della politica, quello che si combatte a colpi di tessere e pugni sui tavoli: da quelle parti ci sono fior di specialisti come Giuseppe Fioroni, eredi della migliore tradizione democristiana, confronto ai quali il povero Franceschini è il pesciolino rosso nella vasca dei piraña.

Il risultato è che nessuno lo prende mai sul serio. Motivo per cui viene spesso paragonato a Pietro Folena, il quale fu reggente dei Ds nel 2001, quando Veltroni fu eletto sindaco di Roma, e poi sparì senza lasciare traccia. Nei tanti libri che in questi anni hanno raccontato glorie e miserie della politica italiana lui, semplicemente, non appare. In “Avanti Popolo” di Gian Antonio Stella, dove pure si narrano le gesta di un signore chiamato Francantonio Genovese, Franceschini non c’è. Inesistente anche nel “Teatrone della politica” di Filippo Ceccarelli. Nei “Democristiani immaginari” di Marco Damilano il suo nome si legge in due sole righe, come l’ultimo dei figuranti.

Quel che è peggio, non lo prendono sul serio gli elettori del suo partito. Nel giugno del 2007 Repubblica lanciò un sondaggio online su chi dovesse essere il leader del Pd. Durò dieci giorni, votarono 150mila persone. Primo, manco a dirlo, arrivò Veltroni, con il 45 per cento dei consensi. Seconda Anna Finocchiaro. Terzo Pierluigi Bersani. E giù giù passando per Massimo D’Alema, Sergio Cofferati, Rosy Bindi, Riccardo Illy e persino Giovanna Melandri. Franceschini si era piazzato quattordicesimo su quindici candidati, con appena l’uno per cento dei voti.

Eppure, se sta per diventare il segretario reggente del Pd, è proprio per questa sua aurea mediocritas. Franceschini continua a non fare paura a nessuno. Non ha le spalle abbastanza larghe da resistere all’urto di Sergio Chiamparino o di Pier Luigi Bersani. Quando uno di loro vorrà prendersi la poltrona che lui ha tenuto al caldo, Franceschini, volente o nolente, si farà da parte, pronto a essere di nuovo un numero due. Se, come è probabile, decideranno di tenerlo al suo posto sino alle elezioni europee di giugno, sarà perché quella partita è data già per persa e nessuno dei pesi massimi del Pd ha voglia di intestarsi la sconfitta. Così la addosseranno a lui. Che in cambio, come insegnava Andy Warhol, potrà rivendicare il diritto al suo quarto d’ora di celebrità. Dario Franceschini, finalmente numero uno, sul ponte di comando del Pd che affonda.

© Libero. Pubblicato il 19 febbraio 2009.

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mercoledì, febbraio 18, 2009

La favola di San Soru Martire

di Fausto Carioti

Antonio Gramsci, che l’Unità la fondò nel 1924, scriveva che «dire la verità è un’azione rivoluzionaria». Ma Concita De Gregorio, che l’Unità la dirige oggi, è una signora tranquilla che a fare la rivoluzione manco ci pensa, e così si accontenta delle mezze verità. Anche di meno, se serve. Nell’editoriale di ieri, ad esempio, con tono soave e modi decisi, si è presa la bega di difendere il suo editore, Renato Soru, appena raso al suolo dal figlio del commercialista di Silvio Berlusconi, Ugo Cappellacci. Alle elezioni regionali sarde il Pd ha ottenuto il 24% dei voti (alle politiche, un anno fa, aveva preso il 36%), tanto da costringere Walter Veltroni alle dimissioni. Di chi la colpa? Per il direttore dell’Unità la risposta è facile: di tutti, tranne che di Soru.

Intanto, c’è un colpevole buono per tutte le stagioni. Soru, scrive la De Gregorio, «è rimasto vittima dello strapotere mediatico ed economico del premier». Come alibi, però, se ne sono visti di migliori. Intanto Soru non è proprio l’ultimo dei poverelli, visto che il suo venti per cento di azioni Tiscali, anche con la Borsa che va malissimo, vale comunque una cinquantina di milioni di euro. E pure dal punto di vista mediatico è tutt’altro che uno sprovveduto, perché non solo controlla l’Unità e ha una sua televisione digitale, ma ha potuto contare anche sui giornali del gruppo di Carlo De Benedetti: Repubblica, l’Espresso e il quotidiano locale La Nuova Sardegna. L’Ingegnere teneva all’amicizia con il governatore sardo sia per questioni di business, sia perché aveva puntato su di lui come possibile leader del centrosinistra nazionale (a De Benedetti, come noto, piace molto giocare al demiurgo).

Insomma, lo «strapotere» di Berlusconi non basta a spiegare il massacro avvenuto a Perdas de Fogu e dintorni. La De Gregorio lo sa benissimo, e infatti scrive che Soru «è rimasto vittima anche della trappola del suo stesso partito. Quello che aveva apertamente sfidato e che nelle province rosse è arrivato a esercitare il voto disgiunto contro di lui». Una vendetta barbaricina «che chi poteva non ha voluto o saputo evitare».

Ora, che Veltroni sia uno sprovveduto e che il Pd sia un covo di vipere è roba nota, anche se leggerlo sull’Unità fa sempre un certo effetto. Ma la favoletta di San Soru Martire, vittima delle cattiverie del mondo e mandato a morire da Veltroni, è solo una parte della storia. C’è da raccontarne l’altra metà abbondante. Questa, sì, rivoluzionaria per l’Unità. È la storia di Soru, politico ostinato e imbranato, artefice della propria disfatta e coautore di quella di Veltroni. Un racconto che inizia a metà dicembre, quando il segretario del Pd, terrorizzato dai sondaggi, avverte Soru che andare a elezioni anticipate in Sardegna rischia di fare male a tutti e due. Per farlo desistere, gli offre il suo appoggio totale contro quella parte del Pd locale ai ferri corti con il fondatore di Tiscali. Ma il governatore, fregandosene dei sondaggi e dell’esito che il suo gesto potrà avere nei confronti di Veltroni, decide di dimettersi e andare al voto a metà febbraio.

Un gesto che i sardi, però, non riescono a capire. Tanto che il 33% di loro deciderà di non andare a votare (nel 2004 gli astenuti erano stati il 29%). In compenso il suo avversario è assai debole, e lo dimostrerà lo scarto di cinque punti tra i voti presi da lui e quelli ottenuti dalla sua coalizione. Eppure, Soru riesce a perdere sotto tutti i punti di vista: lascia a Cappellacci la maggioranza assoluta degli elettori, si fa distanziare di 80mila voti, rovina se stesso - perché dopo questa prova non avrà più alcuna chance di diventare un leader nazionale - e dà il colpo di grazia a Veltroni. Il quale, dopo aver perso le elezioni politiche dello scorso aprile, le regionali del Friuli-Venezia Giulia, le comunali romane, le provinciali siciliane e le regionali abruzzesi, può completare il suo Grande Slam con la batosta sarda. Ma l’amore è cieco e la De Gregorio riesce a scrivere che Soru ha avuto comunque «un successo personale molto alto». Chissà se perdeva come andava a finire.

© Libero. Pubblicato il 18 febbraio 2009.

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martedì, febbraio 17, 2009

Pregiudizi leggermente fondati

Il fondatore di una tv islamica che trasmette negli Usa ha confessato la decapitazione della moglie, che lo aveva denunciato per violenza domestica e aveva chiesto il divorzio. Il 44enne Muzzammil Hassan, amministratore delegato di Bridges Tv, nata nel 2004 con l'obiettivo di contrastare i pregiudizi sui musulmani dopo l'11 settembre, ha chiamato la polizia di Buffalo, nello stato New York, e ha riferito di aver ucciso la consorte Aasiya Hassan, di 37 anni.
Il resto qui.

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Il futuro leader del Pd è già passato

Tanto per essere chiari: all'apertura delle urne non avrei puntato un euro sulla vittoria di Ugo Cappellacci alle elezioni regionali sarde. Sino a poche ore fa, gli stessi vertici di Forza Italia davano per quasi certa la sconfitta. L'unico che credeva nella possibile vittoria di Cappellacci era lui stesso, ma non è che qui a Roma lo prendessero molto sul serio. E invece.

Il vero tema delle elezioni sarde, però, non è questo. Il tema è la sconfitta di Renato Soru. Anzi: la sua batosta. Queste elezioni le ha volute lui con tutte le sue forze, sfidando il suo partito. Lo davano come prossimo leader del centrosinistra. Repubblica e l'Espresso già ce lo avevano rivenduto come il futuro del Partito democratico. Soru ci credeva, tanto da comprarsi l'Unità perché, assieme al meraviglioso "modello Sardegna", gli facesse da trampolino per la sua ascesa nazionale. Doveva essere un Silvio Berlusconi ecocompatibile, equo e solidale. Ricco anche lui, imprenditore paraculo anche lui, ma col cuore a sinistra, che è quello che importa ai gonzi. E invece.

E invece l'uomo che incarnava le grandi speranze del centrosinistra italiano ha perso contro l'ultimo arrivato, l'ennesimo sprovveduto della politica uscito dal cilindro del Cavaliere. Cappellacci, lo si può dire, è stato per Soru un avversario debole. Basta guardare lo scarto di voti che separa le due coalizioni (assai più grande di quello che divide i due candidati) per capire che il nuovo governatore della Sardegna vale assai meno della somma dei partiti che lo hanno sorretto. Dopo aver perso con lui, le chances di Soru di diventare un leader nazionale sono zero. 

Degno di nota anche un altro dato statistico: Soru è l'ultimo di una lunga lista di leader politici abbracciati da Repubblica e dal suo editore che hanno fatto una brutta fine. Solo che era lecito attendersi che l'imprenditore sardo durasse un po' di più. Tu chiamalo, se vuoi, il bacio della morte.

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sabato, febbraio 14, 2009

Il governo, le banche e il capitalismo senza capitali

di Fausto Carioti

Il capitalismo italiano era povero di capitali già ai tempi delle vacche grasse. Adesso che le poche mucche rimaste vive sono tutte pelle e ossa, dei soldi necessari a far girare l'economia non ce ne è traccia alcuna. Ma chi vede nella situazione attuale i segni del fallimento del mercato e magari ne approfitta per brindare alla fine del capitalismo, sbaglia di brutto. Sbaglia nella diagnosi, perché gli errori alla base della crisi mondiale sono del settore pubblico: della Federal Reserve americana, che per anni ha reso il credito troppo facile negli Stati Uniti, e di agenzie paragovernative come le famigerate Fannie Mae e Freddie Mac, che spinte dal congresso e dall'amministrazione di Washington (sin dai tempi di Bill Clinton) hanno finanziato acquisti di case da parte delle famiglie più povere seguendo logiche che col mercato non avevano nulla a che vedere. E sbaglia nella terapia, perché per redistribuire i soldi occorre prima crearli, e il mercato è l'unica fabbrica di ricchezza che esista. Dunque, è dal mercato che bisogna ripartire. Il problema è che questo, per rimettersi in funzione e ricominciare a fare il suo mestiere, ha bisogno di un minimo di capitali. Che sono proprio quello che manca adesso.

Il grido di dolore lanciato da Silvio Berlusconi (presto scopriremo se dovuto a un aggiornamento delle stime sul fatturato delle sue aziende o ad altri fattori) è più eloquente delle previsioni del Fondo monetario. «La crisi ha dimensioni non ben definite e noi la guardiamo con preoccupazione», ha detto ieri il premier, abbandonando la trincea dell'ottimismo dietro la quale, sempre meno convinto, si era barricato per mesi. Poco prima, l'Istituto centrale di statistica aveva certificato un calo del prodotto interno lordo, nel 2008, pari allo 0,9%. Peggio di quanto il governo avesse previsto.

L'esecutivo e le regioni, intanto, hanno gettato sul piatto degli ammortizzatori sociali 8 miliardi di euro. Serviranno, come ha detto il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, a «salvaguardare la base produttiva e occupazionale», ovvero a evitare licenziamenti. Un ombrello in vista del temporale che dovrebbe arrivare, se sono vere le previsioni secondo cui il peggio deve ancora presentarsi. Ma non certo il veicolo sul quale ripartire. Per quello ci vorrà molto di più, e in gran parte dipenderà da fattori che né i governi né le banche centrali sono in grado di controllare.

Tra le cose che si possono fare, però, c'è agevolare il rilancio degli investimenti e dei consumi. Le banche potrebbero avere un ruolo importante. E sarebbe anche giusto che lo svolgessero, visto che il governo (cioè noialtri contribuenti) a ottobre aveva stanziato un fondo di 20 miliardi di euro per impedire, qualora si prospettasse, il fallimento degli istituti di credito messi in ginocchio dalla crisi finanziaria. Invece le banche italiane, adesso più che mai, tremano al pensiero di concedere prestiti a chi ha voglia di investire. Il credito, se proprio devono farlo, lo riservano per le aziende già esistenti che stanno producendo utili. E siccome di questi tempi i conti in ordine non li ha nessuno, finisce che le banche i soldi se li tengono stretti. Mostrando un eccesso di prudenza che non sembravano avere quando si sono prese in carico vagonate di titoli “tossici” che poi hanno cercato di rifilare ai risparmiatori.

Il governo, quindi, in questo momento avrebbe ottimi motivi per esercitare la “moral suasion”, la sua capacità di persuasione fatta di bastone e carota, per indurre gli istituti di credito a usare criteri più decenti nella concessione dei finanziamenti. E lo stesso esecutivo può fare molto per rilanciare i consumi. La linea del rigore voluta da Giulio Tremonti, interessato solo a mantenere i conti entro i parametri del patto di stabilità europeo, appare da tempo inadeguata a molti esponenti dell'esecutivo. Incluso lo stesso Berlusconi che, ad esempio, avrebbe visto volentieri la detassazione delle tredicesime del dicembre 2008, e ha dovuto ingoiare a malincuore il veto del suo ministro. Ora che anche il premier si è detto preoccupato per gli effetti che la crisi sta avendo sui conti delle famiglie, la fedeltà ai parametri europei rischia di apparire davvero un feticcio antiquato.

Se è da un taglio delle tasse, o da interventi simili, che possono ripartire i consumi, prima lo si fa e meglio è. I soldi per finanziare simili provvedimenti, nel medio-lungo periodo, possono essere recuperati dall'abolizione delle province, dalla riforma delle pensioni e da altri interventi sulla spesa pubblica. Certo, occorre coraggio politico per fare simili cose. Ma se uno non lo ha, non è adatto ad affrontare dal ponte di comando tempi come questi.

© Libero. Pubblicato il 14 febbraio 2009.

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venerdì, febbraio 13, 2009

Una buona idea del ministro Brunetta

di Fausto Carioti

Come disse Albert Einstein al poeta francese Paul Valéry, «una buona idea è veramente rara». In Italia, poi, appena ne spunta fuori una, subito viene declassata al rango di «provocazione». Peccato, perché l’idea lanciata ieri dal ministro per la Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, è buona davvero: i dipendenti statali che oggi aderiranno allo sciopero indetto dalla Cgil dovrebbero restituire i 70 euro di aumento che riceveranno a fine mese, previsti da quell’accordo che la Cgil si è rifiutata di firmare. Ha persino un sapore liberale. Perché non c’è libertà senza responsabilità: i lavoratori sono liberissimi - ci mancherebbe - di contestare l’intesa siglata dall’esecutivo con Cisl, Uil e gli altri sindacati. Però dovrebbero anche prendersi la responsabilità di rifiutare i vantaggi che vengono da quell’accordo, iniziando proprio dai soldi. Ovviamente non accadrà nulla di tutto questo: i tesserati di Guglielmo Epifani oggi manifesteranno indignati, il 27 si metteranno in tasca i 123 euro lordi in più (i 70 di febbraio più 53 dell’arretrato di gennaio) e l’uscita di Brunetta sarà classificata come la boutade di un ministro mattacchione.

E invece i mattacchioni, quelli veri, li vedremo oggi in piazza. Dove protesteranno anche contro la crisi economica, e scioperando faranno scendere ancora di più il prodotto interno lordo, aggravando così la crisi che dichiarano di voler combattere. Parafrasando un vecchio slogan dei pacifisti americani, smettere di lavorare per protestare contro l’economia che va a rotoli è come «fucking for virginity»: un ridicolo controsenso.

Ma non è da chi sciopererà oggi che ci si può attendere senso della realtà. In un momento difficile come quello attuale, i dipendenti pubblici sono gli unici che possono dormire tra due guanciali. Nessuno di loro ha perso il posto né ha avuto un’ora di cassa integrazione. I loro impieghi, anche in futuro, non sono a rischio, e questa è una certezza su cui pochi oggi possono contare. E ora il ministro, facendo i salti mortali, è riuscito a trovare i soldi (quasi tre miliardi di euro) per un rinnovo contrattuale che tutte le sigle hanno firmato. Tutte, tranne il sindacato di Epifani. Che ha giudicato insufficiente un aumento in busta paga pari al 3,8% per il 2008 e al 3,4% per il 2009 (il doppio dell’inflazione). «Ognuno di noi vorrebbe di più, ma bisogna saper soppesare le situazioni», aveva commentato il leader della Cisl, Raffaele Bonanni, al momento di mettere la firma. Di questo passo «la Cgil diventerà assolutamente marginale», aveva predetto il segretario della Uil, Luigi Angeletti.

Che quello di oggi sia uno sciopero politico, lo dimostra anche il destinatario della protesta. Si prende di mira Brunetta, che ha messo in regola il milione e 300 mila dipendenti dello stato centrale, e si finge di non vedere quello che stanno facendo gli amministratori di regioni ed enti locali, in gran parte espressione di maggioranze di centrosinistra, dai quali dipende un numero quasi uguale di lavoratori pubblici. Per tutti costoro i rinnovi contrattuali vanno a rilento e rischiano di arrivare solo con l’estate. Proprio in previsione di questo la Finanziaria 2009, su indicazione del ministro, aveva dato la possibilità di anticipare nelle buste paga l’aumento del 3,2%, pari anch’esso, in media, a circa 70 euro lordi al mese.

Anche questa sembra una buona idea, soprattutto per i lavoratori e le loro famiglie alle prese con la crisi. Eppure Brunetta prima ha dovuto ricordarla, in una lettera, a Leonardo Domenici, Fabio Melilli e Vasco Errani (presidenti delle unioni di comuni, province e regioni). Quindi, per smuoverli, nei giorni scorsi ha scritto a tutti i sindaci e i presidenti di provincia. Ma costoro, in molti casi influenzati dall’ostilità della Cgil nei confronti dell’intero progetto, sinora hanno mostrato poca voglia di dare quei soldi ai loro dipendenti. I quali possono aspettare. Tanto, il governo è lì apposta a fare da capro espiatorio.

© Libero. Pubblicato il 13 febbraio 2009.

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giovedì, febbraio 12, 2009

Amnesty e la lagna dell'Italia razzista

di Fausto Carioti

Ogni nuova norma sull’immigrazione diventa il ritorno delle leggi razziali, ogni clandestino fatto espatriare è l’inizio di una nuova shoah, ogni anno per colpa dell’uomo si estingue qualche migliaio di specie animali, viene distrutto un quarto della foresta amazzonica e si avvicina di qualche decennio lo scioglimento delle calotte polari. È il grande problema delle associazioni umanitarie ed ecologiste: per dare senso alla loro esistenza, per mobilitare le coscienze e raccogliere finanziamenti e consensi, devono sempre gridare che è in atto qualche tragedia incommensurabile, più grave della precedente. La cosa buona di certe sparate è che nessuno le prende più sul serio. Tranne chi ha bisogno di strumentalizzarle, s’intende. Succede anche alle organizzazioni più note. Ieri, ad esempio, c’è ricaduta Amnesty International, già ribattezzata «Amnesy International» per la facilità con cui dimentica le travi nell’occhio dei peggiori regimi e indugia sulle pagliuzze delle democrazie. Per capirsi: il rapporto 2008 di questa organizzazione dedica poco più di una paginetta alla Cuba dei fratelli Castro e ben due pagine e mezza al nostro Paese. Insomma, il portavoce di Amnesty Italia ieri ha detto di avere la «sensazione» che nel nostro Paese sia in atto «una deriva politica e di parte dei mezzi di informazione orientata verso discriminazione, xenofobia e razzismo». La stessa cosa, ha aggiunto, sosterrebbero non meglio precisati «organismi internazionali ed europei».

È chiaro che, se c’è bisogno di aggrapparsi alle «sensazioni», di concreto, dietro al ritornello dell’Italia xenofoba e razzista, c’è poco o niente. Se l’Italia ha un problema con l’immigrazione, è quello di avere aperto le porte troppo in fretta a tutti, senza avere alcuna strategia per l’accoglienza. Nel 2008 gli immigrati residenti in Italia hanno superato il numero di tre milioni e mezzo, e sono diventati il 6% della popolazione. Sono più che raddoppiati nel giro di cinque anni: nel 2003 il loro numero era di poco superiore agli 1,5 milioni. Tra loro c’è di tutto: brava gente ansiosa di lavorare e delinquenti della peggiore specie, una parte dei quali è già finita in prigione e rappresenta il 37% della popolazione carceraria.

Per anni la classe politica si è limitata a sperare che le cose si mettessero a posto da sole. A farle quadrare ci avrebbe pensato il multiculturalismo: più culture, più religioni diverse tra loro, costrette a convivere assieme, avrebbero prodotto, per qualche curioso motivo, qualcosa di nuovo, unico e bello. Come gli ingredienti di un piatto di cucina “fusion”. Non è andata così, e a rimetterci ora sono sia gli italiani sia gli immigrati che hanno voglia di inserirsi e non trovano un modello di cittadinanza che li attenda. A differenza di quanto avviene, ad esempio, negli Stati Uniti, che restano il migliore esempio di assimilazione dei nuovi arrivati.

Il risultato è un Paese in cui la grandissima parte degli immigrati sono, al tempo stesso, male integrati e troppo aiutati. Male integrati perché, anche se hanno ottenuto la cittadinanza, non si sentono italiani, non conoscono la storia, la cultura e la lingua del Paese che li ospita e quasi sempre vivono in quartieri-ghetto assieme ai loro connazionali. Troppo aiutati perché nessun Paese europeo, negli ultimi anni, li ha fatti entrare così facilmente come l’Italia. Perché negli asili pubblici i loro figli spesso hanno la precedenza sui figli degli italiani. Perché in tante scuole statali ormai otto alunni su dieci sono stranieri, così in classe non si parla più italiano e le famiglie italiane sono costrette a iscrivere altrove i loro figli. Perché sono agevolati da tante amministrazioni locali, anche economicamente, per avviare piccole attività d’impresa che fanno concorrenza sleale agli italiani. Perché sono lasciati liberi di fare cerimonie religiose davanti alle nostre basiliche, di manifestare bruciando la bandiera dello Stato di Israele e di gridare slogan antisemiti.

E mentre si gettavano le basi per creare questo sfascio, le associazioni per la difesa dei diritti umani non capivano che la politica delle porte spalancate avrebbe presto aumentato il tasso di criminalità degli immigrati, creato insicurezza nella popolazione italiana e costretto i governi, in modo goffo e talvolta brutale, ad abbozzare un giro di vite. Al contrario: Amnesty International e le altre chiedevano allo Stato un atteggiamento ancora più lassista. Che avrebbe prodotto mostri ancora più grandi. E fatto gridare al razzismo e alla xenofobia con molta più ragione di quanto viene fatto adesso.

© Libero. Pubblicato il 12 febbraio 2009.

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I silenzi di Napolitano sulle foibe: interviene anche Cossiga

Dopo il mio articolo, è arrivato quello di Francesco Cossiga, ex presidente della Repubblica.

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mercoledì, febbraio 11, 2009

Le amnesie di Napolitano sugli assassini delle foibe

di Fausto Carioti

Nel discorso con cui ieri Giorgio Napolitano ha commentato il significato della Giornata del Ricordo manca una parola. Tutt’altro che secondaria. Tra poco vedremo qual è. Prima bisogna capire cosa si commemorava. Istituito da una legge del 2004, il Giorno del ricordo cade il 10 febbraio di ogni anno, «al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale». La «tragedia» in questione iniziò nel 1943 e proseguì dopo la fine del secondo conflitto mondiale. Costò la vita a circa 15mila italiani e ne costrinse all’esodo altri 350mila. Se il numero delle vittime è ancora oggetto di dispute tra gli storici, la responsabilità del massacro no: a gettare i nostri connazionali nelle cavità carsiche furono i partigiani comunisti dell’Esercito popolare di liberazione jugoslavo, guidati dal compagno Josip Broz, nome d’arte Tito. Aiutati da molti comunisti italiani e con l’avallo politico dello stesso Pci, che aveva dato via libera al tentativo d’espansione delle brigate titoiste.

Questo, dunque, si commemorava ieri: un lungo e infame massacro compiuto, per motivi politici ed etnici, dai comunisti jugoslavi ai danni dei nostri connazionali, sotto il silenzio complice (che in alcuni casi diventava appoggio convinto) del Partito comunista italiano. Ecco, la parolina che manca, nel discorso fatto da Napolitano, è proprio la più importante di tutte: comunismo. Nelle 488 parole usate ieri dal capo dello Stato non ve ne è traccia. Si parla della colpa con toni indignati, ma ci si scorda di fare il nome e il cognome dei colpevoli. I comunisti.

Si dirà: Napolitano è stato generico apposta. Omettendo di indicare gli assassini, ha voluto evitare di aggiungere nuove tensioni a quelle di questi giorni. E invece no. Perché, ad esempio, nel suo discorso c’è stato spazio per la condanna della «dura esperienza del fascismo», per le «responsabilità storiche del regime fascista», per «le sofferenze inflitte alla minoranza slovena negli anni del fascismo e della guerra». Ma per i crimini commessi da mani comuniste, no.

Il presidente della repubblica, così lucido e preciso sino a poche parole prima, quando si trattava di ricordare le nefandezze degli uomini in camicia nera, è diventato vago appena gli è toccato affrontare le colpe di coloro che, in quel tempo, militavano dalla sua stessa parte. Molto vago: «Non possiamo certo dimenticare le sofferenze, fino a un’orribile morte, inflitte a italiani assolutamente immuni da ogni colpa», ha detto. Bene. Ma il complemento d’agente? Chi fu ad infliggere quella «orribile morte» ai poveri italiani innocenti? Furono i comunisti, ma l’ex comunista Napolitano non lo dice. Tanto che una mente semplice, davanti al suo discorso, ricco di richiami agli orrori fascisti e privo di ogni altro possibile esecutore, sarebbe autorizzata a credere che gli infoibamenti vadano aggiunti alla lunga lista dei crimini delle milizie mussoliniane.

Insomma, anche se lo scrittore triestino Claudio Magris, in ottimi rapporti con Napolitano, non la penserà così, pare proprio che ci ritroviamo dinanzi a uno di quei casi da lui denunciati tante volte negli anni passati: il continuo impegno di una parte importante della sinistra italiana affinché, dinanzi agli eccidi delle foibe, «non si parlasse di crimini commessi dal comunismo o in nome del comunismo». Un’arte, quella del tacere sul colore politico degli autori di queste stragi, che se praticata dal Quirinale rappresenta la migliore copertura possibile per gli studenti di sinistra che proprio ieri, in cerca dello scandalo facile, hanno voluto depositare una corona di fiori dinanzi alle tombe dei partigiani di Tito. Per ringraziarli del lavoro svolto in Italia, s’intende.

Né è la prima volta che Napolitano manifesta simili amnesie. Anche nei due discorsi da lui tenuti gli anni passati in occasione del Giorno del Ricordo i comunisti erano assenti. E nell’agosto del 2008, quando morì lo scrittore russo Aleksandr Solzhenitsyn, il presidente della repubblica scelse il silenzio. Eppure lo stesso Napolitano era stato uno dei grandi accusatori di Solzhenitsyn. Nel 1974, quando il grande dissidente era stato costretto all’esilio dal regime sovietico, Napolitano, allora responsabile culturale del Pci, aveva scritto sull’Unità che quella scelta dal Cremlino era stata la «soluzione migliore». Anche perché le opere di Solzhenitsyn erano «rappresentazioni unilaterali e tendenziose della realtà dell’Urss, accuse arbitrarie, tentativi di negare l’immensa portata liberatrice della Rivoluzione d’Ottobre». Sarebbe stata, la morte di Solzhenitsyn, un’ottima occasione per ammettere errori e orrori del comunismo. Ma Napolitano, qualunque cosa pensi dell’ideologia che lo ha accompagnato per (quasi?) tutta la sua vita e dei morti che essa ha provocato, ha scelto di tenersela per sé. E ora, proprio nella Giornata del ricordo, ci ha fatto capire che in fondo è meglio non ricordare tutto. Non in pubblico, almeno.

© Libero. Pubblicato l'11 febbraio 2009.

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lunedì, febbraio 09, 2009

Nel caso ci fossero dubbi...

... sulla auspicabilità di una revisione della Costituzione, puntuale provvede Walter Veltroni a dissiparli: «Scalfaro incarna lo spirito con cui fu fatta la Costituzione».

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domenica, febbraio 08, 2009

Quando il populista sta al Quirinale

di Fausto Carioti

Il percorso del disegno di legge salva-Eluana, ricalcato da Silvio Berlusconi sul decreto bocciato da Giorgio Napolitano, appare ben definito, e i tempi della sua approvazione potrebbero davvero essere rapidi come vuole il premier. Ma questo, anziché abbassare la tensione tra il Quirinale e palazzo Chigi, sta producendo l’effetto opposto. Il presidente della repubblica, ieri, ha fatto una di quelle cose da cui uno col suo incarico dovrebbe astenersi: si è appellato direttamente alla piazza, contro il governo. «Conto sulla fiducia e sulla comprensione dei cittadini», ha detto Napolitano, cercando nella pubblica opinione quei consensi che non gli hanno dato i principali costituzionalisti, incluso l’ex presidente della Consulta Antonio Baldassarre, secondo i quali l’operato di Napolitano nei confronti dell’esecutivo è stato contrario alla Costituzione.

Proprio ieri il direttore di Repubblica, Ezio Mauro, aveva scritto quello che a sinistra dicono in tanti, ovvero che Berlusconi sta usando la vicenda di Eluana in modo strumentale: della povera ragazza, al presidente del consiglio, non frega nulla, ciò che gli interessa è solo umiliare il Quirinale, spinto com’è dal suo «istinto populista». Una tesi smentita poche ore dopo da un sondaggio apparso sul sito web dello stesso quotidiano, secondo il quale il 61% degli italiani sta con la famiglia Englaro, e quindi con Napolitano. E non è che Berlusconi non lo sapesse: i numeri che girano nei sondaggi sull’eutanasia sono gli stessi da anni, e il premier li conosce a menadito. Sa pure che l’elettorato di Forza Italia e del PdL, sull’argomento, è diviso. I suoi avversari si mettano il cuore in pace: stavolta il Cavaliere non ha agito spinto dalla ricerca del consenso, ma perché convinto di fare la cosa giusta. Ovviamente, ora che il «populismo» si è messo a farlo Napolitano, riusciranno a dirci che il suo appello alla piazza è ispirato dalla voglia di portare stabilità in un Paese minato dalla irresponsabilità del premier. Tanto, qualche bieco secondo fine da imputare a Berlusconi si trova sempre.

Il presidente del consiglio non ha alcuna intenzione di abbozzare, ma almeno si muove secondo i canali istituzionali. Così fa sapere che intende «riflettere» se sia necessario modificare una Costituzione ispirata da forze politiche ideologizzate e innamorate del modello sovietico. Ogni riferimento al Partito comunista italiano, nel quale il compagno Napolitano ha militato per mezzo secolo, è puramente casuale. Se sistema presidenziale deve essere, è il ragionamento di Berlusconi, che lo sia sino in fondo e premi chi i voti li ha davvero. Cioè lui. Ma cambiare la Costituzione non è come far approvare il disegno di legge per Eluana (operazione peraltro delicatissima) e l’aria che si respira tra i poli non invita certo alle larghe intese. Comunque, è un progetto a scadenza molto lunga. Adesso, sull’agenda della politica, c’è solo la vicenda Englaro.

Se tutto andrà come Berlusconi spera, tra pochi giorni Napolitano si troverà davanti, sotto forma di disegno di legge approvato dalle Camere, lo stesso testo che si era rifiutato di firmare venerdì. A questo punto Napolitano avrebbe davanti due strade: ingoiare il rospo e mettere subito la firma, oppure rinviare il testo alle Camere, come gli consente di fare la Costituzione. Ma, tempo poche ore, il provvedimento sarebbe di nuovo sulla sua scrivania, e stavolta il presidente della repubblica sarebbe costretto a siglarlo. Nel primo caso per il Quirinale sarebbe una semplice sconfitta, nel secondo una vera catastrofe. Per questo, nella maggioranza, si dà per scontato che promulghi il testo appena le Camere glielo invieranno.

Anche perché sembra esserci ancora un confine oltre il quale il presidente della repubblica e il premier non intendono spingersi. Il più prudente appare proprio Berlusconi. Nelle ultime ore Napolitano è uscito dal seminato e ha calpestato le prerogative del governo almeno due volte. Prima quando ha inviato una lettera al consiglio dei ministri mentre era in corso, per condizionarne l’attività. E dopo quando si è rifiutato di firmare il decreto, che in base alla Costituzione è responsabilità del solo esecutivo. Eppure, malgrado abbia la maggioranza assoluta dei parlamentari, Berlusconi ha subito assicurato che a mettere in stato d’accusa il presidente della repubblica non ci pensa nemmeno. Né ha alcuna intenzione di dare retta a Francesco Cossiga, che lo invita a reagire allo sgarbo dimettendosi e dichiarando così guerra al Quirinale.

Ovvio, uno dei due è destinato a uscire da questo conflitto con le ossa rotte. Ma, finché quell’ultimo limite non sarà superato, né Napolitano né Berlusconi correranno il rischio di perdere la poltrona. Rimarranno lì, al loro posto, detestandosi più di prima.

© Libero. Pubblicato l'8 febbraio 2009.

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venerdì, febbraio 06, 2009

Gli Stati Uniti e l'Italia: il discorso d'addio dell'ambasciatore Ronald Spogli

di Fausto Carioti

L’ambasciatore degli Stati Uniti a Roma, Ronald Spogli, ha salutato i giornalisti italiani. Oggi lascia l’incarico che aveva assunto nell’agosto del 2005 e già questa mattina partirà dall’Italia. Il discorso d’addio che ha tenuto ieri al termine del pranzo a Villa Taverna riassume benissimo la linea tenuta in questi anni dall’amministrazione americana nei confronti del nostro Paese e dei nostri governi. Orientata su tre direttrici: incoraggiare le riforme economiche, cercando di creare un clima più adatto agli investimenti (anche americani); spingere l’Italia verso una maggiore sicurezza energetica, rendendosi il meno dipendente possibile dal gas russo; promuovere un miglioramento dell’istruzione superiore, anche in questo caso attraverso partnership con le aziende statunitensi. Come è sempre stato nel suo stile, Spogli ha detto tutto questo in termini molto schietti, in alcuni tratti persino impietosi. Ad esempio quando ha ammonito che «l’Italia non può mantenere lo status di potenza economica se i suoi risultati rimangono così bassi». O quando ha definito «una tragedia nazionale» il fatto «che non ci sia una sola università italiana nei primi posti delle classifiche internazionali». Difficile, peraltro, dargli torto.

Rispondendo alle domande dei giornalisti, Spogli si è poi detto convinto che «l’Italia è pronta  a contribuire di più» all’invio di nuove unità militari in Afghanistan. La richiesta ufficiale da parte di Washington ancora non c’è stata, «ma c’è la chiara sensazione», ha detto Spogli, che questa richiesta arriverà presto, «nei prossimi giorni o nelle prossime settimane». Quanto all’amministrazione di Barack Obama, l’ambasciatore uscente crede che «avrà un approccio diverso a varie questioni», ma a suo avviso «vedremo una continuità nella politica estera americana».

Il governo di Washington, peraltro, non ha ancora scelto il successore di Spogli. È molto probabile che la nomina avvenga dopo il vertice G8 in programma a luglio in Sardegna. In attesa dell’arrivo del nuovo ambasciatore, il suo posto sarà preso ad interim da Elizabeth Dibble, incaricata d’affari dell’ambasciata
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© Libero. Pubblicato il 6 febbraio 2009.
Saluto dell’Ambasciatore Ronald Spogli
Villa Taverna, 5 febbraio 2009

Il mio rapporto con l’Italia è cominciato con la nascita in una famiglia Italo-Americana, è proseguito prima con gli studi qui e poi con l’esperienza da Ambasciatore. Non voglio che i miei contatti con l’Italia si interrompano solo perché il mio mandato è giunto al termine. Fin dal mio arrivo, ho sempre cercato di essere estremamente schietto nelle mie analisi sull’Italia, al punto tale che una volta un giornale mi ha definito «l’ambasciatore che porta pena». Coloro che mi conoscono bene, sanno però che nutro un profondo affetto per il vostro Paese. Ogni critica è sempre stata scandita nel massimo rispetto per la terra dei miei avi. È con questo approccio che oggi vorrei congedarmi, esponendovi alcune considerazioni sulle sfide che a mio parere attendono l’Italia.

Spero che gli italiani affrontino queste sfide con spirito unitario. Ci sono chiaramente, a mio avviso, obiettivi sui quali tutti gli italiani possono convergere e sui quali è possibile ottenere un consenso nazionale e un sostegno tra i partiti, i gruppi sociali, le diverse regioni e i governi che si succederanno negli anni.

Economia
L’ambasciata ha cercato di incoraggiare quei cambiamenti economici e quelle riforme necessarie per affrontare la bassa crescita economica dell’Italia. In questo momento l’attenzione globale è focalizzata sul declino della crescita dovuto alla crisi finanziaria. Ma anche prima di questa crisi l’Italia registrava ritmi di crescita di gran lunga inferiori rispetto a quelli dei suoi partner europei. Ciò aveva posto l’Italia in una condizione di relativo declino che aveva portato il Paese ad essere considerato da alcuni come "il malato d’Europa". Ritengo che questo problema di fondo di una lenta crescita nel lungo periodo sia molto più serio della recessione in atto.

Perché l’economia italiana cresce così poco? Ci sono molte ragioni e sicuramente il fattore demografico svolge un ruolo importante. Ma penso che il cuore del problema risieda nelle politiche e nel clima economico. L’Italia si colloca ripetutamente molto in basso nelle classifiche internazionali sulle condizioni per fare business ed investire. Tutti conosciamo i problemi: una burocrazia pesante, un mercato del lavoro rigido, la criminalità organizzata, la corruzione, la lentezza della giustizia, la mancanza di meritocrazia e un sistema di istruzione che non risponde ai bisogni del ventunesimo secolo.

In questi anni mi sono chiesto come mai gli italiani non reagiscano nel vedere costantemente il proprio paese agli ultimi posti delle classifiche sulla competitività mondiale. L’Italia non può mantenere lo status di potenza economica se i suoi risultati rimangono così bassi. Non voglio certo dire che un paese debba dipendere ciecamente da queste analisi economiche, ma esiste uno stretto legame tra i dati positivi di queste valutazioni e le economie che vanno meglio. Gli italiani dovrebbero sollecitare i cambiamenti per far crescere il paese e soprattutto cercare di costruire un consenso intorno ad essi. Non avreste piacere nel vedere l’Italia risalire nelle classifiche internazionali e ottenere ogni anno risultati migliori? Non sarebbe una ragione di orgoglio per i rappresentanti di tutti i partiti, di tutti i gruppi sociali e di tutte le generazioni?

Ho cercato di incentrare gran parte del dialogo con gli Italiani sull’imprenditorialità. La nostra missione diplomatica ha avviato contatti con istituzioni, gruppi e singoli individui che intendevano sfruttare l’eccellenza italiana nei campi della ricerca, della tecnologia e del design come fonte per avviare nuove imprese e per sostenere la crescita economica.

Tre anni dopo sono felice di vedere che molti italiani stanno lavorando per rafforzare il legame tra la ricerca, i capitali e le imprese. Ed è particolarmente gratificante scoprire che così tanti giovani italiani si stanno avviando verso una carriera da imprenditori. I cambiamenti si realizzano, quando gli italiani li vogliono veramente e lavorano per ottenerli.

Energia
Gli effetti dell’alto prezzo del petrolio nello scorso anno sulle imprese e sui cittadini italiani e in particolare la recente interruzione delle forniture di gas russo in seguito alla controversia con l’Ucraina, dimostrano che la sicurezza energetica continua ad essere una sfida che l’Italia e i Paesi vicini devono affrontare.

L’Italia ha compiuto progressi nella diversificazione delle fonti energetiche. Lo scorso settembre ho partecipato all’inaugurazione del nuovo terminal per lo stoccaggio del gas naturale a Rovigo. La recente crisi del gas può rappresentare un’opportunità per l’Italia per dirigere i propri sforzi verso una strategia che garantisca una reale sicurezza energetica, attraverso la diversificazione delle fonti, dei fornitori e delle rotte. Vorrei esortare l’Italia ad adottare un piano di sicurezza energetica concreto e realistico che promuova la diversificazione attraverso un uso migliore delle risorse nazionali e un diverso mix di fornitori.

I progetti in materia energetica, in particolare le strutture nucleari, richiedono però tempi lunghi prima di essere completati. La sfida per gli italiani sarà quella di costruire il più ampio consenso possibile su questi progetti in modo tale che, visti i tempi lunghi e i naturali cambiamenti di amministrazioni che caratterizzano una democrazia, non ci sia la tentazione da parte dei governi che si succederanno di cancellare o cambiare radicalmente i progetti già avviati. L’Italia ha già visto troppe grandi opere rimaste incompiute e la priorità della sicurezza energetica è troppo importante per risentire dei capricci della politica. Gli italiani dovrebbero impegnarsi e sollecitare i governi a tracciare un percorso consensuale che porti ad una vera sicurezza energetica.

Proseguendo sulla strada finora intrapresa, l’Italia può centrare questo obiettivo.

Formazione
Infine, un tema fondamentale, l’istruzione. L’ho già accennato parlando di economia, ma permettetemi di aggiungere alcune considerazioni. Se c’è un settore in Italia in cui la relazione tra l’impegno e il suo riconoscimento è più debole, a me sembra che questo settore sia proprio l’istruzione superiore. Nei miei incontri con gli studenti ho percepito un profondo pessimismo sul futuro. Non sono sicuri che la laurea li aiuterà a trovare un buon lavoro e spesso ho avuto la sensazione che vedano il loro futuro non in Italia, ma altrove. Il vostro Paese può contare su giovani di grande talento. Perderli sarebbe un vero peccato.

Un fattore che limita l’occupazione in Italia è la mancanza di forti legami tra il mondo accademico e quello dell’impresa. Ci sono ovviamente delle pregevoli eccezioni: durante la mia visita a Torino, per esempio, sono rimasto favorevolmente colpito dal successo della partnership tra il Politecnico e il centro di ricerca della General Motors. Dovrebbero esserci più esperienze di questo tipo. Si tratta di un’area in cui gli Stati Uniti hanno maturato dei punti di forza dai quali potrebbe valere la pena prendere spunto. Distretti come la Silicon Valley o la Route 128 a Boston sono famosi per i loro centri di ricerca che danno vita a migliaia di nuove imprese, che a loro volta offrono opportunità di lavoro ai giovani laureati. 

Durante il mio mandato ho concentrato il mio impegno su un nuovo programma di scambio che permettesse ai giovani italiani di vivere una vera immersione nella cultura d’impresa americana. Il programma lo abbiamo chiamato Fulbright-Best (Business Education and Student Training) e sono felice di aver riscontrato un grande sostegno da parte di importanti imprenditori italiani e di numerose regioni, come ad esempio la Toscana. Abbiamo lanciato il bando per la terza fase del programma, in cui manderemo oltre venti giovani nella Silicon Valley per tre mesi di studio sull’imprenditorialità e poi tre mesi di lavoro in un’azienda start-up.

Questo è stato il nostro contributo in questo campo. Ma cosa possono fare gli italiani per migliorare il loro sistema di istruzione? Vi esorto di nuovo a unirvi per raggiungere l’obiettivo di portare il sistema universitario italiano agli standard mondiali più alti. È una tragedia nazionale, direi imbarazzante, che non ci sia una sola università italiana nei primi posti delle classifiche internazionali. Perché, allora, non si scelgono tre università - una del Sud, una del Nord e una del Centro – e gli si concedono uno status speciale e incentivi mirati? Si tratterebbe di sviluppare un programma per portare in dieci anni queste università ai primi posti delle graduatorie mondiali. Non sarebbe questo un obiettivo sul quale gli italiani possano convergere? Non potrebbe essere sostenuto da tutti i partiti, in un vero esempio di consenso nazionale?

In conclusione, vorrei ringraziarvi di nuovo per il vostro lavoro e la vostra collaborazione in questi quarantuno mesi. Tornerò in Italia e sarò felice di rivedervi e di osservare i progressi compiuti dall’Italia nelle sfide che l’attendono.

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mercoledì, febbraio 04, 2009

Quel che resta dell'Unione europea

Non ha avuto il coraggio di ammettere che le sue radici affondano nel pensiero giudaico-cristiano. Una constatazione talmente banale che grandi laici come Benedetto Croce e Norberto Bobbio sottoscrivevano a occhi chiusi.

Non ha mai avuto una politica estera comune. Basta vedere, di recente, l'atteggiamento dei Paesi europei nei confronti della Russia, della Georgia e dei progetti per sfuggire alla dipendenza dal gas di Vladimir Putin. O davanti al progetto statunitense di collocare lo scudo antimissile americano nell'est Europa. Ognuno per conto suo.

Non ha mai avuto un esercito comune. Col risultato che quando nei Balcani (a un'ora di volo dal cuore dell'Europa) si mettevano in piedi enormi macellerie a cielo aperto, le cancellerie continentali dovevano pietire aiuto alla deprecata "iperpotenza" statunitense perché facesse quello che l'Unione europea non era capace di fare. Salvo ricominciare a sputare sull'unilateralismo a stelle e strisce appena il mattatoio veniva chiuso.

Aveva una sola cosa in comune, la Ue: il mercato. Aveva. Perché appena hanno iniziato a tirare i primi venti di una seria crisi, ognuno ha iniziato a pensare per sé. Iniziando dal premier francese Nicolas Sarkozy, che intende legare gli aiuti statali alle aziende in crisi all'obbligo di servirsi da fornitori francesi. Non europei: francesi, perché sono due cose diverse. Alla faccia, appunto, del mercato comune. Mentre il premier britannico Gordon Brown si ritrova prigioniero del suo stesso slogan: «British jobs for British workers», e i suoi ministri si schierano dalla parte dei lavoratori inglesi che protestano contro gli operai italiani che "rubano" il loro lavoro. Alla prima occasione utile, la libera concorrenza è stata gettata nel cestino. 

Senza radici, senza politica estera, senza esercito, senza mercato: resta da capire cosa resta, a questo punto, della fantastica Europa unita.

Post scriptum. Stesso argomento, su questo blog: L'europeizzazione della Gran Bretagna.

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martedì, febbraio 03, 2009

L'europeizzazione della Gran Bretagna

di Fausto Carioti

Avessero detto a un inglese vent’anni fa, ai tempi di Margaret Thatcher, che avrebbe avuto in tasca la stessa moneta di greci, portoghesi e italiani, si sarebbe offeso o messo a ridere. Ieri lo ha detto il commissario europeo agli Affari economici, Joaquín Almunia: c’è «una forte possibilità» che, in futuro, la Gran Bretagna aderisca all’euro. E non solo sulle rive del Tamigi nessuno s’è indignato o messo a sghignazzare, ma l’impressione è che molti abbiano iniziato a pregare in silenzio san Giorgio, patrono dell’Inghilterra, che l’annessione monetaria avvenga al più presto. L’ambasciatore britannico in Italia, Edward Chaplin, si è limitato a dire che l’ingresso del suo Paese nell’eurozona «non è una priorità in questo momento». Ha ragione: ufficialmente se ne parlerà tra qualche tempo, dopo le elezioni del 2010. Adesso si deve solo sondare il terreno e preparare l’opinione pubblica. Siamo davanti a una svolta epocale: la fine del plurisecolare orgoglio finanziario britannico e la definitiva europeizzazione economica degli inglesi. I quali, ormai, sono ridotti come noi. Anzi, peggio: più poveri, più spaventati, più statalisti.

Perché è ovvio che il commissario Ue non parla a vanvera, ma lo fa in seguito ai colloqui informali avuti con il governo di Gordon Brown. Ed è ovvio anche che, se i tempi sono maturi perché le principali autorità europee possano parlare in pubblico dell’argomento, è perché la Gran Bretagna in quest’ultimo anno è andata a rotoli, l’orizzonte è cupo il Paese e ha un disperato bisogno di un salvagente al quale aggrapparsi. In mancanza di meglio va bene anche l’euro, con le sue barcollanti istituzioni monetarie.

Se i referti medici dicono che la zona euro è malata, per la Gran Bretagna siamo al coma profondo. Per comprare una sterlina, ieri, ci volevano 1,1 euro. Un anno fa ne occorrevano 1,35: la moneta britannica, in questi dodici mesi, si è svalutata del 19% rispetto alla moneta europea. Nei confronti del dollaro la svalutazione è stata del 27%. Il crollo della divisa non si è tradotto in un recupero di competitività delle merci inglesi, diventate più economiche per i consumatori europei e americani. Al contrario: nel 2008 il deficit commerciale britannico ha raggiunto nuovi record, a causa del pessimo andamento delle esportazioni.

La sterlina ai minimi storici riflette un’economia ridotta peggio di quella italiana. Gli ultimi dati fotografano un prodotto interno lordo in discesa dell’1,8%. Gli analisti della Economist Intelligence Unit stimano che nel 2009 l’economia britannica scenderà dell’1,7%, mentre per l’Italia e l’area dell’euro la discesa sarà, rispettivamente, dell’1,2 e dell’1,4%. I disoccupati aumentano e sono diventati quasi due milioni. Anche il debito statale cresce, e ormai vale 700 miliardi di sterline: poco meno di metà della ricchezza prodotta dalla Gran Bretagna in un anno. Il bilancio pubblico è in deficit costante, e risente degli aiuti concessi alle banche mandate al tappeto dalla crisi dei mutui.

Invece di reagire come la sua tradizione le imporrebbe, e cioè lasciare al loro destino le imprese fallite, ristrutturare quello che ancora si regge in piedi e approfittare della svalutazione per aggredire i mercati, la Gran Bretagna ha applicato in grande scala la ricetta interventista dell’Europa continentale. Il governo di Londra è stato il primo a statalizzare i grandi istituti travolti dalla crisi: ha iniziato con il colosso dei mutui Northern Rock, un anno fa, per proseguire con la società Bradford Bingley, la Bank of Scotland e il Lloyds Group. Seguendo l’esempio di Benito Mussolini, che creò l’Iri per salvare le banche italiane dalla crisi mondiale iniziata nel 1929, Gordon Brown ha istituito la Uk Financial Investments, società pubblica incaricata di gestire tutte queste nuove partecipazioni.

A questo punto non c’è davvero alcun motivo per cui i britannici debbano avere una moneta diversa da quella dell’Europa continentale. La presenza dello Stato nell’economia è accettata e incoraggiata come all’interno di Eurolandia. Gli indicatori economici sono simili, anzi peggiori in Gran Bretagna rispetto al resto d’Europa. Anche le paure sono le stesse, e lo confermano le proteste dei lavoratori inglesi contro i nostri connazionali. Il modello continentale ha avuto la meglio sugli inventori del libero mercato, e il cambio della moneta servirà solo a sancirlo definitivamente. Non è una buona notizia.

© Libero. Pubblicato il 3 febbraio 2009.

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lunedì, febbraio 02, 2009

The other side of Obama

Ma se Barack Obama che promette di chiudere il carcere di Guantanamo entro un anno (decisione a basso impatto politico ed altissimo impatto emotivo) provoca diluvi di retorica da parte della sinistra (italiana e non) e delle ong per i diritti umani, che effetto farà su tutti costoro il Barack Obama che conferma la pratica più controversa della Cia, ovvero le renditions? La risposta forse è più semplice di quanto si pensi: nessun effetto, perché il secondo Obama fingeranno di non vederlo. Avanti così.

Post scriptum. Tanto per rinfrescare la memoria a chi ne ha un gran bisogno, ecco come l'Unità, in prima pagina, a fine ottobre, affrontava l'argomento: «Amici degli Stati Uniti quali noi siamo potrebbero ritenere che sia loro interesse cogliere questa occasione per rimettere in discussione la politica di extraordinary renditions che costituisce l’esito sicuramente più paradossale, forse più controproducente, della cosiddetta guerra al terrorismo dell’Amministrazione Bush (...). Lasciamo all’ambasciatore Spogli e al governo da lui rappresentato in Italia decidere se sia nel suo interesse perpetuare una simile prassi, anche a costo di violare la sovranità territoriale di un Paese amico e alleato».

Stesso argomento, su questo blog: La sinistra nel «nuovo mondo» di Obama.

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