domenica, dicembre 28, 2008

Le ragioni di Israele e le colpe di Hamas

di Fausto Carioti

Le bombe sganciate dagli aerei con la stella di David sui miliziani di Hamas nella striscia di Gaza sono manna dal cielo per i tanti nemici di Israele che popolano le redazioni delle agenzie, dei telegiornali e dei quotidiani europei. «Oltre 200 morti» e «carneficina» sono le espressioni che rimbalzano nei titoli e nei primi commenti. Il tutto viene farcito con le foto dei civili palestinesi disperati e degli edifici colpiti, dove il rischio, come sempre quando di mezzo c’è Israele, è che la tragedia vera si mescoli alla messinscena (forse qualcuno ricorda Adnan Hajj, il fotografo libanese dell’agenzia Reuters che nell’estate del 2006 ritoccava al computer le fotografie dei bombardamenti israeliani su Beirut per farle apparire più cruente, o le scenografie organizzate da Hezbollah, che davanti alle telecamere occidentali faceva accendere le sirene alle ambulanze vuote allo scopo di “drammatizzare” la situazione). Quindi lo Stato di Israele è malvagio ed è «come il Terzo Reich» (tempo qualche ora e qualcuno tornerà a dirlo), e le Nazioni Unite e la comunità internazionale devono intervenire per far cessare il «massacro». Insomma, antisemiti e antisionisti possono finalmente rialzare la testa, e in queste ore per loro sembra tutto davvero molto facile. Basta tacere sull’altra metà (una metà molto abbondante) della storia e il gioco è fatto.

I morti della striscia di Gaza, infatti, prima che a Israele debbono essere imputati ai fedayn di Hamas, il movimento di resistenza legato ai Fratelli Musulmani, che nel gennaio del 2006 ha vinto le elezioni palestinesi promettendo la distruzione di Israele, nel 2007 si è sbarazzato dei suoi alleati “moderati” di Al Fatah, uccidendoli casa per casa ed assumendo così il pieno controllo della striscia di Gaza, e pochi giorni fa ha dichiarato di considerare chiusa la tregua scaduta il 19 dicembre e durata sei mesi, durante i quali i proiettili di mortaio e i razzi Qassam costruiti in garage dai miliziani di Hamas avevano continuato a piovere sulle case e le strade dei territori nel sud di Israele. A ufficializzare la rottura della tregua, negli ultimi giorni i razzi diretti contro Israele erano aumentati, anche se la loro costruzione approssimativa aveva fatto sì che le uniche vittime fossero due sorelline palestinesi, di 5 e 13 anni.

La verità è che la tregua è stata un’eccezione: per Hamas la normalità sono la guerra contro Israele e i morti che ne derivano, e anche questa volta è riuscita ad ottenerli. La vera ragion d’essere dell’organizzazione palestinese, infatti, non è trattare con lo stato d’Israele, ma distruggerlo. «Cedere qualunque parte della Palestina equivale a cedere una parte della religione», si legge nello statuto di Hamas, che - ovviamente - intende per Palestina anche ogni zolla di terra dello Stato d’Israele. Così come debbono essere distrutti tutti gli ebrei, secondo l’indicazione di Maometto: «L’Ultimo Giorno non verrà finché tutti i musulmani non combatteranno contro gli ebrei, e i musulmani non li uccideranno». Perché Hamas non è paragonabile a quei partiti occidentali che, sebbene invischiati con il terrorismo, hanno obiettivi politici e con i quali, quindi, si può trovare un accordo. È un’organizzazione religiosa e militare che (articolo 1 dello statuto) «dall’Islam deriva le sue idee e i suoi precetti fondamentali, nonché la visione della vita, dell’universo e dell’umanità; e giudica tutte le sue azioni secondo l’Islam».

Essendo lo scopo di Hamas l’attuazione della volontà di Allah, che premia i suoi martiri con 72 mogli vergini e altre ricompense ultraterrene, ogni tentativo di stringere accordi con i fedayn palestinesi è destinato a fallire e ogni tregua può essere solo temporanea e funzionale al riarmo in vista della nuova aggressione a Israele. Per lo stesso motivo, ogni equivalenza morale tra Hamas e Israele è impossibile. Da un lato, infatti, non c’è nessun rispetto per la vita, nemmeno per la propria («È nostro diritto difenderci con tutti i mezzi possibili, ivi compresi gli attentati suicidi», ha ribadito nei giorni scorsi un portavoce di Hamas), si puntano i razzi contro gli insediamenti civili israeliani, allo scopo di fare quanti più morti possibile, e si annidano i propri combattenti, primi tra tutti i poliziotti di Hamas, negli stessi edifici in cui vivono le famiglie palestinesi: sia per usarle come scudo, sia perché ogni civile ucciso per errore da un razzo israeliano è un’arma in più per la propaganda. Sul fronte opposto, invece, c’è chi fa il possibile per colpire solo gli obiettivi militari e ridurre al minimo il numero delle vittime civili. I primi dati dicono che il 95 per cento delle bombe israeliane sganciate ieri ha raggiunto l’obiettivo e lo stesso ministro degli Interni di Hamas ha dovuto ammettere che tutte le infrastrutture della sua organizzazione nella striscia di Gaza, incluso il quartier generale, sono state colpite, a conferma della precisione del raid.

Per inciso, l’atteggiamento guerrafondaio dei miliziani palestinesi è anche la sconfitta di quei governi europei, tipo quello guidato da Romano Prodi, che lo scorso anno avevano scommesso su Hamas, convinti che l’organizzazione terroristica, chiamata a governare, sarebbe diventata un interlocutore politico affidabile per Israele e i paesi occidentali. Certo, la tragedia vera è quella dei palestinesi, che autentici macellai desiderosi di scatenare l’Armageddon su Israele hanno trascinato sotto il fuoco degli aerei nemici. Ma è anche vero che questi macellai i palestinesi se li sono scelti come rappresentanti, mediante libere elezioni alle quali Hamas si era presentata promettendo quello che ha poi realizzato.

© Libero. Pubblicato il 28 dicembre 2008.

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martedì, dicembre 23, 2008

L'alleanza del gas

Si chiama Gecf, sigla che sta per Gas exporting countries forum, e sinora se ne è parlato molto poco. La Russia sta facendo di tutto perché se ne parli di più, e - con tutte le differenze che passano tra il mercato del gas e quello del petrolio - diventi qualcosa di simile all'Opec. Per l'Europa non è una buona notizia. Al di là della questione economica - quando chi vende cerca di mettersi d'accordo, per chi compra c'è sempre poco da festeggiare - il problema vero è politico. Basta vedere i nomi dei principali Paesi esportatori di gas (come sempre, tutti questi dati sono disponibili sulla preziosissima BP Statistical Review). La Russia ogni anno esporta via gasdotto 147,5 miliardi di metri cubi di gas (su un totale di esportazioni mondiali pari a 549,7 miliardi di metri cubi). L'Iran 6,2 miliardi. La Nigeria ne produce 35 miliardi. Del forum, oltre a questi tre Paesi, fanno parte anche Algeria, Libia, Venezuela, Qatar, Malesia, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Bolivia, Brunei, Indonesia, Trinidad e Tobago. Più che le quote di esportazione, però, contano le riserve accertate. La Russia è prima con il 25,2% del totale, l'Iran secondo con il 15,7%, il Qatar terzo con il 14,4%. Che insieme fanno oltre il 55% delle riserve.

Se i nomi dei principali membri del Gecf non dicono nulla, meglio ripassare l'elenco dei Paesi ai ferri corti con gli Stati Uniti e con ciò che resta del blocco occidentale. Dove spiccano i nomi della sempre più ambiziosa Russia di Vladimir Putin (di questi tempi costretta a fare i conti con il crollo del prezzo del petrolio), dell'Iran di Mahmoud Ahmadinejad e del Venezuela di Hugo Chavez. Già oggi, la Russia si è assunta il ruolo di Paese protettore dell'Iran, a partire dal consiglio di sicurezza dell'Onu. E ha varato una strategia dell'attenzione nei confronti del Venezuela, che nelle scorse settimane si è concretizzata in esercitazioni militari congiunte nel Mar dei Caraibi. In parole povere, il Gecf rappresenta il tentativo di realizzare una saldatura tra Paesi che hanno tutto l'interesse a rendere la vita difficile all'Alleanza atlantica e ad usare, per finanziare i loro propositi, i soldi dei consumatori di gas dei Paesi che la compongono. Cioè, i soldi nostri.

Aggiornamento: Dal vertice di Mosca nasce «l'Opec del metano», cartello di 16 Paesi produttori (con Putin che annuncia la fine dell'era «del gas a buon mercato»).

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giovedì, dicembre 18, 2008

Welcome to the Jungle

di Fausto Carioti

Armato di ago, filo e buona volontà, Walter Veltroni si arrangia come può, tra una citazione di Enrico Berlinguer e una mitologia spicciola presa in prestito da Barack Obama. Ma ricostruire la verginità morale del Partito democratico non è compito alla sua portata. Un giorno si ammazza un ex assessore del Pd, inquisito. Un altro gli arrestano un sindaco. Quello dopo mettono ai domiciliari due assessori. Domani, sotto a chi tocca: ogni giorno ha la sua croce e, se si dovesse dare retta ai boatos che girano in queste ore, sarà un miracolo se alla fine dentro al Pd si salveranno in due. Quel che è peggio, manca il materiale per ricostruire l’onore perduto: la fiducia nel partito si è azzerata, l’orgoglio dell’appartenenza ha lasciato il passo alla vergogna. Apri il blog di Concita De Gregorio, direttore dell’Unità, e leggi lo sconsolato lettore - uno dei tanti, c’è solo l’imbarazzo della scelta - che scrive: «Dalle ultime (e non solo le ultime...) vicende giudiziarie e politiche non può non uscire fuori il grido di dolore di chi, come me, ha votato Pd alle ultime elezioni. Ma non è, purtroppo, un grido di dolore reattivo, bensì assomiglia sempre più al grido del moribondo, ormai senza speranza alcuna di sopravvivere». Ecco perché Veltroni non può fare nulla: lui è un politico, ma la politica ormai non c’entra più niente. Il problema è nella testa degli elettori. Ci vorrebbe uno psicanalista. Anzi, ne servirebbero milioni: uno per ogni anima bella che ha visto cadersi addosso il mondo a tinte pastello in cui aveva creduto sino a ieri.

Perché mica è vero che gli elettori della sinistra siano migliori di chi li rappresenta. Sotto molti aspetti sono peggiori. Di sicuro, la gran parte di loro è intrisa di un razzismo tutto speciale. Freme d’indignazione, l’elettore del Pd, se Silvio Berlusconi chiama Obama «giovanotto abbronzato», perché urta la sua sensibilità politicamente corretta. Ma poi, mentre si guarda allo specchio, si convince di appartenere a una razza eletta, più giusta e più bella. Gli ariani della politica. Nel suo libro “Perché siamo antipatici? La sinistra e il complesso dei migliori”, il sociologo Luca Ricolfi ricordava un sondaggio realizzato dall’Osservatorio del Nord Ovest. Il 56% degli elettori di sinistra «politicamente impegnati» si ritiene «moralmente superiore» rispetto al resto del mondo. Sul fronte opposto, a destra, un simile «razzismo etico» appartiene solo al 14% degli elettori impegnati.

Questo sentimento è stato nutrito per decenni da colossali panzane che il fior fiore degli editorialisti progressisti ha rifilato a chi non aspettava altro per impinguare il proprio senso di superiorità. Tipo l’appello al «referendum morale» contro Berlusconi che Umberto Eco pubblicò nel maggio del 2001, nel quale divideva il popolo di centrodestra in due categorie: «l’Elettorato motivato», fatto da delinquenti e gente in malafede, e «l’Elettorato Affascinato», composto da poveri lobotomizzati cresciuti a pane, calcio e telenovelas. Vite politiche indegne di essere vissute. L’idea che si potesse essere mediamente intelligenti, avere letto due libri e votare per il centrodestra non sfiorava nemmeno l’insigne accademico. Come gli editoriali di Eugenio Scalfari su Repubblica, capace di scrivere cose del genere: «La sinistra non solo è diversa nella sua sensibilità morale, ma è considerata diversa anche da chi non è di sinistra». O certi “ragionamenti” di Paolo Flores D’Arcais, direttore di Micromega, per il quale «in una democrazia liberale la moralità è patrimonio di tutti. In Italia, invece, è patrimonio diffuso solo nell’elettorato di centrosinistra».

Cresciuti nell’illusione di essere il sale della terra, adesso gli elettori del Pd scoprono di vivere in un mondo in cui i loro paladini, gli eletti del partito creato da Veltroni per portarli nel Paradiso della politica, non sono gli angeli della cosa pubblica che loro credevano, ma individui in carne e ossa alle prese con un mestiere che proprio da educande non è («sangue e merda», lo definì con delicata metafora quel gentiluomo di Rino Formica, socialista). Con ribrezzo prendono atto che, anche tra gli amministratori di centrosinistra, ce n’è qualcuno che ama frequentare la dark room della politica, quel luogo oscuro frequentato da imprenditori a caccia d’appalti, faccendieri, signorine dalle vedute molto aperte e portaborse che indossano giacche da diecimila euro. E stanno reagendo con lo stesso orrore dell’ultimo essere umano quando scopre che tutti, attorno a lui, sono stati posseduti dagli ultracorpi alieni.

Ma il problema non è quello di oggi. Che la politica sia anche questo, le creaturine candide che hanno votato per il Pd avrebbero dovuto già averlo capito una volta raggiunta l’età adulta. Come avrebbero dovuto arrivare da sole a comprendere che maneggiare grosse somme di denaro pubblico può indurre in tentazione chiunque, e che, se secondo la legge dei grandi numeri un politico su dieci ha qualcosa da nascondere, non si capisce perché gli eletti del centrosinistra dovrebbero essere immuni da certe tentazioni. Il problema, insomma, non è il mondo reale che in questi giorni è apparso davanti ai loro occhi in tutta la sua crudezza, ma il mondo immaginario nel quale hanno creduto sino a poche ore fa. E a questo nessun Veltroni può mettere rimedio, come ormai non è possibile far tornare gli elettori del Pd nel mondo di Winnie the Pooh. Il vaso di Pandora della politica è stato aperto anche a sinistra, e per chi era convinto di far parte di una razza eticamente superiore nulla potrà più essere come prima.

© Libero. Pubblicato il 18 dicembre 2008.

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martedì, dicembre 16, 2008

Ritratto di Carlo Caracciolo, inventore di giornali e gran nemico di Berlusconi

di Fausto Carioti

Il cognome, l’incarico, i titoli nobiliari, la parentela con gli Agnelli e tutto il resto non devono ingannare. Don Carlo Caracciolo, fondatore dell’Espresso e di Repubblica, principe di Castagneto e duca di Melito, morto ieri nella sua casa di Roma all’età di 83 anni, si era davvero fatto da solo. Un piccolo imprenditore amante dell’azzardo che amava i giornali e le tipografie, e soprattutto era incuriosito dalla fauna umana che vive nelle redazioni. Vendicativo quanto basta per andare orgoglioso della lista dei suoi nemici, dove al primo posto, dal 1991, aveva messo Silvio Berlusconi. Un po’ per bravura e un po’ perché la fortuna spesso arride agli incoscienti, era riuscito a creare un solido gruppo editoriale, riuscendo a fare soldi laddove tanti altri sono riusciti solo ad accumulare debiti.

Era nato nell’ottobre del 1925. Suo padre era il nobile napoletano Filippo Caracciolo, diplomatico e antifascista, che fu anche segretario del partito d’Azione. Sua madre, Margaret Clarke, era un’americana. Sua sorella Marella nel 1953 sposerà Gianni Agnelli. Insomma, già giovanissimo aveva tanti buoni motivi per considerarsi parte di una elite intellettuale laica, progressista e giramondo. Che poi, guarda caso, è proprio il tipo di pubblico su cui ha disegnato i suoi giornali. Durante la guerra fu partigiano in val d’Ossola, nella brigata Matteotti. Laureato in legge, come si conveniva a ogni rampollo di buona famiglia, specializzò i suoi studi giuridici alla Harvard School di Boston. Nel 1951 dette vita alla sua prima creatura imprenditoriale: la casa editrice Etas Kompass, specializzata in riviste tecniche ed annuari industriali. Nel ’55 partecipò alla fondazione della società editrice Nuove edizioni romane, il cui azionista principale era un altro grande laico progressista, Adriano Olivetti. Il trentenne Caracciolo doveva pensare alla raccolta pubblicitaria dell’Espresso, la rivista diretta da Arrigo Benedetti nata lo stesso anno.

Ma dopo pochi mesi, nel 1956, ci fu la svolta. Olivetti gli regalò le azioni della società. Non per generosità, ma perché la barca non andava. «Rimasi sconcertato», ha raccontato Caracciolo. «Ero senza una lira. Gestendo la pubblicità avevo un qualche accesso ai conti, che non erano straordinari». Assieme a Benedetti e a Eugenio Scalfari, direttore amministrativo ed editorialista dell’Espresso, decisero di raddoppiare il prezzo della rivista: da cinquanta a cento lire. Fu la prima grande scommessa della sua vita. La vinse.

Chiunque abbia un settimanale che si occupa di politica prima o poi vuole fare un quotidiano. Caracciolo lo fece nel 1976: assieme al suo amico Scalfari, e questa volta con i soldi della Mondadori, creò Repubblica. Doveva essere un secondo quotidiano per la parte più illuminata della borghesia italiana, scritto come un settimanale, senza cedere alle tentazioni dello sport e di altri argomenti troppo plebei. Ben presto la formula cambiò, per diventare quella di un grande quotidiano popolare. Caracciolo si prese il compito di allargare la famiglia, affiancando alla corazzata romana tante testate locali, tutte ideologicamente affini alla casa madre, tutte più o meno redditizie. Se oggi i quindici quotidiani locali del gruppo Espresso, tutti insieme, vendono quanto Repubblica, il merito è anche del lavoro da manovale che si sobbarcava il principe. «Una volta sono andato con lui a fare un giro in Toscana», ha scritto uno dei suoi giornalisti preferiti, Giorgio Bocca. «L’ho visto passare la giornata a discutere con i distributori: quante copie ha preso il Tirreno a Grosseto, quante ne ha perse a Follonica. Poi combinava con un rappresentante di macchine tipografiche un viaggio a una fiera di Las Vegas, per vedere l’ultimo modello di una rotativa».

L’odio per Berlusconi risale alla “guerra di Segrate”, quando Luca Formenton cedette il controllo del gruppo Mondadori al Cavaliere invece che a Carlo De Benedetti, alleato di Caracciolo e Scalfari. Da allora, non passa giorno che i giornali del gruppo Espresso non sparino su Berlusconi. Caracciolo lo ha ammesso con candore, in un’intervista a Claudio Sabelli Fioretti: «I berlusconiani sono diversi da noi. Con loro cerchiamo di avere a che fare il meno possibile. Estinguerli non mi dispiacerebbe»

Oltre all’editoria, l’altro gioco d’azzardo che appassionava il presidente onorario del gruppo Espresso era il poker. Amava trascorrere i fine settimane nelle sue tenute di Torrecchia, vicino Latina, e Garavicchio, in Maremma. Scrittori, editori, imprenditori, banchieri, giornalisti: al tavolo con lui si sono seduti in tanti. Tra questi Carlo Perrone, Claudio Rinaldi, Gianluigi Melega, Jas Gawronski, Giuliano Ferrara, Corrado Passera, una quantità imprecisata di Agnelli. Ma le porte della sua casa di Roma, all’ultimo piano di un palazzo dietro piazza in Piscinula, nella zona di Trastevere che dà sull’isola Tiberina, erano aperte anche per i vecchi ispettori dei suoi quotidiani che, di passaggio a Roma, volevano salutarlo. Il suo mondo, la sua vita, più che di champagne sapevano d’inchiostro.

© Libero. Pubblicato il 16 dicembre 2008.

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domenica, dicembre 14, 2008

Chiunque vinca in Abruzzo, Veltroni ha perso

di Fausto Carioti

Impossibile sapere adesso chi sarà il vincitore delle elezioni regionali in Abruzzo, dove si vota oggi e lunedì. Il nome del vero sconfitto, però, già si conosce: è Walter Veltroni. Qualunque cosa facciano gli elettori, il segretario del Partito democratico uscirà dal voto con le ossa rotte e con molti più problemi di quanti ne avesse prima. Un po’ perché la sorte è stata avara con lui, e lo ha messo sin dall’inizio in una situazione difficile. Un po’ perché Veltroni, per non smentirsi, ci ha aggiunto del suo.

Gli elettori abruzzesi sono stati chiamati alle urne in seguito alle vicende giudiziarie che a luglio avevano portato alle dimissioni del governatore Ottaviano del Turco, esponente del Partito democratico. Del Turco aveva vinto le elezioni nell’aprile del 2005 e governato la regione sorretto dalla coalizione dell’Unione. A succedergli si sono candidati in sei, ma la vittoria se la giocheranno in due: Gianni Chiodi, del Popolo della Libertà, e Carlo Costantini, deputato dell’Italia dei Valori, alla guida di una vasta alleanza di centrosinistra che ha nel Pd il suo pezzo forte e comprende anche Rifondazione e i Comunisti italiani. In altre parole i voti degli ex Ds e degli ex margheritini serviranno, se tutto andrà bene, a far eleggere governatore un uomo vicino ad Antonio Di Pietro, candidatosi in nome della palingenesi morale dell’Abruzzo, allo scopo di far dimenticare quella che Repubblica ieri ha chiamato «la stagione nera di Del Turco». Insomma, Veltroni chiede ai suoi di vergognarsi pubblicamente di chi li ha rappresentati sinora (e pazienza se Del Turco non ha ancora ricevuto alcuna condanna) per portare al governo della regione l’esponente di un altro partito che promette di fare l’esatto opposto di quanto fatto dal governatore del Pd. Niente di strano che in Abruzzo gli elettori del Partito democratico siano ancora più confusi e infelici che nel resto d’Italia.

Già adesso Di Pietro si permette di guardare dall’alto in basso l’alleato più forte. Ha imposto al Pd il suo candidato e persino il suo “codice etico”, in base al quale una condanna non definitiva basta per non essere candidati e un rinvio a giudizio diventa una presunzione di colpevolezza e impedisce di poter ricevere incarichi nelle amministrazioni locali. Veltroni ha accettato tutto: da quando la questione morale è tornata sulle prime pagine, è Tonino che traccia il solco. Walter si adegua.
Il risultato è che adesso, comunque vada in Abruzzo, Veltroni ne uscirà male.

Nell’ipotesi migliore, ovvero se l’esponente dell’Idv, capovolgendo i pronostici, dovesse riuscire a vincere, a presentargli il conto sarà Di Pietro. Dirà che la vittoria di Costantini è la conferma che il centrosinistra può spuntarla solo se segue le sue regole e si mette al servizio dei suoi candidati. Il risultato, del resto, parlerebbe da solo. Con tanti saluti alla “vocazione maggioritaria” e alle intenzioni di essere indipendenti dagli alleati sbandierate da Veltroni. In tempi nei quali la “questione morale” è la tempesta che minaccia di sfasciare il Pd, Di Pietro metterà a disposizione di Veltroni la sua certificazione di compatibilità etica. L’Idv si candiderà a essere il partito trainante dell’alleanza (se non nei numeri, almeno nella sostanza), nonché il filtro politico tra le procure di mezza Italia e gli amministratori locali del partito di Veltroni. Una scelta che metterebbe il Pd sotto la imbarazzante tutela di Di Pietro. E questa è una sorte che Veltroni deve evitare, anche perché i suoi non gliela perdonerebbero. Per un partito nato dall’accordo tra ciò che resta del Pci e buona parte della vecchia Democrazia cristiana, che nel bene e nel male avevano sempre difeso il primato della politica, è difficile immaginare un viale del tramonto più deprimente del commissariamento ad opera di un ex magistrato.

Peggio ancora, ovviamente, qualora dovesse avverarsi quella che oggi appare l’ipotesi più probabile: la vittoria del candidato di centrodestra. Perché a quel punto gli avversari interni rinfaccerebbero a Veltroni la scelta di aver schierato il Pd in posizione subalterna rispetto al partito di Di Pietro e di essersi fatto imporre la linea dall’alleato-rivale senza nemmeno essere riuscito a portare a casa un assessore. Massimo D’Alema e i suoi, convinti che l’alleanza con Di Pietro vada gettata a mare per costruirne una diversa, di stampo centrista, con Pierferdinando Casini, avrebbero nuovi e ottimi argomenti da ritorcere contro il segretario. Se non glieli metteranno subito in conto è solo perché vorranno tenerli da parte in vista della resa dei conti finale con Veltroni, che sarebbe stata in agenda nel mese di giugno, all’indomani delle elezioni europee, in caso di sconfitta del Pd, ma che adesso le vicende giudiziarie che stanno sconquassando il partito rendono imprevedibile nei tempi e nei modi.

Infine c’è la terza ipotesi: quella della catastrofe. Si verificherebbe qualora il candidato del centrosinistra perdesse le elezioni solo per colpa del Partito democratico. Ad esempio con il Pd ridotto a meno del 30% dei voti (alle politiche di aprile, in Abruzzo, aveva ottenuto il 33,4%), l’Italia dei Valori sopra al 10% (ad aprile aveva preso il 7%) e il Pdl ben oltre il 40% (in linea con quanto ottenuto alle politiche). Un esito simile a quello annunciato l’altro giorno da Berlusconi, quando aveva sostenuto che il centrodestra nella regione è «avanti di 13 punti». In questo caso Veltroni dovrebbe fare i conti, allo stesso tempo, con la sconfitta elettorale del candidato da lui appoggiato, con una forte affermazione politica dell’Idv, il cui peso nell’alleanza diventerebbe comunque ingombrante, e con il crollo del Pd, separato dal Popolo della libertà da un distacco di oltre dieci punti. Se le dimensioni della sconfitta dovessero essere queste, la leadership di Veltroni potrebbe essere messa in discussione già domani sera.

© Libero. Pubblicato il 14 dicembre 2008.

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mercoledì, dicembre 10, 2008

La presa in giro della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo

Ineffabile, il Tg1 del 9 dicembre, in prima serata, l'ha ritenuta la prima notizia da dare ai telespettatori. E non è stato l'unica testata italiana a dare un risalto così vasto ai sessant'anni della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Difficile, in queste ore, scampare ai fiumi di retorica che celebrano l'evento. Oltre ai toni da Istituto Luce, tutti i servizi hanno in comune il solito luogocomunismo. Sono tutti uguali, seguono lo stesso copione: la Carta dei diritti dell'uomo è una cosa meravigliosa, le Nazioni Unite vorrebbero che diventasse la costituzione unica mondiale, ma tanti Paesi - cinici e cattivi - ancora non la applicano. Quali Paesi? Ecco, qui viene il problema. Il Tg1 (ineffabile, ma forse l'ho già scritto) non li nomina, ma in compenso condisce il suo servizio con immagini dei polizotti bianchi che da qualche parte, negli Stati Uniti, maltrattano uomini di colore, probabilmente delinquenti colti sul fatto. Così, si insinua che sono proprio le democrazie occidentali, e in particolare gli Stati Uniti, quelle che commettono le nefandezze peggiori, il vero ostacolo a quel mondo di pace e uguaglianza disegnato dai filantropi del palazzo di vetro.

Magari fosse così. Magari il problema del mancato rispetto dei diritti dell'uomo fossero davvero i poliziotti di New York. La cosa, purtroppo, è un pochino più complessa. E basta andare a vedere i rapporti sulle violazioni dei diritti umani nel mondo di qualunque organizzazione non governativa (da Amnesty International, pur con tutti i suoi difetti, alla Human Rights Foundation), per capire che il marcio sta altrove.

Quanto alle Nazioni Unite non sono la soluzione, ma il cuore del problema. L'assemblea dell'Onu è controllata dal G77, il gruppo di 130 Paesi ritenuti “in via di sviluppo”, che comprende l’intero “Who’s who” delle peggiori dittature del pianeta: Iran, Siria, Pakistan, Corea del Nord, Cuba… Queste nazioni rappresentano la larghissima maggioranza dei membri dell’organizzazione e, votando in blocco, tengono in pugno l’assemblea. La posizione di leadership nel G77 appartiene agli stati arabo-musulmani, che hanno così un mezzo efficace per orientare a loro favore qualunque decisione debba essere presa a maggioranza.

E questo spiega pure perché il curriculum in materia di diritti umani dell'Onu sia così aberrante. Anche lasciando perdere le patologie del sistema, che certo non sono eccezioni (chessò: gli stupri dei caschi blu in Congo e Sudan), gli organismi dell'Onu riescono a fare schifo anche quando si muovono secondo le regole. Tipo la Commissione Onu per i diritti umani, che come scrisse il New York Times era composta da «alcuni dei regimi del modo più impegnati a violare questi diritti» (tanto che ha dovuto dichiarare fallimento per indegnità politica e morale nel 2006), la cui unica unica preoccupazione era quella di condannare Israele qualunque cosa facesse. Oppure la Commissione per lo Status delle Donne, tra i cui membri figurano stati islamici nei quali la lapidazione delle adultere, le mutilazioni genitali femminili e il divieto alle donne di guidare un’automobile sono prassi corrente.

O, ancora, la Unfpa (United nation population fund), l’agenzia Onu che ha per scopo la diffusione del controllo delle nascite. Dispone di un bilancio da 6 miliardi di dollari, con il quale interviene in 140 Paesi. Gli Stati Uniti le tolsero i finanziamenti dopo che questa aveva appoggiato la politica cinese di riduzione delle nascite. Politica che il libro "Contro il cristianesimo - L’Onu e l’Unione europea come nuova ideologia", scritto da Eugenia Roccella, Lucetta Scaraffia e Assuntina Morresi, descrive così: «Dopo il primo figlio alla donna viene imposto l’inserimento di uno Iud, Intra uterine device (la spirale, ndr), e, se rimane ancora incinta, è costretta ad abortire». Per chi sgarra sono previsti «distruzione della casa, totale isolamento sociale, talvolta uccisione dei neonati; più spesso i bambini nati contro la legge sono sottratti alle famiglie e abbandonati negli orfanotrofi». Di tutto questo, ricorda il libro, la Unfpa è stata complice: ha «fortemente contribuito a finanziare la politica coercitiva cinese, le ha garantito supporti tecnici e ha collaborato fornendo le proprie competenze, per esempio nell’organizzazione e nell’analisi dei dati. Ma, peggio di tutto, non ha mai denunciato i responsabili di questa gigantesca violazione dei diritti umani, anzi li ha coperti fin quando è stato possibile».

E in tutto questo immenso letamaio, dove di cose da raccontare ce ne sarebbero eccome (a partire da come sono trattati gli omosessuali a Cuba e nei Paesi islamici), il Tg1 e praticamente l'intera informazione italiana non trovano di meglio che imbottirci delle solite frasi fatte e di insinuare che il marcio sono i polizotti americani. Va bene che se chiami per nome i criminali veri, cioè i dittatori, gli ayatollah e gli altri fanatici che girano per il mondo, questi nella migliore delle ipotesi ti denunciano per razzismo (e nella peggiore scrivono una fatwa tutta per te). Ma se non si ha il coraggio di chiamare le cose per nome e cognome, sarebbe molto più dignitoso stare zitti.

Post scriptum. Chi vuole leggere sull'argomento un articolo fuori dal coro dei media italiani, lo trova su Radio Free Europe-Radio Liberty: Islam's challenges to "Universal Human Rights".

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martedì, dicembre 09, 2008

"Not just those on the left"

I mugugni della sinistra democratica nei confronti di Barack Obama si beccano la prima reprimenda dallo staff del presidente eletto. Steve Hildebrand, deputy campaign manager di Obama, insomma uno dell'inner circle del prossimo inquilino della Casa Bianca, scrive sull'Huffington Post come funzionano le cose da quelle parti:
This is not a time for the left wing of our Party to draw conclusions about the Cabinet and White House appointments that President-Elect Obama is making. Some believe the appointments generally aren't progressive enough. Having worked with former Senator Obama for the last two years, I can tell you, that isn't the way he thinks and it's not likely the way he will lead. The problems I mentioned above and the many I didn't, suggest that our president surround himself with the most qualified people to address these challenges. After all, he was elected to be the president of all the people - not just those on the left.
Chi vuole saperne di più, può leggere anche Still in Turmoil: The Liberal/Left and Obama, su Pajamas Media.

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lunedì, dicembre 08, 2008

Lost in traslescion

La sinistra democratica, negli Stati Uniti, se ne sta dolorosamente rendendo conto. Barack Obama sta gettando le basi per una politica centrista, e soprattutto di quella discontinuità invocata in politica estera proprio non c'è traccia. Anzi, i segnali arrivati sinora dal presidente eletto sono di segno opposto. In un articolo tutto da leggere, Politico.com fa il punto sul "disillusionment" dei liberals: «Liberals are growing increasingly nervous – and some just flat-out angry – that President-elect Barack Obama seems to be stiffing them on Cabinet jobs and policy choices. Obama has reversed pledges to immediately repeal tax cuts for the wealthy and take on Big Oil. He’s hedged his call for a quick drawdown in Iraq. And he’s stocking his White House with anything but stalwarts of the left».

Tempo che finiscano di tradurre le dichiarazioni di Obama e gli articoli scritti su di lui, e se accorgeranno anche dentro al Pd.

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giovedì, dicembre 04, 2008

Dasvidania

Si era alzato qualche sopracciglio, tra i miei amici di centrodestra, quando avevo scritto che ormai, in politica estera, l'Italia di Silvio Berlusconi è più vicina a Mosca che a Washington. La conferma (l'ennesima) è appena arrivata dal vertice dei ministri degli Esteri della Nato. Radio Free Europe racconta così la reazione di Dmitry Rogozin, inviato del Cremlino al vertice dell'Alleanza atlantica, dopo che i ministri degli Esteri Nato avevano negato a Ucraina e Georgia il Membership action plan, ovvero l’accordo di pre-adesione all’Alleanza:
Both times -- at the NATO summit in Bucharest in April and at this week's foreign ministers' meeting in Brussels -- the allies appeared to back down in the face of fierce Russian resistance to Tbilisi and Kyiv's bids.

And as Rogozin delighted in pointing out, in both instances the Western alliance was deeply divided with the United States, Great Britain, and a group of Eastern European members supporting expansion, and Germany, France, and Italy staunchly opposing it.

"The divisions in NATO are openly visible. And these will deepen every time NATO tries to expand," Rogozin said.
Due fattori nuovi, intanto, irrompono sulla scena: l'arrivo di Barack Obama alla Casa Bianca (qualcuno è convinto che aprirà l'era del multilateralismo americano: ne riparliamo tra qualche mese, bimbi belli) e il crollo del prezzo del petrolio, e quindi anche del gas, con tutto quello che ne consegue per le ambizioni russe, basate sul flusso di denaro che noi occidentali diamo a Mosca in cambio di queste materie prime.

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martedì, dicembre 02, 2008

Non ci voleva un genio

Su Libero e su questo blog, martedì 18 novembre:
«A ben guardare la casa delle libertà, quella vera, dove ognuno fa quello che gli pare, è il Partito democratico».
Sul Riformista, Arturo Parisi, oggi:
«Ho paura che il Pd sia la vera casa delle libertà».

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lunedì, dicembre 01, 2008

Il ceto medio, le famiglie e il governo: intervista a Maurizio Sacconi

di Fausto Carioti

Approvato il pacchetto anti-crisi, il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, approfitta del giorno di relativo riposo per spiegare a Libero il senso dei provvedimenti appena varati e anticipare i prossimi interventi. Quanto prima, infatti, il governo convocherà le Regioni per cambiare il modo con cui i fondi europei sono utilizzati. L’obiettivo è usare i soldi che arrivano da Bruxelles per finanziare i sussidi e la formazione e per creare nuove infrastrutture, anche allo scopo di mettere in circolazione denaro fresco e dare un po’ di ossigeno all’economia. Appena possibile, poi, l’esecutivo intende tornare al sistema delle deduzioni per carichi familiari (che riducono la base imponibile avvantaggiando le famiglie numerose), «colpevolmente» cancellato da Romano Prodi e Vincenzo Visco.

Ministro, è soddisfatto del decreto?
«Molto. C’è una visione chiara che tiene insieme la manovra di giugno e quella attuale».

Che tipo di visione?
«Da un lato la consapevolezza che questa è una grande crisi di sistema, che affonda le sue radici addirittura nello squilibrio demografico delle società occidentali. Dall’altro la convinzione che servano misure tempestive, mirate e temporanee, e allo stesso tempo occorrano interventi strutturali, cambiamenti profondi: noi abbiamo agito su ambedue questi fronti».

Eppure è impressione diffusa che vi siate scordati del ceto medio.
«Non è così. Da un lato abbiamo fatto un’azione mirata sui ceti più vulnerabili, che inevitabilmente comprendono i pensionati e il lavoro dipendente, soprattutto se collocato in una famiglia numerosa. Sapendo anche che, se si agisce sul reddito di questi ceti, è molto probabile che l’intervento si traduca subito in maggiori consumi. Ma dall’altro lato abbiamo irrobustito la detassazione del salario di produttività, che con una soglia di reddito di 35mila euro ormai abbraccia tutti gli impiegati e gli operai. Costoro potranno contare su una detassazione pari a 6.000 euro nel corso dell’anno. E qui già stiamo parlando di ceto medio».

Resta il fatto che molti italiani, incluso Berlusconi, si attendevano quella detassazione delle tredicesime che alla fine non c’è stata.
«Però è arrivata una “quattordicesima”. Anche nella discussione che si è svolta con le parti sociali, la detassazione delle tredicesime aveva il significato di un intervento mirato per il lavoro dipendente. Ed è proprio ciò che abbiamo fatto. Poi ognuno è libero di dire che si sarebbe dovuto fare di più o di meno. Ma il senso dell’operazione è lo stesso».

Che ne sarà quindi dell’impegno, scritto nel vostro programma elettorale, di detassare le tredicesime?
«Lo scopo complessivo della nostra proposta era attenuare la progressività del prelievo fiscale sul lavoro dipendente. Soprattutto quando ci sono elementi aggiuntivi collegati a merito, responsabilità e così via. È la direzione in cui ci siamo mossi in questi sei mesi».

Il leader della Cgil, Guglielmo Epifani, dice che avete rinunciato a detassare gli straordinari perché avete capito che aveva ragione lui.
«No. Non l’abbiamo fatto perché, avendo risorse limitate, le abbiamo concentrate sui salari di produttività, che sono sempre stati il nostro obiettivo principale. Le stesse organizzazioni dei datori di lavoro, più Cisl e Uil, ci hanno detto che, per elevare ai 35mila euro la soglia di reddito per ottenere la detassazione dei salari di produttività, erano pronte a rinunciare alla detassazione degli straordinari».

Anche le partite Iva sentono i morsi della crisi.
«Non le abbiamo dimenticate. Abbiamo dedicato loro una fiscalità molto più attenta, prevedendo anche l’avvicinamento dell’Iva all’incasso. Per chi ha una società di capitali abbiamo pensato all’abbattimento dell’Ires. C’è la volontà di ridiscutere gli studi di settore. E non dimentichiamo tutte le misure di robusta deregolazione fiscale che abbiamo già varato».

Gli studi di settore possono essere ridiscussi in ambedue i sensi.
«È evidente che questa revisione sarà fatta proprio per tenere conto della grande crisi. Sarà introdotta anche una flessibilità maggiore, ad esempio usando gli “indicatori di normalità economica” senza automatismi».

Per il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, la direzione è giusta, ma bisognava fare di più.
«Non lo dice a noi, ma all’Europa. Sta dicendo che l’Europa deve avere più coraggio e dare al suo intervento una dimensione più alta».

E voi siete d’accordo.
«Sì. C’è una proposta di Tremonti che consiste nel chiedere all’Unione europea di finanziare le grandi infrastrutture attraverso l’emissione di titoli legati all’euro, in modo da sostenere la crescita anche attraverso l’iniezione di risorse per le opere pubbliche, la logistica e l’autosufficienza energetica».

Lei era convinto che la Cgil avrebbe rinunciato allo sciopero del 12 dicembre. Invece lo ha confermato.
«Peccato. Vuol dire che avevo ragione nel temere che la Cgil sia sempre meno un sindacato e sempre più un movimento politico».

A sinistra dicono che i 40 euro al mese che la social card darà ai più poveri sono un’elemosina.
«Questo è molto offensivo. Ci sono gli ultimi degli ultimi, le persone che frequentano le mense collettive per bisognosi, dei quali le organizzazioni di rappresentanza non si sono mai occupate. Abbiamo pensato che fosse doveroso intervenire sui loro bisogni primari e abbiamo fatto due cose senza precedenti».

Ovvero?
«Innanzitutto abbiamo avviato l’identificazione di quest’area della povertà assoluta. È un primo tentativo, bisognerà affinarlo, ma intanto lo abbiamo fatto. Come seconda cosa, nel modo più dignitoso possibile, con una card non riconoscibile, abbiamo introdotto una “infrastruttura”. Che adesso è stata riempita con quei soldi e con la possibilità di accedere alle tariffe sociali in modo semplice, senza fare file. Ma che in futuro si potrà riempire in molti altri modi».

Ad esempio?
«Con ulteriori sconti da parte della distribuzione, con iniziative del Banco alimentare e di altre associazioni... È un’infrastruttura creata per ricevere anche atti di liberalità dei privati e del settore non profit».

Quanto è alto il rischio che questo e gli altri interventi per le fasce più povere finiscano per avvantaggiare gli evasori fiscali?
«Per accedere alla carta occorre un atto volitivo diretto o compiuto tramite un mediatore, ed è difficile che lo faccia un evasore, il quale tende a nascondersi. Quanto agli altri interventi, esserci rivolti al lavoro dipendente è un po’ una garanzia».

Anche i dipendenti possono avere entrate in nero.
«Senza dubbio, ma le possibilità di abuso sono assai minori».

Intanto torna lo stato etico: avete introdotto la pornotax. Più tasse per l’industria dell’eros.
«Come già avviene con il tabacco e con i superalcolici. Fumare e bere non è proibito, ma la tassazione è diversa da quella che colpisce il pane. Ci sono generi voluttuari e generi primari, e tra questi generi si può avere una tassazione differenziata».

Lei prima ha posto l’accento sul problema dei problemi: il trend demografico. Per aiutare chi fa figli la soluzione c’è: si chiama quoziente familiare.
«Il punto di svolta sarà la reintroduzione delle deduzioni per carichi familiari, che sarà il nostro modo di avvicinarci all’idea del quoziente. Le avevamo già introdotte. Ma Prodi e Visco, colpevolmente, le sostituirono con le detrazioni».

Quando tornerete alle deduzioni?
«È un intervento strutturale che costa. Richiede una situazione di finanza pubblica stabile e prevedibile. Tremonti ha ragione a tenere alta la guardia».

È comunque un obiettivo di legislatura?
«Sì, lo è».

Quali interventi avete in cantiere per gennaio?
«Una partita importante riguarda un uso dei fondi europei molto più accorto ed efficace. Finora li abbiamo usati poco e male, ma in una fase come questa, in cui bisogna stare attenti anche a pochi euro, guai a noi se trascurassimo una tale montagna di risorse».

Come farete?
«Ci siederemo al tavolo con le Regioni per discutere come riutilizzare i fondi europei su due obiettivi: capitale umano e infrastrutture. I fondi dovranno servire a dare a tante persone sussidi combinati con formazione e a rendere più efficaci le spese in infrastrutture. Servirà una collaborazione vera, leale e straordinaria tra Stato e Regioni».

Intendete usare i fondi europei per finanziare la costruzione di opere pubbliche ed avviare così quel circolo virtuoso keynesiano di cui parla Tremonti?
«Sì».

Nel programma del Pdl era scritto che i soldi li avreste recuperati anche abolendo le province. Libero ne sta facendo una battaglia.
«Io sono un sostenitore accanito dell’abolizione delle province».

Perché?
«Perché da un lato, con il federalismo fiscale, ci accingiamo a rafforzare la dimensione regionale. Dall’altro dobbiamo offrire, quale dimensione intermedia, forme incentivate, o addirittura obbligatorie, di consorzi o associazioni tra comuni. Questo rende davvero superflua la provincia».

Nella maggioranza non sono tutti d’accordo.
«Lo so, ma Berlusconi ne ha parlato più volte. E la crisi può indurre tutti a riflessioni straordinarie». 

© Libero. Pubblicato il 3o novembre 2008.

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