domenica, novembre 30, 2008

Il Wall Street Journal intervista Geert Wilders

Di Geert Wilders, 45 anni, olandese, presidente del Partito per la Libertà e autore di Fitna, ho scritto qui. Mentre i giornali italiani fanno a gara nell'ignorarlo (e quando ne parlano lo trattano come potete immaginare) il Wall Street Journal gli ha appena dedicato l'intervista più importante della settimana. Nella quale Wilders, politicamente scorretto com'è (è il motivo per cui qui lo si adora, e ci si guarda bene dal definire le sue uscite come "provocazioni", perché proprio non lo sono), tira fuori alcune di quelle banali verità che in Italia, ormai, dicono solo pochi leghisti. Cose tipo:
We should wake up and tell ourselves: You're not a xenophobe, you're not a racist, you're not a crazy guy if you say, 'My culture is better than yours.' A culture based on Christianity, Judaism, humanism is better. Look at how we treat women, look at how we treat apostates, look at how we go with the separation of church and state. I can give you 500 examples why our culture is better.
Insomma, chi vuole saperne di più e biascica l'inglese può leggersela qui.

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sabato, novembre 29, 2008

Islam chiama Obama

La discussione sul gruppo di appartenenza degli autori degli attentati a Mumbai è del tutto inutile. Non ha senso chiedersi se appartengono o meno ad Al Qaeda, visto che quello di Al Qaeda di fatto è un franchising gratuito, un marchio di cui si può appropriare praticamente chiunque voglia compiere attentati in nome dell'Islam. Ciò che conta, invece, è l'appartenenza religiosa dei terroristi e il loro obiettivo: gli americani, gli inglesi, gli ebrei.

Come ha detto il ministro degli Esteri israeliano, Tzipi Livni, «there is no doubt that the targets the terrorists singled out were Jewish, Israeli targets and targets identified with the West, Americans and Britons. Our world is under attack, it doesn't matter whether it happens in India or somewhere else. There are Islamic extremists who don't accept our existence or Western values».

La strage è il benvenuto del terrorismo islamico al presidente eletto americano, Barack Obama. Vuol dire che i mujaheddin cacceranno i cittadini statunitensi in qualunque parte del mondo, se il grande satana americano non cambierà radicalmente la sua politica estera. Cosa che ovviamente non avverrà. Obama pensava di mettere al secondo posto della sua agenda la guerra al terrorismo, per concentrasi sulla crisi economica. Forse dovrà ripensarci. Non è una buona notizia.

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mercoledì, novembre 26, 2008

Obama fa le prove da falco

Dunque, il nuovo segretario americano alla Difesa sarà quello vecchio. Cioè quello di George W. Bush. Cioè Robert Gates, l'uomo che ha gestito la strategia della seconda fase della guerra in Iraq e in Afghanistan. Favorevole all'installazione e allo sviluppo di nuovi sistemi d'arma, incluso quello scudo antimissile nell'est Europa che la Gazprom (pardon, la Russia) di Vladimir Putin e Dmitry Medvedev vede come una minaccia diretta. Di sicuro, non sarà Gates l'uomo dell'appeasement con il Cremlino. Abc News ci scherza sopra: «Barack Obama's campaign credo: Change is good. President-elect Barack Obama's credo: When it comes to war and peace, maybe wisdom is better».

Come segnale di discontinuità rispetto al passato, la conferma di Gates non è proprio il massimo. Sono i primi, piccoli mal di pancia che Obama sta procurando alla sinistra italiana. Ne seguiranno altri, più grossi.

Per saperne di più: Gates agrees to stay on under ObamaRussia poses challenge to Obama, su Politico.

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lunedì, novembre 24, 2008

Il Pd a un passo dalla fine

di Fausto Carioti

Il destino vuole che nelle stesse ore in cui nasce ufficialmente il partito unitario del centrodestra venga certificato lo stato di agonia del partito unitario di centrosinistra. La fusione di Forza Italia e An nel Popolo della libertà era prevista. Lì dentro, nel bene e nel male, le cose sono chiare: è Silvio Berlusconi che decide e, una volta che ha scelto, margini di incertezza non ce ne sono. Certo, i problemi non mancano, ma riguardano soprattutto i rapporti con la Lega, cioè con un alleato che sta diventando troppo forte e pretende di trattare alla pari, almeno nelle regioni del Nord. La decomposizione del partito democratico, invece, proprio non era messa in conto. Di sicuro non così presto (si aspettavano almeno le elezioni europee di giugno) e non così devastante. Ed è la vera novità di questi giorni.

Smaltita la sbornia per la vittoria di Barack Obama, a largo del Nazareno, sede del condominio Pd, si è tornati a litigare sull’ingresso nel Partito socialista europeo, che quanto a modernità sta al Partito democratico americano come le sale bingo rionali stanno ai casinò di Las Vegas. Per gli ex margheritini, se dovesse passare l’affiliazione al Pse sarebbe la conferma che il Pd non è un nuovo partito, ma l’acquisto, a prezzi da saldo, degli ex dc di sinistra da parte degli ex comunisti. Con tutto quello che ne consegue nei rapporti con il Vaticano e con la Conferenza episcopale italiana, che non potrebbero accettare, come punti di riferimento, politici che si riconoscono in uno schieramento laicista e favorevole all’aborto. Sarà pure una questione di principio, insomma, ma per i cattolici del Pd è sufficiente a giustificare la fine del partito. Agli inizi di dicembre il Pd dovrà decidere se aderire al manifesto elettorale del Pse: comunque vada, qualcuno ne uscirà con le ossa rotte.

Ed è solo l’inizio. Si litiga su se e come trattare con Silvio Berlusconi. Su cosa fare dell’alleanza con Antonio Di Pietro. Sulla possibile alleanza con Pier Ferdinando Casini. Se siano stati più figli di buona donna i dalemiani a “inciuciare” con gli uomini del Pdl, per far eleggere Riccardo Villari alla presidenza della Commissione di vigilanza sulla Rai, o più incapaci Veltroni e i suoi a gestire l’intera faccenda. Se fare un congresso (cioè se mettere in discussione la poltrona di Veltroni) prima o dopo le elezioni europee. L’ultima bomba l’ha tirata Sergio Chiamparino, sindaco di Torino e ministro-ombra per le Riforme. Ha detto che il Pd del Nord deve organizzarsi da solo e darsi un leader diverso da quello nazionale, decidendo in modo autonomo anche alleanze e programmi. Chiaro che il segretario di questo Pd nordista, espressione del partito nelle regioni che valgono il 55% del prodotto interno lordo italiano, conterebbe molto di più del leader del Pd di Roma. Chiamparino la chiama federazione, ma sembra piuttosto una secessione messa in atto di corsa per salvare il salvabile.

Sottovoce (ma manco poi tanto) sono sempre di più quelli che dicono che la creazione del Pd è stata un errore, e che sarebbe meglio tornare ai due partiti separati, Ds e Margherita, ognuno libero di prendere la sua strada. Come dire che Veltroni ha sbagliato tutto quello che poteva sbagliare. Soprattutto, il concetto che il partito democratico sia a un passo dalla morte ormai viene espresso a voce alta: la fine non è più un tabù, ma un’eventualità concreta. Massimo Cacciari dice che «o Veltroni sopravvive alle Europee e alle amministrative o si sfascia il Pd». Senza chiarire, per carità di patria, quale dei due eventi consideri più probabile. Gianni Vernetti, rutelliano ed ex sottosegretario agli Esteri, avverte i Ds: «Chi vuole i democratici nel Pse sappia che il Pd corre il rischio di concludere la propria esperienza». E anche sull’Unità ormai si può leggere che «la riedizione di uno scontro tra Veltroni e D’Alema segnerebbe la fine del partito».

Intanto il “sangue nuovo” che Veltroni aveva portato nel Pd per farne qualcosa di più forte della somma di due vecchi partiti non dà segno della propria esistenza, come la giovane deputata Maria Anna Madia. Oppure, come Irene Tinagli, economista di 33 anni specializzata a Pittsburgh, si fa notare perché lascia la direzione nazionale del Pd dicendosi «sconcertata» dalle scelte prese dal partito, iniziando dalle motivazioni con cui si è opposto al decreto Gelmini.

Se nel Pd ormai si lotta per la sopravvivenza, nella coalizione di centrodestra lo scontro riguarda chi deve comandare laddove si vince, ed è cosa ben diversa. Ma l’atmosfera è pesante lo stesso, e lo sarà sino alle elezioni europee, perché da qui ad allora la competizione vera sarà tra alleati. I sondaggi danno la Lega all’11 per cento sul territorio nazionale. Soprattutto, è il primo partito in Veneto ed è a un soffio dall’esserlo in Lombardia, dove tallona di poco il Pdl. Il Carroccio vola anche in Emilia-Romagna, con la differenza che qui toglie voti anche al Pd, mentre in Veneto e Lombardia li prende quasi tutti agli alleati di governo. La ragione è chiara: Berlusconi risente della crisi economica e degli ostacoli che l’esecutivo deve superare. Umberto Bossi, leader di un partito di lotta e di governo, riesce invece a sembrare “all’opposizione” anche quando guida una pattuglia di quattro ministri. La sua ascesa elettorale sarà un problema per Berlusconi, che dovrà concedere poltrone di primo livello all’alleato che cresce. Ma è anche uno schiaffo per Veltroni: se nelle regioni più ricche del Nord il Pd si riduce a fare il terzo partito, superato anche dalla Lega, vuol dire che l’ex sindaco di Roma non ha proprio idea di cosa chieda la parte più importante del Paese.

© Libero. Pubblicato il 23 novembre 2008.

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venerdì, novembre 21, 2008

Epifani torna sulla Terra

di Fausto Carioti

La crisi economica? Sarà molto più dura del previsto. Il grande sciopero generale del 12 dicembre? Si può anche non fare. No, non è Giulio Tremonti. Per un giorno (dies aureo signanda lapillo) è toccato a Guglielmo Epifani usare il linguaggio del realismo. È presto per dire se la lunga serie di toppe inanellate dal segretario della Cgil, culminate nella rottura con Cisl e Uil, lo abbia indotto a una svolta, oppure se si tratti dell’ennesimo tatticismo destinato a durare poche ore. Ma di sicuro Epifani ieri è apparso molto meno bellicoso e intransigente dei giorni precedenti. Disponibile al dialogo, verrebbe da dire se si trattasse di un’altra persona.

«Dalla ricognizione che stiamo facendo in queste ore esce una crisi ancora più pesante. Sta arrivando una valanga e c’è bisogno di un intervento di proporzioni molto forti», ha detto il sindacalista. Quanto al maxi-sciopero, ha assicurato che se il governo dovesse accogliere «il senso delle proposte» della Cgil, la sua confederazione sarebbe «pronta a riflettere» sulla protesta. Insomma, la Cgil sembra cambiare priorità: fino ad oggi, come hanno detto senza giri di parole i leader di Cisl e Uil, il sindacato di corso Italia si è preoccupato soprattutto di «fare politica», cioè di capitanare l’opposizione al governo Berlusconi. In nome della conservazione, si è spinto sino a dire no alla riforma «anti-fannulloni» della pubblica amministrazione disegnata da Renato Brunetta. Un provvedimento che promette tagli di stipendi e licenziamenti per i più lavativi tra dirigenti e dipendenti pubblici, visto di buon occhio dallo stesso Partito democratico che infatti, al Senato, non ha votato contro il decreto. Dunque tanta ideologia paleomarxista, quella per cui i lavoratori sono sfruttati per definizione e hanno sempre ragione, e molto poco buonsenso. Adesso, invece, il leader della Cgil sembra mettere da parte il conflitto con il governo e portare in primo piano la lotta alla crisi economica.

Dire che il risveglio di Epifani è tardivo è un grazioso eufemismo. L’economia manda segnali pessimi già da mesi e disastrosi ormai da diverse settimane. Confindustria dice che quella attuale sarà la recessione più lunga del dopoguerra e ipotizza un calo della ricchezza prodotta dal paese dello 0,4% nell’anno in corso e di un ulteriore 1% nel 2009. Le ultime previsioni parlano di un calo dei consumi destinato a durare almeno sino al 2010. Certo, va male dappertutto. Ma anche quando gli altri Paesi ricominceranno a crescere, ha avvertito la Confcommercio, «noi continueremo a barcamenarci con le variazioni decimali di Pil e consumi, come accade da venti anni a questa parte e in particolare dagli anni 2000». Ovvero da quando l’Italia ha dovuto rinunciare alle cosiddette “svalutazioni competitive”, con le quali per decenni si era deprezzata la lira rispetto alle altre monete e si erano rese più competitive le nostre esportazioni, rinunciando però a fare una politica industriale degna di questo nome. Il prezzo di quelle scelte lo paghiamo adesso.

Davanti allo sfascio attuale e a un orizzonte tanto tetro, i sindacati non ideologizzati hanno preso l’unica decisione sensata: sedersi a un tavolo e trovare in fretta un’intesa con il governo per rendere la macchina pubblica un po’ più efficiente e il suo costo un po’ meno gravoso per le famiglie e le imprese. Gli accordi per riformare la Pubblica amministrazione raggiunti dal ministro Renato Brunetta con Cisl e Uil, e respinti dalla Cgil, rientrano proprio in questa logica.

Ma Epifani non si è limitato a dire no. Si è anche messo a ballare sul Titanic, organizzando uno sciopero generale per metà dicembre allo scopo di bloccare il Paese. L’ultima cosa di cui ha bisogno un’economia in recessione. Tanto che la decisione della Cgil è stata accolta con grande freddezza anche dal Pd. Gli unici ad apprezzare sono stati quelli di Rifondazione comunista, ormai extraparlamentari a tutti gli effetti e accreditati dagli ultimi sondaggi solo dell’uno per cento delle intenzioni di voto. Alleati inquietanti, per il più grande sindacato italiano. Insomma, se solo volesse Epifani avrebbe mille buoni motivi per ripensare alle sue scelte recenti. Ma forse questo è chiedere troppo.

© Libero. Pubblicato il 21 novembre 2008.

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giovedì, novembre 20, 2008

C'è grossa crisi. Chiamiamo l'Onu

di Fausto Carioti

«C’è grossa crisi», diceva il santone in accappatoio bianco interpretato da Corrado Guzzanti. «C’è grande allarme e viva preoccupazione» hanno detto ieri i vertici dell’Associazione nazionale magistrati, il sindacato delle toghe. Anzi, l’hanno proprio scritto. E hanno inviato il loro grido di dolore all’unico indirizzo dove erano sicuri di essere presi sul serio: la sede delle Nazioni Unite.

Tutto vero. Luca Palamara e Giuseppe Cascini, presidente e segretario dell’Anm, ieri hanno segnalato il “caso Italia” al relatore speciale per i diritti umani dell’Onu, l’argentino Leandro Despouy, invitandolo a venire nel nostro Paese per controllare «quanto sta accadendo» tra governo e magistrati. Non è la prima volta. Nel 2002, ad esempio (premier Silvio Berlusconi, ministro della Giustizia Roberto Castelli), il predecessore di Despouy, il malese Param Cumaraswamy, compilò una relazione nella quale, come ricordato ieri con orgoglio dall’Anm, «definiva fondati i timori per l’indipendenza della magistratura determinati dagli attacchi ai giudici e pubblici ministeri». Nel 2004, e quindi sempre con Berlusconi a palazzo Chigi, fu lo stesso Despouy a inviare a Carlo Azeglio Ciampi, presidente della Repubblica, una lettera in cui sosteneva che le riforme proposte da Castelli rappresentavano «una preoccupante limitazione delle garanzie di indipendenza» dei magistrati.

Insomma, il meccanismo è semplice e collaudato: questi gridano che le aule giudiziarie sono diventate il bivacco dei manipoli di Cesare Previti, quelli sottoscrivono senza pensarci due volte. «Ho bisogno di voi non solo per difendervi, ma come esempio che uso come “faro” negli altri Paesi», disse tre anni fa Despouy a Roma, rivolgendosi durante un convegno ai magistrati italiani che protestavano contro la riforma Castelli. Nel caso qualcuno avesse ancora qualche dubbio, spiegò: «Sono qui con la speranza che la legge di riforma dell’ordinamento giudiziario non passi». L’Anm, infatti, sa benissimo come la pensa il dirigente Onu che ha chiamato in Italia. Il verdetto che costui darà dell’operato del governo è già scritto. Ma ci penseranno i giornali posti a difesa della democrazia aggredita da Angelino Alfano a tacere sulla contiguità tra questo signore e i capi dell’Anm, rivendendoci le sue critiche al governo come la clamorosa bocciatura emessa dalla più imparziale delle autorità.

Perché poi, se tutto questo accade, è perché l’Italia è rimasta l’ultimo paese civile in cui le Nazioni Unite sono ancora prese sul serio. Eppure basta leggere l’elenco degli stati che compongono la Commissione dell’Onu per i diritti umani - Cuba, Cina, Pakistan, Arabia Saudita... - per capire quale autorità morale possa avere l’organizzazione nel maneggiare certi argomenti. Proprio ieri, mentre i vertici dell’Anm invocavano l’avvento degli inviati del palazzo di vetro nella terra di noialtri indigeni, il ministro britannico per il Commercio, Gareth Thomas, ha chiesto l’avvio di una serie di ispezioni indipendenti per monitorare l’attività delle Nazioni Unite e assicurarsi che «il mezzo miliardo di dollari che il Regno Unito e gli altri paesi investono ogni anno» nell’Onu e nelle sue agenzie serva davvero a qualcosa.

Ma ai vertici dell’Anm il baraccone di Ban Ki-moon va benissimo così. Nel palazzo di vetro hanno qualche comprensibile ritrosia a trattare gli stupri di massa e i genocidi commessi dai peggiori tagliagole, ma quando si tratta di fare le pulci alle poche democrazie del pianeta diventano dei mostri d’efficienza. Arriveranno qui, faranno il loro lavoro seguendo le istruzioni del sindacato dei magistrati e se ne andranno lasciandoci il solito rapporto indignato nel quale l’Italia è descritta come la succursale corrotta del Burkina Faso. L’Anm sarà finalmente soddisfatta. Gli inviati dell’Onu pure, se non altro perché si saranno fatti il giro dei ristoranti romani a spese del contribuente globale. Intanto, da qualche parte nel mondo, sarà successo un nuovo genocidio dei tutsi, un qualche massacro tipo quello di Srebrenica, sarà stata aperta qualche nuova macelleria a cielo aperto, tipo quella già vista nel Darfur, o sarà scoppiato l’ennesimo scandalo sessuale per il comportamento dei caschi blu, come già visto in Congo e in Sudan. Fa niente, le emergenze sono altre. Forza Onu, abbasso Berlusconi.

© Libero. Pubblicato il 20 novembre 2008.

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mercoledì, novembre 19, 2008

Ma il problema di D'Alema non era la Forleo

di Fausto Carioti

Poi dicono che i grandi accordi non sono più possibili, che la politica è diventata una guerra tra bande e altre cattiverie del genere. Ma quando mai: 543 sì, 90 astenuti e appena 43 voti contrari. Con un consenso che più bipartisan non si può (appena il 6 per cento di voti contrari, manco nella Russia di Vladimir Putin) ieri il Parlamento di Strasburgo ha confermato l’immunità di Massimo D’Alema, finito nel mirino dei magistrati milanesi per il ruolo che avrebbe ricoperto nella fallita scalata della Unipol alla Bnl. Tutti d’accordo, tutti garantisti, tutti felici: festeggia il diretto interessato, brindano i suoi compagni di partito, alzano i calici gli amici italiani del centrodestra e anche i tanti europarlamentari di altri Paesi e di ogni parte politica che lo hanno difeso. Gran parte dei quali manco sa che faccia abbia D’Alema e tantomeno perché la procura di Milano ce l’avesse con lui. Ma sa benissimo che in questi casi votare per l’immunità del collega è come farsi un’assicurazione sul futuro. Perché ieri è toccato a lui, ma domani chissà.

Chi deve rassegnarsi, invece, è il giudice Clementina Forleo, che aveva chiesto al parlamento europeo di usare le registrazioni di due telefonate dell’ex ministro degli Esteri. Roba del luglio 2005, l’estate dei furbetti del quartierino. Nel primo colloquio D’Alema chiedeva notizie sull’operazione a Giovanni Consorte, presidente dell’Unipol, e lo esortava a tirare dritto: «Facci sognare!». Nel secondo raccontava a Consorte di una chiacchierata appena avuta con un esponente dell’Udc che possedeva un pacchetto di azioni Bnl ed era interessato ad un accordo “politico” con D’Alema. Niente di trascendentale, per carità: sia perché il mito della verginità dei post-comunisti era già morto e sepolto da qualche lustro, sia perché l’omino coi baffi sembrava sapere di essere intercettato e invitava il suo interlocutore a tenere a freno la lingua. Fatto sta che la Forleo contava di usare quel materiale per iscrivere D’Alema nel registro degli indagati e che il parlamento di Strasburgo ha appena detto che non si può. Fine, game over.

Chiuso il discorso della giustizia, resta però da fare i conti con la politica. Perché il pericolo vero, per D’Alema e i suoi, non è la Forleo, sulla cui richiesta il giudizio dell’europarlamento era scontato. Ma il leader del suo stesso partito, Walter Veltroni, che sta portando il Pd alla irrilevanza politica. Proprio ieri il caso ha voluto che l’ex sindaco di Roma presentasse la sua riforma della giustizia, ovviamente al servizio dei cittadini «e non di uno solo». Una riforma, va da sé, che non è «come quella che vorrebbe fare il governo». Del resto il migliore alleato di Veltroni rimane, malgrado tutto, Antonio Di Pietro. Ecco, appunto: che c’azzecca tutto questo con il fatto che poche ore prima, nel parlamento europeo, gli uomini del Pd hanno votato insieme a quelli di Silvio Berlusconi per confermare l’immunità di D’Alema dinanzi alle richieste dei magistrati? Che morale dovrebbero trarre, da questo episodio, i già disorientati elettori del centrosinistra? I quali alla loro superiorità etica ed antropologica, poveretti, credono sul serio. Non molto tempo fa Luca Ricolfi, nel suo libro “Perché siamo antipatici?”, pubblicò i risultati di un sondaggio dell’Osservatorio del Nord Ovest. Diceva che il 56 per cento degli «elettori di sinistra politicamente impegnati» si sente «moralmente superiore» rispetto al resto del mondo (nel centrodestra questa percentuale non arriva al 14 per cento). Vaglielo a spiegare.

Fosse solo la giustizia. Veltroni è quello che dice peste e corna della legge elettorale con le liste bloccate voluta dal centrodestra. Ma non si fa problemi a usarla per portare in parlamento ragazzotti che, se non ci fosse stata quella legge, Montecitorio l’avrebbero vista in televisione. È quello che annuncia la nascita di un partito nuovo per un modo nuovo di fare politica. Poi va a piangere al Quirinale perché è stato eletto presidente della Commissione di vigilanza Rai un uomo del suo partito, ma non imposto da lui, eppure votato anche da alcuni esponenti del Pd (poveri elettori, chissà cosa ci hanno capito). È sempre lui che prima lavora per un partito maggioritario e autosufficiente e poi finisce per dire sì a tutte le richieste dell’Italia dei Valori, per paura di ritrovarsi davvero solo (primo caso, nella politica italiana, di un cespuglio che detta la linea a un partito del trenta per cento). Veltroni è anche quello che va in televisione, alla trasmissione di Fabio Fazio, per dire che l’accordo con Di Pietro «è finito» e qualche giorno dopo, come se niente fosse, annuncia che appoggerà il candidato dell’Italia dei valori alla presidenza dell’Abruzzo. Basta, fermate il mondo, gli elettori del Pd vogliono scendere.

Risolta in scioltezza la grana giudiziaria, D’Alema avrebbe ora tutto il tempo e la libertà di occuparsi dei danni che Veltroni sta infliggendo al Pd. Ma bisognerà attendere le elezioni europee per vedere succedere qualcosa da quelle parti. È vero, come dicono speranzosi gli uomini di Veltroni, che da qui a giugno può succedere di tutto, anche uno scivolone del centrodestra. Ma è vero pure che, da qui ad allora, il Pd rischia di diventare un insieme di cocci impossibile da ricomporre. D’Alema, o chi per lui, avrà comunque il suo bel daffare. Auguri.

© Libero. Pubblicato il 19 novembre 2008.

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martedì, novembre 18, 2008

Il Ground zero della sinistra

di Fausto Carioti

Ministri di Romano Prodi che parlano male delle scelte di Romano Prodi. Presunti talenti della politica, portati alla ribalta da Walter Veltroni, che dicono peste e corna delle proposte del loro mentore. A ben guardare la casa delle libertà, quella vera, dove ognuno fa quello che gli pare, è il Partito democratico. L’ultima occasione è il nuovo libro di Francesco Delzio, top manager di Piaggio ed ex direttore dei Giovani di Confindustria. S’intitola "Politica ground zero", lo ha appena stampato Rubbettino e costa 12 euro.

Il precedente libro di Delzio, "Generazione Tuareg", fu un piccolo caso editoriale citato da tanti, a destra come a sinistra (più di tutti ne parlò Gianfranco Fini), ed è normale che su questo nuovo saggio ci siano parecchie aspettative. Che non restano deluse. La tesi di Delzio è che si rischia, tempo qualche decennio, un mondo senza politica, almeno «nella sua forma più celebrata, la Democrazia. Troppo costosa, troppo inefficiente, troppo autoreferenziale. È stato un bel gioco, ci siamo divertiti tutti in quelle seratone elettorali vissute al cardiopalma per un exit poll sbagliato o per uno 0,2% in più conquistato dal partito del cuore. Ma ora basta, siamo nel 2050, non è più tempo di fiction». Si può evitare questo futuro, sostiene Delzio, soprattutto grazie ai leader carismatici, liberi dai vecchi paraocchi ideologici e capaci di risvegliare la passione per la politica. Personaggi come il presidente eletto americano, Barack Obama, il gaullista francese Nicolas Sarkozy o il quarantenne David Cameron, leader dei conservatori britannici.

E in Italia? Ecco, qui viene il bello. Silvio Berlusconi ormai è un fuori quota, tanto da essere paragonato nel libro a Napoleone III “le petit”, imperatore di Francia: ambizioso, populista, amante dello spettacolo, edificatore della grande Parigi dei boulevard, realizzatore della rete ferroviaria francese e autore di riforme importanti per il credito e l’industria. Resta da capire cosa c’è a sinistra. Delzio fa parlare otto donne dei due schieramenti, impegnate nella politica. Manco a dirlo, le cose peggiori sui leader del centrosinistra arrivano dalle esponenti dell’opposizione.

Linda Lanzillotta, ad esempio, fu ministro degli Affari regionali nel governo Prodi. Ecco cosa dice del suo presidente del consiglio e del più importante dei ministri di quell’esecutivo: «È stato un grande errore di Prodi voler affidare tutta la linea di politica economica a tecnici, perché esercitando quel livello di responsabilità si compiono scelte politiche a tutto tondo. E, non a caso, le uscite pubbliche del ministro Padoa Schioppa non portavano consenso».

Seppellito il responsabile dell’Economia, tocca dare il colpo di grazia a Prodi. Il quale, per una scellerata coincidenza, nei giorni scorsi si è attribuito il merito di aver rimosso i rifiuti dalla Campania: «Napoli l’abbiamo pulita noi, Berlusconi l’ha solo lucidata». La Lanzillotta, però, ricorda una storia ben diversa. La storia di un esecutivo dove qualcuno voleva fare le cose, ma alla fine vincevano sempre quelli del “no”. «La sopravvivenza quotidiana del governo Prodi è prevalsa sulla possibilità di spiegare direttamente al Paese le riforme che non piacevano alla sinistra conservatrice», racconta la Lanzillotta a Delzio. «L’emergenza dei rifiuti in Campania, per esempio, è stata avviata a soluzione dal governo Berlusconi mettendo in atto il piano che era già stato elaborato da Bertolaso su incarico del nostro governo, ma che noi non abbiamo potuto realizzare a causa dell’opposizione di Pecoraro Scanio». E tanti saluti alla “politica del fare”.

Ce n’è anche per Veltroni. Alessia Mosca, classe 1975, ricercatrice dell’Arel, il centro studi fondato da Nino Andreatta, è stata prima nominata responsabile Welfare del Pd, quindi portata in Parlamento grazie al vituperato sistema elettorale delle liste bloccate. Il suo è uno dei volti nuovi che Veltroni ha voluto lanciare per rendere il partito, se non più giovane, almeno più giovanile. Commentando la proposta di Veltroni per assegnare ai precari un «salario minimo legale» di mille euro al mese (costo per il contribuente: 50 miliardi di euro), la Mosca lo massacra così: «Ero contraria alla proposta del salario minimo. Durante la campagna elettorale cercavo di non parlarne, perché credo non sia una proposta riformista, ma un provvedimento di facciata, che aiuta poco o nulla i precari e non favorisce lo sviluppo del mercato del lavoro. Non è flessibilità, non è sicurezza. Oggi qualcuno vorrebbe ri-presentarla come disegno di legge al Senato, come provvedimento-bandiera del partito: io sono contrarissima».

E va bene la libertà di pensiero e di mandato, ma non si è mai visto un partito fondato sull’anarchia e lo sputtanamento dei suoi leader vincere alcunché e produrre qualcosa di diverso dal disorientamento degli elettori. Il “ground zero” della politica, almeno nella sinistra italiana, si spiega soprattutto così.

© Libero. Pubblicato il 18 novembre 2008.

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lunedì, novembre 17, 2008

Solidarietà femminile interreligiosa

Lei si chiama Nagla Al-Imam. E' un'avvocatessa egiziana. Suggerisce ai giovani arabi di molestare sessualmente, in qualunque modo, ogni ragazza israeliana che incontrano. Come nuovo strumento di resistenza contro Israele. Dice anche che le ragazze israeliane importunate non hanno alcun diritto di reagire.

Ovviamente, Al-Arabiya l'ha intervistata. Questo, grazie al Middle east media research institute, è il testo sbobinato dell'intervista:
Interviewer: Egyptian lawyer Nagla Al-Imam has proposed that young Arab men should sexually harass Israeli girls wherever they may be and using any possible method, as a new means in the resistance against Israel.
[...]
Interviewer: We have with us the lawyer Nagla Al-Imam from Cairo. Welcome. What is the purpose of this proposal of yours?
Nagla Al-Imam: This is a form of resistance. In my opinion, they are fair game for all Arabs, and there is nothing wrong with...
Interviewer: On what grounds?
Nagla Al-Imam: First of all, they violate our rights, and they "rape" the land. Few things are as grave as the rape of land. In my view, this is a new form of resistance.
Interviewer: As a lawyer, don't you think this might expose Arab youth to punishment for violating laws against sexual harassment?
Nagla Al-Imam: Most Arab countries... With the exception of three or four Arab countries, which I don’t think allow Israeli women to enter anyway, most Arab countries do not have sexual harassment laws. Therefore, if [Arab women] are fair game for Arab men, there is nothing wrong with Israeli women being fair game as well.
Interviewer: Does this also include rape?
Nagla Al-Imam: No. Sexual harassment... In my view, the [Israeli women] do not have any right to respond. The resistance fighters would not initiate such a thing, because their moral values are much loftier than that. However if such a thing did happen to them, the [Israeli women] have no right to make any demands, because this would put us on equal terms – leave the land so we won't rape you. These two things are equal. [...]
I don’t want young Arab men to be interrogated. I want these Zionist girls with Israeli citizenship to be expelled from our Arab countries. This is a form of resistance, and a way of rejecting their presence.
Bontà sua, l'avvocatessa si limita a invocare per le donne israeliane le molestie sessuali. Non lo stupro. E poi dicono che il mondo islamico non si sta evolvendo. Il video dell'intervista è qui.

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domenica, novembre 16, 2008

Perché Bush è meglio di Tremonti

Lo so che non va di moda citare George W. Bush. Nemmeno tra i repubblicani americani. Figuriamoci tra noialtri conservatorotti italiani. Però, quando il presidente americano uscente dice che
History has shown that the greater threat to economic prosperity is not too little government involvement in the market, it is too much government involvement in the market. We saw this in the case of Fannie Mae and Freddie Mac.

Because these firms were chartered by the U.S. Congress, many believed they were backed by the full faith and credit of the U. S. government. Investors put huge amounts of money into Fannie and Freddie, which they used to build up irresponsibly large portfolios of mortgage-backed securities. When the housing market declined, these securities, of course, plummeted in value. It took a taxpayer-funded rescue to keep Fannie and Freddie from collapsing in a way that would have devastated the global financial system. There is a clear lesson: Our aim should not be more government -- it should be smarter government.
dice la sacrosanta verità. Sia nella diagnosi, sia nella terapia. Qui il testo integrale del suo discorso.

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venerdì, novembre 14, 2008

A un passo dalla crisi diplomatica con gli Usa

di Fausto Carioti

Viene quasi da ridere a scriverla, per quanto appare paradossale. Ma siccome è la verità, tanto vale dire le cose come stanno. Silvio Berlusconi, in politica estera, in questi pochi mesi di governo è riuscito a fare quello che Palmiro Togliatti e i suoi successori alla guida del Pci hanno tentato, senza successo, per mezzo secolo: portare l’Italia nella sfera d’influenza del Cremlino e allontanarla dall’orbita americana. Oggi siamo il Paese occidentale più vicino alla Russia. Che non sarà più il cuore dell’Unione sovietica. Ma resta governata dai figli del Kgb, il servizio segreto del partito comunista. Questo, comunque, sarebbe il meno. La Russia, in fin dei conti, sembra quasi una democrazia e soprattutto ci vende il gas, senza il quale passeremmo l’inverno al freddo e a luci spente. I motivi per un buon matrimonio di convenienza, insomma, ci sarebbero pure. Il problema vero è l’altro: gli Stati Uniti d’America. Perché, se non si fosse ancora capito, siamo a un passo dalla crisi diplomatica con Washington.

Se la situazione non è precipitata è perché George W. Bush è in scadenza di mandato e il suo successore, il democratico Barack Obama, aspetta di essere insediato - accadrà il 20 gennaio - per dare la linea all’America e ai suoi alleati. Ma le cose dette mercoledì a Smirne da Berlusconi hanno lasciato il segno. Le parole con cui si è schierato senza il minimo indugio al fianco della Russia «provocata» dall’installazione dello scudo antimissile americano in Polonia e Repubblica Ceca, dal riconoscimento del Kosovo e dal possibile ingresso di Ucraina e Georgia nella Nato, sono state conservate e messe da parte sia dagli analisti dello staff di Bush sia da quelli di Obama. I primi perché le «provocazioni» che secondo Berlusconi avrebbe subito la Russia sono, assieme alla guerra in Iraq (che se fosse stato per il Cavaliere non si sarebbe mai fatta) e a quella in Afghanistan, i pilastri della politica estera del presidente uscente. Del quale, a questo punto, l’“amico” Silvio non sembra salvare quasi nulla. La correzione sullo scudo antimissile fatta ieri da Berlusconi, il quale ha detto che «gli Usa hanno il diritto di difendersi da quella che ritengono una minaccia alla loro sicurezza», raddrizza un po’ la direzione, ma non cambia i termini della vicenda.

Gli uomini di Obama, invece, hanno avuto buoni motivi per sospettare che Palazzo Chigi e il Cremlino giochino di sponda. Poco prima di Berlusconi aveva parlato l’ambasciatore russo presso la Ue, Vladimir Chizhov, ribadendo che, se Obama avesse confermato lo scudo, Mosca avrebbe piazzato i missili Iskander a Kaliningrad: una enclave russa sul Baltico, tra Polonia e Lituania, da dove le testate russe terrebbero sotto tiro l’intera Polonia. L’ambasciatore di Putin, nel lanciare questa minaccia, ha detto a Obama che il sostegno per lo scudo americano in Europa è «tiepido», per non dire freddo. Le parole di Berlusconi hanno confermato al nuovo presidente americano che è proprio così.

Niente di strano, insomma, che, mentre Washington preferisce non commentare, ieri dal Cremlino sia arrivato un messaggio di ringraziamento: «Le dichiarazioni di Silvio Berlusconi sono accolte dalla Russia come passo verso una valutazione adeguata dell’attuale situazione». Di questi tempi, infatti, accadono cose ancora più impensabili. Come sentire il responsabile del “dipartimento della Pace” di Rifondazione Comunista, Alfio Nicotra, dire che «il cambio di posizione del governo italiano sullo scudo antimissile è una buona notizia». Apprezzamenti che potrebbero dare al presidente del Consiglio qualche spunto di riflessione.

Berlusconi - lo ha ribadito anche ieri - è un perenne nostalgico di quello che chiama «lo spirito di Pratica di mare»: nel 2002, al vertice che si tenne alle porte di Roma, riuscì a mediare con successo tra Putin e Bush e ad avviare il dialogo tra i due. Oggi che l’atmosfera ricorda quella della Guerra Fredda, non passa giorno che non invochi il ritorno a quel tempo. Magari tra un anno si scoprirà che faceva bene ad essere fiducioso. Ma al momento gli Stati Uniti ritengono del tutto improponibile una politica nei confronti della Russia simile a quella di sei anni fa, e giudicano fuori dal tempo i tentativi italiani di barcamenarsi tra le due potenze.

Attorno al Mar Caspio, ad esempio, si sta giocando una delle partite più importanti e l’Italia, secondo Washington, indossa la maglia sbagliata. Dalle sponde del Caspio parte il gasdotto che da Baku, in Azerbaigian, passa per Tbilisi, in Georgia, e arriva a Erzurum, in Turchia, dove dovrebbe collegarsi con la conduttura Nabucco, per ora esistente solo sulla carta, e portare così in Europa il gas di Azerbaigian, Turkmenistan e Kazakistan. Tutto questo - qui è il senso politico dell’operazione, sponsorizzata dal dipartimento di Stato americano - tagliando fuori la Russia. Mosca, infatti, non l’ha presa bene. Da un lato, assieme all’Eni, il Cremlino ha promosso un progetto alternativo, il gasdotto South Stream, che farà arrivare in Europa il gas della società pubblica Gazprom, legata a triplo filo con Putin. Dall’altro, ad agosto, la Russia ha spedito i suoi carri armati in Georgia. I motivi ufficiali erano altri, s’intende, ma è difficile non vedere nei cingolati russi anche un messaggio - molto efficace - volto a dissuadere chiunque abbia voglia di investire sull’infrastruttura rivale. Sia il gasdotto South Stream sia l’intervento militare russo in Georgia hanno avuto la benedizione di Berlusconi e sono stati condannati dalla Casa Bianca, che vuole impedire a Putin, come ha scritto poche settimane fa il Financial Times, di «soggiogare l’Europa attraverso l’energia».

Se il premier si è schierato in modo così deciso, è probabile che qualcuno lo abbia convinto che l’amministrazione Obama intenda fare marcia indietro su molte delle scelte di Bush. Se ciò avvenisse anche nei confronti della Russia, Berlusconi potrebbe dire, a buon diritto, di aver portato il nuovo presidente americano sulle sue posizioni. Ma è ingenuo pensare che Obama voglia cancellare tutta la politica estera statunitense degli ultimi otto anni. Molte delle scelte fatte da Bush, infatti, sono state dettate dagli obbiettivi storici di Washington, dalle alleanze tradizionali e dalle esigenze di approvvigionamento energetico. Tutte cose che non cambieranno con il passaggio dell’amministrazione nelle mani di Obama. Ed è difficile credere che il prossimo presidente americano intenda lasciare spazio libero al nuovo espansionismo russo.

© Libero. Pubblicato il 14 novembre 2008.

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giovedì, novembre 13, 2008

L'autunno della Mortadella

di Fausto Carioti

Ma chi glielo ha fatto fare? Perché i suoi amici non gliel’hanno impedito? E la signora Flavia, come mai non gli ha detto nulla, che le brave mogli dovrebbero servire proprio a evitare ai mariti certe figuracce senili e rancorose? I fratelli, che ne ha un’intera squadra di calcio, perché non gli hanno spiegato, in tono gentile e con caute perifrasi, che così diventa ridicolo? Insomma, Romano Prodi domenica sera torna a mostrare il suo faccione in televisione (Raitre, “Report”, ore 21.30: i masochisti prendano appunti) e la sua rentrée ha già il sapore di una tragedia umanitaria.

È un classico caso da manuale di psichiatria geriatrica. Lui è andato in pensione, il lavoro e il potere gli mancano, nessuno lo cerca più, i colleghi di un tempo lo hanno dimenticato, i leccaculo che lo circondavano si dedicano ad altre terga. Sic transit gloria mundi. Poi vede che quello che ha preso il suo posto a palazzo Chigi, il nemico di sempre, tira dritto come un treno e macina consensi. E il livore cresce, e si mischia alla frustrazione. Per carità, è molto umano che uno che ha perso così tanto in così poco tempo serbi rancore, e si consoli imbellettando i suoi ricordi. Ma lo status di ex presidente del consiglio e il ruolo che ha avuto per il centrosinistra italiano gli imporrebbero più contegno di quello richiesto a un comune mortale. Rosichi da impazzire? Pazienza, tienitelo per te. Se proprio vuoi parlare a tutti, fallo per atteggiarti a padre nobile del pensiero progressista. Gli argomenti non mancano: ci sono le grandi riforme istituzionali. Il federalismo fiscale. Barack Obama. Il Medio Oriente. Le energie del futuro. Ma l’immondizia, sant’iddio, quella no.

E invece, pover’uomo, ecco cosa si è ridotto a dire nell’intervista registrata da Report: «Berlusconi dice che in 58 giorni ha sgombrato Napoli? Non lo avrebbe mai potuto fare se non fosse stata pulita quasi per la totalità. Si può dire che noi l’abbiamo pulita, lui l’ha lucidata». Capito? Il merito è tutto suo, di Prodi. E chissà come se lo spiega, il fatto che non se ne sia accorto nessuno. Ma proprio nessuno-nessuno. Non i giornali americani, tipo Newsweek, che hanno dato il merito a Silvio Berlusconi. Non i napoletani, che alle elezioni hanno preso a cozze in faccia i candidati del centrosinistra. E men che meno quelli del suo ex partito, il Pd, che hanno fatto una televisione, la veltroniana Youdem, apposta per convincere gli italiani (i cinque o sei che la guardano, quantomeno) che Napoli è rimasta una pattumiera, insomma non è mai stata liberata dai rifiuti da Berlusconi, figuriamoci da Prodi. Altro che «pulita e lucidata». Ecco, se solo si mettessero d’accordo prima, sulla versione da dare, forse risulterebbero un po’ più credibili tutti quanti.

E l’esercito in Campania? Anche qui, manco a dirlo, è lui che dobbiamo ringraziare. «Lo abbiamo mandato noi, ha lavorato sotto il mio governo, ha lavorato bene», giura Romano. Vagli a spiegare che Guido Bertolaso, capo della Protezione civile, ha appena raccontato tutta un’altra storia: «Durante il governo Prodi mi rivolsi al capo di Stato maggiore della Difesa, l’allora ammiraglio Giampaolo Di Paola, mio amico e personaggio di grandissima levatura. Proprio nel momento più difficile del mio lavoro, gli chiesi se potevo avvalermi dell’esercito per rimuovere la spazzatura e predisporre il sito di Valle della Masseria, dando un colpo d’ala importante al lavoro che stavo facendo. Giampaolo mi rispose: “Guido, i soldati non possono fare gli spazzini”».

Persino Antonio Bassolino, uomo di sinistra e governatore della Campania, ha detto che ai tempi di Prodi i soldati se li sognava: «Allora certi strumenti, penso all’utilizzo dell’esercito, non potevano essere messi in campo. Quella di Prodi era una maggioranza troppo eterogenea, contraddittoria. Le soluzioni le avevamo prospettate anche allora, solo che non potevamo esercitare i nostri poteri per i continui veti che alcuni rappresentanti dell’allora coalizione ci imponevano». Insomma, magari Prodi, nel suo piccolo, voleva pure. Ma non poteva, perché i suoi alleati non glielo permettevano. C’è voluto il decreto varato a maggio dal governo Berlusconi, che ha trasformato le discariche e i termovalorizzatori in «zone militari di interesse strategico nazionale», per rendere visibile ed efficace la presenza dei ragazzi in divisa.

Ma tutto questo Prodi non lo sa. O finge di non saperlo. Forse, chissà, finge pure con se stesso. Viene quasi da commuoversi, a vederlo ridotto così. Quasi.

© Libero. Pubblicato il 13 novembre 2008.

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mercoledì, novembre 12, 2008

Il prezzo da pagare per non aver ucciso l'Udc

di Fausto Carioti

In politica l’efficacia è tutto. Una delle poche regole dell’ambiente dice che, se non puoi ammazzare chi ti leva i voti, almeno prova a fartelo amico. Silvio Berlusconi a fare fuori l’Udc ci ha provato sul serio. Ci è anche andato molto vicino. Ma non ci è riuscito. Il progetto di cambiare la legge elettorale per le Europee, che introduceva una soglia di sbarramento al 5%, doveva servire proprio a spedire al parlamento di Strasburgo solo il Pdl e il Pd, e tutt’al più la Lega e l’Italia dei valori. Per il partito di Pier Ferdinando Casini sarebbe stata la mazzata finale. Inesistente al Senato, ininfluente alla Camera, se l’Unione di centro fosse stata estromessa pure dal parlamento europeo sarebbe diventata un partito-fantasma, tipo Rifondazione Comunista. Ma il presidente del consiglio aveva sopravvalutato la tenuta di Veltroni e dei suoi. Ai quali una simile legge elettorale sarebbe andata benissimo, ma non volevano metterci la faccia sopra. E siccome Berlusconi non aveva alcuna voglia di fare il lavoro “sporco” anche per loro, è finita che non se ne fa niente. In altre parole, l’Udc è salva. Non gode di ottima salute, ma le elezioni provinciali di Trento, dove assieme al Pd ha appena sconfitto il centrodestra, dimostrano che ha ancora qualcosa da dire. A questo punto, se Berlusconi vuole seguire la regola, deve provare a (ri) farseli amici.

Non sarà cosa facile. Intanto perché, se ai parlamentari di Forza Italia fai il nome di Casini, la mano di costoro corre subito alla fondina. Lo stesso Berlusconi ricorda ancora come un incubo gli anni di governo trascorsi con l’Udc impegnata a cuocerlo a fuoco lento, ed è convinto (ed è difficile dargli torto) che, se il suo esecutivo attuale sta combinando qualcosa, è proprio perché non ha chi gli mette i bastoni tra le ruote un giorno sì e l’altro pure. Certi rancori in politica contano, ma la storia insegna che ci si può chiudere un occhio sopra: il carteggio degli insulti tra Umberto Bossi e Berlusconi è lì a dimostrarlo. I sondaggi, del resto, non saranno sempre smaglianti come adesso, e verrà il momento in cui un alleato in più, almeno nelle elezioni locali, sarà decisivo. Già oggi, l’impressione è che il Pdl riesca a vincere quasi ovunque se Pd e Udc corrono separati, ma soffra parecchio, e rischi batoste tipo quella di Trento, se si presentano insieme. Le occasioni per replicare l’esperimento dello scorso fine settimana all’Udc non mancheranno. Prima dell’estate milioni di italiani saranno chiamati alle urne per rinnovare molte amministrazioni locali. L’Udc è per la politica delle mani libere: sceglie di volta in volta con chi allearsi, a seconda delle amicizie e di come gira il vento. In Abruzzo, dove il 30 novembre si vota per la Regione, correrà da sola, lontana dal candidato che Antonio Di Pietro ha imposto al Pd. A Bologna, Casini appoggerà invece il ritorno a sindaco di Giorgio Guazzaloca, assieme al Pdl.

Al momento, con Veltroni alla guida del Pd, l’ipotesi di un’alleanza stabile con l’Udc è remota. Ma il pendolo del potere, dentro al Partito democratico, ha già iniziato a oscillare, e punta dritto verso Massimo D’Alema e i suoi. I quali puntano proprio ad allargare il giro delle alleanze, includendo per prima l’Udc. I rapporti tra D’Alema e i casiniani sono già ottimi. Alla festa dell’Udc, la scorsa estate, l’omino coi baffi fu quasi portato in trionfo. Se l’asse tra Pdl e Pd per cambiare la legge elettorale delle europee non ha retto, parte del merito (o della colpa) va proprio a D’Alema. Del resto la legge elettorale che piace a lui, basata sul modello proporzionale tedesco corretto con una soglia di sbarramento attorno al 3% e il voto di preferenza, è la stessa che vuole l’Udc. Ed è sempre D’Alema quello che, come Casini, va in giro a dire che le elezioni si vincono conquistando gli elettori moderati.

Insomma, tutto lascia pensare che Berlusconi, nel momento stesso in cui ha rinunciato ad affossare l’Udc, si sia condannato a trattare con Casini, se non altro per sottrarlo all’orbita del Pd. Potrebbe persino essere un’esperienza meno spiacevole del previsto. Avranno tanti difetti, gli ex diccì, ma un tavolo attorno al quale discutere non lo negano a nessuno. Soprattutto, sono molto pragmatici. E oggi, tra Berlusconi e il Pd, non c’è dubbio che sia il presidente del consiglio quello che offre le maggiori garanzie. Coraggio, Cavaliere. In fondo, se l’è cercata lei.

© Libero. Pubblicato il 12 novembre 2008.

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sabato, novembre 08, 2008

Il gusto democratico per la miseria genuina

Lo scienziato Roberto Defez, su Left Wing, fa doverosamente a pezzetti le balle che Vandana Shiva ha appena raccontato al salone del gusto di Torino, e che il servizietto pubblico d'informazione, tramite l'immancabile Tg3, ha provveduto a rilanciare in tutte le case. Avete presente la storia per cui «semi sterili ogm hanno causato in questi anni centomila suicidi tra i contadini indiani»? Ecco, quella roba lì. Una storia che non sta proprio in piedi. Dimenticavo: Vandana Shiva era uno dei "docenti" invitati alla scuola estiva del Pd. Defez, scienziato serio appartenente alla sinistra moderna, ovviamente no. Ma quant'è evoluto questo Pd.

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venerdì, novembre 07, 2008

Il nero Veltroni

di Fausto Carioti

«I care. We can. They win». Difficile trovare per Walter Veltroni una sintesi migliore di quella che Edmondo Berselli gli ha dedicato nel suo ultimo libro. «I care» è lo slogan che Veltroni scelse nel 2000 per il congresso torinese dei Ds. Ideato oltre mezzo secolo fa dai movimenti “impegnati” americani, era già stato adottato da don Lorenzo Milani, anch’egli, a sua volta, oggetto dei plagi veltroniani. «We can», come sanno anche i sassi, è il grido di battaglia che ha portato Barack Obama a essere eletto presidente degli Stati Uniti: Veltroni s’è fregato pure questo. «They win», infine, è l’esito spietato di tutti questi scimmiottamenti: perché poi, anche nel mondo a tinte pastello di Walter, alla fine sono sempre gli altri che vincono.

Persino questa storia dal finale triste, però, ha il suo lato divertente: come il coyote dei cartoni animati, Veltroni non si arrende mai, ogni puntata ha un nuovo entusiasmo che lo spinge a tirare avanti. Adesso è diventato il primo degli “obamaniacs”. Ha vinto Barack, e quindi, per Walter, è come se avesse vinto lui. Non scherza, fa sul serio: «Obama è uno di noi. Il leader di un grande movimento politico e civile che è il pensiero democratico», ha detto Veltroni a Repubblica. In compenso uno che scherza davvero, come Silvio Berlusconi, il quale ieri ha definito «bello, giovane e abbronzato» il nuovo presidente americano, viene preso drammaticamente sul serio e fatto oggetto dei prevedibilissimi attacchi del Pd per aver alluso al colore della pelle di Barack. Passati i festeggiamenti per Obama e terminate le urla d’indignazione per il politicamente scorretto Berlusconi, qualcuno, con il dovuto tatto, dovrà mettere sulla scrivania di Veltroni l’elenco dei leader del «pensiero democratico» (qualunque cosa esso sia) che hanno fatto a pezzi la sinistra italiana. Dal precedente innamoramento di Walter, John Fitzgerald Kennedy, che all’inizio degli anni Sessanta avviò l’escalation militare americana in Vietnam, sino a Bill Clinton, l’uomo che spedì i bombardieri dell’Alleanza atlantica in Kosovo.

Adesso, per esempio, Veltroni è in brodo di giuggiole perché finalmente gli Stati Uniti hanno un presidente più incline al multilateralismo. Cioè uno che ritiene importanti le Nazioni Unite, gli altri organismi internazionali e i Paesi alleati. Bello, no? In teoria, sì. In pratica, dipende. Perché l’Unione europea, l’Italia e gli altri Paesi avranno un po’ più voce in capitolo. Ma dovranno meritarselo. Obama lo ha già messo nero su bianco. Nella lista delle cose da fare che ha preparato assieme al futuro vicepresidente, Joe Biden, ha scritto: «Le alleanze tradizionali dell’America, come la Nato, devono essere trasformate e rafforzate, anche su materie di sicurezza comune come l’Afghanistan, la sicurezza nazionale e la lotta al terrorismo. Rinnoveremo le alleanze e ci assicureremo che i nostri alleati contribuiscano con una giusta quota alla nostra sicurezza reciproca». Se non fosse chiaro, vuol dire che Obama chiederà a noi e agli altri Paesi di fare di più. Cioè di mandare più soldati e più mezzi e di usarli per operazioni più pericolose. Iniziando da Kabul.

Domanda: Veltroni e il suo partito sono pronti per tutto questo? Ma figuriamoci. L’ultima volta che si è parlato di Afghanistan in Parlamento è stato a fine settembre. Il governo aveva appena annunciato l’invio di quattro aerei militari Tornado, per usarli in compiti di semplice osservazione. Tanto è bastato al Pd per insorgere. Proprio perché conosce i suoi alleati, Obama non esclude di fare di testa sua. «Nessun presidente deve mai esitare a usare la forza - unilateralmente, se necessario - per proteggere l’America e i nostri interessi vitali quando siamo attaccati o oggetto di minacce imminenti», si legge nel suo programma. Parole da tenere a mente quando il successore di George W. Bush prenderà in mano il dossier del nucleare iraniano, che ha già detto di voler affrontare in modo «aggressivo». Insomma, ci sarà da divertirsi. Non a caso il comico Michael Moore, che conosce Obama un po’ meglio di Veltroni, lo ha paragonato a un «falco conservatore».

Ma Veltroni ormai non lo ferma più nessuno. Il suo è un entusiasmo facile come una canzone di Jovanotti e leggero come Piero Fassino. «Berlusconi blocca gli accordi di Kyoto mentre Obama punta sull’ambiente come fattore di crescita», dice Walter. Bravo. Peccato si sia scordato di aggiungere che il suo idolo può permettersi certi lussi perché il 19 per cento dell’energia americana è generato da 104 reattori nucleari, che producono elettricità a buon mercato e senza immettere “gas serra” nell’aria. Tanto che il nuovo presidente non ha alcuna intenzione di spegnerli. Anzi: già parla di «espandere l’energia nucleare» quando avrà trovato un modo più sicuro per tenere le scorie radioattive lontane dai terroristi. Per il resto, più energia eolica e più pannelli solari, certo. Ma soprattutto più carbone pulito: Obama ha in agenda la costruzione di cinque centrali a carbone con nuove tecnologie per catturare l’anidride carbonica. Anche qui, Veltroni è pronto a seguire il suo modello? Macché. L’ultima volta che il Pd si è trovato davanti alla proposta di costruire una centrale a carbone pulito è stato a Reggio Calabria, venti giorni fa. La giunta regionale, guidata dall’esponente del Pd Agazio Loiero, ha detto: «No, we can’t», quella centrale non si può fare. L’America è lontana. E tanti saluti a Obama.

© Libero. Pubblicato il 7 novembre 2008.

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giovedì, novembre 06, 2008

Il verde Obama

"Rinnovabili e meno petrolio. Con Obama gli Usa si scoprono verdi". Capito? Mandi un democratico alla casa Bianca e il mondo inizia ad andare ad energia solare. A leggere certe bischerate, sembra che il nuovo presidente americano sia un allievo di Alfonso Pecoraro Scanio. Dettaglio: la lotta di Barack Obama ai gas serra passa per l'energia nucleare e il carbone.

Qui trovate il documento sull'energia del nuovo presidente statunitense. Al di là degli slogan, cosa dice? Ad esempio che a rinunciare al nucleare manco ci pensa, e che appena saranno introdotte norme più severe (dal punto di vista della sicurezza anti-terrorismo, più che di quella ambientale), si potrà addirittura aumentare l'apporto dell'energia atomica al fabbisogno americano («expansion of nuclear power»: servono traduzioni?).
«Nuclear power represents more than 70 percent of our noncarbon generated electricity. It is unlikely that we can meet our aggressive climate goals if we eliminate nuclear power as an option. However, before an expansion of nuclear power is considered, key issues must be addressed including: security of nuclear fuel and waste, waste storage, and proliferation. Barack Obama introduced legislation in the U.S. Senate to establish guidelines for tracking, controlling and accounting for spent fuel at nuclear power plants. To prevent international nuclear material from falling into terrorist hands abroad, Obama worked closely with Sen. Dick Lugar (R‐IN) to strengthen international efforts to identify and stop the smuggling of weapons of mass destruction. As president, Obama will make safeguarding nuclear material both abroad and in the U.S. a top anti‐terrorism priority. In terms of waste storage, Barack Obama and Joe Biden do not believe that Yucca Mountain is a suitable site. They will lead federal efforts to look for safe, long‐term disposal solutions based on objective, scientific analysis. In the meantime, they will develop requirements to ensure that the waste stored at current reactor sites is contained using the most advanced dry‐cask storage technology available».
E il resto del fabbisogno energetico a stelle e strisce? Sì, certo, pale eoliche e fotovoltaico. Ma anche, soprattutto, tanto carbone (quello contro il quale in Italia si formano i comitati di cittadini ecosensibili).
Carbon capture and storage technologies hold enormous potential to reduce our greenhouse gas emissions as we power our economy with domestically produced and secure energy. As a U.S. Senator, Obama has worked tirelessly to ensure that clean coal technology becomes commercialized. An Obama administration will provide incentives to accelerate private sector investment in commercial scale zero‐carbon coal facilities. In order to maximize the speed with which we advance this critical technology, Barack Obama and Joe Biden will instruct DOE to enter into public private partnerships to develop 5 “first‐of‐a‐kind” commercial scale coal‐fired plants with carbon capture and sequestration.
Insomma, quando parla di "clean and secure energy", Obama pensa innanzitutto, ancora, al carbone e all'atomo. Ma questo, qui in Italia, non ce lo dice nessuno. Nell'articolo di Repubblica, di carbone si parla due volte, di striscio, in maniera imbarazzata. Soprattutto, la parola "nucleare" è assolutamente assente. Chissà perché.

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mercoledì, novembre 05, 2008

Another Planet

Visto da Roma, sembra un racconto di fantascienza. Ma è tutto vero. La democrazia americana è anche questo, soprattutto questo.

Questo è John McCain che, appreso il verdetto delle urne, zittisce i suoi fan che fischiano e attaccano Barack Obama e dice di lui: «Era il mio rivale, adesso è il mio presidente». Meraviglioso.



Questo, invece, è il discorso con cui George W. Bush ha reso onore al vincitore. Un assaggino, tanto per capire la differenza con i Walter Veltroni e i Silvio Berlusconi de noantri:
«No matter how they cast their ballots, all Americans can be proud of the history that was made yesterday. Across the country, citizens voted in large numbers. They showed a watching world the vitality of America's democracy, and the strides we have made toward a more perfect union. They chose a President whose journey represents a triumph of the American story -- a testament to hard work, optimism, and faith in the enduring promise of our nation».
Quanto al mio personalissimo parere su Obama, l'ho scritto qui qualche mese fa, e lo ri-sottoscrivo in pieno.

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martedì, novembre 04, 2008

Lezione americana

di Fausto Carioti

Oggi, martedì 4 novembre 2008, a poche ore dal voto per la presidenza degli Stati Uniti, 59 milioni di italiani, bambini inclusi, sanno che il candidato democratico, Barack Obama, è accreditato di un vantaggio tra i 7 e gli 11 punti percentuali. Chi vuole andare più a fondo, e capire cosa accadrà nei sei-sette Stati in cui si deciderà la partita, deve solo scegliere se leggere su Internet i sondaggi Rasmussen o quelli di Mason-Dixon. Certo, anche oltreoceano i sondaggi spesso sbagliano di brutto, e molti istituti mostrano la tendenza a privilegiare uno dei candidati. Ma nessuno pensa che tutto ciò sia antidemocratico.

In compenso oggi, martedì 4 novembre 2008, gli elettori italiani non sono liberi di sapere quanti, tra loro, intendono votare per il Popolo della libertà o per il Partito democratico. E guai a chi glielo dice. È proibito persino scrivere quali erano gli orientamenti degli elettori tre mesi fa, o l’anno scorso. Lo stabilisce la legge con cui, nel 2000, fu introdotta la par condicio: «Nei quindici giorni precedenti la data delle votazioni è vietato rendere pubblici o, comunque, diffondere i risultati di sondaggi demoscopici sull’esito delle elezioni e sugli orientamenti politici e di voto degli elettori, anche se tali sondaggi sono stati effettuati in un periodo precedente a quello del divieto».

Non c’è nessuna elezione nazionale in vista nelle prossime due settimane? Vero, ma non importa. Per vietare la diffusione di un qualunque sondaggio in ogni angolo d’Italia basta che, da qualche parte nella penisola, qualcuno si prepari a votare. E il 9 novembre si vota per eleggere il consiglio provinciale e il presidente della Provincia di Trento. Si fosse votato per scegliere il sindaco di Ariccia, in base alla legge sarebbe stato lo stesso: fino a domenica niente sondaggi sugli orientamenti di voto nazionali, in nessuna parte d’Italia. Subito dopo, ci sarà una settimana di libera informazione. Non di più, perché il 15 novembre si ricomincia con il silenzio stampa: a fine mese sono chiamati alle urne gli elettori abruzzesi.

Riassumendo. Negli Stati Uniti chi entra nel seggio per eleggere l’uomo più potente del pianeta ha mille modi diversi per sapere da che parte sta pendendo la bilancia politica, e quindi regolarsi di conseguenza. In Italia vige il criterio opposto: una piccola elezione locale è motivo sufficiente per tenere nell’ignoranza l’intero Paese.

Gli Stati Uniti non sono un’eccezione “iper-liberista”. Il principio della massima libertà d’informazione caratterizza, ad esempio, anche l’iper-regolamentata Francia. Durante le ultime elezioni presidenziali, non solo i francesi ebbero sondaggi aggiornati sino alla vigilia del voto, ma poterono entrare ai seggi conoscendo già l’esito delle prime proiezioni, che davano Nicolas Sarkozy, futuro vincitore, in vantaggio di 6 punti.

La morale del raffronto è molto semplice. Primo: la legge italiana sulla par condicio, fatta apposta per tenere gli elettori nell’ignoranza, è agli antipodi di quelle adottate nelle maggiori democrazie. In parole povere è una schifezza. Il centrodestra ha quattro anni di tempo per cambiarla, e si spera che lo faccia, qualunque cosa ne pensino l’opposizione e il Quirinale. Secondo: i filoamericani di sinistra tipo Walter Veltroni, che difendono questa legge e intanto indicano la democrazia a stelle e strisce come modello, o sono campioni di doppiezza o ignorano le cose per cui smaniano. Il risultato è comunque ridicolo.

© Libero. Pubblicato il 4 novembre 2008.

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domenica, novembre 02, 2008

Aspettando i servizi segreti deviati

di Fausto Carioti

La sinistra ha un gran bisogno di trame eversive e squadristi di Stato, ed è convinta di averli trovati. La Roma delle manifestazioni studentesche è diventata la Genova del G8, piazza Navona è stata trasformata nella nuova caserma Diaz. Anche il linguaggio degli orfani del Pci è tornato ad essere quello dei tempi migliori: sono già stati evocati i celerini infiltrati e l’eversione nera. Mancano solo i servizi segreti deviati, ma presto spunteranno pure loro, nascosti dietro la fontana del Bernini. I tempi cambiano, i nomi dei partiti pure, ma da quelle parti è sempre la dietrologia a fare da padrona.

La verità, e cioè che a piazza Navona studenti di destra e militanti di sinistra si sono pestati in mezzo ai manifestanti, è troppo semplice per essere accettata. Bisogna far passare l’idea che esista un “livello superiore”, occorre tirare fuori ogni giorno un “testimone chiave” capace di insinuare chissà quali verità destabilizzanti, come ha fatto ieri Repubblica sul suo sito web, e pazienza se il testimone è un tantino di parte e stringi stringi non ha nulla da dire. Occorre scegliere con cura le fotografie e soprattutto tagliarle nel modo giusto, in modo che sembri che i poliziotti sono lì fermi, inermi e magari sogghignanti davanti alla vile aggressione fascista.

Nel suo genere, il servizio sugli scontri mandato in onda giovedì sera da Annozero è stato un capolavoro. La giornalista di Michele Santoro parla con alcuni ragazzi, ovviamente di sinistra, degli scontri appena avvenuti. Non è una caccia al colpevole, quello già si conosce: sono i ragazzi di destra, picchiatori per definizione. Da Santoro si fa giornalismo di alta inchiesta, si vogliono conoscere le verità nascoste. Così l’inviata di Annozero domanda: «Chi li ha mandati, secondo voi?». Cioè: nemmeno chiede se pensano che i cattivi siano stati inviati lì da qualcuno. È ovvio, è scontato che dietro ci sia un mandante occulto. «Chi li ha mandati? Sempre la stessa gente: fascisti, destra, quelli che stanno al governo», risponde un ragazzino con l’aria di avere appena svelato un segreto di Stato. «È impossibile che siano così bene organizzati senza qualcuno dall’alto che coordina il tutto», chiude il discorso un’altra. Chi ha detto che il giornalismo d’inchiesta è difficile? Basta fare due domande al primo che passa e che la pensa come te, senza contraddittorio, e spacciarle per verità assolute. E il popolo bue dei telespettatori è servito.

Erano convinti anche di avere trovato la “smoking gun”, la prova inconfutabile del fatto che il Viminale avesse infiltrato i suoi uomini tra i manifestanti. Sottinteso: per trasformare la protesta in una macelleria. In alcuni filmati, anche questi mandati in onda da Santoro e poi riciclati su YouTube dai collettivi di sinistra, si vedono gli uomini del commissariato che, durante gli scontri, parlano con una certa confidenza a due manifestanti. Tanto è bastato a Beppe Grillo per dire che i ragazzi erano «colleghi» dei poliziotti, e che quindi in piazza c’erano «provocatori che hanno picchiato gli studenti sotto gli occhi della Polizia», e che dunque Maroni aveva ricevuto «istruzioni dettagliate» da Silvio Berlusconi per far scoppiare l’incendio.

Tutto chiaro, no? Poi, però, si scopre che i due ragazzi, che si chiamano Alberto Palladino e Francesco Polacchi, non sono poliziotti, ma studenti universitari di destra, del Blocco Studentesco, conosciuti per nome dalla polizia solo perché la loro attività politica li porta spesso in commissariato. Su uno di loro Grillo aveva aperto persino la caccia all’uomo: «Qualcuno riesce a identificare la persona nel cerchio rosso del video?», si legge nel blog del comico. È stato accontentato. Così ora tutti sanno che dal cospirativismo all’onanismo il passo è breve.

© Libero. Pubblicato il 2 novembre 2008.

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sabato, novembre 01, 2008

Maroni aveva fatto i conti senza i presidi

di Fausto Carioti

Quando Roberto Maroni, due giorni fa, ha avvertito che «chi occupa abusivamente le scuole, impedendo ad altri di studiare, sarà denunciato», ha detto una cosa che in un “paese normale” (espressione con cui a sinistra amano riempirsi la bocca) manco si dovrebbe dire, tanto è banale. Il principio per cui la mia libertà finisce dove inizia la libertà altrui, e che il primo compito dello Stato è far rispettare questo confine, è l’essenza della democrazia liberale. Accusare il ministro dell’Interno di lanciare «minacce» fasciste, come stanno facendo la Cgil e tutta la sinistra, incluso il Pd, conferma il perdurante analfabetismo degli orfani del Pci in materia di libertà individuali.

Tanto più che non c’è bisogno di scrivere nuove leggi o di slabbrare le norme già esistenti. È già tutto nel codice penale. Articolo 340: «Chiunque, fuori dei casi preveduti da particolari disposizioni di legge, cagiona un’interruzione o turba la regolarità di un ufficio o servizio pubblico o di un servizio di pubblica necessità, è punito con la reclusione fino a un anno. I capi promotori od organizzatori sono puniti con la reclusione da uno a cinque anni». Articolo 633: «Chiunque invade arbitrariamente terreni o edifici altrui, pubblici o privati, al fine di occuparli o di trarne altrimenti profitto, è punito, a querela della persona offesa, con la reclusione fino a due anni o con la multa da euro 103 a euro 1.032». Insomma, le leggi ci sono e parlano chiaro.

Maroni, però, aveva fatto i conti senza i rettori e i presidi delle facoltà universitarie e delle scuole superiori. Se nessuno di loro alza la cornetta e chiama la questura, la polizia non interviene, le occupazioni e i picchetti proseguono e i diritti dei poveri illusi convinti che la scuola serva per studiare e non per fare casino continuano a essere calpestati. Ed è proprio quello che sta succedendo in questi giorni. Vuoi perché molti dei presidi sono figli del Sessantotto e davanti agli slogan dei cortei e agli scontri di piazza Navona hanno riassaporato pulsioni antiche. Vuoi perché tanti altri di loro tirano a campare e non vogliono avere rogne con studenti agitati e professori isterici. Fatto sta che ieri sera, a domanda diretta, dal ministero dell’Interno hanno risposto di non aver ricevuto «alcuna segnalazione» dai responsabili degli istituti e delle facoltà. Eppure a Roma, a un chilometro dal Viminale, ci sono sei facoltà universitarie “okkupate”.

In tutta Italia sono centinaia i presidi e rettori che si sono arruolati tra le cheerleader del movimento o fanno finta di niente davanti a chi blocca le lezioni con la forza. Certo, l’intervento delle forze dell’ordine potrebbe essere chiesto pure da un insegnante, dal genitore di un alunno o da uno studente. Ma si tratta di ipotesi del tutto improbabili, se non altro perché l’autore della denuncia sarebbe oggetto delle ritorsioni di colleghi e superiori intenzionati a bloccare l’attività dei licei e degli atenei. L’omertà, invece, paga sempre.

Così, se Maroni vuole essere coerente con le sue parole e intende davvero portare a giudizio chi impedisce agli altri di studiare, deve varcare il Rubicone. Gli uomini in divisa non debbono agire solo su chiamata, ma andare “motu proprio” negli istituti occupati (ogni commissariato sa quali sono) e ripristinare la normalità, dopo aver identificato i responsabili. Tra i quali un posto particolare dovrebbe essere riservato ai dirigenti degli istituti che hanno chiuso occhi, orecchie e bocca davanti a chi ha bloccato le lezioni. Anche in questo caso il reato già esiste: si chiama omissione di denuncia. Se il governo non ha la forza politica per fare questo passo, è inutile promettere che i colpevoli saranno puniti.

Anche perché, tra giudici compiacenti, politici leccaculo pronti a intervenire e scappatoie offerte dalla legge, è ovvio che nessuno dei ragazzotti dediti alle occupazioni passerebbe un minuto in carcere. Ma almeno si darebbe l’impressione che lo Stato c’è (non solo quando si tratta di chiedere le tasse), per una volta non ha paura dei violenti (anzi li porta in tribunale) e difende anche i diritti di chi non urla. Vivaiddio, questa sì che sarebbe una rivoluzione.

© Libero. Pubblicato il 1 novembre 2008.

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