giovedì, ottobre 30, 2008

Le riforme della Cgil

Tanto per capire. Alla manifestazione di oggi ovviamente c'era Guglielmo Epifani. Ha detto dal palco che la Cgil è pronta alla «sfida riformatrice» per la scuola. «Non siamo quelli che proteggono i fannulloni», ha assicurato. Viene quasi voglia di credergli.

Se non fosse per la frase successiva: «Qui non ci sono fannulloni. Nella scuola non si sono mai visti». Mai visti, già. E gli studenti, là sotto, lo hanno pure applaudito.

Etichette: ,

mercoledì, ottobre 29, 2008

That's what friends are for



Thank you babe ;-)

Etichette: , ,

sabato, ottobre 25, 2008

I diritti degli invisibili

di Fausto Carioti

C’è qualcuno disponibile ad aiutare Abele? Perché la violenza è già arrivata nelle scuole e nelle università italiane. Ma siccome le sue vittime subiscono i soprusi in silenzio, e nessuna telecamera si degna di inquadrarle, e nessun giornale ne tramanda le gesta ai posteri, la classe politica ha deciso di fregarsene. I diritti della stragrande maggioranza di studenti, professori e lavoratori della scuola e degli atenei non sono difesi da nessuno. Né dal centrodestra, che è al governo, e tantomeno dal centrosinistra, per il quale diritto allo studio e diritto al lavoro sono solo randelli da dare in testa agli avversari e riporre nello sgabuzzino quando non servono più. Questi figli di un dio minore, dimenticati da tutti, sono gli studenti che vorrebbero seguire le lezioni. Sono i professori, i ricercatori, i presidi, i rettori che in questi giorni vorrebbero continuare a fare il loro lavoro. Vuoi perché difendono la riforma della scuola di Mariastella Gelmini e il modo in cui il governo intende cambiare l’università. Vuoi perché, pur non apprezzando l’operato del ministro, ritengono inutile o dannoso bloccare le lezioni. Alcuni hanno scritto a Libero. Nella pagina accanto è pubblicata una parte delle loro lettere. Leggetele: ci troverete storie e riflessioni che altrove non hanno diritto di cittadinanza.

Grandissima parte di queste vittime sono studenti, e molti di loro sono fuori sede. Hanno problemi a pagare gli studi, l’affitto della stanza, e in tanti casi faticano a mettere insieme il pranzo con la cena. Ogni giorno passato senza studiare, a guardare gli altri che recitano slogan ritriti davanti alle telecamere di Michele Santoro, per loro è un giorno buttato, sono soldi sprecati. Ma il picchetto democratico ha deciso che costoro non contano e che i loro diritti valgono meno di niente. Le televisioni neanche si pongono il problema di interrogarsi sulle loro ragioni: hanno deciso, semplicemente, che tutti costoro non esistono. Invisibili.

A sinistra, anche perché sono alla disperata ricerca di qualcuno da portare al Circo Massimo che non sia un pensionato della Cgil, hanno occhi solo per i contestatori. Anna Finocchiaro, Nando Dalla Chiesa e tanti altri li hanno invitati ad andare avanti con le occupazioni e i picchetti: bravi ragazzi, avanti così, hasta la victoria. Per poi ricominciare a riempirsi la bocca con la legalità, la solidarietà e il rispetto per il prossimo. Persino certi esponenti del governo e della maggioranza, persino taluni giornali schierati con il centrodestra preferiscono cercare un improbabile dialogo con quelli che fanno i picchetti e le occupazioni piuttosto che difendere quelli che i picchetti e le occupazioni le subiscono.

Eppure questi ultimi hanno tutte le ragioni del mondo. Perché qui sembra che sia in gioco solo il diritto a scioperare, che tanto per cambiare nessuno ha minacciato (Silvio Berlusconi si era impegnato a impedire le occupazioni di scuole e università, che è cosa ben diversa). Ma esiste anche un diritto allo studio, che quella Costituzione italiana dipinta dalla sinistra come l’ultimo baluardo della civiltà difende all’articolo 34. E c’è un diritto al lavoro, di cui si parla all’articolo 4: «La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto…». Ora, non si è mai capito in cosa consista, all’atto pratico, questo diritto. Si presume che il suo scopo non sia rendere anticostituzionale la disoccupazione, perché sarebbe ridicolo. Ma se non serve a difendere le ragioni di chi vuole lavorare anche quando chi sciopera vuole impedirglielo, tanto vale abrogarlo. A dirla tutta, poi, la parola “sciopero” nella Costituzione appare una volta sola, mentre di “istruzione” si parla cinque volte e di “lavoro” diciannove. Anche questo, come insegnano gli esegeti della carta costituzionale, qualcosina vuole dire.

Ma l’Italia di oggi sembra la fattoria degli Animali di George Orwell, dove i diritti di alcuni sono più costituzionali di quelli di altri e dove i capetti della rivolta si divertono a recitare il ruolo del maiale chiamato Napoleon. Con l’arroganza dell’ideologia e con la forza dei picchetti e delle occupazioni, impediscono di studiare e lavorare a chi vuole farlo. Non vuoi unirti alla protesta? Vuol dire che non hai compreso cosa sta succedendo, ti rispondono con la stessa supponenza con cui i loro predecessori ti dicevano che non avevi abbastanza «coscienza di classe». La morale è la stessa di allora: decidono loro per te, e se non sei d’accordo prova a entrare in aula e vedi cosa ti succede. Tanto, i violenti sono sempre gli altri.

© Libero. Pubblicato il 25 ottobre 2008.

Etichette: , ,

venerdì, ottobre 24, 2008

La non-notizia

Il New York Times che si schiera con Barack Obama è la classica non-notizia da sparare grossa per gli italiani gonzi e ignoranti, nella speranza che non sappiano cosa è il quotidiano in questione. Come se i giornali statunitensi avessero ritenuto una notizia il fatto che Repubblica si fosse schierata per Veltroni.

Etichette: ,

giovedì, ottobre 23, 2008

Veltroni, la piazza, la scuola: intervista a Brunetta

di Fausto Carioti

Tornano le occupazioni e i picchetti. Il partito democratico cavalca la protesta di studenti e insegnanti e si prepara a sfilare in piazza sabato prossimo. Renato Brunetta, ministro della Pubblica Amministrazione, gongola: «Forza Veltroni, forza D’Alema, forza Pd».

E perché mai?
«Perché più vanno avanti così, più chance abbiamo noi di governare ancora per decenni».

Dove è che sbagliano?
«Semplice: sono fuori sincrono rispetto al Paese. Il Paese, che è coinvolto dalla grave crisi internazionale, preoccupato per il mantenimento dei posti di lavoro e dei livelli di reddito e di benessere, non ha alcuna voglia di conflitto, di sterili proteste di piazza, dei soliti centri sociali, dei bamboccioni protestatari e ignoranti e dei baroni opportunisti che usano questi bamboccioni per mantenere i loro privilegi. Il paese non ha bisogno di questa gente».

Cosa c’entrano Veltroni e il Pd con la protesta di piazza contro la riforma Gelmini?
«È il Pd che, attraverso la Cgil, ha aizzato il mondo della scuola e dell’università. Ma dove sono le idee del Pd e della Cgil per la riforma della scuola e dell’università? Dove sono le idee dei rettori e dei professori? Sono forse le migliaia di corsi di laurea vuoti? Le baronie permanenti?».

Protesteranno anche tanti ragazzi.
«Nei loro confronti ho un po’ più di indulgenza. Di solito i ragazzi sono le prime vittime degli opportunismi e delle strumentalizzazioni. Quelli che protestano oggi hanno le stesse facce di quei ragazzi che in passato, proprio come loro, venivano strumentalizzati».

Lei parla di rettori e professori come se fossero tutti organici al Pd e alla Cgil. Possibile?
«No, non sono organici. Sono semplicemente egoisti e opportunisti. Di volta in volta si alleano con chiunque gli dia un pretesto per mantenere i loro privilegi. La cosa paradossale è che questi privilegiati ora si alleano con una minoranza di studentelli ignoranti».

Crede invece che la maggioranza dei professori aderirà allo sciopero?
«No. Anche nel loro caso, quelle che vediamo agitarsi sono solo minoranze enfatizzate dai media».

Fatto sta che a scioperare e manifestare saranno molte persone.
«Che però non rappresentano l’opinione pubblica. Basta guardare i sondaggi. L’opinione pubblica è intelligente e ha le idee molto chiare. Sulla riforma della scuola è, all’80 per cento, con il governo. È insoddisfatta dell’attuale università e vuole il cambiamento. Non ama i professori universitari e soprattutto non ama i baroni».

Cosa deve fare il governo a questo punto?
«Deve assolutamente andare avanti e spiegare sino alla nausea i contenuti delle cose che sta realizzando, come ha fatto Berlusconi nella conferenza stampa con il ministro Gelmini. Deve pubblicare e spiegare tutti i numeri sulla situazione della scuola e dell’università. E deve difendere, con la massima determinazione, i diritti di tutti».

E i picchetti? E le occupazioni?
«Sono vietati dalla legge».

Cosa devono fare presidi e rettori davanti a picchetti e occupazioni?
«Devono chiamare la polizia per garantire il diritto ad andare a lezione o al lavoro. Non è tollerabile che il diritto di alcuni si trasformi in una violenza per altri».

E se presidi e rettori fingono di non vedere, magari perché la pensano proprio come quelli che fanno i picchetti o occupano le aule?
«In questo caso devono muoversi le autorità di pubblica sicurezza o la magistratura. Si tratta di applicare la legge. La nostra costituzione tutela il diritto a scioperare, il diritto a studiare e il diritto a lavorare. Devono essere garantiti tutti e tre».

Lei guida il ministero della Pubblica Amministrazione. Cosa sta facendo per migliorare scuole e atenei?
«Sto cercando di rinnovare il contratto di lavoro del pubblico impiego, che ovviamente comprende anche la scuola e l’università. Prestissimo ci saranno sorprese».

Che contratto sarà?
«Un contratto onesto. Tutto quello che si risparmierà grazie all’aumento dell’efficienza, tornerà nelle tasche dei pubblici dipendenti sotto forma d’incentivi. Avvieremo un circuito virtuoso: la maggiore efficienza genererà più incentivi e questi, a loro volta, produrranno maggiore efficienza. Sarà una risposta seria e trasparente a tutti i pubblici dipendenti. Così vedremo chi sta dalla parte dei lavoratori e chi sta dalla parte del caos».

© Libero. Pubblicato il 23 ottobre 2008.

Etichette: ,

mercoledì, ottobre 22, 2008

Difendiamo la Costituzione: chiamiamo i celerini

Silvio Berlusconi ha detto che intende usare la polizia per impedire occupazioni e picchetti nelle università. Walter Veltroni, per queste parole, gli ha dato del “provocatore”. Un’uscita, quella di Veltroni, che si spiega solo con la malafede. Qui non c’entra lo Stato forte. C’entra la Costituzione italiana, quella che a sinistra trattano come un muftì tratta il Corano.

La Costituzione tutela il diritto (che è cosa diversa dall’“obbligo”) allo sciopero (articolo 40). Ma tutela anche il diritto al lavoro (articolo 4), che in questo caso è il diritto di professori e personale non docente a entrare nelle scuole e negli atenei per lavorare, senza che i picchetti degli squadristi rossi lo impediscano. E tutela il diritto e l’obbligo all’istruzione (articolo 34), che nel caso in questione diventa il diritto dello studente che non aderisce allo sciopero a entrare regolarmente in classe.

Dove stia la “provocazione” nel voler far rispettare la Costituzione, difendendo tutti i diritti che questa prevede, e non solo quello allo sciopero, lo sa solo quel disperato di Veltroni.

Etichette: , ,

martedì, ottobre 21, 2008

E sotto la ciliegina, 59 reattori nucleari

In inglese si chiama "cherry picking". E' l'abitudine, molto paracula, di prendere la ciliegina dalla torta ignorando tutto il resto. Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione Comunista, non sa l'inglese, ma fa fa cherry picking lo stesso. Succede che Nicolas Sarkozy frena il tentativo italiano di allentare gli insostenibili vincoli europei sulla riduzione delle emissioni di gas serra. A Ferrero non pare vero. Acchiappa la ciliegina al volo e scrive sul suo blog (e invia alle agenzie di stampa) la seguente dichiarazione:
Il presidente francese Sarkozy ha ragione, sul clima, e Berlusconi ha torto. Il presidente di turno dell’Unione europea ha spiegato proprio oggi, davanti al Parlamento europeo, che non vi è nessuna ragione perché la crisi economica modifichi gli impegni dell’Europa sul clima, il contrario della proposta italiana, sempre più isolata, in Europa.
A parte la commozione nel vedere un comunista dire che un esponente di destra ha ragione, resta da vedere quello che c'è sotto la ciliegina. Ovvero cinquantanove grossi reattori nucleari. Che generano il 77% dell'energia elettrica prodotta dalla Francia. Sono questi impianti che consentono alla Francia di ridere dinanzi a ogni proposta di contenimento dei gas serra. Usando energia atomica più di ogni altro Paese al mondo, la Francia può permettersi di dare ai combustibili fossili un ruolo marginale. E quindi di avere emissioni di CO2 molto basse.

Massì, compagno Ferrero, facciamo come Sarkozy. Noi accettiamo il protocollo europeo in materia di emissioni, senza modificarne una virgola. E lei non rompe le scatole se costruiamo una sessantina di reattori a fissione.

Update delle 17.30. La lista dei geni s'allunga. Questo è nientemeno che l'ex presidente di Legambiente Roberto Della Seta, oggi capogruppo del Pd nella Commissione Ambiente: «Bravo Sarkozy, le sue parole sul pacchetto-clima sono una lezione di buon senso per la Destra italiana. Da una parte c'è l’Europa dei grandi Paesi occidentali che sanno rispondere a problemi e opportunità nuovi con risposte moderne, che guardano al futuro. Dall’altra c'è il governo italiano che cerca di farsi forte di un’improbabile riedizione del partito di Varsavia». Proprio così: l'antinuclearista dice che quelle francesi sono «risposte moderne». Come si fa a prenderli sul serio?

Update delle 17.40. Sotto a chi tocca. Grazia Francescato, leader dei Verdi: «Meno male che c'è l’Europa e che  Sarkozy si è assunto con decisione il ruolo di paladino delle  politiche ambientali e della lotta ai cambiamenti climatici». Paladino.

Etichette: , , ,

lunedì, ottobre 20, 2008

Crisi d'identità

Sembra Giovanni Cobolli Gigli, ma è Walter Veltroni. L'ultima uscita del segretario del Pd è che, senza il suo appoggio, Antonio Di Pietro non vincerà mai alcuna elezione amministrativa. Dichiarazioni buone per l'ultimo dei cespugli, non per il partito erede del Pci e della Dc. Qualcuno dotato di pazienza e parole semplici spieghi a Veltroni che è lui quello che deve puntare a vincere le elezioni, e gli alleati minori sono quelli che debbono aiutarlo nell'impresa. Non viceversa.

Etichette:

giovedì, ottobre 16, 2008

Ma gli accordi europei sul clima andavano stracciati prima

di Fausto Carioti

Le crisi economiche un lato positivo ce l’hanno: obbligano i governi, le imprese e le famiglie a concentrarsi sulle cose essenziali, lasciando da parte le menate. La rivolta di Silvio Berlusconi e del presidente di Confindustria Emma Marcegaglia contro i costosissimi accordi europei per ridurre le emissioni di anidride carbonica e i consumi di energia si spiega proprio così: è la presa d’atto che si stavano per buttare via soldi preziosi.

A viale dell’Astronomia hanno stimato in almeno 20 miliardi di euro l’anno il prezzo che dovranno pagare le imprese italiane per raggiungere gli obiettivi dell’accordo “20-20-20”, chiamato così perché prevede che entro il 2020 i Paesi europei producano il 20 per cento della loro energia da fonti rinnovabili, migliorino del 20 per cento la loro efficienza energetica (in altre parole riducano i consumi di un quinto) e taglino del 20 per cento le emissioni di anidride carbonica. A livello europeo, l’esborso previsto per le aziende è di 180 miliardi l’anno. L’Italia, ovviamente, essendo priva di energia nucleare, è chiamata a pagare più di altri Paesi. L’Istituto per la competitività, presieduto dall’economista Stefano Da Empoli, ha calcolato il costo dei soli impegni per le energie rinnovabili sottoscritti in Europa dal governo Prodi. «Si dovrebbero mettere in conto incentivi pari a 98,4 miliardi di euro. Se invece ci si accontentasse di raggiungere il 50 per cento del potenziale, ci si fermerebbe a 58,6 miliardi, ai quali però si dovrebbero aggiungere 48,5 miliardi di euro di energia rinnovabile che occorre acquistare all’estero per rispettare gli obblighi europei», dice Da Empoli. Risultato sulle bollette elettriche: «Nella prima ipotesi si avrebbe un aumento medio pari a 0,93 centesimi per chilowattora. Nella seconda ipotesi si può ipotizzare un aumento medio di 0,52 centesimi».

Imprese e consumatori possono permettersi simili spese? No. Non potevano sostenerle prima, figuriamoci se possono farlo adesso che le banche hanno già iniziato a tagliare i finanziamenti e i consumi si stanno per ridurre (il Fondo monetario internazionale prevede che da qui al 2009 l’economia arretrerà in Italia, Spagna, Inghilterra e Irlanda e sarà stagnante in Germania e Stati Uniti). Per questo la Marcegaglia, in sintonia con le altre confederazioni d’impresa europee, dice che gli accordi europei sul clima provocheranno «danni enormi alle economie in cambio di benefici infinitesimali per l’ambiente».

Il che vuol dire che non sono solo i costi a essere messi in discussione dagli imprenditori, ma anche l’efficacia dei provvedimenti. I buoni motivi non mancano. Innanzitutto perché Cina, Stati Uniti e India, i tre Paesi che immettono più anidride carbonica nell’atmosfera, oltre a non essere - ovviamente - coinvolti negli accordi europei, si sono rifiutati di farsi legare le mani dal protocollo di Kyoto, che impone di tagliare le emissioni dei “gas serra” del 5 per cento (e che costa all’Italia, secondo il centro di studi americano Global Insight, la bellezza di 27 miliardi di euro e 221.000 posti di lavoro l’anno). Il risultato è che gli sforzi europei, anche se pagati a caro prezzo, ridurranno le emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera solo del 2 per cento, forse meno.

E poi i presupposti che attribuiscono all’uomo la colpa del cosiddetto “surriscaldamento globale” hanno molto poco di scientifico, tanto che ormai sono difesi dai loro zeloti come dogmi di fede, e non come una teoria da mettere alla prova. La storia del pianeta conta una lunga serie di periodi in cui, pur non esistendo veicoli fuoristrada e industrie inquinatrici, si è avuta una temperatura globale ben più elevata di quella attuale. Nel primo secolo dopo Cristo, ad esempio, in Britannia la temperatura era abbastanza alta da consentire ai romani di coltivare uva da vino, e quei vigneti erano ancora presenti nell’undicesimo secolo, quando i normanni conquistarono il Paese. A dirla tutta, il riscaldamento non è nemmeno “globale” come vogliono farci credere: se al Polo Nord il ghiaccio si riduce, in Antartide sta aumentando. Il risultato è che gli scienziati guardano con sempre maggiore interesse all’attività del Sole, che influenza le oscillazioni della temperatura terrestre assai più di noi piccoli umani.

Peccato solo che il risveglio degli imprenditori arrivi così tardi e sull’onda di una tremenda crisi economica e finanziaria. Quei «danni enormi alle economie in cambio di benefici infinitesimali per l’ambiente» che lamenta ora il presidente di Confindustria c’erano anche un anno fa, quando la Commissione europea preparava il piano “20-20-20”. Ma a viale dell’Astronomia, allora, non si gridava allo scandalo. Anzi. Le grandi imprese italiane, già nel 1998, avevano creato il Kyoto Club proprio per far rispettare il trattato sul clima, nella convinzione che le smanie ambientaliste potessero diventare una fonte di profitto. La stessa Confindustria aveva contribuito a fondare Rinnova, un “pensatoio” il cui scopo era quello di «sensibilizzare l’opinione pubblica» sulla necessità di ridurre le emissioni di anidride carbonica e aumentare l’uso delle energie rinnovabili. Tutti nodi che adesso, complice la crisi economica e finanziaria, sono venuti al pettine. E va bene che una grande impresa, come spiegava Gianni Agnelli, deve essere «filogovernativa per definizione». Ma se quello che gli industriali dicono oggi lo avessero detto in faccia a Romano Prodi e Alfonso Pecoraro Scanio quando costoro erano al governo e discutevano a Bruxelles le direttive sul clima, ora forse le prospettive per l’industria italiana sarebbero un po’ meno nere.

© Libero. Pubblicato il 16 ottobre 2008.

Etichette: , ,

martedì, ottobre 14, 2008

Il lupo non c'è più

di Fausto Carioti

Crederci è stato bello. Ma l’idea che a guidare la Francia ci fosse un conservatore liberale che si comporta come tale, e non come il sommo sacerdote del compromesso (tipo Jacques Chirac, per capirsi) era troppo rivoluzionaria per essere vera. Le ultime illusioni sono appena tramontate: Nicolas Sarkozy, lo strano gollista atlantista che si era fatto eleggere all’Eliseo promettendo la «rupture», il taglio netto con i suoi imbalsamati predecessori, non c'è più. L’uomo che nel maggio del 2007 il filosofo André Glucksmann votò e paragonò a «un grande lupo cattivo» per la sua capacità di fregarsene del politicamente corretto e dividere l’opinione pubblica, sembra essersi accucciato felice. Ora, con la sua decisione di non estradare in Italia la terrorista rossa Marina Petrella - condannata all’ergastolo per l’omicidio del commissario Sebastiano Vinci, per l’attentato al vice questore Nicola Simone e per il sequestro del giudice D’Urso - Sarkozy è riuscito a farsi applaudire persino dai nostalgici della stella a cinque punte.

Dove non poterono l’ideologia e l’establishment francese, è riuscita l’alcova. Il pover’uomo ormai pare agire sotto dettatura di sua moglie Carla Bruni, della sorella di costei, Valeria, e della madre delle due, insomma la suocera di Sarkozy, Marisa Borini Bruni Tedeschi. Non è né un’illazione né un gossip, ma quanto emerge in modo limpido dalle dichiarazioni delle tre signore. Conversando con il quotidiano francese Libération, la moglie del presidente ha candidamente ammesso di aver avuto un ruolo importante nella vicenda della Petrella. E mercoledì scorso, ben prima che il governo italiano fosse messo al corrente della decisione, Carla, assieme alla sorella, si è recata dalla brigatista, ricoverata nell’ospedale psichiatrico parigino di Sainte Anne. «Siamo andate a portarle un messaggio da parte di mio marito», ha raccontato Carla Bruni al quotidiano della gauche francese. E la buona notizia era: «Vous ne serez pas extradée vers l’Italie», l’estradizione non ci sarà. Tra il governo del suo amico Silvio Berlusconi e le insistenze quotidiane delle donne di casa, l’uomo più potente di Francia ha scelto infatti la strada che gli garantisce meno scocciature, firmando di suo pugno il “no” all’estradizione e motivando la scelta con ragioni umanitarie: la terrorista rossa infatti, dopo essere stata arrestata nell’agosto del 2007, ha detto di sentirsi molto depressa, ottenendo così dai magistrati francesi la libertà condizionale dopo un solo anno di carcere.

Per il governo italiano lo schiaffo è doppio: si è visto negare l’estradizione quando ormai era pronta (Sarkozy si era impegnato a concederla, pur pregando l’Italia di dare la grazia alla Petrella) ed è venuto a saperlo quattro giorni dopo che la terrorista rossa era stata avvisata dalla signora Bruni-Sarkozy, professione modella e cantante.

Ora, se è vero che si potrebbe riempire un’enciclopedia con i nomi dei grandi leader che hanno subito l’influenza politica di qualche “femme fatale” (non necessariamente la moglie), è anche vero che di solito queste signore hanno avuto il buon gusto di non sbandierarlo in pubblico. In casa Bruni-Sarkozy, invece, pare normale mettere tutto in piazza. Ha parlato anche la cognata del presidente, rivendicando i meriti del “salvataggio” della sua amica Petrella. «Sì, me ne sono occupata e ne ho parlato sia con mia sorella che con suo marito, il presidente della Repubblica», ha detto ValeriaBruni Tedeschi al Corriere della Sera. È stato proprio in seguito alla sua iniziativa, ha aggiunto, che Sarkozy «ha studiato personalmente tutti i dossier» della vicenda e deciso di negare l’estradizione. Del resto, a luglio, persino la suocera del presidente aveva fatto sapere di essere tra i suoi consiglieri: «Ho preso l’abitudine di mandargli un sms con il mio punto di vista politico in momenti di particolare rilevanza», annunciava orgogliosa la signora Marisa.

In Francia i rapporti tra Sarkozy e le donne della sua nuova famiglia sono oggetto di barzellette quotidiane. I più feroci sono chiaramente i grandi giornali di sinistra (Libération, Le Monde, il settimanale Le Canard), ma anche i quotidiani locali, di norma più teneri verso i gollisti, hanno iniziato a prendere di mira il presidente, che si trova a essere difeso dal solo Le Figaro. Di sicuro scene come quelle viste nel mese di agosto alle assemblee condominiali dei proprietari di ville del promontorio del Cap Nègre, con Sarkozy impegnato a difendere la costruzione di una fogna voluta dalla suocera, non contribuiscono ad alzare il profilo del presidente. La buona notizia, insomma, è che tre italiane tengono in pugno il primo cittadino francese, il che può fare bene al nostro orgoglio nazionale. La cattiva notizia è che con loro è arrivata all’Eliseo quella “gauche caviar”, nemica di Berlusconi e amica dei terroristi rossi, della quale Sarkozy sembrava essere la nemesi.

© Libero. Pubblicato il 14 ottobre 2008.

Etichette: , ,

Pubblico & Privato

Tutti in coro a dire che lo Stato ha salvato il mercato, che senza l’intervento pubblico il libero scambio era morto, che quindi il pubblico è meglio del privato, che ora nulla sarà più come prima e così via a ruota libera. Solo un appunto: i soldi che alcuni governi hanno messo sul piatto per sostenere certe società private non li ha prodotti la pubblica amministrazione. Li ha prodotti il mercato. E’ il mercato che crea la ricchezza, non il pubblico. Il pubblico toglie una parte di questa ricchezza al privato e la usa per i propri fini (che il più delle volte sono legati a logiche politiche e clientelari). Se per una volta parte di quei soldi tornano al settore privato, che li ha prodotti, proprio non si vede in cosa consista la superiorità dell'intervento statale sull'economia di mercato. 

domenica, ottobre 12, 2008

Guerra tra poveri a sinistra

di Fausto Carioti

Per quanto ardite siano le fantasie di Silvio Berlusconi, un’opposizione così va al di là dei suoi sogni. Ieri, ad esempio, sono scesi in piazza l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro e quella sinistra che nel resto del mondo occidentale ormai appare solo su History Channel (Rifondazione, Verdi e Comunisti italiani). Tutti convinti che Berlusconi sia il peggiore essere umano del pianeta, tutti impegnati a gridare che l’Italia è a un passo dalla dittatura. Pur accomunati da un’analisi tanto profonda, i due gruppi si sono guardati bene dallo scendere in piazza insieme: da una parte gli agitatori di manette, con il lodo Alfano nel mirino, dall’altra le panciere rosse, incavolate con la politica economica del governo, al quale imputano il crollo della Borsa di questi giorni e probabilmente anche quello del 1929.

Perché gente simile non è scesa in piazza insieme? Semplice, perché presto si vota per le amministrative e per il parlamento europeo, e quello che si è visto ieri era l’inizio di una campagna elettorale nella quale i partiti di sinistra dovranno contendersi con le unghie i pochi voti accreditati all’opposizione. Per molti è una questione di sopravvivenza: se le sigle extraparlamentari, come oggi sono Rifondazione comunista, Pdci e Verdi, non otterranno nemmeno un seggio alle europee, il rubinetto dei finanziamenti pubblici si chiuderà a partire dal 2011. Insomma, si insulta Berlusconi, ma in questa guerra tra poveri il nemico vero è quello che a Montecitorio sta seduto a due metri da te: vietato confondersi con lui.

Come sempre poi, quando le cose vanno male e i soldi scarseggiano, c’è spazio per odii e antipatie interne. Il segretario rifondarolo Paolo Ferrero e il suo rivale Nichi Vendola si detestano al punto che ieri hanno dovuto sfilare il più lontano possibile l’uno dall’altro. La ruspante “base” del partito, che certe esigenze di etichetta non le aveva, ha invece contestato in piazza Fausto Bertinotti, perché pochi giorni fa aveva giudicato «indicibile» la parola comunismo. Mentre Oliviero Diliberto, per salvare dall’estinzione il suo partitino, chiede di farlo accoppiare con quello di Ferrero prima delle europee. Una proposta che fa venire il mal di pancia al segretario di Rifondazione, il quale la prenderà in considerazione solo se si troverà puntata alla tempia la soglia di sbarramento del 5%.

A completare il quadro da sogno del Cavaliere ci pensa il Partito democratico, che ha indetto una manifestazione distinta da quella delle altre due sinistre, per il 25 ottobre. Il senatore Enrico Morando aveva spiegato che «non sarà anti-governativa», beccandosi una salva di pernacchie dai suoi colleghi di partito. Poi è partita la querelle su Annozero, la trasmissione di Michele Santoro, dove sono andate in onda interviste ad attori che ripetevano “rivelazioni” ottenute da fonti anonime, si può immaginare quanto attendibili. Il senatore Marco Follini ha chiesto subito ai vertici della Rai di reprimere questo «malvezzo». Panico nel Pd: proprio con Santoro doveva andarsela a prendere questo? Qualcuno prova a dire che Follini ha parlato a titolo personale. Senonché Follini non è un senatore qualsiasi, ma il responsabile del Pd per l’informazione. E dire che parla a titolo personale su certe cose fa un po’ ridere. «Ci riesce sempre più difficile capire», ha commentato, depresso, l’ulivista Franco Monaco. Berlusconi può dormire tra due guanciali.

© Libero. Pubblicato il 12 ottobre 2008.

Etichette: ,

venerdì, ottobre 10, 2008

Ma ora bisogna tagliare le tasse e allentare i vincoli europei

di Fausto Carioti

Silvio Berlusconi ha fatto benissimo, ieri, a dire che proprio questo è il momento in cui bisogna «avere il coraggio di ridurre le tasse e sostenere l’economia reale». La speranza è che ora dia un seguito concreto alle sue parole. Di sicuro, «coraggio» gliene servirà molto. Da un punto di vista contabile, innanzitutto: il Fondo monetario internazionale ha appena annunciato l’arrivo di una «recessione globale» e il governo, come si legge nel testo del decreto approvato mercoledì, si è detto pronto a usare soldi pubblici «anche in deroga alle norme di contabilità di Stato» per «sottoscrivere o garantire aumenti di capitale deliberati da banche italiane che presentano una situazione di inadeguatezza patrimoniale accertata dalla Banca d’Italia». In altre parole, se si vuole rispettare il piano di azzeramento del deficit pubblico, i soldi per tagliare le tasse non ci sono, anche perché le entrate fiscali, nei prossimi mesi, si ridurranno a causa della frenata dell’economia. Ma per dire cose simili occorre anche una buona dose di coraggio politico: certi annunci creano aspettative che non possono essere deluse, perché di tutto hanno bisogno gli elettori in questo momento tranne che di prendere fregature da un governo nel quale, a detta di tutti i sondaggi, ripongono una grande fiducia.

Il presidente del Consiglio, insomma, è chiamato alla coerenza. Ieri è stato chiaro: «Tutti», ha annunciato, «ci stiamo domandando come fare» a uscire dalla crisi economica e uno dei modi è «avere il coraggio di ridurre la pressione fiscale». Non si tratta, dunque, del solito impegno alla «graduale e progressiva diminuzione della pressione fiscale sotto il 40% del prodotto interno lordo», che il programma di governo prevede di attuare entro la fine della legislatura e che nessun ministro, almeno a parole, ha mai messo in dubbio. Berlusconi ha fatto di più: si è impegnato a varare quella che in gergo tecnico si chiama manovra anti-congiunturale, cioè a dare ossigeno a famiglie e imprese, minacciate dalla crisi finanziaria ed economica, con un nuovo taglio delle imposte. Una mossa che può avere successo solo se attuata in tempi rapidi, prima che la recessione lasci sul campo una lunga scia di cadaveri. E sarà molto interessante capire in che modo il premier pensa di fare questi nuovi interventi: la Finanziaria 2009 è già pronta e blindata, il taglio alle tasse (abolizione dell’Ici sulla prima casa e detassazione degli straordinari) era stato già deciso con la manovra triennale varata prima dell’estate e il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, non appare incline a interventi in corsa. Ma attendere il 2010 significherebbe arrivare troppo tardi.

Se quello che Berlusconi ha detto è importante, ancora più importante è quello che il premier ha taciuto, ma che a questo punto deve considerarsi sottinteso. E cioè che Berlusconi considera già morti, o quantomeno ibernati, gli accordi europei di stabilità. In base ai quali il governo italiano si è impegnato a portare i conti pubblici in sostanziale pareggio nel 2011, anno in cui, come previsto dalla Nota di aggiornamento del Documento di programmazione economico-finanziaria varata dal Tesoro poche settimane fa, l’indebitamento netto dovrebbe essere ridotto allo 0,3% del prodotto interno lordo, insomma quasi azzerato.

Non vi è modo, infatti, di fare nuovi tagli alle tasse senza compromettere il percorso di risanamento dei conti pubblici presentato dall’Italia all’Europa. Tanto più che il governo ha basato tutti i suoi calcoli su una crescita economica che dovrebbe essere pari allo 0,5% nel 2009, per farsi più robusta negli anni seguenti ed arrivare all’1,5% nel 2013. Ma, anche se queste stime sono frutto di una recente revisione al ribasso di previsioni più ottimistiche, per colpa della crisi rischiano lo stesso di rivelarsi errate per eccesso: già per il 2009 il Fondo monetario prevede per il nostro Paese un calo del Pil pari allo 0,2%. Insomma, il pareggio dei conti nel 2011 appare una chimera anche senza quella riduzione delle entrate che un nuovo taglio delle tasse necessariamente porterebbe con sé. Figuriamoci se nel frattempo il governo intervenisse sull’Irpef o su altre imposte.

Certo, la regola dice che il patto di stabilità può essere “allentato” solo tramite un accordo tra i governi europei. Ma, dando uno sguardo in giro, non è che gli altri se la passino meglio di noi. Il Fondo monetario ha tagliato di brutto le stime di crescita per tutti i Paesi del vecchio continente, e prevede recessione, nel 2009, anche per Spagna, Gran Bretagna e Irlanda. Insomma, l’impressione è che presto un forte allentamento dei vincoli di stabilità sarà chiesto un po’ da tutti i governi europei. L’Italia, almeno stavolta, può contare su una Finanziaria che Tremonti ha voluto solida e al riparo da ogni possibile assalto alla diligenza da parte del Parlamento. Proprio la cautela e il dirigismo del ministro, dunque, hanno reso credibile la lucida follia con cui Berlusconi si è appena impegnato a tagliare le tasse.

© Libero. Pubblicato il 4 ottobre 2008.

Etichette: ,

Carte, scopa, denari, primiera e settebello

E' proprio finita. Quando Valentino Parlato, sul Manifesto di oggi, ti fa un articolo che manco Emilio Fede, per dirti che a Tripoli, il 7 ottobre, «è stata una grande giornata», il "Giorno della lealtà", nel quale si è celebrata «la recente firma del Trattato di Amicizia, Partenariato e Cooperazione tra Libia e Italia» e che «nella lista degli invitati deputati a ricevere l'onorificenza del "Grande El Fatah" era, al primo posto, il premier Silvio Berlusconi, che ha avuto l'abilità di concludere il recente accordo tra Libia e Italia», e quindi di archiviare definitivamente l'epoca del colonialismo (sottinteso: che Romano Prodi con i suoi governi non era stato in grado di chiudere), vuol proprio dire che la partita è finita, che Berlusconi l'ha stravinta e che da queste parti rischia di non succedere più nulla per i prossimi quattro anni.

Etichette: ,

martedì, ottobre 07, 2008

Retromarcia: i biocarburanti fanno male al pianeta

Così muore l'ultima smania terzomondista e ambientalista. Pur con qualche imbarazzo, il rapporto annuale della Fao sullo "Stato dell’alimentazione e dell’agricoltura" mette una bella pietra tombale sui biocarburanti, che sino a poco tempo fa tante organizzazioni internazionali vendevano ai governi e all'opinione pubblica mondiale come la soluzione equa e solidale al problema dell'energia, in quanto prodotti da fonti rinnovabili. Per non parlare di quelle associazioni ambientaliste, come il Wwf, che sui biocarburanti avevano investito molta della loro credibilità Ora la Fao chiede di rivedere «politiche e sussidi» relativi alla produzione di biocombustibili.

L'agenzia dell'Onu per l'alimentazione avverte che, anche se il contributo dei biocombustibili liquidi «rimarrà modesto», la domanda di materie prime agricole (zucchero, mais, semi oleosi) necessarie a produrli «continuerà a crescere nel prossimo decennio, e forse anche dopo, ponendo una pressione al rialzo dei prezzi alimentari». I biocarburanti mettono così a rischio la sicurezza alimentare: «Prezzi agricoli sostenuti stanno di già avendo un impatto negativo sui paesi in via di sviluppo, che dipendono in larga misura dalle importazioni alimentari per il fabbisogno interno. Particolarmente a rischio sono i consumatori poveri delle aree urbane ed i compratori netti di cibo delle aree rurali».

A fronte di questi costi elevati, sul piano ambientale il bilancio si prospetta avvilente: «Un maggiore uso, e dunque una maggiore produzione di biocarburanti, non necessariamente contribuirà a ridurre le emissioni di gas serra così come era sembrato in un primo momento», si legge nel rapporto. Un ripensamento vero e proprio, dunque.

Etichette: ,

lunedì, ottobre 06, 2008

Il mondo secondo Geert

Geert Wilders, olandese, presidente del Partito per la Libertà nonché autore di Fitna, è uno di quei politici che i mainstream media italiani, bene che vada, definiscono «discusso» e «controverso». Ma è raro che succeda: di solito lo chiamano «razzista», esponente dell'«ultradestra» e così via. Modo molto comodo per continuare a non confrontarsi con le questioni che Wilders ha messo in cima alla sua agenda, prima tra tutte l'islamizzazione dell'Europa.

Wilders, in realtà, è semplicemente un politico preoccupato dinanzi all'ipotesi che, nel giro di qualche decennio, il chador diventi il capo d'abbigliamento femminile più indossato nel vecchio continente. E' uno che si scandalizza - ma guarda un po' - quando, nella tollerantissima Amsterdam o in altre grandi città del nord Europa, gand di giovani musulmani insultano e picchiano in pubblico gli omosessuali (a questo proposito sul blog di Bruce Bawer, uno dei miei preferiti, trovate materiale per un'enciclopedia).

Pochi giorni fa, invitato a New York dall'Hudson Institute, Wilders ha tenuto una conferenza per spiegare cosa, secondo lui, sta accadendo all'Europa e al mondo. Qui sotto, grazie a Jihad Watch e al blog di Ayaan Hirsi Ali (di lei ho scritto varie volte, specie qui), trovate il testo integrale del suo discorso. Occasione fantastica per farsi un'idea sul personaggio non filtrata da nessun commento, né del sottoscritto, tantomeno di qualche giornale italiano ansioso di contribuire al riciclaggio dei luoghi comuni. Certo, visto da qui Wilders può sembrare troppo pessimista. Ma fossi olandese come lui, avessi visto quello che ha visto lui nella sua città - iniziando dall'omicidio di Theo van Gogh - lo sarei anche io. Di più (stavolta) non dico.

Ops, quasi dimenticavo: Wilders ne ha anche per Silvio Berlusconi.

Buona lettura.
Dear friends,

Thank you very much for inviting me. Great to be at the Four Seasons. I come from a country that has one season only: a rainy season that starts January 1st and ends December 31st. When we have three sunny days in a row, the government declares a national emergency. So Four Seasons, that’s new to me.

It’s great to be in New York. When I see the skyscrapers and office buildings, I think of what Ayn Rand said: “The sky over New York and the will of man made visible.” Of course. Without the Dutch you would have been nowhere, still figuring out how to buy this island from the Indians. But we are glad we did it for you. And, frankly, you did a far better job than we possibly could have done.

I come to America with a mission. All is not well in the old world. There is a tremendous danger looming, and it is very difficult to be optimistic. We might be in the final stages of the Islamization of Europe. This not only is a clear and present danger to the future of Europe itself, it is a threat to America and the sheer survival of the West. The danger I see looming is the scenario of America as the last man standing. The United States as the last bastion of Western civilization, facing an Islamic Europe. In a generation or two, the US will ask itself: who lost Europe? Patriots from around Europe risk their lives every day to prevent precisely this scenario form becoming a reality.

My short lecture consists of 4 parts.

First I will describe the situation on the ground in Europe. Then, I will say a few things about Islam. Thirdly, if you are still here, I will talk a little bit about the movie you just saw. To close I will tell you about a meeting in Jerusalem.

The Europe you know is changing. You have probably seen the landmarks. The Eiffel Tower and Trafalgar Square and Rome’s ancient buildings and maybe the canals of Amsterdam. They are still there. And they still look very much the same as they did a hundred years ago.

But in all of these cities, sometimes a few blocks away from your tourist destination, there is another world, a world very few visitors see – and one that does not appear in your tourist guidebook. It is the world of the parallel society created by Muslim mass-migration. All throughout Europe a new reality is rising: entire Muslim neighbourhoods where very few indigenous people reside or are even seen. And if they are, they might regret it. This goes for the police as well. It’s the world of head scarves, where women walk around in figureless tents, with baby strollers and a group of children. Their husbands, or slaveholders if you prefer, walk three steps ahead. With mosques on many street corner. The shops have signs you and I cannot read. You will be hard-pressed to find any economic activity. These are Muslim ghettos controlled by religious fanatics. These are Muslim neighbourhoods, and they are mushrooming in every city across Europe. These are the building-blocks for territorial control of increasingly larger portions of Europe, street by street, neighbourhood by neighbourhood, city by city.

There are now thousands of mosques throughout Europe. With larger congregations than there are in churches. And in every European city there are plans to build super-mosques that will dwarf every church in the region. Clearly, the signal is: we rule.

Many European cities are already one-quarter Muslim: just take Amsterdam, Marseille and Malmo in Sweden. In many cities the majority of the under-18 population is Muslim. Paris is now surrounded by a ring of Muslim neighbourhoods. Mohammed is the most popular name among boys in many cities. In some elementary schools in Amsterdam the farm can no longer be mentioned, because that would also mean mentioning the pig, and that would be an insult to Muslims. Many state schools in Belgium and Denmark only serve halal food to all pupils. In once-tolerant Amsterdam gays are beaten up almost exclusively by Muslims. Non-Muslim women routinely hear “whore, whore”. Satellite dishes are not pointed to local TV stations, but to stations in the country of origin. In France school teachers are advised to avoid authors deemed offensive to Muslims, including Voltaire and Diderot; the same is increasingly true of Darwin. The history of the Holocaust can in many cases no longer be taught because of Muslim sensitivity. In England sharia courts are now officially part of the British legal system. Many neighbourhoods in France are no-go areas for women without head scarves. Last week a man almost died after being beaten up by Muslims in Brussels, because he was drinking during the Ramadan. Jews are fleeing France in record numbers, on the run for the worst wave of anti-Semitism since World War II. French is now commonly spoken on the streets of Tel Aviv and Netanya, Israel. I could go on forever with stories like this. Stories about Islamization.

A total of fifty-four million Muslims now live in Europe. San Diego University recently calculated that a staggering 25 percent of the population in Europe will be Muslim just 12 years from now. Bernhard Lewis has predicted a Muslim majority by the end of this century.

Now these are just numbers. And the numbers would not be threatening if the Muslim-immigrants had a strong desire to assimilate. But there are few signs of that. The Pew Research Center reported that half of French Muslims see their loyalty to Islam as greater than their loyalty to France. One-third of French Muslims do not object to suicide attacks. The British Centre for Social Cohesion reported that one-third of British Muslim students are in favour of a worldwide caliphate. A Dutch study reported that half of Dutch Muslims admit they “understand” the 9/11 attacks.

Muslims demand what they call ‘respect’. And this is how we give them respect. Our elites are willing to give in. To give up. In my own country we have gone from calls by one cabinet member to turn Muslim holidays into official state holidays, to statements by another cabinet member, that Islam is part of Dutch culture, to an affirmation by the Christian-Democratic attorney general that he is willing to accept sharia in the Netherlands if there is a Muslim majority. We have cabinet members with passports from Morocco and Turkey.

Muslim demands are supported by unlawful behaviour, ranging from petty crimes and random violence, for example against ambulance workers and bus drivers, to small-scale riots. Paris has seen its uprising in the low-income suburbs, the banlieus. Some prefer to see these as isolated incidents, but I call it a Muslim intifada. I call the perpetrators “settlers”. Because that is what they are. They do not come to integrate into our societies, they come to integrate our society into their Dar-al-Islam. Therefore, they are settlers.

Much of this street violence I mentioned is directed exclusively against non-Muslims, forcing many native people to leave their neighbourhoods, their cities, their countries.

Politicians shy away from taking a stand against this creeping sharia. They believe in the equality of all cultures. Moreover, on a mundane level, Muslims are now a swing vote not to be ignored.

Our many problems with Islam cannot be explained by poverty, repression or the European colonial past, as the Left claims. Nor does it have anything to do with Palestinians or American troops in Iraq. The problem is Islam itself.

Allow me to give you a brief Islam 101. The first thing you need to know about Islam is the importance of the book of the Quran. The Quran is Allah’s personal word, revealed by an angel to Mohammed, the prophet. This is where the trouble starts. Every word in the Quran is Allah’s word and therefore not open to discussion or interpretation. It is valid for every Muslim and for all times. Therefore, there is no such a thing as moderate Islam. Sure, there are a lot of moderate Muslims. But a moderate Islam is non-existent.

The Quran calls for hatred, violence, submission, murder, and terrorism. The Quran calls for Muslims to kill non-Muslims, to terrorize non-Muslims and to fulfil their duty to wage war: violent jihad. Jihad is a duty for every Muslim, Islam is to rule the world – by the sword. The Quran is clearly anti-Semitic, describing Jews as monkeys and pigs.

The second thing you need to know is the importance of Mohammed the prophet. His behaviour is an example to all Muslims and cannot be criticized. Now, if Mohammed had been a man of peace, let us say like Ghandi and Mother Theresa wrapped in one, there would be no problem. But Mohammed was a warlord, a mass murderer, a pedophile, and had several marriages – at the same time. Islamic tradition tells us how he fought in battles, how he had his enemies murdered and even had prisoners of war executed. Mohammed himself slaughtered the Jewish tribe of Banu Qurayza. He advised on matters of slavery, but never advised to liberate slaves. Islam has no other morality than the advancement of Islam. If it is good for Islam, it is good. If it is bad for Islam, it is bad. There is no gray area or other side.

Quran as Allah’s own word and Mohammed as the perfect man are the two most important facets of Islam. Let no one fool you about Islam being a religion. Sure, it has a god, and a here-after, and 72 virgins. But in its essence Islam is a political ideology. It is a system that lays down detailed rules for society and the life of every person. Islam wants to dictate every aspect of life. Islam means ‘submission’. Islam is not compatible with freedom and democracy, because what it strives for is sharia. If you want to compare Islam to anything, compare it to communism or national-socialism, these are all totalitarian ideologies.

This is what you need to know about Islam, in order to understand what is going on in Europe. For millions of Muslims the Quran and the live of Mohammed are not 14 centuries old, but are an everyday reality, an ideal, that guide every aspect of their lives. Now you know why Winston Churchill called Islam “the most retrograde force in the world”, and why he compared Mein Kampf to the Quran.

Which brings me to my movie, Fitna.

I am a lawmaker, and not a movie maker. But I felt I had the moral duty to educate about Islam. The duty to make clear that the Quran stands at the heart of what some people call terrorism but is in reality jihad. I wanted to show that the problems of Islam are at the core of Islam, and do not belong to its fringes.

Now, from the day the plan for my movie was made public, it caused quite a stir, in the Netherlands and throughout Europe. First, there was a political storm, with government leaders, across the continent in sheer panic. The Netherlands was put under a heightened terror alert, because of possible attacks or a revolt by our Muslim population. The Dutch branch of the Islamic organisation Hizb ut-Tahrir declared that the Netherlands was due for an attack. Internationally, there was a series of incidents. The Taliban threatened to organize additional attacks against Dutch troops in Afghanistan, and a website linked to Al Qaeda published the message that I ought to be killed, while various muftis in the Middle East stated that I would be responsible for all the bloodshed after the screening of the movie. In Afghanistan and Pakistan the Dutch flag was burned on several occasions. Dolls representing me were also burned. The Indonesian President announced that I will never be admitted into Indonesia again, while the UN Secretary General and the European Union issued cowardly statements in the same vein as those made by the Dutch Government. I could go on and on. It was an absolute disgrace, a sell-out.

A plethora of legal troubles also followed, and have not ended yet. Currently the state of Jordan is litigating against me. Only last week there were renewed security agency reports about a heightened terror alert for the Netherlands because of Fitna.

Now, I would like to say a few things about Israel. Because, very soon, we will get together in its capitol. The best way for a politician in Europe to loose votes is to say something positive about Israel. The public has wholeheartedly accepted the Palestinian narrative, and sees Israel as the aggressor. I, however, will continue to speak up for Israel. I see defending Israel as a matter of principle. I have lived in this country and visited it dozens of times. I support Israel. First, because it is the Jewish homeland after two thousand years of exile up to and including Auschwitz, second because it is a democracy, and third because Israel is our first line of defense.

Samuel Huntington writes it so aptly: “Islam has bloody borders”. Israel is located precisely on that border. This tiny country is situated on the fault line of jihad, frustrating Islam’s territorial advance. Israel is facing the front lines of jihad, like Kashmir, Kosovo, the Philippines, Southern Thailand, Darfur in Sudan, Lebanon, and Aceh in Indonesia. Israel is simply in the way. The same way West-Berlin was during the Cold War.

The war against Israel is not a war against Israel. It is a war against the West. It is jihad. Israel is simply receiving the blows that are meant for all of us. If there would have been no Israel, Islamic imperialism would have found other venues to release its energy and its desire for conquest. Thanks to Israeli parents who send their children to the army and lay awake at night, parents in Europe and America can sleep well and dream, unaware of the dangers looming.

Many in Europe argue in favor of abandoning Israel in order to address the grievances of our Muslim minorities. But if Israel were, God forbid, to go down, it would not bring any solace to the West. It would not mean our Muslim minorities would all of a sudden change their behavior, and accept our values. On the contrary, the end of Israel would give enormous encouragement to the forces of Islam. They would, and rightly so, see the demise of Israel as proof that the West is weak, and doomed. The end of Israel would not mean the end of our problems with Islam, but only the beginning. It would mean the start of the final battle for world domination. If they can get Israel, they can get everything. Therefore, it is not that the West has a stake in Israel. It is Israel.

It is very difficult to be an optimist in the face of the growing Islamization of Europe. All the tides are against us. On all fronts we are losing. Demographically the momentum is with Islam. Muslim immigration is even a source of pride within ruling liberal parties. Academia, the arts, the media, trade unions, the churches, the business world, the entire political establishment have all converted to the suicidal theory of multiculturalism. So-called journalists volunteer to label any and all critics of Islamization as a ‘right-wing extremists’ or ‘racists’. The entire establishment has sided with our enemy. Leftists, liberals and Christian-Democrats are now all in bed with Islam.

This is the most painful thing to see: the betrayal by our elites. At this moment in Europe’s history, our elites are supposed to lead us. To stand up for centuries of civilization. To defend our heritage. To honour our eternal Judeo-Christian values that made Europe what it is today. But there are very few signs of hope to be seen at the governmental level. Sarkozy, Merkel, Brown, Berlusconi; in private, they probably know how grave the situation is. But when the little red light goes on, they stare into the camera and tell us that Islam is a religion of peace, and we should all try to get along nicely and sing Kumbaya. They willingly participate in, what President Reagan so aptly called: “the betrayal of our past, the squandering of our freedom.”

If there is hope in Europe, it comes from the people, not from the elites. Change can only come from a grass-roots level. It has to come from the citizens themselves. Yet these patriots will have to take on the entire political, legal and media establishment.

Over the past years there have been some small, but encouraging, signs of a rebirth of the original European spirit. Maybe the elites turn their backs on freedom, the public does not. In my country, the Netherlands, 60 percent of the population now sees the mass immigration of Muslims as the number one policy mistake since World War II. And another 60 percent sees Islam as the biggest threat to our national identity. I don’t think the public opinion in Holland is very different from other European countries.

Patriotic parties that oppose jihad are growing, against all odds. My own party debuted two years ago, with five percent of the vote. Now it stands at ten percent in the polls. The same is true of all smililary-minded parties in Europe. They are fighting the liberal establishment, and are gaining footholds on the political arena, one voter at the time.

Now, for the first time, these patriotic parties will come together and exchange experiences. It may be the start of something big. Something that might change the map of Europe for decades to come. It might also be Europe’s last chance.

This December a conference will take place in Jerusalem. Thanks to Professor Aryeh Eldad, a member of Knesset, we will be able to watch Fitna in the Knesset building and discuss the jihad. We are organizing this event in Israel to emphasize the fact that we are all in the same boat together, and that Israel is part of our common heritage. Those attending will be a select audience. No racist organizations will be allowed. And we will only admit parties that are solidly democratic.

This conference will be the start of an Alliance of European patriots. This Alliance will serve as the backbone for all organizations and political parties that oppose jihad and Islamization. For this Alliance I seek your support.

This endeavor may be crucial to America and to the West. America may hold fast to the dream that, thanks tot its location, it is safe from jihad and shaira. But seven years ago to the day, there was still smoke rising from ground zero, following the attacks that forever shattered that dream. Yet there is a danger even greater danger than terrorist attacks, the scenario of America as the last man standing. The lights may go out in Europe faster than you can imagine. An Islamic Europe means a Europe without freedom and democracy, an economic wasteland, an intellectual nightmare, and a loss of military might for America - as its allies will turn into enemies, enemies with atomic bombs. With an Islamic Europe, it would be up to America alone to preserve the heritage of Rome, Athens and Jerusalem.

Dear friends, liberty is the most precious of gifts. My generation never had to fight for this freedom, it was offered to us on a silver platter, by people who fought for it with their lives. All throughout Europe American cemeteries remind us of the young boys who never made it home, and whose memory we cherish. My generation does not own this freedom; we are merely its custodians. We can only hand over this hard won liberty to Europe’s children in the same state in which it was offered to us. We cannot strike a deal with mullahs and imams. Future generations would never forgive us. We cannot squander our liberties. We simply do not have the right to do so.

This is not the first time our civilization is under threat. We have seen dangers before. We have been betrayed by our elites before. They have sided with our enemies before. And yet, then, freedom prevailed.

These are not times in which to take lessons from appeasement, capitulation, giving away, giving up or giving in. These are not times in which to draw lessons from Mr. Chamberlain. These are times calling us to draw lessons from Mr. Churchill and the words he spoke in 1942:

“Never give in, never, never, never, never, in nothing great or small, large or petty, never give in except to convictions of honour and good sense. Never yield to force; never yield to the apparently overwhelming might of the enemy”.

Etichette: ,

sabato, ottobre 04, 2008

L'Italia, la Russia e il Venezuela: la fiera delle cavolate

di Fausto Carioti

In principio - qualcuno ricorderà - era il Cile. Due legislature fa, quinquennio berlusconiano 2001-2006: bastava che un no-global impegnato a caricare la polizia prendesse un sacrosanto manganello in faccia per dire che il governo era cileno, gli uomini in divisa erano cileni e Silvio Berlusconi era un po’ più cattivo di Augusto Pinochet. Certo, continuavano a esserci libere elezioni, i giornali d’opposizione erano in edicola tutti i giorni e gli avversari del governo non volavano giù dagli aerei. Ma erano dettagli secondari. È finita come sappiamo: dopo la breve parentesi prodiana il crudele dittatore è stato riportato a furor di popolo a palazzo Chigi. Ora ci riprovano. Capito che il Cile non funziona (e grazie: prendete un under 30, chiedetegli chi era Salvador Allende e sentite cosa vi risponde), hanno ripiegato su paragoni un po’ più alla mano. Adesso l’Italia è come la Russia di Vladimir Putin e il Venezuela di Hugo Chávez.

Delle due l’una: o quelli di sinistra hanno un’unica mente collettiva, tipo le creature aliene di certi b-movies, oppure seguono come un gregge il primo che si muove. Di sicuro, hanno iniziato tutti insieme a dire la stessa cosa. Arriva l’esercito nelle strade? Non importa se la sicurezza aumenta e in certi quartieri i soldati sono accolti da liberatori. Importa solo scrivere, come fa l’Unità, che stiamo diventando «un Venezuela qualunque», costretto a «sopportare l’esercito nelle città». Giovanni Sartori, antiberlusconiano doc, evoca invece il cupo scenario moscovita, dove «un uomo solo si è impadronito di tutto il potere e di tutti i contropoteri previsti per contrastarlo. Potrebbe succedere anche in Italia, no?». Walter Veltroni si adegua: «Rischiamo di veder realizzarsi anche in Italia il modello Putin». Tira le somme Famiglia Cristiana: in Italia c’è «un processo degenerativo che svuota il parlamento sulla scia della Russia di Putin o del Venezuela di Chávez». A dir la verità, quello che avviene oggi in Parlamento è stato fatto anche da Romano Prodi e dai presidenti del consiglio che l’hanno preceduto negli ultimi decenni, i quali hanno lasciato alle Camere le briciole dell’attività legislativa, sommergendole di decreti legge e votazioni di fiducia. Insomma, l’accusa proprio non sta in piedi. Ma la frase di Famiglia Cristiana è troppo ghiotta per non essere copiata e incollata ovunque. Così a sinistra il settimanale dei Paolini smette di essere «Fanghiglia Cristiana» e diventa la voce coraggiosa della parte migliore della società. Alberto Asor Rosa preferisce invece i vecchi cliché, e col senso della misura che lo distingue scrive sul Manifesto che il berlusconismo «è peggio del fascismo». Ovviamente nel ventennio giornali come quello su cui appare il suo articolo non avevano diritto di esistere, ma l’importante è lo slogan facile, la frase per i gonzi: Berlusconi è peggio di Mussolini, di Putin e di Chávez. Sono stati fregati sul tempo: se Gianfranco Fini non avesse già usato l’espressione «male assoluto» nei confronti del fascismo, l’avrebbero adottata loro per dipingere il presidente del Consiglio.

Il risultato di questa colossale fiera delle cavolate è che fa finire tutto in vacca, iniziando dal ruolo dell’opposizione. Anche le critiche sensate sono sepolte dai paragoni più improbabili, dalla sparata più ridicola. Perché in Russia e in Venezuela chi scrive certe cose non va in diretta televisiva da Michele Santoro, ma in carcere o al cimitero. Due anni fa a Mosca fu uccisa Anna Politkovskaja, giornalista e avversaria di Putin. Non è la sola: dal 2000 a oggi i radicali hanno contato in Russia 103 giornalisti eliminati in modo più o meno misterioso. Nel suo rapporto annuale sul paese, Amnesty International scrive che «la polizia ha arrestato manifestanti, giornalisti e attivisti dei diritti umani, alcuni dei quali sono stati picchiati».

Dalle parti del compagno Chávez è stato appena ammazzato un leader dell’opposizione studentesca: un ragazzo di 32 anni che si chiamava Julio Soto. È stato crivellato di colpi da due sicari. Le cronache dicono che è il terzo avversario del governo ucciso nel giro di un anno: nei mesi scorsi era toccato al giornalista Javier García e al vicepresidente di un giornale d’opposizione, Pierre Fould Gerges. Qualche centinaio di nemici di Chávez si trova in carcere, mentre gli oppositori che lavorano nelle aziende di Stato sono licenziati. L’organizzazione Humans Rights Watch, che Chávez nei giorni scorsi ha cacciato dal paese, ha scritto che il suo governo «ha minato la libertà d’espressione dei giornalisti, la libertà d’associazione dei lavoratori e la capacità della società civile di promuovere i diritti umani in Venezuela».

Insomma, ogni paragone tra certe situazioni e la realtà italiana è semplicemente grottesco. Ci vorrebbe un po’ di pudore nell’azzardare certi raffronti. Per rispetto dei morti e di chi è finito in carcere, se non altro.

© Libero. Pubblicato il 4 ottobre 2008.

Etichette: , , ,

venerdì, ottobre 03, 2008

Il problema dei decreti c'è sempre stato e la sinistra ha fatto ben di peggio

di Fausto Carioti

Difficile prendere sul serio Walter Veltroni che si atteggia a leader dell’opposizione di un Paese a democrazia limitata. Il segretario del Pd grida al golpe strisciante perché il governo lascia al parlamento solo le briciole dell’attività legislativa. In un’intervista all’Espresso, si spinge a negare a Silvio Berlusconi il diritto di farsi eleggere al Quirinale come ogni altro cittadino. Ma uno come lui, quando lancia simili allarmi non può essere credibile. Per almeno due motivi.

Primo: quello che sta facendo il governo attuale sul piano legislativo lo hanno fatto tutti i governi degli ultimi decenni. Durante la scorsa legislatura, nei primi 365 giorni del governo Prodi, furono approvate in Parlamento solo 36 leggi: ben 22 di queste, cioè il 61%, erano conversioni di decreti legge fatti dal governo. Tanto che Gennaro Migliore, capogruppo rifondarolo alla Camera, a un anno dall’insediamento del governo lamentava «il ricorso esagerato alla decretazione d’urgenza». Lo stesso Giorgio Napolitano, in quei giorni, dovette intervenire (non era la prima volta) per chiedere «il rispetto dei limiti posti dall’articolo 77 della Costituzione», ovvero di quelle caratteristiche di straordinaria «necessità e urgenza» che i decreti legge in teoria dovrebbero avere sempre, ma che molto spesso non possiedono, poiché servono solo a legare le mani al Parlamento.

A dirla tutta, la scorsa legislatura si fece di molto peggio. Siccome ogni volta che a palazzo Madama si andava alla conta Romano Prodi rischiava di tornare a Bologna da disoccupato, si decise che il Senato doveva riunirsi, e soprattutto votare, il meno possibile. Così le leggi venivano fuori col contagocce. Quel parlamento, guarda caso, segnò il record negativo della produttività sia calcolando le leggi approvate, sia contando le sedute d’aula. E quando proprio non si poteva non votare, il provvedimento su cui l’aula di palazzo Madama era chiamata a decidere veniva blindato mediante la fiducia. Il parlamento, insomma, era davvero svuotato di potere e dignità, ma per Veltroni era tutto normale. Il secondo motivo per cui il segretario del Pd non è credibile è che il Pdl gli ha messo sul piatto un modo per ridurre i decreti del governo, limitandoli a quei «casi straordinari di necessità e d’urgenza» previsti dalla bibbia costituzionale. È una modifica del regolamento parlamentare, proposta dai senatori Maurizio Gasparri e Gaetano Quagliariello. In sostanza, «la quota prevalente del tempo di lavoro» dell’assemblea sarebbe dedicata ai «disegni di legge segnalati dal governo, mantenendo una quota residuale a disposizione dell’opposizione»; i disegni di legge che costituiscono attuazione del programma di governo dovrebbero essere approvati o respinti entro sessanta giorni; per questi provvedimenti e quelli di natura finanziaria il governo sarebbe libero di chiedere il “voto bloccato”, rendendo così impossibile ogni emendamento.

In cambio, sarebbe istituzionalizzata la figura del capo dell’opposizione, che avrebbe poteri di controllo nei confronti del premier e potrebbe chiedere la diretta televisiva per una seduta parlamentare al mese; i “ministri ombra” avrebbero una posizione privilegiata nei lavori parlamentari; l’intera opposizione avrebbe maggiori risorse umane e finanziarie e più poteri di ispezione e controllo. Questa proposta di modifica dei regolamenti è frutto dell’incontro che Berlusconi e Veltroni ebbero prima che iniziasse la campagna elettorale e dei tanti colloqui che ne seguirono tra il costituzionalista di Veltroni, Salvatore Vassallo, e il plenipotenziario di Berlusconi, Quagliariello. Eppure, sino a oggi, dal Pd hanno respinto l’offerta di cambiare i regolamenti parlamentari.

La verità è che solo così Veltroni può ritorcere contro Berlusconi il suo decisionismo (la caratteristica che gli italiani più stanno apprezzando), presentarlo come una minaccia alla istituzioni e sostenere che uno come lui non potrà fare il presidente della Repubblica perché al Quirinale servono «figure che garantiscano la Costituzione». L’esatto contrario di quanto detto da Massimo D’Alema, il quale - bontà sua - aveva fatto sapere che «Berlusconi può candidarsi al Quirinale come chiunque». Ma Veltroni ha tutto l’interesse a mantenere alta la tensione. Almeno sino al 25 ottobre, quando è prevista la manifestazione di protesta del Pd contro il governo. Per portare in piazza quanta più gente possibile, dovrà mostrarsi intransigente su tutto e, almeno fino a quel momento, farà a gara con Antonio Di Pietro a chi la spara più grossa.

Intanto, eserciterà tutta la pressione possibile sul presidente della Repubblica e sui presidenti dei due rami del parlamento. Farà appello al loro orgoglio e alla costituzione per condizionare il loro comportamento e volgerlo contro Berlusconi. Veltroni può già sventolare l’impegno assunto ieri da Gianfranco Fini, terza carica dello Stato, di «far sentire la voce della Camera» se il governo farà un «abuso» di decreti legge. Ma al momento né lui né Napolitano, e tantomeno il forzista Renato Schifani, presidente del Senato, sentono la necessità di intervenire. Qualunque cosa possano pensare di Berlusconi, prima di prestarsi a un gioco così sfacciato come quello di Veltroni ci penseranno due volte.

© Libero. Pubblicato il 3 ottobre 2008.

Etichette: ,