martedì, settembre 30, 2008

It's always the Sun

Qualche volta l'ho citato su questo blog. Lo leggevo ogni volta che potevo, il che non vuol dire tutti i giorni. Quasi, però. Come cantavano i Police, those days are over. Il New York Sun, il più bel quotidiano degli States, oggi chiude i battenti. Saluta i suoi lettori a testa alta, senza i piagnistei cui siamo abituati qui in Italia ogni volta che un'avventura editoriale fallisce.
What a run. A newspaper founded by a company that was scheduled to be created on September 11, 2001, announces its last issue on September 29, 2008, the day of the largest one-day point drop in the history of the Dow Jones Industrial Average. It's easy to forget the boom years in between that were bracketed by the terrorist attacks and the financial crisis.
Il resto gli interessati se lo possono leggere qui.

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La vignetta che fa schifo


di Fausto Carioti

A pagina 5 dell’ultimo numero del sedicente inserto satirico dell’Unità c’è una vignetta che non fa ridere. Niente di strano, di questi tempi. Però si nota subito lo stesso. Perché questa vignetta fa schifo. Molto schifo. Ve lo scrive uno che quando si tratta di satira non ha lo stomaco debole, avendo iniziato a frequentarla in tenera età, spendendo più di una paghetta per comprare quel concentrato di cattiverie che - non a caso - si chiamava il Male. Uno che guarda le trasmissioni di Michele Santoro solo per ghignare su certe vignette perfide di Vauro e ha la raccolta rilegata delle prime annate di “Cuore” (l’ultimo inserto satirico dell’Unità degno dell’aggettivo che portava). La vignetta che fa schifo raffigura un ragazzo che impugna la pistola con aria strafottente. Ricorda il finlandese che pochi giorni fa ha compiuto una strage a scuola. Punta l’arma verso qualcuno. La vittima, si capisce subito dal testo, è Renato Brunetta, ministro della Pubblica amministrazione. Il boia del popolo parla lo slang delle periferie romane. Dice: «Ho preso il vecchio ferro. Quello de quando facevo anche 14 h consecutive da guardia giurata. E so venuto ar ministero a ringrazziatte, Renà». Titolo di questa eruzione di odio represso: «Guerre giuste».

La morale della vignetta è trasparente, non occorre essere laureati in semiotica con Umberto Eco per cogliere ciò che è evidente: il Sessantotto ce l’ha insegnato, uccidere Brunetta non è reato. Qualunque cosa si voglia intendere per satira, per quanto larghi possano essere i suoi confini, questa roba qui appartiene a un’altra categoria: quella dell’idiozia criminale. Manco a dirlo, l’autore fa sapere, nel suo sito, di essere legato a organizzazioni pacifiste tipo “Movimento Nonviolento” e “Peacelink”. Il che non stupisce, per carità, ma aiuta a capire un po’ meglio quello che c’è dentro il pacifismo italiano. La lapide di Brunetta disegnata accanto alla vignetta (complimenti a chi ha deciso l’accostamento), con impresso l’epitaffio «Cacchio, sono finito fra i fannulloni anch’io» (che risate), rende il risultato finale ancora più infame.

Ora, le ipotesi sono due. La prima: il disegnatore che ha glorificato il killer del ministro è un alieno, uno che non sa chi è il ministro della Pubblica amministrazione né come vive. Anche se tardivo, un rapido corso d’aggiornamento potrebbe allora essergli utile, almeno per il futuro. Brunetta da anni fa una vita da non augurare a nessuno. È scortato 24 ore su 24. Nel 2002 i terroristi rossi decisero chi fare fuori tra lui, Maurizio Sacconi e Marco Biagi. Grazie anche a chi lo lasciò senza scorta, la scelta cadde sul terzo. Ma dopo il povero Biagi, in lista c’erano gli altri due. Non sono notizie riservate: anche se Brunetta non ha mai sventolato una delle tante minacce di morte che ha ricevuto e continua a ricevere, la sua vita da recluso è di dominio pubblico. Ce n’è traccia persino nella bibbia degli ignoranti, l’enciclopedia online Wikipedia: «Vive sotto scorta ininterrottamente dal 1983, essendo stato più volte minacciato di morte dalle Brigate Rosse». E poi ci sono i precedenti di Biagi, Massimo D’Antona ed Ezio Tarantelli, che dovrebbero indurre ogni individuo di media intelligenza a pensarci due volte prima di accostare una pistola a un giuslavorista italiano.

Lo stesso ministro, nel giugno scorso, al convegno confindustriale di Santa Margherita Ligure, per una volta si lasciò andare: «Vivo con la scorta da venticinque anni. La mia gioventù l’ho consumata con i carabinieri e la polizia. Ma che Paese è questo?», sbottò. Bella domanda, anche se la risposta è orrenda: è un Paese nel quale, se fai il tuo mestiere, prima ti minacciano di morte e poi spunta fuori il pirla con la matita in mano che fa l’elogio di chi ti vuole ammazzare. 

Seconda ipotesi, più probabile: il disegnatore non viene da un altro pianeta. Era al corrente di tutto questo. Sapeva della vita fetente che Brunetta è costretto a fare, sapeva che il suo nome era ed è nelle liste degli assassini. Ma ha deciso di fregarsene e di puntargli lo stesso quella pistola addosso. In questo caso, sostantivi e aggettivi sono superflui: il personaggio si definisce da solo.

Consapevoli di averne pestata una grossa, i vertici dell’Unità ieri si sono dovuti scusare. Ma hanno provato lo stesso a inventarsi qualcosa per salvare la faccia. Impresa disperata. Sergio Staino, ideatore dell’inserto, si è cimentato in uno sport estremo come l’arrampicata prolungata sugli specchi: «La vignetta di Biani, nelle intenzioni dell’autore e nell’interpretazione che abbiamo dato come redazione, esprimeva solo il disagio, l’indignazione e il vaneggiamento, folle e non certo condivisibile, che può provocare una strabordante polemica contro supposti fannulloni, in un paese come il nostro in cui invece sta crescendo la disoccupazione. In questo specifico caso, il disagio profondo di una guardia giurata per la quale il vecchio “ferro”, strumento del suo lavoro, sottolineava la sua attuale situazione di disoccupato». Se non ci avete capito nulla, tranquilli: quelli normali siete voi. «Questa la buona fede nostra e del disegnatore», prosegue Staino scivolando sempre più giù, «ma se, come può sempre accadere, la ciambella non è uscita con il buco e per una qualche ragione, legata al disegno o al testo, qualche lettore può interpretarla in modo da sembrare un invito all’uso delle armi, né io, né Biani, né l’intera redazione di Emme, abbiamo alcuna  difficoltà a chiedere scusa a questi lettori, ministro Brunetta,  ovviamente, compreso». Con 940 lettere usate per dire: «Scusate, abbiamo fatto una cavolata», l’Unità stabilisce il nuovo record della categoria. Consegnando ai posteri una perla giornalistica come l’elogio della pistola quale metafora arguta della disoccupazione.

Post scriptum. Una piccola annotazione personale, nella speranza che aiuti qualcuno a comprendere meglio il personaggio. Lo scorso 12 settembre il sottoscritto intervistò Brunetta a Gubbio, sul palco della kermesse di Forza Italia. Il ministro, che era e resta socialista, quella sera disse di considerare la sua battaglia contro i nullafacenti della pubblica amministrazione assolutamente «di sinistra». Cioè destinata ad aiutare soprattutto le categorie più deboli, come i malati e gli anziani, costrette a rivolgersi allo Stato per tirare avanti. Scherzando, chiusi l’intervista chiedendogli se, visti i risultati ottenuti, la popolarità conseguita e l’alto concetto che il ministro ha di sé (che lui non fece nulla per nascondere nemmeno in quell’occasione) non sarebbe il caso di clonarlo e farne altri come lui. Brunetta la prese sul serio. Rispose che occorre creare una classe dirigente (hai detto niente), e indicò l’esempio da seguire: «Un Dalla Chiesa si può ammazzare, dieci Dalla Chiesa si possono ammazzare, ma cento, mille Dalla Chiesa alla fine vincono». Applaudirono tutti, ma i suoi collaboratori rimasero di ghiaccio. Dietro l’evocazione del generale Dalla Chiesa, mi dissero poi, avevano visto la preoccupazione di Brunetta per le tante minacce ricevute da quando è diventato ministro. Questa è la vita dell’uomo su cui la nuova Unità di Concita De Gregorio, intelligente e moderata, trova divertente puntare una pistola.

© Libero. Pubblicato il 30 settembre 2008.

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venerdì, settembre 26, 2008

Per la faccia di Epifani

di Fausto Carioti

Quando Guglielmo Epifani sostiene che, grazie alla sua Cgil, sono stati modificati gli accordi per Alitalia già siglati il 14 settembre da Cisl, Uil e Ugl, millanta. Lo fa per salvare la faccia, o almeno ciò che ne resta. Fa bene Raffaele Bonanni, segretario generale della Cisl, a ricordare che quelli siglati ieri dalla Cgil sono gli stessi accordi che pochi giorni fa Epifani si era rifiutato di firmare, e che tutte le altre cose scritte in queste ore sono solo «esigenze mediatiche». A partire proprio dalle “novità” aggiunte ieri. Che non sono affatto «modifiche» dei protocolli di dieci giorni fa, né «integrazioni». Ma solo chiarimenti a quanto già scritto. Ovvietà messe nero su bianco per dare modo a Epifani di spacciarle - con il tacito consenso di tutti, incluso il governo - come grandi conquiste. Niente di nuovo: la politica è fatta anche di certe finzioni.

La verità è che Epifani era alla ricerca disperata di una via d’uscita dal vicolo cieco nel quale si era infilato. Sul fronte del “no”, accanto a lui, c’erano solo i sindacati dei piloti: stimati professionisti con stipendi lordi annui attorno ai centomila euro, beneficiati da una tassazione che incide solo sulla metà dei compensi. E a difendere le sue posizioni erano rimasti gli extraparlamentari di Rifondazione Comunista e del Manifesto: gente per cui l’unico sindacalista buono è quello che non firma gli accordi con il «padrone». Sul fronte opposto c’erano invece Cisl, Uil, Ugl, parte degli stessi piloti, l’intero personale di terra della compagnia e persino una bella fetta del Partito democratico, imbarazzato dal fatto che il sindacato amico (dei Ds) si fosse schierato con quelli che avevano applaudito al fallimento del salvataggio di Alitalia. Ma Roberto Colaninno ha troppe radici piantate nel terreno della sinistra - incluso il figlio Matteo, deputato del Pd - per tirare dritto senza il placet di Corso Italia. Così aveva posto l’aut-aut: il piano non cambia di una virgola, ma si va avanti solo con il via libera della Cgil.

Epifani si è trovato con il cerino in mano. Dalle colonne del Riformista Peppino Caldarola, ex direttore dell’Unità, ieri gli ha suggerito la via d’uscita più onorevole: «Fai come Trentin, firma l’accordo con Cai e dimettiti se i tuoi ti attaccano». Nel luglio del 1992 Bruno Trentin siglò con il governo Amato e gli altri sindacati l’intesa che chiudeva l’era della scala mobile, e subito dopo presentò le dimissioni da segretario generale della Cgil. Il suo successore, però, non ha intenzione di seguirne l’esempio. Epifani si è appellato agli uomini del Pd, che hanno interceduto per lui con Gianni Letta. Ha tessuto il suo filo con i leader degli altri sindacati. I quali volevano recuperare la Cgil, ma non avevano alcuna intenzione di sconfessare l’intesa già firmata. Alla fine, come spesso avviene in certi casi, tutto si è risolto con un escamotage di basso profilo. Gli accordi non cambiano, ma ad essi si aggiungono, in un paio di fogli a parte, poche righe di chiarimento. Chi vuole vederci un miracolo di politica sindacale è libero di farlo. Ma svelare il trucco è facile.

1) Epifani sbandiera come risultato «molto importante» il fatto che la Cai abbia dato la disponibilità, «qualora debba ricorrere a lavoratori con contratti a termine, di avvalersi di mille lavoratori precari selezionati tra i 3.500 di Alitalia». La cosa non fu messa per iscritto solo perché era data per scontata: è nello stesso interesse della Cai ricorrere a personale che non ha bisogno di addestramento e quindi costa meno. Non è certo per questo che dieci giorni fa era saltato l’accordo.

2) Il leader della Cgil ieri si vantava di aver difeso gli stipendi dei piloti e degli assistenti di volo: «Il taglio dello stipendio sarà del 6-7 per cento, con la possibilità di pareggiare con il salario attuale lavorando più ore». Anche in questo caso, però, l’apporto del suo sindacato è stato nullo. Tanto che le stesse cose le aveva già dette il ministro del Lavoro il 15 settembre. Intervistato a “Panorama del giorno”, su Canale 5, Maurizio Sacconi spiegò che per quelle categorie la riduzione del 6-7% dello stipendio avrebbe potuto essere scongiurata da un aumento delle ore di lavoro.

3) Sempre Epifani (intervista a Repubblica del 20 settembre) aveva detto che la soluzione migliore sarebbe stata «vendere Alitalia a una grande compagnia straniera», che avrebbe garantito «un know how industriale più forte, condizioni finanziarie più solide e una tempistica più rapida». Così ieri rivendicava la presenza nella cordata di un grande vettore europeo - Lufthansa, ma più probabilmente Air France - come una vittoria della Cgil. Ma anche questo è un merito che non ha. Sia perché il partner straniero era già previsto, negli stessi termini attuali, quando Epifani rifiutò di firmare. Sia perché lui aveva auspicato una cosa ben diversa, ovvero la cessione della compagnia agli stranieri. Che non avverrà.

4) Epifani ha dovuto rimangiarsi pure l’appoggio ai sindacati dei piloti. Aveva detto che il loro consenso «era essenziale» per l’approvazione del piano Fenice. Ieri, però, la Cgil ha firmato fregandosene delle sigle autonome, che ancora non hanno deciso se accettare. Epifani, ospite al Tg1 della sera, le ha invitate a siglare l’intesa: «Una piccola rinuncia oggi», ha spiegato sorridente, potrà essere «più che compensata» in futuro. Se la telepromozione doveva servire per sdebitarsi con il governo che lo ha tratto d’impaccio, Epifani ha fatto la sua parte.

© Libero. Pubblicato il 26 settembre 2008.

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mercoledì, settembre 24, 2008

Applausi per Hugo

di Fausto Carioti

«Con l'aiuto del governo socialista della Repubblica Bolivariana de Venezuela siamo certi che potremo risolvere buona parte dei problemi che colpiscono in questo momento Alitalia e tutti i suoi lavoratori». Chi ha ispirato queste righe diffuse ieri dalla compagnia aerea Aserca Airlines si chiama Hugo Chávez, e di mestiere fa il presidente del Venezuela. Per chi non lo avesse mai visto, Chávez è un incrocio tra il Benito Mussolini prima maniera, quello populista e di sinistra, e Wanna Marchi. Con la Buonanima, oltre a certi atteggiamenti lievemente machisti, ha in comune l'amore per la democrazia parlamentare e il rispetto per l'equilibrio dei poteri. Le affinità con la televenditrice riguardano invece lo stile low profile, che anche in Chávez si esalta soprattutto davanti alle telecamere. Mettete questo figurino a sedere sopra qualche milione di barili di petrolio nel momento in qui le quotazioni del greggio sono ai massimi storici e dovreste avere un'idea abbastanza chiara del personaggio. Ecco, a tutt'oggi costui è l'unico straniero ad avere accolto l'appello ad acquistare Alitalia lanciato dal leader della Cgil, Guglielmo Epifani.

La Aserca Airlines è una piccola compagnia privata venezuelana, attiva dal 1992, che opera in ambito regionale con una flotta di appena diciassette DC-9. Ma dietro la dichiarazione d'intenti recapitata ieri all'imbarazzatissimo commissario di Alitalia Augusto Fantozzi c'è il governo di Caracas, che il documento chiama in causa direttamente, e soprattutto c'è l'ego ipertrofico del suo presidente. Chávez è fatto così: appena vede uno spiraglio per ottenere un'inquadratura, per finire su un titolo, ci si fionda. Da anni, dà il meglio di sé in una trasmissione televisiva, "Alo Presidente", che va in onda tutte le domeniche. Qui una volta se la prende con le «telenovelas capitaliste» che allontanano i giovani venezuelani dal sentiero gioioso del socialismo; un'altra conciona su Ernesto Guevara assieme al suo amico Fidel Castro, ormai moribondo; un'altra spiega ai suoi connazionali perché devono cambiare la costituzione e confermarlo al potere sino all'anno 2027.

Per un campione dell'antiamericanismo e del terzomondismo come lui, potersi atteggiare a salvatore della compagnia aerea di una nazione capitalista governata da un miliardario amico di George W. Bush è stata una tentazione irresistibile. E pazienza se poi non se ne farà niente: lui se ne andrà in giro a dire che ci ha provato, ma gli altri, cattivi e schiavi degli americani, non gli hanno dato retta. Non a caso l'unico che ieri l'ha preso sul serio è stato il segretario di Rifondazione Comunista, Paolo Ferrero, uno in confronto al quale Fausto Bertinotti passa per un conservatore liberale. «Il governo deve mettere Alitalia in condizione di valutare tutte le proposte, compresa quella di Chavez», ha detto Ferrero. Prosit.

Lo sbaglio più facile da commettere, davanti a un tipo simile, è vederne solo il lato trash. Perché questo è di gran lunga il lato migliore del presidente venezuelano. Il suo lato più importante è invece quello oscuro. Come tanti altri prima di lui, Chávez è un dittatore che si è fatto eleggere con metodi democratici. Vinte le elezioni presidenziali nel dicembre del 1998, ha iniziato subito, a colpi di riforme costituzionali, a concentrare tutti i poteri nelle sue mani. Ha chiuso uno dopo l'altro gli organi d'informazione privati che gli davano fastidio. Ha iniziato a perseguitare gli attivisti dell'opposizione, facendo mettere in carcere molti di loro. Ha varato leggi che restringono la libertà d'espressione, tra cui una che punisce chi si rivolge in modo «irriguardoso» al presidente e ad altri pubblici ufficiali, anche in conversazioni private. Lo scorso 18 settembre ha fatto cacciare dal Venezuela la delegazione di Human Rights Watch, un'organizzazione non governativa che poche ore prima aveva presentato un rapporto sulle violazioni dei diritti umani nel Paese. «In assenza di un credibile controllo giudiziario», sostiene l'Ong, «il governo Chávez ha perseguito sistematicamente politiche discriminatorie che hanno minato la libertà d'espressione dei giornalisti, la libertà d'associazione dei lavoratori e la capacità della società civile di promuovere i diritti umani in Venezuela». I sindacati dei piloti, che invocavano l'intervento degli stranieri per salvare Alitalia, hanno un altro buon motivo per applaudire.

© Libero. Pubblicato il 19 settembre 2008.

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martedì, settembre 23, 2008

Atlantismo a buon mercato

Nei giorni scorsi Silvio Berlusconi ha attaccato Mahmoud Ahmadinejad con toni inusuali per le pavide abitudini italiane. Perché? Parte della risposta va cercata nei problemi che sta incontrando la politica estera del governo Berlusconi con la Casa Bianca. Come già detto, a Washington non stanno facendo salti di gioia per la nuova politica estera (estero-energetica, bisognerebbe dire) italiana. L'attacco all'impresentabile presidente iraniano - attacco che ovviamente lascia il tempo che trova - deve essere inteso allora come un messaggio rassicurante inviato al dipartimento di Stato americano. Un messaggio che suona più o meno così: tranquilli, il fatto che siamo amici di Vladimir Putin, per motivi legati alla nostra dipendenza energetica da Gazprom, non vuol dire che siamo diventati amici anche dei suoi alleati. Ahmadinejad, infatti, è il protetto di Putin, e se l'Iran può permettersi di fare la voce grossa è anche perché sa che nel consiglio di sicurezza dell'Onu c'è la Russia - legata anch'essa all'Iran dalla solita partita del gas - pronta a parargli il sedere. Resta da vedere se a Washington si accontentano di così poco, da parte nostra. Probabilmente no, ma per ora devono arrangiarsi. Tanto, il 4 novembre da quelle parti si vota.

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sabato, settembre 20, 2008

Colonia, il resto della storia

Chi trova scomodi i paraocchi, e pensa che oggi a Colonia, alla manifestazione contro l'islamizzazione dell'Europa, sia andato in scena qualcosa di più di un comizio di xenofobi, e magari trova strano che mettere il bavaglio - con la forza - a Mario Borghezio e agli altri venga considerato un esercizio di democrazia e di antifascismo, dia una letta a "Cologne: A Tale of Two Mayors", su The Brussel Journal. Perché la vita non è sempre come ce la racconta Repubblica.

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venerdì, settembre 19, 2008

Anche De Benedetti scarica Veltroni

di Fausto Carioti

Gli elettori sono tutti uguali, specie a sinistra. Ma alcuni, pure lì, sono un po' più uguali degli altri. Carlo De Benedetti, ad esempio, non è un qualunque elettore del partito democratico. Non tanto per il suo patrimonio o per il fatto di essere l'editore di Repubblica, dell'Espresso e di una sfilza di quotidiani locali, tutti più o meno simpatizzanti per il centrosinistra. Ma perché lui, l'Ingegnere, del Pd è stato un po' il padre che gli ha trasmesso la scintilla della vita, un po' l'ostetrica che l'ha aiutato a venire al mondo. Amante della politica intesa come confronto tra grandi progetti, innamorato della democrazia americana, di convinzioni solidamente liberal (anche se questo non gli impedisce di essere amico del repubblicano George Bush, padre dell'attuale presidente americano), De Benedetti viaggia dieci anni in anticipo rispetto alla classe politica del centrosinistra italiano. È stato lui il primo a spingere, seguito dai suoi giornali, affinché anche dalle nostre parti si creasse qualcosa di simile al grande partito che fu di Thomas Jefferson e di Franklin Delano Roosevelt, e che ora prova a lanciare Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti. Così, le parole con cui ieri De Benedetti ha detto di non avere alcuna intenzione di prendere la tessera del partito democratico di Walter Veltroni, malgrado la “normalità” con cui lui stesso cerchi di avvolgerle, hanno il sapore amaro del sogno che si rompe. E suonano come l'ennesimo attestato ufficiale di delusione recapitato all'indirizzo del segretario del Pd.

Tre anni fa la musica era molto diversa. Era il 30 novembre del 2005. Al governo c'era Silvio Berlusconi, ma si sarebbe votato di lì a pochi mesi e già si dava per scontato l'arrivo di Romano Prodi a palazzo Chigi, come infatti avvenne. Il Pd era ancora un disegno abbozzato. De Benedetti si presentò al convegno di “Idee”, una fondazione vicina alla Margherita, per discuterne proprio con Veltroni e con Francesco Rutelli, i due esponenti del centrosinistra più coinvolti nel progetto. Il giorno dopo, i quotidiani titolarono che De Benedetti aveva prenotato la tessera numero 1 del futuro partito. In realtà il presidente della Cir aveva detto qualcosa di un po' più complesso. Lo spiegò bene - per ovvi motivi - proprio la cronaca di Repubblica. Rileggiamola: rivolto a Veltroni e Rutelli, De Benedetti «lancia un appello urgente: svecchiate la politica, perché l'Italia è al collasso. Se così farete, si sbilancia l'Ingegnere, “la tessera numero 1 del partito democratico la prendo io, se volete”». La condizione di De Benedetti, proseguiva il suo quotidiano, è «che non si parli di contenitori, formule, discorsi surreali, tutte cose “che la gente non vuole e non può capire”». Insomma, c'era un “se” enorme nel suo proposito di tesserarsi. Questo non impedì a tutti i giornali - iniziando proprio da Repubblica ed Espresso - di prenderlo in parola. Anche perché De Benedetti è persona seria, specie quando parla delle sue idee. E infatti nessuno si stupì, il 14 ottobre del 2007, vedendolo in fila davanti a un gazebo per votare Veltroni alle primarie del nuovo partito.

Ieri mattina, quasi tre anni dopo quella sortita. A Omnibus, la trasmissione di Antonello Piroso su La7, è ospite Massimo D'Alema. Con perfidia (per i giornalisti è una qualità) Piroso gli chiede se poi De Benedetti abbia preso davvero la tessera numero 1 del Pd. D'Alema fa una di quelle smorfie contrite che da anni spaccia per sorrisini sarcastici. Risponde: «Non so se De Benedetti abbia una tessera del Partito democratico. Se ce l'ha mi fa piacere, però la tessera numero 1 ce l'ha Walter Veltroni, il segretario del partito, che è stato scelto con le primarie da milioni di italiani».

Ora, sul fatto che De Benedetti non possa avere la prima tessera del partito, non ci piove. È ovvio che essa spetta al segretario. Ma una tessera di questo benedetto partito, una qualunque, l'Ingegnere se l'è presa oppure no? La risposta la dà lo stesso De Benedetti, dopo poco, alle agenzie di stampa: «Non ho mai avuto, non ho e non avrò mai la tessera di alcun partito». E quell'impegno a essere il primo iscritto al Pd? «Speravo che le battute fossero valutate come tali», replica. E la chiude così, senza manco una mezza parola di consolazione per il povero Veltroni.

Nessun dubbio che ieri De Benedetti fosse sincero. Ma è vero anche che all'epoca, quando la notizia fu ripresa da tutti i giornali (iniziando dai suoi, è giusto ripeterlo) lui si guardò bene dal liquidare come «battuta» la sua affiliazione al Partito democratico.

Resta una sola spiegazione, allora. E cioè che in questi tre anni, nel rapporto che lega l'imprenditore a una creatura che riteneva anche sua, si è rotto qualcosa d'importante. E non è difficile capire di cosa si tratti. I dioscuri su cui aveva puntato nel 2005 hanno fatto quella che a Roma chiamano “una finaccia”. Veltroni è stato asfaltato alle elezioni politiche da Silvio Berlusconi. Il che ci stava pure, viste le premesse da cui partiva. Quello che non ci sta, invece, è ciò che è avvenuto dopo il voto, con un Pd sempre più piccolo e spaventato, privo di una direzione chiara e sottoposto a un'emorragia di consensi che mette in dubbio la sopravvivenza politica del suo leader. Rutelli, dal canto suo, ha perso contro Gianni Alemanno una battaglia nella quale nessuno avrebbe puntato sul suo avversario.

Soprattutto, il partito democratico si è incartato proprio su quello che De Benedetti aveva chiesto di tenere lontano: «Contenitori, formule, discorsi surreali». L'America è lontana, dall'altra parte della Luna. Il distacco, del resto, non è certo maturato ieri. Già a fine aprile l'Ingegnere aveva freddato i suoi amici di un tempo: «Questo giocare a dama con i candidati probabilmente non è ciò che la gente si aspetta», aveva detto commentando la batosta rimediata da Rutelli a Roma dopo la sua staffetta con Veltroni. C'è poco da fare: ai grandi imprenditori la puzza dei perdenti non è mai piaciuta. Specie se danno l'impressione di volersi abbonare alla sconfitta.

© Libero. Pubblicato il 19 settembre 2008.

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martedì, settembre 16, 2008

McDonald’s è meglio del no profit

di Fausto Carioti

Mentre la sinistra slow food si agita per il licenziamento del fondatore del Gambero Rosso, Stefano Bonilli, da parte dei nuovi proprietari della testata, quelli che della sinistra dovrebbero essere la base - disoccupati, dipendenti a basso reddito, studenti più o meno squattrinati, immigrati - li trovi in fila nei fast food McDonald’s. Dove con 5 euro e 70 centesimi si mettono in pancia un panino con hamburger doppio, patatine e Coca Cola. Altro che welfare state, altro che enti no-profit: se essere “di sinistra” significa sfamare chi ha bisogno, la multinazionale americana, quotata a New York, Tokyo, Francoforte e altre Borse del mondo, si candida a essere l’istituzione più a sinistra dell’Occidente.

Di più: i numeri forniti nei giorni scorsi dall’azienda del Big Mac sulle vendite di agosto dimostrano che nei momenti di crisi economica come quello attuale la grande industria del cibo fondata da Ray Kroc nel 1955 è una delle poche ancore di salvezza rimaste al ceto medio in affanno. Mentre ovunque i consumi si contraggono (o nella migliore delle ipotesi ristagnano), lo scorso mese i trentunomila ristoranti McDonald’s sparsi per il mondo hanno visto le loro vendite balzare in avanti dell’8,5% rispetto all’anno precedente. A fare da traino è stata proprio l’Europa, dove l’incremento è stato dell’11,6%. Il motivo è semplice: la crisi ha colpito il vecchio continente più che le altre aree del pianeta, e McDonald’s, con i suoi hamburger low cost, è diventato per milioni di europei l’alternativa più dignitosa al ristorante con coperto e servizio. Insomma, la “M” gialla in campo rosso è a tutti gli effetti uno degli ultimi ammortizzatori sociali che ancora funzionano. E il bello è che, invece di pesare sulle spalle dei contribuenti, genera ricchezza per i suoi azionisti da mezzo secolo a questa parte. Anche ieri, con le Borse mondiali affossate dal crack della banca d’affari americana Lehman Brothers, a Wall Street il titolo McDonald’s ha retto bene l’urto.

Non si tratta di un successo raggiunto per caso, ma di una precisa scelta di mercato. Allo scopo di limitare l’aumento dei prezzi, spinti all’insù dal rialzo del petrolio e di tutte le materie prime, nei mesi scorsi alcuni ristoranti McDonald’s d’oltreoceano avevano addirittura iniziato a ridurre gli ingredienti del panino. «Sappiamo che i nostri clienti si trovano a dover affrontare tempi difficili», aveva spiegato agli inizi di agosto Don Thompson, presidente della divisione a stelle e strisce della multinazionale. Ma frenando i rincari si rischia di portare nei ristoranti troppi clienti squattrinati, che generano profitti minimi. I gestori di alcuni franchising americani se ne sono lamentati con la casa madre, dove però c’è la consapevolezza che in momenti come questo, se si vuole continuare a fare soldi, bisogna concentrarsi sul numero dei clienti più che sui margini di profitto di ogni prodotto.

Dalla globalizzazione, della quale McDonald’s è uno dei simboli più importanti, possono quindi arrivare buone notizie per i consumatori persino in tempi di crisi economica. A conti fatti, quando il gioco si fa duro, i giovani dallo stipendio incerto e le altre categorie più deboli è dentro a un McDonald’s o a un negozio Ikea che si rivolgono per mettere insieme il pranzo con la cena o per arredare casa senza svenarsi, non certo agli sportelli degli enti pubblici.

Guarda caso, la stessa McDonald’s che vende gli hamburger a un euro è oggetto da anni delle aggressioni di quella sinistra che pretende di parlare a nome di coloro che hanno pochi soldi in tasca. Il fatto che questi ultimi riempiano i ristoranti della catena americana, i cui affari vanno a gonfie vele, e abbiano abbandonato al loro destino i no-global e i partiti ad essi vicini, come i Verdi e i comunisti, qualche dubbio dovrebbe metterlo.

© Libero. Pubblicato il 16 settembre 2008.

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Riposizionamento

A proposito di Alitalia e dell'operazione Fenice. Sulla prima pagina odierna di Europa, quotidiano del Pd:
La fragilità dell’operazione è sotto gli occhi di tutti ma il Pd sa di dover stare attento. Perché un’opposizione “di governo” non può tifare per un crack; e soprattutto perché nessuno può escludere che Berlusconi alla fine ce la faccia.
Anzi, quanto più ci si avvicina all’abisso, tanto maggiore sarebbe la gloria di un salvataggio. (...)
In definitiva, proprio il fatto che Berlusconi si giochi la faccia fa pendere le previsioni in favore di un accordo pasticciato chiuso in extremis.
Ovvero: compagni attenti, che Berlusconi ci frega anche stavolta.

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venerdì, settembre 12, 2008

Se il governo si scorda dei carabinieri

di Fausto Carioti

Abituati a «obbedir tacendo e tacendo morir», i carabinieri non fanno notizia. Le categorie “à la page”, quelle di cui si parla nei talk show e che gli editorialisti amano innalzare a metafora del Paese, sono altre. Fatte da gente che scende in piazza a gridare con i cartelli al collo, schierata politicamente e ben inquadrata dal sindacato. In questi giorni, ad esempio, c’è un gran daffare per convincere l’opinione pubblica che il futuro della nazione è appeso alle sorti dei dipendenti Alitalia e dei precari della scuola. In realtà si tratta di due categorie incapaci di arrendersi all’evidenza: i primi non hanno capito che il loro prossimo datore di lavoro sarà un privato che ha tutto l’interesse a non fallire, e magari anche a realizzare qualche profitto ogni tanto. I privilegi di un tempo non sono più giustificabili né sostenibili, ora che lo Stato - per fortuna - ha deciso di uscire dalla partita. I precari della scuola, dal canto loro, stentano a realizzare che gli insegnanti sono troppi rispetto agli alunni. E il loro numero non è affatto servito ad innalzare la qualità dell’educazione. Semmai, anzi, ha avuto l’effetto opposto: i confronti internazionali sui risultati del sistema scolastico collocano l’Italia sempre più in fondo alle classifiche, specie quando si misura il livello di preparazione nelle discipline scientifiche. In compenso la politica del «todos caballeros», adottata da decenni nella pubblica istruzione, è stata efficacissima nel creare clientele e aspettative, che nel corso degli anni si sono trasformate in pretese. Basta vedere la reazione dei diretti interessati quando è stato prospettato un loro inserimento nel turismo: invece di accendere ceri al Padreterno per essere stati sottratti alla via crucis che attende i normali lavoratori in esubero - i quali un ricollocamento in un settore così solido lo sognano di notte - hanno promesso un autunno di mobilitazione al ministro Mariastella Gelmini. Ci sarebbe da preoccuparsi per gli alunni, se non fosse che l’assenza di certi professori dalle aule probabilmente non nuocerà in alcun modo alla loro educazione.

Silvio Berlusconi e i suoi ministri, insomma, fanno bene a tirare dritto: dire ai dipendenti della compagnia di bandiera che l’alternativa al piano Fenice è il fallimento, e che i tempi per trovare un accordo sono già finiti, vuol dire parlare finalmente di Alitalia in modo realista. Allo stesso modo, pagare meno insegnanti, e pagarli meglio, premiando i più meritevoli tra loro, significa aver colto l’essenza del problema. Piuttosto, gli uomini del governo farebbero bene a preoccuparsi - e molto seriamente - dei carabinieri e dell’intero comparto delle forze dell’ordine.

I militari dell’Arma oggi appaiono lasciati a se stessi. Eppure, a differenza di quanto accade per gli insegnanti, di loro c’è sempre più bisogno. Secondo le denunce, nel 2007 in Italia sono stati commessi 2,9 milioni di reati, il 5,2% in più rispetto al 2006. Aumentano i borseggi e gli scippi, e i furti dentro casa registrano un’impennata di poco inferiore al venti per cento. In gran parte è il risultato dell’arrivo incontrollato di immigrati da dentro e fuori l’Unione europea: ormai il 40% dei detenuti nelle carceri italiane proviene da altri Paesi. Comprensibilissimo, quindi, che gli elettori si sentano sempre più insicuri dinanzi al crimine.

Meno comprensibile è il trattamento che riceve dallo Stato chi è chiamato a mettere un argine alla marea di delinquenti nostrali e d’importazione. Ieri sera il Cocer, l’organismo che rappresenta i carabinieri, ha incontrato Berlusconi. Un faccia a faccia preceduto da un comunicato dai toni durissimi. Gli uomini della Benemerita si lamentano, tra le altre cose, di essere stati «colpiti indiscriminatamente con provvedimenti legislativi che li hanno ridotti al di sotto della soglia della povertà». Chi scrive simili cose non è un cobas, ma un agente in divisa, e se calca i toni è perché sa che solo così può sperare di ottenere una quota di quell’attenzione normalmente riservata alle altre categorie. Un carabiniere che rischia la pelle pattugliando le strade guadagna - a seconda del grado - tra i 1.200 e 1.500 euro al mese. Il primo aumento per anzianità arriva dopo quindici anni. Se ne fanno una questione di dignità, dunque, hanno i loro motivi.

Ignorare quanto c’è di vero nelle loro richieste sarebbe un triplice errore politico. Primo: chi ha votato l’attuale maggioranza si aspetta molto dal governo sul fronte della sicurezza. Lesinare su questo settore apparirebbe incomprensibile a tanti elettori. Secondo: l’Arma rappresenta, in ogni sondaggio, una delle istituzioni in cui gli italiani ripongono più fiducia. Senza dubbio più che nel governo e nel parlamento. Inimicarsi i carabinieri non sembra idea adatta a un cacciatore di consensi come Berlusconi. Terzo, i valori di tanti uomini in divisa sono molto simili a quelli con cui Giulio Tremonti si è appena fregiato il petto: Dio, patria e famiglia. Gettarli nelle braccia del primo Di Pietro che passa significherebbe fare del male a loro e a se stessi. Berlusconi, se ci sei batti un colpo.

© Libero. Pubblicato il 12 settembre 2008.

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giovedì, settembre 11, 2008

Stati Uniti-Italia: it ain't easy

Il governo italiano assicura che l'incontro tra Silvio Berlusconi e il vicepresidente americano Dick Cheney è finito a tarallucci e vino. Dalla loro, hanno le dichiarazioni ufficiali dei due leader. Ma le frasi ufficiali lasciano il tempo che trovano. Il Financial Times oggi fa una ricostruzione diversa dell'incontro, che mi convince assai di più anche perché coincide con le informazioni in mio possesso, parte delle quali già riversate in alcune cose che ho scritto di recente. Il quotidiano inglese scrive che
«Mr Cheney condemned Russia's "unilateral efforts to alter by force of arms Georgia's internationally recognised boundaries" and reiterated that Nato had agreed on eventual membership for Georgia and Ukraine.

But Mr Berlusconi responded without a word of criticism against Russia, while Mr Cheney looked down at his shoes and avoided eye contact. The US delegation, in Italy for five days, had pushed for clear endorsement of its position from Mr Berlusconi.

Once a favoured ally rewarded for his support of the US invasion of Iraq, Mr Berlusconi has seriously irritated the Bush administration by his handling of Russia's invasion of Georgia. (...)

Concerns grew in Washington that Italy was undermining unity when Franco Frattini, Italy's foreign minister, went to Moscow last Thursday - when Mr Cheney was in Georgia and Ukraine, and ahead of European Union peace efforts by Nicolas Sarkozy, the French president, now among Washington's favourites.

Bush administration hawks are alarmed by Italy's close energy relationship with Russia, particularly the "strategic partnership" between Moscow's Gazprom and Italy's part state-owned Eni, and the South Stream pipeline they intend to build to take Russian gas across the Black Sea.

Gazprom's entry into Libya is being facilitated by an asset-swap with Eni where Gazprom will take half of Eni's take in the Elephant oil field in exchange for Eni taking part of Russia's Arctic Gas.

Glen Howard, head of Washington's Jamestown Foundation, a security research institute, says the Bush administration "wants to drive a stake through the heart of Putin's highly touted South Stream".

"You take Italy and Eni out of the equation and Putin's hopes for the energy subjugation of Europe will be put on hold indefinitely"».
La buona notizia (per Berlusconi) è che la prossima amministrazione americana, qualunque sia il suo colore, almeno inizialmente farà una forte apertura di credito nei confronti dell'Europa, dando vita così a una nuova partita, dalla quale il governo italiano avrà solo da guadagnare. Se poi dalla Russia dovessero davvero arrivare, nei confronti del prossimo presidente americano, quei segnali di distensione che molti a Washington si attendono, la posizione italiana sullo scenario atlantico potrebbe apparire meno eccentrica di quanto sia oggi.

Resterà comunque irrisolto il problema principale del nostro paese, che ne condiziona l'intera politica internazionale: la fortissima dipendenza energetica dall'estero, soprattutto dal gas marchiato Gazprom.

Chi è interessato a capire come siamo arrivati a questo punto, e al ruolo che i gasdotti hanno in questa partita, forse potrà trovare utili i seguenti post:
Il ricatto del gas russo
Putin alla guerra per il monopolio del gas
Cosa dirà Bush a Berlusconi

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martedì, settembre 09, 2008

Ma sulla sicurezza il governo non può sbagliare

di Fausto Carioti

Va bene che l’opposizione non esiste, e questo dà modo a chi sta al governo di fare più o meno ciò che vuole. Però gli elettori tengono gli occhi puntati sull’esecutivo, dal quale si attendono molto, soprattutto in materia di sicurezza. Nessuno ha scordato la lunga scia di sangue prodotta dall’indulto, voluto nel 2006 dal governo Prodi e votato anche da Forza Italia e Udc. Ecco perché il centrodestra farebbe bene a pensarci due volte, e ad adottare ogni cautela possibile, prima di varare nuove misure “svuotacarceri”, come quelle annunciate dal ministro della Giustizia, Angelino Alfano. Anche perché chi ad aprile ha votato per il PdL e la Lega lo ha fatto con l’intenzione di mettere i delinquenti in prigione, non di tirarli fuori. Tra i punti del programma con cui Silvio Berlusconi ha stravinto le elezioni si leggeva: «Costruzione di nuove carceri e apertura delle strutture penitenziarie già realizzate ma non ancora attive». Niente di strano, quindi, se gli elettori del centrodestra si mostrano perplessi davanti agli annunci di queste ore.

Alfano ha spiegato che è necessario intervenire proprio perché «l’indulto ha fallito e dopo due anni ci troviamo nuovamente con le carceri piene». In base al suo progetto, 4.100 detenuti uscirebbero di prigione per scontare il resto della pena agli arresti domiciliari, controllati grazie a un braccialetto elettronico che, se provano a scappare, fa scattare l’allarme nel commissariato più vicino. Altri 3.300 detenuti, stavolta stranieri, sarebbero invece rispediti al loro Paese, dove finirebbero di scontare la pena inflitta dai tribunali italiani. Il risultato sarebbero 7.400 delinquenti in meno nelle nostre carceri, con conseguente risparmio per i contribuenti. Gli intenti di Alfano, insomma, sono lodevoli.

Ma le cose, in realtà, sono più complicate di come possano sembrare a prima vista. Ci ha pensato Roberto Maroni, ministro dell’Interno, a farlo notare. E se i dubbi dell’esponente del Carroccio possono essere dovuti anche a quello smarcamento della Lega dal resto della maggioranza, che ci accompagnerà sino alle elezioni europee, lo stesso non si può dire per le perplessità espresse dai poliziotti, la cui esperienza sul campo va tenuta in considerazione.

I braccialetti elettronici, innanzitutto. Al momento, l’unica certezza è che hanno fallito. Furono introdotti in Italia da un decreto del governo Amato convertito in legge nel 2001. Nel 2003 ne furono presi 400 esemplari, per il cui uso lo Stato paga 11 milioni di euro l’anno, grazie a un contratto con Telecom che scadrà nel 2011. In realtà, gli apparecchi sono inutilizzati già dal 2005. I problemi tecnici, dovuti alle difficoltà di “comunicazione” del bracciale con la centralina telefonica collegata con la sede operativa della polizia o dei carabinieri, non si contavano. E il lavoro degli agenti non fu in alcun modo facilitato. Soldi buttati, insomma. Il braccialetto elettronico che ha in mente adesso il ministro è di una generazione successiva, e dovrebbe dare più garanzie. È indispensabile però che i miglioramenti tecnologici comportino una riduzione dei costi, non un loro aumento. I poliziotti ci vanno molto cauti e chiedono al governo di pensarci bene. «Non vorremmo che queste novità comportino un aggravio di lavoro per il personale in divisa, che è già carente», avverte il portavoce nazionale del Sindacato autonomo di polizia, Massimo Montebove. «I commissariati già hanno poche pattuglie, e sarebbe impossibile mandare gli agenti a controllare, anche un solo giorno su due, il detenuto che sconta gli arresti domiciliari con il braccialetto».

Pure il rimpatrio dei carcerati stranieri merita grande cautela. L’operazione prevede che l’Italia prenda accordi bilaterali con i Paesi da cui provengono più delinquenti. Da soli quattro Stati - Marocco, Romania, Albania e Tunisia - arriva il 59% dei 20.600 stranieri presenti nelle carceri italiane, e quindi un’intesa con i governi di queste nazioni potrebbe garantire un bel po’ di sollievo per le casse dello Stato. Va da sé che a Rabat e Bucarest non smaniano per riprendersi borseggiatori, spacciatori e tagliagole, e accetterebbero di farlo solo dietro pagamento. Però, conti alla mano, i margini per un accordo ci sono. Un detenuto nelle carceri italiane costa al contribuente, in media, 250 euro al giorno. In teoria, girare una quota di questi soldi al governo straniero disposto a far scontare al carcerato la fine della pena nelle sue prigioni dovrebbe convenire a tutti. Il problema è che gli Stati in questione ci hanno già dimostrato di essere partner poco affidabili in materia d’immigrazione, che tendono a giocare al rialzo e a non mantenere gli impegni. Insomma, rispedire i delinquenti stranieri nelle prigioni di casa loro è una gran bella idea, ma è necessario che il governo italiano riesca a non farsi prendere in giro.

Di sicuro, qualunque strada si prenda e nonostante la penuria di soldi nelle casse pubbliche, è indispensabile far entrare in funzione quanto prima nuovi penitenziari. Perché quelli attuali sono sovraffollati e in condizioni indecenti, perché l’immigrazione da dentro e fuori l’Unione europea sta portando in Italia più delinquenti di quanti se ne potessero prevedere e perché si tratta di un preciso impegno che questo governo ha preso con gli elettori prima del voto. Berlusconi, anche negli ultimi giorni, non ha perso occasione per ripeterci che lui le promesse le mantiene. Ecco una buona occasione per dimostrarlo.

© Libero. Pubblicato il 9 settembre 2008.

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lunedì, settembre 08, 2008

Il maestro unico e Veltroni

Anche Walter Veltroni si schiera contro l'ipotesi di reintrodurre il maestro unico: idea «discutibile», dice il segretario del Pd.

Qualcuno, con il dovuto tatto, spieghi a Veltroni, che nel giugno del 2007 avviò la sua fantastica rincorsa elettorale proprio da Barbiana e dalla tomba di don Milani, che quel signore sepolto lì sotto era un "maestro unico", «e non sembra che abbia creato guai apocalittici», come gli fa notare il mio amico Marcello Inghilesi.

«Il maestro», scrive Inghilesi, che di don Milani fu allievo, «è colui che dà un metodo e deve essere unico, giusto o sbagliato che sia; se giusto bene; se sbagliato, caro Veltroni, don Milani diceva che avrebbe stimolato le capacità dialettiche dell’allievo. Il Maestro, nel dogma milaniano, era un Monarca assoluto».

Ditelo a Veltroni. Sennò di don Milani nel Pd non resta più nulla. A parte la tomba.

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Sindrome pre-elettorale

Roberto Maroni contro la proposta di Angelino Alfano per togliere persone dalle carceri. Umberto Bossi durissimo con Mariastella Gelmini, che reagisce senza farsi pregare. Roberto Calderoli che annuncia una legge delega per il federalismo e finisce infilzato in prima pagina da un parlamentare di Forza Italia. E nessuno della segreteria del PdL che intervenga per stoppare quest'ultimo. Nemmeno Giulio Tremonti si scomoda per difendere gli amici leghisti. Anzi: sulla scuola difende la Gelmini e la scelta del maestro unico e sul federalismo fiscale di Calderoli prende tempo, spiegando che parlerà solo quando ci sarà «una banca dati condivisa».

Tutti impazziti contemporaneamente? Al contrario. Tutti molto lucidi. Semplicemente, è iniziata la campagna elettorale per le Europee. Dove la Lega e il Pdl si presenteranno come avversari, e come sempre ognuno farà il possibile per rubare cavalli dal recinto dell'altro. La Lega, poi, è specialista in questa strategia, e basta un minimo di memoria storica per ricordare come, prima di ogni elezione per il parlamento europeo, il Carroccio abbia fatto di tutto per smarcarsi dai suoi alleati, con l'intento di conquistare visibilità e consensi a spese loro. A elezione avvenuta, tutto come prima. Più o meno.

Insomma, è meglio farci il callo sin d'ora. Durerà sino a giugno.

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sabato, settembre 06, 2008

Sympathy for the Devil

di Fausto Carioti

A Firenze non l’hanno suonata, ma la vera colonna sonora di ciò che resta della Festa dell’Unità è “Sympathy for the Devil”, canzone dei Rolling Stones che porta la data del fatidico 1968 e ancora oggi è facile ascoltare alla radio. La simpatia proibita per il grande diavolo di Arcore è la vera novità della sinistra italiana dalla notte del 14 aprile. Iniziò Europa, il quotidiano della Margherita. A urne ancora calde scrisse che «il rapporto fra quest’uomo e l’Italia, a questo punto, assume effettivamente una dimensione storica. Sarà lui a decidere quando il proprio ciclo terminerà, e intanto tocca a lui decidere che tipo di rapporto instaurare con l’opposizione». La previsione - alquanto facile - si è avverata. La resa ufficiale, definitiva, clamorosa è stata firmata ieri, nella Fortezza da Basso, da Arturo Parisi, l’ultimo degli ulivisti, uno più prodiano di Romano Prodi. Non ha detto che Berlusconi sta governando bene, gode di forti consensi e robe simili. Quello ormai lo dice ogni dalemiano. Parisi ha fatto molto di più. Ha dato un giudizio storico definitivo sul rivale di sempre: «Berlusconi è un grande leader e un grande politico. Ci ha dimostrato di sapere imparare dalle vittorie e anche dagli errori, ha tenuto il filo e lo ha svolto per quindici anni». Un ritratto degno di un Winston Churchill.

Certo, dietro le parole dell’ex ministro c’era anche tanta voglia di infierire su Walter Veltroni e Francesco Rutelli. Di questi tempi è facile far fare ai leader del Pd la figura delle lucertoline dinanzi al Caimano. Ma dire in pubblico le cose che ha detto Parisi equivale a bruciarsi tutti i ponti alle spalle, e si può fare solo se si ha la consapevolezza che ogni cosa è perduta e che si tratta di idee, per quanto scomode, condivise anche da una parte della base. Del resto, Parisi non fa che dire a voce alta ciò che gli altri maggiorenti del Pd hanno mostrato di aver già compreso, mettendosi in fila davanti al portone di Berlusconi per trattare sulla riforma della giustizia.

All’opposizione sono rimasti in pochi a non arrendersi allo strapotere di Silvio Pigliatutto. C’è Marco Travaglio, che sull’Unità continua a chiamarlo Al Tappone e Cainano, ma fa quasi tenerezza ora che gli hanno tolto Antonio Padellaro per rimpiazzarlo con una signora nostalgica dell’Italietta presessantottina. Massimo D’Alema ha passato l’estate a lavorare alla costruzione di Red, la sua corrente che ha tanto il sapore di un partito nel partito, e di sicuro sinora ha creato più problemi a Veltroni che non al Cavaliere. Gli amministratori locali di sinistra, Sergio Chiamparino in testa, dotati di buon senso pratico come sono, preferiscono trattare con Berlusconi sul federalismo fiscale prossimo venturo che perdere tempo al capezzale del Pd.

Normale, insomma, che Berlusconi ostenti la sicurezza di chi sa di poter giocare sul velluto per cinque anni e poi tentare l’assalto al Quirinale. Però chi crede che la politica sia anche competizione di programmi e di idee dovrebbe iniziare a preoccuparsi dinanzi a questa partita in cui ormai c’è un solo giocatore. Un’opposizione efficace spinge il governo a migliorarsi. Un’opposizione inesistente può indurre il governo a sedersi sugli allori.

© Libero. Pubblicato il 6 settembre 2008.

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giovedì, settembre 04, 2008

Donna di destra, donna diversa

di Fausto Carioti

Una donna che fa politica ad altissimi livelli è una vittoria della democrazia e un simbolo di progresso. Ma se si candida con la destra è uno squalo in gonnella con l’armadio pieno di scheletri. Una ragazza che rimane incinta a 17 anni è una giovane che ha scelto di vivere in modo autonomo e coraggioso la sua femminilità. Ma se si tratta della figlia della candidata repubblicana alla vicepresidenza degli Stati Uniti è solo una zoccoletta che si è fatta ingravidare dal cafone di turno. Benvenuti nelle cronache “progressiste” della campagna elettorale americana. Il modo con cui i media di sinistra stanno raccontando le vicende di Sarah Palin e di sua figlia Bristol andrebbe studiato nelle facoltà di psicologia, per cercare di capire come gli esseri umani possano dimenticarsi in pochi istanti tutto quello con cui si sono riempiti la bocca per anni.

Sarah Palin, governatore repubblicano dell’Alaska, è candidata alla vicepresidenza degli Stati Uniti. Se John McCain, che l’ha voluta al suo fianco, dovesse vincere le elezioni, avremmo una donna a un passo dalla poltrona più importante del mondo. Al turno successivo la Palin, che oggi ha 44 anni, avrebbe le carte in regola per provare a conquistare la Casa Bianca. Tutto questo senza quote rosa né ministre per le Pari opportunità. Per chi crede nell’uguaglianza tra i sessi dovrebbe essere una gran bella notizia. Per chi obbedisce da sempre alla dittatura del politicamente corretto, figuriamoci.

E invece, valli a capire questi signorini progressisti. Per un anno ci hanno venduto Hillary Clinton come la più grande novità capitata alla democrazia da quando fu inventata l’urna elettorale. Poi la moglie di Bill Clinton ha perso le primarie del partito democratico, vinte da Barack Obama. Allora ci ha pensato McCain, con una mossa a sorpresa, a riportare una donna in lizza. Ma stavolta, guarda un po’, la donna non va bene. Troppo paracula, troppo arrivista dicono quelli che sino a ieri hanno sventolato la bandierina di Hillary (una che, quanto a paraculaggine ed arrivismo, potrebbe dare ripetizioni a Vladimir Putin, altro che Sarah Palin).

La verità è che l’evento che tutti si attendevano dal fronte democratico, ovvero la presenza di una donna nel ticket presidenziale, è arrivato dalle schiere repubblicane. E la mossa rischia di rivelarsi decisiva: la conservatrice Palin assicura a McCain l’appoggio degli elettori evangelici e ha già fatto impennare il fund-raising repubblicano. Gli avversari masticano amaro e non trovano di meglio che rispolverare quegli stereotipi sessisti che li fanno tanto inorridire quando arrivano da destra.

Mancando le prove, si abbonda con le insinuazioni e le offese, spesso a sfondo sessuale. Nei talk-show liberal la governatrice dell’Alaska è chiamata «bimbo», una via di mezzo tra la “squillo” e l’“oca giuliva”. Il suo ultimo figlio, affetto dalla sindrome di Down, secondo i suoi detrattori sarebbe in realtà stato partorito dalla figlia Bristol e attribuito a lei per salvare l’onore della famiglia. Al momento l’unica cosa concreta che hanno trovato è che il marito di Sarah fu arrestato perché guidava in stato di ebbrezza. Ma accadde 22 anni fa, e infatti non frega nulla a nessuno. Presi dalla disperazione, i suoi nemici ora hanno messo nel mirino la figlia, che ha 17 anni ed è stata messa incinta da un ragazzo che nella sua webpage appare con la divisa da hockey e si definisce un «fucking red neck», un «fottuto burinotto». Wow, che scandalo.

I corrispondenti italiani, che partecipano alla contesa con l’entusiasmo degli ultrà, ci mettono del loro. E ancora una volta gli articoli di Vittorio Zucconi su Repubblica si dimostrano imbattibili. Ieri è riuscito a darci la notizia che la Palin «forse non fu neppure eletta miss Wasilla», che poi sarebbe la cittadina in cui è cresciuta. Notare il «forse», e notare anche il peso politico della notizia, inferiore a zero. Per ridicolizzare la candidata, il corrispondente di Repubblica ha saccheggiato tutti i nomignoli esistenti, e quando li ha esauriti ha iniziato a inventarseli. L’ha chiamata «Zanna Bianca», «la grande cacciatrice bianca di renne», «la spumeggiante signora dei ghiacciai e del petrolio» (qualunque cosa questo voglia dire), una che «sembra nata da un incrocio fra una Bibbia e un musical anni ’50 tipo “Anna prendi il fucile”», un «sorridente enigma dietro strati di fondo tinta e rimmel». Oltre che, ovviamente, una la cui figlia è stata messa incinta da «un fottuto burinotto diciottenne dell’Alaska». Scrive anche, Zucconi, che «Sarah fu arrestata per guida in stato di ubriachezza quando aveva 22 anni». In realtà non era lei, si trattava del marito, ma rispetto a tutto il resto è un piccolo dettaglio.

© Libero. Pubblicato il 4 settembre 2008.

Post scriptum. Arrivati sino in fondo? Bravi. Ora, però, leggete «I Hate Sarah Palin», su The Right Nation.

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mercoledì, settembre 03, 2008

Walter fa il duro, ma sbaglia indirizzo

di Fausto Carioti

La notizia buona: Walter Veltroni esiste ancora. Ieri si è materializzato per pochi istanti, durante i quali ha esternato sulla scarcerazione degli ultrà arrestati dopo la partita Roma-Napoli. La notizia cattiva: visto ciò che ha detto, avrebbe fatto meglio a restare zitto. Quelli del Pd che si lamentano tanto perché l’ex sindaco di Roma è un leader assente, la prossima volta ci pensino bene prima di evocarlo. In un colpo solo l’uomo che si vanta di condurre un’opposizione seria, ragionata e non pretestuosa, è riuscito a: 1) mostrare a tutti di ignorare il funzionamento basilare delle istituzioni, attribuendo al governo responsabilità che sono solo della magistratura; 2) contraddire il principio per cui «le sentenze si rispettano e non si commentano», sino a poche ore fa uno dei pochi punti fermi rimasti alla sinistra; 3) destabilizzare ulteriormente i suoi elettori, proponendo ricette formato «tolleranza zero» il cui ingrediente principale è il manganello dei celerini.

Per una volta, le parole di Veltroni meritano di essere riportate per intero: «La scarcerazione dei teppisti responsabili dei gravi incidenti prima e dopo la partita Roma-Napoli è un fatto gravissimo. Il segnale che si lancia è pesantemente negativo. Evidentemente dagli atti del governo si evince una morale: duri con quelli che non votano, come gli immigrati, e deboli con quelli che votano». Il succo politico è chiaro: Veltroni sceglie un argomento a forte impatto emotivo, quello della sicurezza, per attaccare frontalmente il governo Berlusconi e provare a recuperare parte di quel ceto medio che lo aveva già salutato prima delle elezioni e che dopo il voto sembra aver avviato un esodo biblico. Tutto legittimo: la politica è come la cucina, ci si arrangia con quello che si trova in dispensa, e di questi tempi nel Pd, ora che la mortadella non c’è più, si fa festa raccattando le briciole degli altri.

Si dà il caso, però, che la «scarcerazione dei teppisti» non abbia proprio nulla a che vedere con gli «atti del governo». Veltroni fa bene a fare la voce grossa, ma deve uscire da largo Chigi, passare sull’altra sponda del Tevere e andare a strillare sotto piazzale Clodio, dove ha sede il giudice monocratico la cui sentenza ha fatto uscire dal carcere gli ultrà arrestati. Il governo non ha avuto alcun ruolo in questa decisione, né avrebbe potuto averlo. Delle due l’una: o Veltroni ignora persino le regole più semplici della separazione tra poteri, oppure le conosce benissimo e ha deciso di fregarsene, perché ha paura di prendersela con i magistrati, perché ha tanta voglia di prendersela con Berlusconi e perché conta sul fatto che gli elettori non sono in grado di capire il suo bluff. Non si sa da quale delle due ipotesi il segretario del Pd esca peggio.

Il ministro dell’Interno, comunque, ieri ha fatto il possibile per accontentarlo. Roberto Maroni ha annunciato «tolleranza zero» nei confronti degli ultrà, che da adesso in poi saranno considerati «un’associazione a delinquere, criminalità organizzata». Coloro che hanno partecipato agli scontri di domenica saranno individuati e non potranno assistere ad alcuna gara sportiva almeno per i prossimi due anni. Il ministro ha anche accusato la questura e la prefettura di Napoli di aver dato una «errata valutazione degli avvenimenti», insomma di non aver capito nulla di quello che stava per accadere, e ha vietato a tutti i tifosi partenopei organizzati di seguire la loro squadra in trasferta per l’intero campionato. Chi voleva il pugno di ferro è stato accontentato.

L’ex sindaco di Roma, a questo punto, dovrebbe essere felice. Certo, contro i violenti si può sempre fare di più. Sul serio Veltroni intende scavalcare il governo a destra? Vuole davvero vedere in televisione i poliziotti in tenuta antisommossa che placano i tifosi più scalmanati massaggiandoli sui denti con il manganello, come avviene in certi stadi inglesi? È pronto ad applaudire i reparti della celere che mettono in riga i «teppisti» ricorrendo a quei metodi che i suoi compagni di partito chiamano “cileni”? Perché se è questo quello che Veltroni vuole, lo dica: per una volta avrà dalla sua parte tanti elettori del centrodestra. I problemi, purtroppo per lui, saranno solo con gli elettori del partito democratico.

© Libero. Pubblicato il 3 settembre 2008.

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«Solo» quelli del Napoli

Va bene che, qualunque cosa faccia, il governo Berlusconi deve essere criticato. Fin qui ci eravamo arrivati. Ma a scrivere queste cose
«Maroni va al Tg1 e promette misure dure contro gli ultrà. Ma solo quelli del Napoli che domenica si erano resi protagonisti di violenze in serie alle stazioni di Napoli e di Roma».
come fa l'Unità oggi in prima pagina, invocando il pugno di ferro e accusando il governo di lassismo, si corre il rischio di passare per alcolisti cronici. Dove sta l'errore nel prendersela "solo" con gli ultrà del Napoli, che già è un provvedimento (sacrosanto, intendiamoci) che punisce buoni e cattivi insieme senza troppi riguardi? Che doveva fare di più Maroni oltre a prendersela con chi ha devastato le stazioni e tutti i suoi compagni di curva? Doveva infierire "a prescindere" su chiunque giri la domenica pomeriggio con una sciarpa al collo?

L'unica certezza è che, quando provano a scavalcare a destra i leghisti, i compagni sono ancora più buffi del solito.

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martedì, settembre 02, 2008

Gustav e i suoi tifosi



di Fausto Carioti

Un cataclisma da qualche centinaio di morti, qualche migliaio di case distrutte? E che sarà mai. Tutto fa brodo, a sinistra. Anche le tonnellate d’acqua dell’uragano Gustav che ieri si sono abbattute sul sud degli Stati Uniti. Prendete il regista Michael Moore. Piaccia o meno, il simpatico ciccione è uno che sa il fatto suo. Riesce a fare soldi a palate grazie ai gonzi che si mettono in fila al botteghino per assistere agli spot che confeziona per il sistema sanitario cubano, ovvero per la dittatura dei fratelli Castro. In questo modo Moore è riuscito persino a diventare un punto di riferimento per i tanti convinti che l’unico responsabile di tutti i mali del mondo sia il presidente americano George W. Bush. Ovviamente è soprattutto su questo lato dell’Atlantico che Moore viene preso sul serio, perché sull’altra sponda, quella di casa sua, lo trattano come una simpatica macchietta, buona per quelle polemiche fast-food che sono la specialità della televisione. I giornalisti adorano i tipi che le sparano grosse pur di conquistarsi un titolo, e Moore, bontà sua, quando c’è da dire una cavolata davanti a una telecamera non si tira mai indietro. Domenica scorsa l’emittente Msnbc lo ha invitato a commentare l’arrivo dell’uragano Gustav, che dopo aver fatto 85 morti nei Caraibi sembrava pronto a replicare la tragedia di Katrina, che tre anni fa quasi cancellò New Orleans dalla carte geografiche e solo negli Stati Uniti causò oltre 1.800 vittime. Moore ha esordito così: «Stavo giusto pensando che questo Gustav è la prova che esiste un Dio nei cieli. Dovrebbe puntare dritto su New Orleans il primo giorno della convention repubblicana a Minneapolis-St Paul, sul fiume Mississippi».

Questo è il livello: se per togliere un paio di decimali alle percentuali di consenso di John McCain e aumentare le chances di vittoria di Barack Obama occorre passare su qualche cadavere, beh, pazienza, le avanguardie del pensiero progressista sono disposte a farsene una ragione. Resosi conto di essersi spinto un po’ troppo in là persino per i suoi standard, Moore ha poi balbettato l’augurio che stavolta nessuno rimanga ferito. Ma è solo riuscito a rendere ancora più evidente la gaffe appena commessa.

Le imitazioni italiane, poi, riescono a essere persino più divertenti dell’originale a stelle e strisce. Vittorio Zucconi, inviato di Repubblica, in questi casi dà il meglio di sé. Tre anni fa scrisse che l’uragano era una «vendetta della natura» contro il presidente Bush, il quale si era rifiutato di firmare il trattato di Kyoto, e così facendo aveva contribuito al surriscaldamento globale e quindi aveva reso possibili simili disastri. Qualcuno lo prese sul serio e gli fece notare che gli uragani giganti sono in diminuzione da diverso tempo (ci sono i dati del National Hurricane Center americano a testimoniarlo). Lui però fece finta di niente, e ogni volta che da qualche parte negli Stati Uniti piove Zucconi scrive sul quotidiano della sinistra intelligente che la colpa è di Bush.

Adesso l’uragano Gustav l’ha ringiovanito di tre anni, e soprattutto gli ha dato modo di riscrivere lo stesso articolo di allora, appena rimaneggiato qua e là. Se Katrina era la «vendetta della natura», Gustav è la «vendetta della realtà contro la finzione della propaganda». Non si capisce se non si vergogni di farcelo sapere o se la gioia sia tanta che la mano sfugge alla ragione e scrive da sola. Di sicuro, mentre batte sulla tastiera cose prive di senso e di rispetto per la lingua italiana, tipo «per le gerarchie di un partito che aveva trovato nella spumeggiante signora dei ghiacciai e del petrolio, in quella governatrice dell’Alaska che sembra nata da un incrocio fra una Bibbia e un musical anni ’50 tipo “Anna prendi il fucile”, la coincidenza con l’uragano non potrebbe essere più devastante», l’inviato di Repubblica è un uomo felice. Michael Moore è in buona compagnia.

© Libero. Pubblicato il 2 settembre 2008.

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