sabato, agosto 30, 2008

Prodi-Cavazza e Berlusconi-Saccà: trova le differenze

di Fausto Carioti

Romano Prodi chiede a voce alta che le intercettazioni delle sue telefonate siano pubblicate. Minimizzare, fare come se non ci fosse nulla da nascondere (tanto ormai è uscito tutto). Fecero così anche due anni fa, quando Angelo Rovati, braccio destro di Prodi, fu beccato mentre spediva da palazzo Chigi uno studio nel quale “suggeriva” a Telecom di scorporare la rete telefonica e farla passare sotto il controllo dello Stato. Quisquilie, pinzillacchere, dissero il premier e i suoi. Andò a finire che il povero Rovati si dovette dimettere, ovviamente dopo essersi assunto tutte le responsabilità. Adesso sono usciti i contenuti di certe telefonate del Professore e dei suoi collaboratori, registrate al tempo in cui il nostro era presidente del Consiglio. Leggendoli con un minimo di attenzione, si scopre che se le telefonate tra Silvio Berlusconi e Agostino Saccà erano materiale incandescente, quelle tra Prodi e i suoi referenti non sono da meno.

È il giugno del 2007. C’è un signore che si chiama Alessandro Ovi, che ha già lavorato con Prodi all’Iri e che all’epoca dei fatti è consigliere fiduciario del premier. Tramite lui, Prodi tesse accordi con Claudio Cavazza, presidente della Sigma-Tau, grande azienda farmaceutica. Prodi gli chiede di dare una mano a suo nipote Luca, affiancandolo in una vicenda industriale che fino a quel momento il rampollo non sembra aver gestito nel modo migliore. Intervistato da Panorama.it, ieri Cavazza ha confermato tutto: «È vero, Prodi mi disse: “C’è questa società di mio nipote che ha bi sogno di un nuovo socio industria le…”. Cosa vuole, conosco Romano Prodi da quarant’anni».

Così Cavazza manda due scienziati a vedere i brevetti della Cyanagen, l’azienda nella quale Luca Prodi ha una partecipazione del 20%. Allo stesso tempo, però, batte cassa. Chiede a Ovi di inserire la Fondazione Sigma-Tau tra quelle in cui si può investire senza pagare le tasse. Un riconoscimento abbastanza normale per le fondazioni che si occupano di ricerca a certi livelli, ma l’ente morale di Cavazza non fa parte della lista. Ovi mette la pratica in mano all’allora sottosegretario all’Economia, Massimo Tononi (ex partner di Goldman Sachs, banca d’affari per cui ha lavorato Prodi). Tononi prende a cuore la cosa, e si rammarica perché il presidente della Sigma-Tau si è mosso tardi. «Se venivano un mese fa si telefonava a Visco, si diceva “guardate mi raccomando metteteli dentro, sono persone brave”», dice il sottosegretario intercettato.

Attenzione, è un punto importante. Tononi se la vende come una cosa semplice: si telefona al viceministro dell’Economia e lui sistema tutto. C’è da sperare che Visco si sia incavolato molto, leggendo quella frase. Perché la stesura dell’elenco delle fondazioni ammesse alla defiscalizzazione non è un atto politico, ma un atto amministrativo. In altre parole, non spetta né a un ministro né al suo vice, ma alla struttura tecnica del ministero, che valuta con criteri oggettivi se l’ente ha i requisiti e, in caso affermativo, concede i benefici previsti dalla legge. Allora, delle due l’una: o Tononi, parlando al telefono con il suo amico Ovi, ha millantato una cosa che Visco non poteva fare. Oppure quando Prodi era al governo qualcosa non funzionava come doveva.

Notare che Ovi, temendo di perdere l’appoggio di Cavazza, gli spiega che la lista delle fondazioni gratificate dalla legge è stata appena pubblicata sulla Gazzetta ufficiale. Si può cambiare («bisogna parlare con Visco, Romano non ha problemi», assicura Ovi), ma farlo per una sola fondazione sarebbe imbarazzante. L’ostacolo, però, si può aggirare: anziché una sola fondazione, spiega Ovi, se ne aggiunge «un elenco di due, tre, quattro…».

Anche prendendo per buono quanto detto ieri da Cavazza, e cioè che Ovi «millantava» quando diceva agli altri del clan prodiano che da lui il Pd avrebbe avuto 280mila euro con cui finanziare un sondaggio, il quadro resta inquietante. Basta ricordare le telefonate intercorse tra Berlusconi e Saccà, e le conseguenze giudiziarie e mediatiche che hanno avuto. Lì Berlusconi, all’epoca privo di incarichi di governo, lasciava intendere al direttore di Rai Fiction che, se avesse fatto lavorare alcune attrici, lo avrebbe ricompensato nella sua futura attività di imprenditore. La procura di Napoli, per questo, ha chiesto il rinvio a giudizio di Berlusconi, accusandolo di corruzione. Qui, invece, c’è un presidente del consiglio in carica che chiede a un imprenditore amico di intervenire per aiutare suo nipote. Nel frattempo, i suoi più stretti collaboratori si mettono a disposizione dello stesso industriale per fargli avere, tramite scorciatoie politiche, cospicui vantaggi fiscali (meritati o meno non ha alcuna importanza).

Promesse di soldi e favori da una parte come dall’altra. Ma le procure sono intervenute solo nei confronti di Berlusconi. Dire, come fanno adesso dalla sponda prodiana, che alla fine Cavazza dal governo Prodi non ha ottenuto nulla (per avere la defiscalizzazione la sua fondazione ha dovuto presentare ricorso al Tar) e che l’aiuto a Luca Prodi non si è concretizzato, non sembra una gran giustificazione. Anche Saccà e le attrici “segnalate” da Berlusconi non hanno ricavato niente dalla vicenda che li ha visti coinvolti. Stai a vedere che la differenza, alla fine, la fanno i magistrati.

© Libero. Pubblicato il 30 agosto 2008.

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giovedì, agosto 28, 2008

Il coraggio delle rane

di Fausto Carioti

Urca che coraggio. Cribbio che schiene dritte. Che tempra vantano questi eroi della sedicente arte moderna, quale rispetto per la libertà ostentano dinanzi al dilagante oscurantismo ratzingeriano i direttori dei musei italiani ed europei. Le agenzie di stampa ieri hanno diffuso il pensiero di Benedetto XVI sull’anfibio più famoso d’Europa, la rana crocifissa esposta al Museion di Bolzano, scultura (chiamiamola così) del tedesco Martin Kippenberger, scomparso undici anni fa. Sarebbe - pare, dicono - una sorta di autoritratto dell’autore in una delle sue tante fasi di depressione. In una lettera del 7 agosto a Franz Pahl, presidente del consiglio regionale del Trentino-Alto Adige e candidato Svp alle provinciali di Bolzano, la segreteria di Stato vaticana, a nome di Joseph Ratzinger, ha scritto che l’esposizione della rana «ha ferito il sentimento religioso di tante persone». Considerazione peraltro ovvia, che fa seguito alle preoccupazioni del vescovo di Bolzano e di altri esponenti cattolici, espressa dal papa a un candidato alla guida di quella stessa provincia che finanzia l’attività del museo con i soldi pubblici. È stato proprio Pahl, ieri, a rendere noto il contenuto della lettera. Pochi minuti dopo è intervenuta la direttrice del museo per far sapere che lei, a togliere la rana che non piace al pontefice, manco ci pensa. Con toni risentiti, ha chiesto che il museo «non venga ulteriormente strumentalizzato nell’ambito della campagna elettorale». In serata il presidente della fondazione che gestisce il Museion ha persino minacciato di dimettersi se la rana, come pare, oggi sarà rimossa.

Bene, bravi, così si fa: la libertà d’espressione innanzitutto. L’arte o è libera o non è. Fingiamo persino di credere che dietro la scelta della scultura di Kippenberger, inizialmente esposta all’ingresso del museo, non ci sia stata alcuna voglia di scatenare polemiche per attirare visitatori. C’è da capire solo un’ultima cosa: come mai tutto questo coraggio, questo difendere l’autonomia dell’arte come se fosse l’ultimo baluardo della civiltà, vengono fuori solo quando c’è da irridere o accusare la chiesa cattolica. A nessuno - per dire - passa per la testa di fare la stessa cosa quando di mezzo c’è l’Islam. Anzi: le poche volte che qualcuno urta - spesso senza volerlo - la suscettibilità dei musulmani, subito direttori di musei, organizzatori di mostre e politici locali rimuovono le opere in questione. Scusandosi e promettendo che non lo rifaranno più. Per qualche strano motivo, offendere la Chiesa cattolica è ritenuto un libero esercizio del ruolo di artista, mentre dare un buffetto all’Islam è una manifestazione di razzismo, una minaccia in tollerabile al dialogo con il mondo musulmano.

Ci sarebbe da riempire un’enciclopedia, con certi episodi. Lo scorso novembre all’artista svedese Larks Vilks è stato impedito di esibire la propria installazione a una biennale d’arte nel sud della Svezia. Vilks in passato aveva realizzato alcuni disegni raffiguranti Maometto nei panni di un cane, e per questo era stato minacciato di morte dai volenterosi carnefici di Allah. Notare che Vilks è stato censurato senza che nemmeno gli fosse chiesto quali opere intendesse esporre. Negli stessi giorni a Den Hag, in Olanda, il museo cittadino ha tolto da un’esibizione il dipinto dell’iraniana Sooreh Hera che mostrava due omosessuali con indosso le maschere di Maometto e di suo genero Alì. In precedenza, a Londra, la Tate Gallery aveva rimosso il quadro di John Latham “God Is Great”, all’interno del quale erano state inserite copie della Bibbia e del Corano (l’autore, incavolato, ha accusato la Tate Gallery di codardia).

Anche perché il concetto di “suscettibilità islamica” è piuttosto esteso, e va ben oltre Maometto e i suoi familiari. Un documentario sul Bangladesh realizzato dalla anglo-bengalese Syra Miah è stato cancellato dal museo di Birmingham perché conteneva l’immagine di una donna seminuda, e questo, secondo la direzione del museo, avrebbe potuto urtare la sensibilità dei visitatori musulmani. A Londra la galleria di Whitechapel ha rimosso alcuni quadri del surrealista Hans Bellmer, che mostravano ragazze svestite. «Lo abbiamo fatto per non shockare la popolazione islamica del quartiere», ha spiegato il curatore. Il museo della Cultura Mondiale di Goteborg, in Svezia, ha fatto sparire in fretta e furia il quadro “Scène d’amour”, che il suo autore, la franco-algerina Louzla Darabi, aveva descritto come «una risposta all’ipocrisia musulmana sulla sessualità, soprattutto quella delle donne». Quale sia il clima lo ha spiegato senza giri di parole, pochi mesi fa, Grayson Perry, uno dei più noti artisti inglesi: «Il motivo per il quale nella mia arte non ho attaccato l’integralismo islamico è che ho realmente paura che qualcuno mi tagli la gola».

In questi casi, come in tutti gli altri, a nessuno del circolo degli artisti impegnati e a nessuno del clubbino dei direttori dei musei artistici (un centinaio di persone, sempre le stesse, che si sopportano a vicenda da una vita) è saltato in mente di appellarsi alla libertà dell’arte. Tantomeno di sottoscrivere un manifesto di solidarietà per chi ha subito minacce, è stato censurato e magari ha dovuto cambiare vita e identità. Tutti obbedienti, tutti zitti, tutti impegnati a fingere di guardare altrove. Tutti pronti a svegliarsi appena il vescovo di turno criticherà la prossima rana. Che coraggio, che schiene dritte.

© Libero. Pubblicato il 28 agosto 2008.

Aggiornamento del 28 agosto, ore 19. La rana del Museion, si è saputo qualche minuto fa, resta al suo posto.

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mercoledì, agosto 27, 2008

Perché Obama deluderà la sinistra italiana

di Fausto Carioti

Orfana di Romano Prodi, delusa da Massimo D’Alema, basita da Walter Veltroni, la sinistra italiana sta cercando rifugio nella garçonnière del candidato democratico alla Casa Bianca. Se dalle nostre parti, con l’aria che tira, dovranno arrangiarsi con gli avanzi che cascano dal tavolo della politica almeno per altri quattro anni e mezzo, volgendo lo sguardo oltreoceano possono sognare vittorie trionfali a portata di mano, marce gloriose lungo la Pennsylvania Avenue, nuove frontiere kennediane aperte su mondi più liberi e giusti. Peccato solo che il copione sia già scritto: chiunque vinca le presidenziali americane, anche stavolta li lascerà delusi.

Al momento i sondaggi danno l’idolo di Veltroni e di quasi tutti i corrispondenti italiani, Barack Obama, testa a testa con il suo rivale repubblicano, John McCain. Se dovesse vincere quest’ultimo, manco a dirlo, la sinistra italiana dovrebbe vestire a lutto per altri quattro anni. Ma anche se il prossimo presidente americano fosse Obama, chi immagina una svolta di 180 gradi rispetto alle scelte di Bush è destinato a restarci male. Il volto che sta mostrando il senatore dell’Illinois è ben diverso dalla immagine che si sono fatti Veltroni e i suoi compagni di partito volati a Denver per la convention democratica, e da qui al voto il suo profilo moderato diventerà sempre più evidente.

Già la scelta più importante, quella del vice (gli uomini restano, i programmi possono cambiare), ha deluso tanti che da Obama si attendevano chissà quale modo nuovo di fare politica: Joe Biden, 65 anni, è un politico di vecchio corso, cattolico, gradito anche a molti repubblicani. Votò a favore della guerra in Iraq e non ha mai lesinato elogi per McCain. Obama ha scelto Biden dopo aver dato alla sua campagna elettorale un chiaro indirizzo in favore dei valori della famiglia, tema sgradito a molti liberal americani come a tanti esponenti della sinistra italiana.

Sull’Iraq Obama stesso ha finito per collocarsi su posizioni ben diverse da quelle dei suoi supporter italiani. Già alla fine di febbraio, pur ribadendo di essere contrario alla guerra, aveva ammesso che l’invio di nuove truppe è stato decisivo per ridurre le violenze e ha rappresentato una «vittoria tattica» per gli Stati Uniti. Se dovesse diventare presidente, ha promesso di ritirare il contingente americano, assicurando però che l’operazione sarà tutt’altro che immediata: ci vorranno sedici mesi dal suo arrivo alla Casa Bianca.

La guerra in Iraq, che tanto appassiona ancora da queste parti, sta comunque passando in secondo piano nell’interesse degli elettori americani, che mostrano invece i primi segni di preoccupazione per la Russia di Vladimir Putin. Il tema della sicurezza e della lotta al terrorismo, ovviamente, resta decisivo. Su tutti questi argomenti, McCain è ritenuto più affidabile dagli elettori. È probabile, quindi, che nelle prossime settimane Obama tenti la manovra già realizzata con successo nei confronti di Hillary Clinton, sua rivale per la nomination democratica: scavalcare “a destra” il rivale, mostrandosi più fermo e intransigente dello stesso McCain. Difficilmente, insomma, sentiremo da Obama frasi distensive nei confronti di Putin.

Chiunque vinca, poi, è lecito attendersi dalla prossima amministrazione americana un’apertura di credito, almeno iniziale, nei confronti dell’Unione europea. Ma va da sé che né Obama né McCain hanno intenzione di togliere agli Stati Uniti quel ruolo di “iperpotenza” militare che risulta tanto sgradito ai leader dell’Europa continentale.

Del resto, le scelte dei presidenti americani nel dopoguerra, almeno sul fronte della politica estera, sono state in sostanziale continuità, nonostante si siano succedute amministrazioni democratiche e repubblicane. Chi ancora nutre qualche illusione farebbe bene a guardare quanto fatto dai democratici. Nel 1950 Harry S. Truman, senza nemmeno consultarsi con il congresso, trascinò gli Stati Uniti nella guerra contro la Corea del Nord. Fu John Fitzgerald Kennedy, sino alla sua morte nel 1963, ad avviare l’escalation militare americana in Vietnam. Il suo programma di governo prevedeva di creare in Indocina «una società sempre più democratica», tramite azioni «militari, politiche, economiche e psicologiche». Ucciso Kennedy, l’uomo che costui aveva scelto come vicepresidente, Lyndon Baines Johnson, spedì oltre mezzo milione di soldati nella giungla vietnamita. In altre parole l’esportazione della democrazia con le bombe e i carri armati, voluta in Iraq dai falchi neocon dell’amministrazione Bush, ha il suo precedente proprio nella politica di Kennedy. Eppure la sinistra italiana, ancora in questi giorni, continua a rivendere Kennedy come la versione in doppio petto del Mahatma Gandhi.

In anni più recenti è toccato a Bill Clinton avviare l’intervento della Nato in Kosovo, spaccando la sinistra italiana. E persino sul fronte dell’ecologia, altro tema che sta a cuore ai nostri progressisti, Bush può vantare un predecessore democratico: Clinton, dopo aver fatto mettere da Al Gore una firma simbolica sul trattato di Kyoto, lo chiuse in un cassetto e si guardò bene dal sottoporlo al giudizio del Senato. Se la storia insegna qualcosa, qualora Obama dovesse vincere il centrosinistra italiano farebbe bene a non ridere troppo.

© Libero. Pubblicato il 27 agosto 2008.

Post scriptum. Come era facile prevedere, l'atteggiamento nettamente pro-family di Obama sta deludendo molti dei suoi supporter. Il tycoon dell'editoria gay statunitense, Paul Colichman, ha appena detto al New York Post che non appoggerà il candidato democratico:
"I thought, 'Get over yourself!' I had literally written out a check to the Obama campaign. And then I saw him in front of an evangelical group in Anaheim," he said.

Before Rick Warren at the Saddleback Civil Forum, both Obama and McCain defined marriage as a union between a man and a woman.

"I thought, 'Wow! He just threw the gay community under the bus,' " Colichman said. "My partner looked over at me, and we tore up the check."

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martedì, agosto 26, 2008

Piccolo mondo antico

Oggi abbiamo potuto leggere il primo editoriale di Conchita De Gregorio, nuovo direttore dell'Unità. Inizia così:
«Sono cresciuta in un Paese fantastico di cui mi hanno insegnato ad essere fiera. Sono stata bambina in un tempo in cui alzarsi a cedere il posto in autobus a una persona anziana, ascoltare prima di parlare, chiedere scusa, permesso, dire ho sbagliato erano principi normali e condivisi di una educazione comune. Sono stata ragazza su banchi di scuola di città di provincia dove gli insegnanti ci invitavano a casa loro, il pomeriggio, a rileggere ad alta voce i testi dei nostri padri per capirne meglio e più piano la lezione».
Vero, era un'Italia molto bella. Era l'Italia provincialotta e democristiana, l'Italia piccolo borghese con le sue gerarchie da rispettare, l'Italia con i bambini che andavano a scuola in grembiulino e la panierina in mano, quella Italia che si alzava in piedi quando in classe entrava il professore. L'Italia che noi biechi conservatori possiamo permetterci di rimpiangere, illudendoci che qualche ministra volenterosa possa davvero restaurarne un briciolo. Che a rimpiangerla sia il direttore dell'Unità, però, fa davvero ridere.

Post scriptum. Per inciso: quel «paese fantastico» lo ha travolto il Sessantotto. Il nuovo direttore dell'Unità, però, questo non lo dice. Altrimenti nel suo editoriale non potrebbe darne la colpa a Silvio Berlusconi.

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sabato, agosto 23, 2008

Il ricatto del gas russo

di Fausto Carioti

Vietato disturbare Vladimir Putin. Vietato dire a voce alta che il Cremlino usa i soldi di noialtri consumatori di gas per ridurre all’obbedienza la Georgia. Vietato notare che se il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad - quello che vuole cancellare Israele dalle cartine geografiche - continua a fregarsene delle Nazioni Unite è perché, dentro e fuori dal consiglio di sicurezza dell’Onu, c’è la Russia che lo difende. La classe politica italiana, in sintonia con quella europea, ha deciso che il trattato del Nord Atlantico che ci lega agli Stati Uniti vale meno dei contratti di fornitura siglati con Gazprom. Così piega la testa e si barcamena in modo sempre più goffo tra Washington e Mosca: troppo grande è la paura che qualcuno chiuda il rubinetto che porta nelle nostre case il gas della Siberia.

Il comportamento tenuto dinanzi alla crisi georgiana appare dettato più dal panico che dalla ragione. Da Tbilisi, capitale della Georgia, passa infatti il gasdotto BTE, che da Baku, in Azerbaigian, arriva sino a Erzurum, in Turchia. Una volta collegato a oriente con la sponda opposta del Mar Caspio, tramite una condotta sottomarina, e a occidente con Vienna, per mezzo del progettato gasdotto Nabucco, l’Europa, e anche l’Italia, avrebbero accesso ai ricchi giacimenti di gas di Azerbaigian, Turkmenistan e Kazakistan senza doversi sottoporre al giogo russo. Insomma, ci sarebbe più concorrenza tra i nostri fornitori, i prezzi potrebbero persino scendere e non avremmo messo la nostra sopravvivenza nelle mani di un solo Paese. Ma per riuscirci, appunto, occorre che la Georgia sia libera dall’influenza di Mosca.

Ora, se da un punto di vista politico, con il ritiro dei cingolati russi, Tbilisi dovrebbe tornare a respirare, da un punto di vista militare il segnale che Putin ha mandato al mondo è chiarissimo: le sue truppe possono entrare in Georgia, e prendere il controllo dei gasdotti e degli oleodotti, quando e come vogliono. Un investitore, a questo punto, avrebbe mille motivi per chiedersi se sia sensato mettere soldi in un progetto osteggiato dal Cremlino. Così, mostrandosi molli dinanzi all’allargamento della sfera d’influenza russa, l’Europa e l’Italia hanno contribuito a rafforzare il monopolio di Gazprom nei loro confronti per i prossimi decenni.

Il governo italiano, per una volta in sostanziale intesa con l’opposizione, cerca ancora di replicare lo schema adottato da Silvio Berlusconi a Pratica di Mare nel 2002, quando il premier riuscì a mediare con successo tra Putin e il presidente americano George W. Bush. All’inizio dell’estate il ministro degli Esteri, Franco Frattini, aveva detto che l’obiettivo del nostro Paese era proprio quello di «rilanciare lo spirito di Pratica di Mare», spiegando agli «amici russi» che lo scudo antimissilistico americano nell’Europa orientale «non è certo costruito contro di loro». Una posizione quasi “terzista”, ispirata anche dai numerosi accordi siglati, specie negli ultimi anni, tra Eni e Gazprom, con la benedizione congiunta del centrosinistra e dell’attuale maggioranza.

Fatto sta che oggi, dopo l’invasione della Russia in Georgia (Paese candidato a entrare nella Nato), dopo che il presidente russo Dmitry Medvedev ha detto che lo scudo antimissile «è chiaramente anti-russo», tanto da promettere ritorsioni «non solo diplomatiche», e dopo che i vertici della Nato hanno annunciato che con la Russia le cose «non potranno più essere come prima», il disegno italiano deve considerarsi fallito. Frattini, che ancora ieri richiamava la Russia alla collaborazione «indispensabile» con la Nato, è sembrato non aver colto la portata degli ultimi eventi. Nelle prossime settimane, quando il segretario di Stato americano Condoleezza Rice sarà in visita a Roma, lui e Berlusconi faranno bene a usare un linguaggio più realista.

Anche perché gli Stati Uniti sono convinti - a ragione - che il ricatto del gas russo, così temuto dall’Italia e dagli altri Paesi europei, esista solo nei nostri incubi. È vero che il gas che ci serve per cuocere la pasta, tenerci al caldo e alimentare le nostre centrali elettriche possiamo averlo solo da Gazprom, da cui oggi proviene un terzo del metano bruciato in Italia. Per inciso, la Germania acquista dalla Russia il 43% del suo gas e la Francia il 12%, e i russi sono stati molto bravi a dividere i Paesi europei con numerosi contratti bilaterali, in modo da non avere davanti un unico, potentissimo acquirente. Ma è altrettanto vero che, se non lo vende a noi europei, la Russia il suo gas non lo può dare a nessun altro, e a Mosca hanno bisogno dei nostri soldi tanto quanto noi abbiamo bisogno del loro metano. A Washington, del resto, sanno bene come funzionano certe cose: il presidente venezuelano Hugo Chavez ogni volta che apre bocca sputa veleno sugli Stati Uniti. Ai quali, però, continua a vendere il petrolio del suo Paese. Proprio perché conviene anche a lui: business is business.

© Libero. Pubblicato il 23 agosto 2008.

Stesso argomento, da questo stesso blog:
Putin alla guerra per il monopolio del gas
Cosa dirà Bush a Berlusconi
L'asse Russia-Iran e il vero prezzo del gas

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venerdì, agosto 22, 2008

Sicurezza aerea, deregulation e prezzo del petrolio

di Fausto Carioti

La deregulation aerea è una cosa bellissima. Da quando, alla fine degli anni Settanta, l’amministrazione americana avviò la liberalizzazione dei cieli, qualche miliardo di cittadini del mondo libero ha potuto vedere posti dove altrimenti non sarebbe mai stato, spendendo una frazione minima del proprio stipendio. La deregolamentazione è stata un potente fattore di democrazia, perché ha tolto alle classi più ricche il monopolio dei grandi viaggi. Il mercato, insomma, il suo compito l’ha svolto. Eppure le 153 vittime dell’incidente dell’aereo Spanair sono la drammatica conferma che l’aviazione commerciale ha problemi serissimi ed irrisolti. Ma scaricare l’intera colpa sulla concorrenza tra vettori privati, come fanno i nostalgici dello statalismo e dei bei tempi in cui solo pochi privilegiati potevano permettersi di salire su un velivolo, significa rifiutarsi di capire il problema e usare i morti di Madrid per fini di bassa ideologia.

In attesa di leggere i dati contenuti nelle scatole nere del velivolo distrutto, e quindi - si spera - di capire come sia avvenuto l’incidente, c’è già una certezza: le cause del disastro sono più di una. L’incendio di uno dei motori dell’MD-82, infatti, non basta a spiegare quanto avvenuto, poiché gli apparecchi sono certificati per volare anche con un solo motore e i piloti sono addestrati ad affrontare una simile emergenza - che può essere innescata anche da fattori accidentali, come il “risucchio” di uno stormo di uccelli nella turbina. Dietro alla strage di mercoledì, dunque, con ogni probabilità c’è una catena di errori, sia tecnici sia umani. Un’altra certezza è che in materia di sicurezza la Spanair, che gravita nell’orbita del colosso Lufthansa, non ha affatto una brutta fama. Il suo nome, anzi, appare nelle zone alte del ranking dei vettori più affidabili. A luglio ed agosto, raccontano ad esempio all’Enac, apparecchi della Spanair atterrati nel nostro Paese sono stati visionati a sorpresa dagli ispettori italiani, i quali non hanno trovato nulla da ridire sulla qualità della manutenzione.

I controlli, infatti, sulla carta sono ottimi e abbondanti. Nel mondo civile, una compagnia può operare solo se ottiene la licenza dell’ente di controllo del suo Paese (in Italia questo compito lo svolge l’Enac), che ne valuta sia la capacità tecnica sia la stabilità economica. Oltre alle valutazioni periodiche sugli apparecchi e sui piloti, ispezioni impreviste possono capitare in qualunque momento. I protocolli con cui gli enti di controllo valutano la sicurezza degli aerei sono fissati a livello continentale, e l’Europa, assieme a Stati Uniti e Australia, vanta la minore percentuale di incidenti. Molti piloti sostengono che negli ultimi anni il numero degli ispettori e dei controlli, in Italia e altrove, non è cresciuto di pari passo con l’aumento del traffico aereo, ma dall’Enac smentiscono e assicurano di tenere d’occhio tutti, soprattutto le compagnie ritenute meno “virtuose” in termini di sicurezza. Resta il fatto che, nonostante tutto questo dispiegamento di regole, di uomini e di mezzi, si può salire in centocinquanta su un aereo diretto alle Canarie e uscirne fuori carbonizzati.

Tra le spiegazioni che circolano in queste ore tra gli addetti ai lavori, una in particolare merita attenzione. In sostanza, per quanto rigorose siano le norme europee e per quanto severa la loro applicazione, esse non sono ritenute sufficienti dalle compagnie più affidabili. Le quali, di norma, si preoccupano di andare oltre quanto previsto dalla legge. Ma questo è un lusso che possono permettersi senza problemi quando il petrolio, principale fonte di costo dei vettori aerei, viaggia sui 50 dollari al barile. L’impegno diventa più difficile da mantenere con il petrolio vicino alla soglia dei 100 dollari e si fa insostenibile quando il greggio, come in questi mesi, si stabilizza attorno ai 120 dollari. Alle quotazioni attuali, molte compagnie riescono a malapena a svolgere la manutenzione prevista dalla legge. Questo, unito ad altri fattori, potrebbe spiegare come siano a rischio anche i passeggeri di una compagnia “seria” quale la Spanair.

Se le cose stanno davvero così, l’unica soluzione consiste nell’alzare - e di parecchio - l’assicella degli standard minimi di sicurezza, rendendo obbligatorie, qualunque sia il prezzo del petrolio, quelle precauzioni che i migliori vettori adottano in modo spontaneo quando la quotazione del barile lo consente, e non possono permettersi in periodi come questo. In altre parole, bisogna riflettere se non sia il caso di spendere venti, quando sino ad oggi si è speso dieci, in manutenzione del materiale e ispezioni da parte degli enti di controllo. Va da sé che questi nuovi obblighi sarebbero la fine delle tariffe alla portata di (quasi) tutti, almeno fin quando la quotazione del greggio non dovesse scendere.

Del resto, con il costo del combustibile ai livelli attuali, è da sciocchi pretendere di poter continuare a volare come prima. In un modo o nell’altro, il prezzo da pagare agli sceicchi c’è sempre. Bisogna capire se è preferibile pagarlo volando un po’ meno, e a prezzi un po’ più cari, oppure sapendo che il rischio di uscire dal velivolo in posizione orizzontale è più alto di prima. Guardando i sacchi neri che avvolgono i corpi dei 153 passeggeri del volo Spanair, grossi dubbi su quale sia la risposta più sensata non ce ne sono.

© Libero. Pubblicato il 22 agosto 2008.

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domenica, agosto 10, 2008

Putin alla guerra per il monopolio del gas

di Fausto Carioti

Davanti alle scene di guerra che arrivano dalla Georgia, il rischio di guardare il dito e ignorare la luna è forte. Ma con Vladimir Putin di mezzo sarebbe un grave errore. Per il premier russo la politica estera (della quale, come diceva von Clausewitz, «la guerra è la continuazione con altri mezzi») e la grande partita per le forniture energetiche all’Europa sono la stessa cosa. E comunque, semmai, è la prima ad essere subordinata alla seconda. Così se a prima vista, stavolta, in gioco sembra esserci l’autonomia dell’Ossezia del sud, in realtà la sfida vera riguarda il controllo del trasporto del gas dalle regioni del mar Caspio sino alle nostre case per i prossimi decenni. Putin vuole che la Russia, tramite Gazprom, abbia il monopolio dei gasdotti che anche in futuro collegheranno i vecchi territori dell’Unione Sovietica al resto del mondo. Per riuscire nel progetto, che darebbe al suo Paese un potere economico e politico mai raggiunto prima, Putin deve impedire che si concretizzi lo scenario alternativo, al quale lavorano da anni gli Stati Uniti e, per quel poco che può, l’Unione europea. Scenario nel quale la Georgia, in queste ore martellata dai bombardamenti russi, svolge un ruolo cruciale.

Se si osserva il conflitto da questo punto di vista, il vero nemico di Putin non è il presidente georgiano Mikhail Saakashvili, ma un’enorme infrastruttura chiama Nabucco, che per ora esiste solo sulla carta, ma che se mai sarà realizzata segnerà la fine dei sogni monopolistici del Cremlino. Lungo 3.300 chilometri, Nabucco è stato progettato per portare il gas da Erzurum, nella Turchia orientale, sino alle porte di Vienna, nel cuore dell’Europa. È previsto che il suo percorso si snodi attraverso Bulgaria, Romania e Ungheria. Del consorzio fanno parte i cinque Paesi interessati e la Germania, ma per avere senso l’opera dovrà necessariamente stringere accordi con paesi fornitori di gas. Se si riuscisse a collegare il terminale orientale di Nabucco con i grandi giacimenti dell’Azerbaigian e - al di là del mar Caspio - di Turkmenistan e Kazakistan, tagliando fuori la Russia, il gioco sarebbe fatto e Gazprom si troverebbe uno scomodo concorrente a contendergli le forniture di metano ai Paesi europei. Oggi, messi assieme, Azerbaigian, Turkmenistan e Kazakistan controllano il 3,3% delle riserve “provate” di gas naturale nel mondo, ma i loro giacimenti sono ancora in parte inesplorati e possono riservare sorprese.

Il collegamento tra Nabucco e le sponde occidentali del mar Caspio già esiste: è il cosiddetto gasdotto BTE, che parte dalla capitale azera Baku, tocca Tbilisi e termina proprio a Erzurum, e corre parallelo a un oleodotto che porta in Turchia il greggio del Caspio, lasciando la Russia fuori dai giochi. La realizzazione di quest’opera è stata salutata come una delle più importanti vittorie politiche americane nei confronti di Mosca, che è dovuta venire a patti con il diavolo ed è entrata, tramite una joint-venture tra Eni e Lukoil, nella compagnia che controlla il gasdotto. Per arrivare al gas di Turkmenistan e Kazakistan resta da collegare Baku con la sponda opposta del mar Caspio. Si tratta dell’operazione più difficile: non tanto dal punto di vista ingegneristico, quando da quello politico.

Anche in questo caso, come per Nabucco e per il BTE, l’idea porta il sigillo del dipartimento di Stato americano ed è sponsorizzata dall’Unione europea. La Russia, che gioca in tandem con l’Iran, si oppone con tutti i mezzi, sostiene che l’opera avrebbe un inaccettabile impatto ambientale e avverte che la conduttura sottomarina, anche se in grado di collegare solo le sponde azere con quelle del Turkmenistan, deve essere approvata da tutti i Paesi che si affacciano sulle sponde caspiche, e quindi pure dai governi di Mosca e Teheran. Che, ovviamente, non daranno mai il via libera.

Almeno sulla carta, dunque, il progetto che prende il gas dalle ex repubbliche sovietiche, lo fa passare sotto il mar Caspio e a sud del mar Nero per portarlo infine al centro dell’Europa, senza che la Russia ci guadagni un centesimo, già esiste. E il governo di Mosca lo ha preso molto sul serio, tanto che negli ultimi anni si è impegnato a fare terra bruciata attorno a Nabucco e alla “pipeline” sotto il Caspio. Nel 2007 i vertici di Gazprom, assieme a quelli dell’Eni, hanno presentato la loro risposta, chiamata South Stream. Il tracciato di questo gasdotto parte dalla Russia, prosegue nelle profondità del mar Nero per 900 chilometri, emerge in Bulgaria e da lì si dirama in diverse direzioni, incluso il sud dell’Italia. Anche se ufficialmente non è alternativo a Nabucco, la sua realizzazione, a detta di molti analisti, sarebbe un durissimo colpo per il gasdotto rivale, che già deve fare i conti con la disinvolta campagna acquisti di Gazprom e delle autorità moscovite.

La Bulgaria, ad esempio, che fa parte della Nato e dell’Unione europea, è entrata nel progetto South Stream, nonostante la commissione Ue avesse detto chiaramente che il «progetto prioritario», per Bruxelles, è Nabucco, non quello di Gazprom ed Eni, che infatti non libera i Paesi europei dalla dipendenza energetica nei confronti di Mosca. Le buone relazioni tra il Cremlino e Belgrado sono servite poi per dare a South Stream via libera al passaggio nel territorio serbo, aprendo così al gas russo le porte dell’Europa senza passare per Ucraina e Bielorussia. Mentre nei confronti di Azerbaigian, Turkmenistan e Kazakistan la Russia ha scatenato un’offensiva diplomatica interessata a impedire che parte del loro gas possa finire in Europa senza passare da Gazprom. Le tre repubbliche centroasiatiche prendono tempo, ben felici di essere oggetto dell’attenzione di Stati Uniti e Ue da un lato e della Russia dall’altro.

Ogni progetto di portare gas e petrolio dall’area del Caspio all’Europa tagliando fuori la Russia, però, si arresterebbe se la Georgia, snodo cruciale, fosse costretta a limitare la propria indipendenza da Mosca. L’Europa dipenderebbe sempre più da Gazprom per la propria sopravvivenza e gli Stati Uniti subirebbero una dura sconfitta in una delle regioni strategicamente più importanti del pianeta. Per questo l’autonomia di Tbilisi è tanto importante. E per questo ci si può attendere che a Washington - nonostante il momento sia delicato a causa della vicina scadenza elettorale - faranno il possibile per difenderla.

© Libero. Pubblicato il 10 agosto 2008.

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sabato, agosto 09, 2008

Il caso Aguero e la credibilità di Raúl Castro

di Fausto Carioti

È un momento di pacchia per i dittatori del resto del mondo. La repressione in Tibet, la censura su Internet, le violazioni dei diritti umani nella regione dello Xinjiang - quella abitata dagli islamici uiguri, da cui proverrebbero i terroristi che l’altro giorno hanno ucciso sedici poliziotti cinesi - e le altre porcherie firmate dal governo di Pechino, arrivate finalmente tra i primi titoli dei telegiornali (da dove spariranno il giorno dopo la chiusura dei Giochi, inutile illudersi), stanno riuscendo a rimuovere dalle inquadrature delle telecamere le tante schifezze che in questi giorni continuano a essere commesse altrove. E dire che non bisogna andare molto lontano per scoprirle. C’è un caso che ci riguarda molto da vicino. È quello di Taismary Aguero, pallavolista nata a Cuba 31 anni fa e dal 2006 in possesso del passaporto italiano, in seguito al matrimonio con un nostro connazionale. La madre della Aguero è in fin di vita e lei, abbandonato il raduno olimpico di Pechino, ha cercato per giorni di raggiungerla a Cuba. Il problema, manco a dirlo, è il regime di Raúl Castro, che si è messo di traverso.

Cuba, infatti, come tante dittature, non riconosce ai suoi cittadini la possibilità di prendere un secondo passaporto: chi nasce cubano muore cubano e non può diventare cittadino di un altro Paese. Un modo per complicare ancora di più la vita a chi è riuscito a fuggire. Così, anche se per tutti gli altri Paesi del mondo oggi la Aguero dispone di un regolarissimo passaporto italiano (tanto che fa parte della rappresentativa azzurra alle olimpiadi), per la sua madrepatria questo non è valido. La ragazza può tornare dove è nata solo come cittadina cubana, e a patto che il suo vecchio passaporto cubano sia “abilitato” dalle autorità diplomatiche del suo Paese d’origine. Le quali si sono rifiutate di farlo. Tanto che ieri la pallavolista è stata costretta ad arrendersi e a tornare a Pechino.

“Colpevole” di aver trovato libertà e fortuna professionale nel mondo libero, la Aguero è stata punita nel modo più vigliacco e crudele. Il messaggio che le autorità dell’Havana spediscono ai loro sudditi attraverso di lei è chiaro: chi lascia l’isola sappia che non potrà farvi più ritorno, nemmeno per dare l’ultimo saluto ai familiari. Un atteggiamento che spiega la reale portata delle “aperture” del presidente Raúl meglio di tante parole.

Dietro il dramma della Aguero, infatti, ci sono tutte le incertezze di un regime ormai al tramonto. Raúl ha 77 anni ed è a un bivio. Da un lato c’è la strada tracciata da suo fratello Fidel, che lo condurrebbe a federare Cuba con il Venezuela terzomondista e antiamericano di Hugo Chávez, il quale sta provando a comprarsi l’isola regalandole ogni anno, sotto forma di barili di petrolio e di crediti all’acquisto di prodotti venezuelani, l’equivalente di quattro milioni di dollari. Dall’altro lato c’è la transizione pilotata verso il riconoscimento del la proprietà privata, la collaborazione con Paesi democratici come il Brasile e, in prospettiva, l’apertura nei confronti degli Stati Uniti.

La prima alternativa può sembrare a qualche dirigente cubano più allettante nell’immediato, ma ben presto comporterebbe per l’isola il disastro politico ed economico. La seconda è più rischiosa per la nomenklatura dell’Havana, ma per i cubani rappresenta l’unica possibile via di fuga dalla miseria. Raúl è accreditato di pro pendere per questa seconda strada, ma la sua credibilità di riformatore va misurata anche dal modo in cui affronta i casi dei tanti esuli come Taismary Aguero. E i segnali che ha mandato sinora sono tutt’altro che incoraggianti.

© Libero. Pubblicato il 9 agosto 2008.

Update. Stamattina la madre della Aguero è morta e Cuba le ha concesso il visto. Commento di Mauro Fabris, presidente della Lega di pallavolo femminile ed ex parlamentare: «Sono convinto che il governo italiano saprà esprimere a Cuba tutta l’indignazione degli sportivi e degli italiani per il trattamento disumano riservato alla cittadina italiana Tai Aguero e alla sua famiglia. La vicenda dell’azzurra, alla quale è stato impedito di essere vicina alla madre morente, dimostra come la libertà manchi non solo in Cina». Sbaglierò, ma dubito che il governo italiano intenda seguire il consiglio.

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venerdì, agosto 08, 2008

"Effetto Brunetta"

di Fausto Carioti

Senza fare nomi, perché l’elenco sarebbe lungo e tanto chiunque può andarselo a vedere sul sito web del governo: ma cosa hanno fatto tutti i ministri della Pubblica Amministrazione, di destra e di sinistra, che hanno preceduto Renato Brunetta? Certo, ognuno di loro ha passato mesi a “concertare” con i sindacati riforme di cui la gente comune non ha capito nulla e che nella migliore delle ipotesi lasciavano tutto come prima. Ma cosa hanno combinato nell’interesse di quello che avrebbe dovuto essere il loro vero interlocutore, il cittadino in fila davanti agli sportelli? È bastato che al loro posto arrivasse uno con le idee chiare, senza sudditanze nei confronti dei sindacati e con la voglia di non farsi imbrigliare da quella che Milton Friedman chiamava «la tirannia dello status quo», che subito la musica è cambiata. Le prime procedure burocratiche sono state snellite. Tutti hanno potuto vedere quanto i nostri amministratori hanno speso negli ultimi anni in consulenze che spesso si sono rivelate utili ai soli beneficiati. Soprattutto, si è scoperto che i dipendenti pubblici sono fatti di fibra più robusta di quello che si credeva: dopo che il ministro ha minacciato l’uso del medico fiscale, tanti travet hanno capito che, anche se fa caldo e c’è il sole, è consigliabile presentarsi in ufficio con un piccolo acciacco piuttosto che andare a farsi le sabbiature in riva al mare assieme al resto della famiglia.

I dati presentati ieri non lasciano spazio a troppe interpretazioni: a luglio le assenze per malattie degli impiegati pubblici sono scese del 37,1% rispetto allo stesso mese del 2007. Un netto miglioramento in confronto ai dati già buoni di giugno, quando il calo delle assenze era stato del 22,4%. Merito degli “antibiotici” inseriti da Brunetta nel tanto contestato decreto legge 112/08, che prevede, tra le altre cose, il mancato pagamento dell’indennità nei primi dieci giorni di assenza per malattia e «il controllo in ordine alla sussistenza della malattia del dipendente anche nel caso di assenza di un solo giorno». A conti fatti, si tratta di circa 25mila persone in più presenti negli uffici, che per i poveri cristi costretti ad avere a che fare con la pubblica amministrazione hanno significato meno code, un briciolo di efficienza in più e minori chiusure di uffici per carenza di personale.

La buona notizia, dunque, è che la cura da cavallo sta producendo gli effetti voluti. Il malato dimostra di avere un corpo ancora reattivo e dopo pochi mesi ci sono già i primi motivi per essere ottimisti sull’esito finale del “trattamento Brunetta”. La brutta notizia è che non tutta la pubblica amministrazione reagisce allo stesso modo. Era lecito attendersi che le risposte migliori sarebbero arrivate dalle amministrazioni del Sud, caratterizzate da un più alto numero di impiegati colpiti da malattie più o meno immaginarie. Invece il messaggio del ministro è stato recepito assai meglio al Nord.

Nel Comune di Trieste, a luglio, ogni impiegato ha collezionato, in media, mezza giornata di assenze per malattia: un dato dimezzato rispetto al luglio del 2007. Nel Comune di Torino (0,3 giorni di assenza) il crollo è stato del 57%, mentre tra gli impiegati della Regione Liguria (0,4 giorni) il miglioramento è stato del 56%. Ma nel Mezzogiorno i risultati sono molto diversi. Nel Comune di Catanzaro (0,9 giorni di assenza, il doppio che nei Comuni settentrionali) l’incidenza delle “malattie” si è ridotta solo del 25%. A Napoli le assenze per motivi di salute (0,7 giorni in media per ogni impiegato) sono scese solo del 13%. Nel frattempo, però, si è notato un curioso aumento delle mancate presenze dovute ad altre ragioni. Il risultato è che ogni dipendente del Comune partenopeo, a luglio, si è assentato in media per 3,8 giorni, con un aumento del 31% rispetto al 2007. Quasi che i furbi travet napoletani, preoccupati per le visite fiscali promesse dal ministro, abbiano trovato altri motivi, meno rischiosi, per non venire in ufficio.

© Libero. Pubblicato l'8 agosto 2008.

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giovedì, agosto 07, 2008

Quello che non dicono di Marina Petrella

di Fausto Carioti

C'è qualcosa che manca negli articoli e nei commenti che in queste ore, tra Francia e Italia, imbellettano la vicenda della brigatista rossa Marina Petrella fino a farne una sorta di Ingrid Betancourt, una pasionaria buona, malata e ingiustamente prigioniera. Ci hanno detto e ripetuto che la Petrella ha perso venti chili e che le è stata diagnosticata una grave depressione, che si manifesterebbe sotto forma di «sindrome suicida». I suoi amici e familiari - abbiamo appreso - sono allarmati e il suo avvocato ritiene la sua profonda tristezza «incompatibile con la detenzione». Ci hanno mostrato le immagini dei reduci della gauche francese che manifestano davanti al carcere in cui è rinchiusa («Non à l'extradition de Marina Petrella», «Liberté immédiate pour Marina Petrella» si legge sui loro cartelli). Siamo stati edotti che tre punti di riferimento della sinistra post-ideologica, quali Fanny Ardant, Carla Bruni e sua sorella Valeria, chiedono la liberazione immediata della terrorista. Abbiamo scoperto che il presidente francese Nicolas Sarkozy - sotto questo aspetto non così diverso dai suoi predecessori - ha chiesto allo Stato italiano di concederle la grazia. Due giorni fa abbiamo letto sulle agenzie che i giudici francesi hanno rimesso la Petrella in libertà per motivi di salute, pur senza bloccare - almeno da un punto di vista formale - l'iter dell'estradizione. Soprattutto ci siamo accorti - non era molto difficile - che i nove decimi del giornalismo italiano fanno il tifo per lei, se non altro perché la sua faccia appare nel solito “album di famiglia” in cui figurano gli idoli ai quali i compagni giornalisti hanno dedicato gli anni migliori delle loro vite.

Tutto questo lo abbiamo compreso benissimo. Non si è capito, invece - forse perché non ce l'ha spiegato nessuno - perché la Petrella ha passato l'ultimo anno in carcere, e perché dovrebbe restarci sino alla fine dei suoi giorni. Devono aver pensato che i motivi della sua condanna fossero roba vecchia, che non interessa più nessuno: quello che conta è solo il qui, l'adesso. L'unico messaggio che passa è che lei è tanto malata e che il governo di Roma, infame, insiste per estradarla. Ma è un ragionamento che non fila molto, specie se portato avanti da quelli che pochi giorni fa, commemorando la strage di Bologna, ci avevano ammonito che invece bisogna ricordare tutto, i nomi delle vittime e quelli dei carnefici, il come e il quando e il perché.

Per dire: gli stessi quotidiani e i notiziari che ieri hanno tenuto a farci sapere che le sorelle Bruni si sono mobilitate in favore della brigatista si sono ben guardati dal fare il nome di Sebastiano Vinci. I più scrupolosi si sono limitati a dire che la Petrella è stata condannata per l'omicidio di un non meglio specificato «commissario di polizia». Invece bisogna ricordare, sennò diventa tutto troppo facile: Vinci, capo del commissariato di Primavalle, a Roma, fu trucidato il 19 giugno del 1981 dai brigatisti della colonna “28 marzo”, che gli tesero un agguato mentre la sua automobile era ferma a un semaforo. Aveva 44 anni. Sua moglie, dopo l'omicidio, cadde in un profondo stato di depressione, si ammalò e morì. L'autista di Vinci, Pacifico Votto, anche se crivellato di colpi riuscì a difendersi ed è sopravvissuto. L'attentato fu voluto da Luigi Novelli, marito della Petrella, perché Vinci era riuscito a bloccare l'attività dei terroristi nella sua zona. E l'organizzazione dell'agguato fu opera della stessa Petrella, che comandava l'ala combattente delle Br romane e fece portare a termine l'incarico dai killer della brigata Primavalle.

La carriera da terrorista della Petrella era iniziata alla fine degli anni Settanta, quando lavorava nella segreteria di una scuola romana. Fu arrestata una prima volta nel gennaio del 1979, assieme al marito, e incriminata per costituzione di banda armata nell'ambito del processo Moro. Nel maggio del 1980 i due uscirono dal carcere per decorrenza dei termini di carcerazione preventiva e spediti in soggiorno obbligato a Montereale, in provincia dell'Aquila, da dove però fuggirono nell'agosto dello stesso anno e divennero latitanti. Inseguita da altri cinque mandati di cattura, nel dicembre del 1982 fu di nuovo arrestata insieme al marito, al termine di uno scontro a fuoco con i carabinieri avvenuto in un autobus romano. Nel novembre del 1985 la corte di Cassazione emise la prima condanna definitiva nei suoi confronti: otto anni di reclusione per partecipazione ad associazione sovversiva e banda armata, più una serie di reati minori. Anche dal carcere continuò a sottoscrivere, assieme ad altri “irriducibili”, documenti inneggianti alla lotta armata. Ciò nonostante, nel luglio del 1988 ottenne la scarcerazione anticipata.

Poco dopo essere uscita di prigione, è condannata all'ergastolo per l'omicidio di Vinci, per l'attentato al vice questore Nicola Simone e per il sequestro del giudice D'Urso. La sentenza diventa definitiva con il verdetto della Cassazione del maggio 1993. Ma lei è già scappata in Francia da un mese, assieme alla sua famiglia. Localizzata nel '94, l'Interpol ne chiede l'arresto per estradarla in Italia, ma le autorità francesi fanno orecchie da mercante. Viene arrestata solo nell'agosto del 2007, dopo tredici anni, durante i quali conduce una vita normalissima con la sua famiglia. A dicembre la corte d'appello di Versailles concede l'estradizione verso l'Italia, ma lei sostiene di essere entrata in una grave fase depressiva e così, due giorni fa, i magistrati francesi le garantiscono la libertà condizionale per motivi di salute.

A cavallo delle Alpi, la campagna per non consegnarla al governo italiano e liberarla immediatamente per motivi che di facciata sono umanitari, ma che in realtà sono tutti politici, è già partita e fa sentire la sua voce sin dentro la stanza da letto di Sarkozy. Nessuno fa presente che, a conti fatti, dell'ergastolo che le è stato inflitto nel 1993 per reati di sangue tanto gravi, la Petrella, sino ad oggi, ha scontato appena un anno di carcere. Uno solo. Nessuno sembra prestare importanza al fatto che, per tutti i reati di cui è stata trovata colpevole, l'irriducibile Petrella non si è mai né pentita né scusata.

© Libero. Pubblicato il 7 agosto 2008.

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martedì, agosto 05, 2008

La morte di Solzhenitsyn e il silenzio di Napolitano

di Fausto Carioti

Una riflessione a voce alta. Un ricordo di quegli anni, l’ammissione di certi errori macroscopici. Una frase, magari non banale, sull’uomo che ha strappato il velo attraverso il quale milioni di italiani e di europei vedevano il comunismo. Ci si attendeva qualcosa del genere da Giorgio Napolitano. Invece, silenzio. Dal Quirinale non è giunta manco mezza parola a commentare la morte di Aleksandr Solzhenitsyn. Peccato. Perché di cose da dire Napolitano ne avrebbe molte, e di certo quando ha appreso della morte del grande scrittore russo tanti pensieri sono venuti alla mente del presidente della Repubblica. Solo che ha preferito tenerli per sé. Forse per pudore, o per imbarazzo, o perché oggi si vergogna di certe cose che aveva scritto all’epoca. Qualunque ne sia il motivo, il silenzio del Quirinale è una grande occasione persa per fare chiarezza e giustizia.

In Italia, Giorgio Napolitano fu uno dei grandi accusatori del dissidente russo. Era il 1974. Solzhenitsyn era stato appena spedito in esilio in Germania occidentale. Per lui, la peggiore delle punizioni: quattro anni prima si era rifiutato di andare a Stoccolma a ritirare il premio Nobel per la Letteratura, proprio perché temeva che le autorità sovietiche gli impedissero di tornare in patria. Il suo esilio fece discutere tutta l’Europa. Ken Coates, uno degli punti di riferimento della sinistra inglese, giudicò la punizione inflitta a Solzhenitsyn «un atto moralmente intollerabile». Anche il Pci dovette affrontare il fastidioso argomento. Impossibile ignorare Solzhenitsyn e ciò che rappresentava: l’anno prima, a Parigi, dove la stesura era giunta sfuggendo in modo romanzesco agli artigli del Cremlino, erano usciti i primi due libri di “Arcipelago Gulag”, minuziosa e monumentale inchiesta sui campi di concentramento sovietici, che Solzhenitsyn aveva avuto modo di conoscere sin troppo bene. Da allora, nessuno poteva più fingere di non sapere.

La linea del Pci la tracciò Napolitano, che all’epoca aveva 49 anni ed era il responsabile culturale del partito. In un articolo apparso sull’Unità il 20 febbraio difese la decisione del Cremlino. Quella tra «mondo comunista» e «mondo libero», premetteva Napolitano, è solo una «contrapposizione di comodo», poiché «il capitalismo e l’imperialismo tendono a ridurre l’uomo a semplice congegno di una macchina disumana e a manipolarne la coscienza». Quindi criticava lo scrittore per avere assunto un atteggiamento di «sfida» nei confronti dello stato sovietico. «Non c’è dubbio», sosteneva il futuro presidente della Repubblica, «che questo atteggiamento - al di là delle stesse tesi ideologiche e dei già aberranti giudizi politici - di Solzhenitsyn, avesse suscitato larghissima riprovazione nell’Urss». Nonostante l’esilio fosse quindi una «grave misura restrittiva dei diritti individuali», a detta di Napolitano doveva ritenersi comunque la «soluzione migliore». Anche perché le opere di Solzhenitsyn erano «rappresentazioni unilaterali e tendenziose della realtà dell’Urss, accuse arbitrarie, tentativi di negare l’immensa portata liberatrice della Rivoluzione d’Ottobre». Per inciso, l’autore di “Divisione Cancro” riuscì a tornare in patria solo dopo vent’anni.

Dal 1974 a oggi la storia ha dato drammaticamente torto a Napolitano e dimostrato che Solzhenitsyn era nel giusto. La morte di un avversario politico è l’occasione migliore (nonché l’ultima) per restituirgli pubblicamente ciò che non gli si è riconosciuto in vita. Purtroppo, il presidente della repubblica italiana non l’ha colta. L’imbarazzo cresce leggendo le parole di altri leader europei, come il cancelliere tedesco Angela Merkel, che ieri ha ricordato l’impegno del dissidente russo contro il dispotismo comunista, e il presidente francese Nicolas Sarkozy, che lo ha commemorato come «una delle grandi coscienze della Russia del ventesimo secolo». Dichiarazioni di cordoglio che si uniscono a quelle del premier russo Vladimir Putin e del presidente Dmitri Medvedev.

Eppure, solo sabato, commentando l’anniversario della strage di Bologna, Napolitano aveva detto che bisogna «coltivare un dovere della memoria che si traduca in una rinnovata ampia assunzione di responsabilità per la difesa dei valori di democrazia, libertà e giustizia». Dopo poche ore si è scoperto invece che ci sono assunzioni di responsabilità che il Quirinale si rifiuta di prendere, e che certe volte l’oblìo è preferibile al «dovere della memoria».

© Libero. Pubblicato il 5 agosto 2008.

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lunedì, agosto 04, 2008

I tagli di Tremonti fanno tremare governo e maggioranza

di Fausto Carioti

Si lamenta un ministro: «Il problema di Tremonti è che non parla. Invece deve parlare. Con gli altri ministri, con la maggioranza, con le parti sociali, con regioni, province e comuni». Va assai peggio tra i deputati del Pdl: «C'è una fortissima irritazione nei confronti del ministro dell'Economia. Poco ci manca che qualcuno metta la fotografia di Tremonti sul bersaglio del tiro a segno», commenta uno di loro, per giunta di Forza Italia. Riassumendo: gran parte dei parlamentari della maggioranza ce l'ha con il governo, perché li vuole trasformare in “pigiatori di bottoni”, incaricati di schiacciare il pulsante verde quando si vota un provvedimento dell'esecutivo e quello rosso quando all'esame c'è un emendamento dell'opposizione. E il governo, di questi tempi, ha la faccia di Tremonti. Ma pure dentro l'esecutivo il colbertista di Sondrio è guardato di sbieco: troppo allergico a quella «collegialità» che i ministri Sandro Bondi e Renato Brunetta, durante il consiglio dei ministri di venerdì, hanno invocato apertamente, e che il premier ha promesso.

Giulio Tremonti uomo solo, insomma. In questo momento accanto a lui c'è Berlusconi, che da un lato si tiene stretto il suo pezzo da novanta - ancora ieri ha avallato la linea di Tremonti, ricordando agli altri ministri che «vanno diminuite le spese» - e dall'altro deve comunque tranquillizzare i suoi parlamentari e il resto del governo. E c'è il solito Umberto Bossi, con la pattuglia dei ministri leghisti. Appoggi convinti e robusti, per carità. Ma, oltre a costoro, poco o niente. Gli ultimi dissapori sono stati con Claudio Scajola e Gianni Letta. Scajola, ministro dello Sviluppo economico, martedì è sbottato davanti ai rappresentanti di Confindustria e sindacati: «Ma che ci siamo venuti a fare?», si è chiesto quando ha capito che Tremonti intendeva fare tutto da solo. E ovviamente Letta, l'uomo delle mediazioni impossibili, mal digerisce un ministro che di perdere tempo in mediazioni non sembra avere voglia.

La cosa probabilmente non preoccupa Tremonti. Ha iniziato a passare sopra gli altri come un Caterpillar mesi prima delle elezioni. Ne sa qualcosa Michela Vittoria Brambilla. Il 12 settembre dello scorso anno il Sole-24 Ore pubblicò “l'alfabeto economico” della presidentessa dei Circoli della Libertà. Un decalogo sulle cose che il governo di centrodestra (ancora di là da venire) avrebbe dovuto fare. Al quarto punto si leggeva: «Male ha fatto il vicepresidente di Forza Italia, Giulio Tremonti, ad abolire la Dual Income Tax». Ora, già il nostro non sopporta chi si mette a zappare nel suo orto. Figuriamoci se si tratta dell'ultima arrivata tra gli aspiranti ministro. Il risultato è stato che una settimana dopo Berlusconi accusava la Brambilla di avere «esondato». A maggio, il resto della razione: la rossa deve accontentarsi di fare il viceministro, dopo che Tremonti ha messo il veto su un incarico più pesante.

Eppure, anche quelli che finiscono ai ferri corti con lui ammettono che il ministro dell'Economia sta lavorando bene. Brunetta, responsabile della Pubblica Amministrazione, conversando con altri esponenti del governo ha definito «una genialata» l'idea tremontiana di varare una manovra triennale e di anticipare la Finanziaria. Nella manovra appena approvata, a conti fatti, proprio Brunetta è stato il più grande alleato di Tremonti, se è vero che quattro quinti dei tagli vengono dal settore pubblico, e Brunetta li ha condivisi tutti. Certo, le divergenze ci sono, soprattutto sulla diagnosi da «lacrime e sangue» che Tremonti fa della situazione economica, che secondo Brunetta e altri - incluso Berlusconi - pecca di eccessivo pessimismo. Sui massimi sistemi, poi, le opinioni sono quasi agli antipodi: «Condivido con Tremonti le necessità di governance della globalizzazione, ma io amo la globalizzazione, non voglio né dazi né dogane né protezionismi», spiega Brunetta a Libero. Questo, comunque, non gli impedisce di dare giudizi positivi sul collega.

Pure Maurizio Gasparri di recente ha polemizzato con Tremonti. Quando si è saputo che il ministro era già pronto a presentare, a sorpresa, la Finanziaria in consiglio dei ministri, Gasparri è insorto e ha chiesto «un confronto preventivo tra governo e gruppi parlamentari». Utile ad An, tra l'altro, per rifinanziare il comparto della sicurezza. Però poi Gasparri, da buon capogruppo del Pdl, ha difeso a spada tratta la manovra di Tremonti in Senato. «Ci siamo chiariti e lui ha avuto un gesto ostentato di apprezzamento nei miei confronti», racconta il colonnello di An. «Sappiamo tutti che gestisce una situazione difficile e rispettiamo il suo lavoro. Nessuno di noi vuole aumentare la pressione fiscale, e quindi sappiamo anche che dobbiamo tagliare le spese». A conferma che Giulio “Mani di forbice” non è poi così cattivo, alla fine è spuntato qualche soldo per le forze dell'ordine. «Tremonti, assieme a Maroni, Alfano e La Russa, ha fatto un provvedimento che mette i beni confiscati alla criminalità a disposizione delle esigenze della sicurezza e della giustizia. Sarà creato un fondo il cui valore teorico è stimato all'incirca un miliardo di euro. Ma, anche se valesse meno, potremmo farci moltissime cose utili». Ovvio che non finisce qui: «Certo», chiosa Gasparri, «a Tremonti chiediamo di avere un rapporto costante».

Il presidente della commissione Lavoro di Montecitorio, Stefano Saglia, che pur essendo di An spesso si trova sulle posizioni del ministro, la mette giù così: «Tremonti è insopportabile, ma quasi sempre ha ragione. Io preferisco il Tremonti che ho visto all'opera all'Aspen Institute, che cerca il consenso anche al di fuori dai confini della coalizione. Ma sono convinto che questo sia lo spirito con cui sta lavorando anche adesso. Sbaglia chi crede che stia cercando il conflitto sociale a tutti i costi».

Però il problema di regolamentare la convivenza tra il governo - Tremonti in primis - e l'esercito dei parlamentari che lo sostiene resta ed è grosso, e per Gaetano Quagliariello, vicecapogruppo del Pdl, va risolto presto. «Nelle passate legislature », spiega il senatore forzista, «c'erano il governo da una parte e la dialettica parlamentare dall'altra. Ora, invece, da una parte c'è il governo assieme alla sua maggioranza, dall'altra c'è l'opposizione, perché così hanno voluto gli elettori. È normale che in una simile situazione sia il governo a dettare i tempi dell'attività legislativa. Ma non si può pensare che l'esecutivo decida tutto e i parlamentari obbediscano, perché se si fa così non si dura». Una soluzione è possibile: «In ogni sistema del genere ci sono stanze di compensazione in cui il governo e la maggioranza si confrontano e, se serve, trattano. È un problema che dobbiamo porci. Noi che stiamo da questa parte ci rendiamo conto di quanto sia difficile mantenere la disciplina parlamentare. Ora devono rendersene conto anche i ministri, prima che accadano guai grossi».

© Libero. Pubblicato il 3 agosto 2008.

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E' morto Aleksandr Solzhenitsyn. Chissà che dirà Napolitano

Il grande Aleksandr Solzhenitsyn è morto. Aveva 89 anni. Ora la curiosità è vedere se e e cosa dirà Giorgio Napolitano. A quanto mi risulta, l'ultima volta ne parlò qui.

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